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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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venerdì 2 ottobre 2015

La storia di Mark Wahlberg

Dal carcere a Hollywood, passando per la Chiesa

Mark Wahlberg - it

Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso”.


Mark nasce il 5 giugno 1971 nel quartiere Dorchester di Boston, ultimo di nove figli, da un tassista di origini svedesi e franco-canadesi reduce della guerra di Corea, e da un'infermiera di origini irlandesi ed inglesi; i suoi genitori hanno poi divorziato quando aveva 11 anni.

Wahlberg vive un'infanzia difficile e la sua adolescenza sarà caratterizzata da piccoli crimini e uso di droghe. A quattordici anni mette in piedi una banda e a sedici spacca la testa al vietnamita Thanh Lam, forse a scopo di furto e, sempre nello stesso giorno e con lo stesso bastone, cava un occhio a Hoa Trinh. Erano solo «Vietnam fucking shit» per il giovane razzista cocainomane. Seguirono venticinque arresti della Boston Police e una condanna a dieci anni per tentato omicidio, ridotti a due, quindi a quarantacinque giorni da scontare nel correzionale della Deer Island House.

"Ho commesso un sacco di errori perché avevo un sacco di tempo libero - dichiara oggi Mark - I miei genitori lavoravano molte ore al giorno per darci da mangiare, e io potevo stare pochissimo tempo con loro. Per questo, ora, prima di accettare un ruolo, mi assicuro che mi resti del tempo per stare con i miei figli e potermi impegnare in ogni aspetto della loro vita. Mia moglie ed io cerchiamo di insegnare loro i valori principali, e la fede è il più importante".

Il ragazzo si era meritato una reputazione di testa calda e irrecuperabile, invischiato in storie di gang di quelle dalle quali è difficile uscire. Ma ci è riuscito grazie al rapporto con il suo parroco, attraverso cui ha recuperato la fede e si è ricostruito una vita.
Uscito di prigione cerca di rifarsi una vita e chiede aiuto al fratello Donnie, nel frattempo diventato membro dei New Kids on the Block. Ottiene così un contratto discografico e assieme ad un deejay fonda i Marky Mark & the Funky Bunch che esordiscono nel 1991 con il brano Good Vibrations. Dopo qualche hit viene notato da Calvin Klein, che lo vuole per la sua nuova campagna pubblicitaria di intimo al fianco di Kate Moss e gli scatti di Herb Ritts fanno il giro del mondo, facendolo diventare un sex symbol. 

Ma quando viene fuori il suo passato di teppista e viene accusato di essere razzista e omofobo, il mondo della musica gli volge le spalle, per cui decide di dedicarsi alla recitazione. Dopo particine in tivù e film mediocri, la grande occasione arriva con David O. Russell, che nel 1999 lo vuole accanto a George Clooney nel film Three Kings, ambientato dopo la fine della Guerra del Golfo. E dato che le amicizie contano, il bel George immette Mark nel giro giusto, caldeggiandolo per La tempesta perfetta (2000) di Wolfgang Petersen. Ma il miglior ruolo della carriera, dopo Boogie Nights, sarà ne Il pianeta delle scimmie (2001) di Tim Burton. I primi riconoscimenti ufficiali arrivano grazie a Martin Scorsese, nel cui spettacolare poliziesco The Departed (2006), l'attore trentacinquenne interpreta un sergente duro e antipatico, guadagnandosi una nomination ai Golden Globes, accanto a calibri come Di Caprio e Nicholson. Coi soldi, arriva anche il matrimonio con la modella Rhea Durham e quattro figli, cresciuti a pane e cattolicesimo, perché con il successo Mark non dimentica la fede che lo ha redento e sfoggia rosari grossi come catene da rapper:


"Tutto ciò che di positivo è avvenuto nella mia vita è stato dovuto alla mia fede. Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso".

Per molti è all’apice della carriera, e ha rivelato che questo successo “va di pari passo con il mio nuovo incontro con Dio attraverso l’Eucaristia”. Wahlberg sostiene che per propria determinazione assiste alla Messa domenicale:“Se è necessario interrompo le riprese, ma vado sempre a Messa. È molto più importante del lavoro”.

Per l’attore, la fede è “consolazione, senso, tutto”, e per questo riconosce di essersi pentito di aver ferito molte persone nella sua vita, “alle quali ho chiesto spesso di perdonarmi”. Dichiara anche di voler aiutare i giovani “perché non percorrano la strada che ho percorso io durante la mia giovinezza” attraverso la sua fondazione, The Mark Wahlberg Youth Foundation.

lunedì 15 giugno 2015

La storia di Maurice Bignami




In carcere ho scoperto la libertà e il perdono



Ex terrorista rosso, fu condannato a trent’anni per omicidio e per aver capitanato fra il 1979 e l’81 Prima linea, formazione armata sanguinosissima nata a Firenze nel 76 da spezzoni di Lotta continua, Potere operaio e Autonomia milanese (sciolta in carcere fra l’82 e l’83). Oggi dirige una casa famiglia per anziani gestita dalla Caritas di Roma.

«Mio padre è stato uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, ha lavorato giovanissimo per il Centro esteri del partito a Parigi, è stato segretario della Fgci di Bologna prima di essere arrestato e condannato a dieci anni di carcere dal Tribunale speciale. Comandante durante la resistenza, Commissario politico della Divisione Modena, è stato il primo rifugiato politico italiano in Cecoslovacchia, inseguito da un mandato di cattura per cosiddetti “reati partigiani”. Fin da piccolo, a Parigi, sono stato educato a una idea di militanza politica che ti impegna totalmente, non a tempo determinato o semplicemente in termini ideologici, moralistici o sentimentali. Sapevo che mio padre era iscritto al Partito comunista francese con un falso nome: Benjamin, e che la clandestinità è normale condizione di vita per chi milita nel campo operaio. Gli “zii” che frequentavano casa mia erano tutti ex partigiani e militanti delle Brigate internazionali durante la guerra civile in Spagna. Alcuni erano ancora impegnati in quella lotta e mio padre, quando se ne tornavano in patria, mi diceva: “Saluta zio Paco, non è detto che lo si riveda..“. Quando gli fu infine consentito di tornare a Bologna, nel ‘64, mi ritrovai in un Paese di cui non conoscevo la lingua (a casa, i miei parlavano fieramente il bolognese), ma nel quale potevo essere finalmente comunista alla luce del sole. Subito, aderii alla Federazione giovanile ma, pur essendo Bologna una città straordinariamente viva, politicamente e culturalmente, la militanza che mi ritrovai a vivere non somigliava che larvatamente a quella pienezza d’impegno a cui mi pareva naturale di dover corrispondere. Già nel ‘66 aderivo a Potere Operaio emiliano-veneto; poi, con i romani, fondammo Potere Operaio e nel ’74, con Negri, Autonomia operaia. Quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro, mi parve indispensabile frappormi al loro progetto ed entrai in Prima Linea».

Bignami 35 anni fa uccise a Milano il giudice Guido Galli. Era il 19 marzo 1980 e quell’omicidio non fu né il primo né l’ultimo del gruppo di Prima Linea di cui Bignami era uno dei capi. Poi nel 1981 l’arresto, il carcere, la dissociazione.

«Il coinvolgimento in una organizzazione armata non ha soltanto risvolti politici, dottrinali, penali, ecc, ma anche – e soprattutto, dopo un po’ – aspetti etici ed esistenziali che si fanno prioritari e le cui conseguenze ti divorano. Per dirla con Tolkien, non si possono usare le armi del nemico, specialmente quelle più sanguinarie, e non solamente perché, in quel modo, inevitabilmente lo si rafforza, ma perché ti entra dentro e ti fa simile a lui. Rinuncerei senza problemi a tutti gli anni che hanno preceduto il carcere, ma non abdicherei a un solo giorno di galera. Non per masochismo o per un bisogno irrefrenabile di espiazione, ma perché lì, in quel luogo infernale deputato per definizione alla separazione, all’alienazione, ho gustato per la prima volta cosa voglia dire essere un uomo libero. Tormentato – si può essere un ex terrorista, infatti, non un ex assassino –, pieno di dubbi e di consapevoli debolezze – era ora! –, angariato da un meccanismo di per sé infame e teso alla tua demolizione come soggetto autonomo, ma finalmente affrancato da quel sapere ideologico che mi aveva portato alle soglie della verità, e poi ributtato indietro. Quelle quattro mura hanno avuto per me la forza paradossale di esaltare la libertà, che inizia – sempre! – da “sapere di non sapere” e quindi da un’apertura mentale laicamente spregiudicata. In quel luogo ho di nuovo risentito tutte le istanze di giustizia, di bellezza, di bontà che erano al fondo incorrotto del mio cuore, erano state il motore originario del mio impegno totalizzante e ora mi indicavano qual’era il mio vero destino. Se poi ti viene concessa la grazia di sapervi dare un nome, a quel destino...»

Grazie all’incontro con sacerdoti come don Luigi Di Liegro o padre Paolo Bachelet, fratello del vicepresidente del Csm ucciso dalle Br, avviene in carcere la scoperta di Dio e un cammino di servizio per gli ultimi. Prima come portiere all’ostello per barboni della Caritas di Roma, oggi come responsabile di una casa famiglia, sempre della Caritas, per anziani in gravi difficoltà.

«Sì, mi considero fortunato. Grazie all’incontro con tanti sacerdoti ho scoperto il perdono di Dio. Poi, grazie alla lungimiranza di alcuni politici, ho avuto il perdono dello Stato. Il perdono di chi ho fatto soffrire direttamente l’ho avuto da qualcuno, da altri ancora no. Certo che lo vorrei, ma non lo pretendo. Posso solo pregare per loro». 

«Fondamentale, fu la gratuità con cui fummo guardati da cappellani come don Salvatore Bussu o da religiose come suor Teresilla ad aprirci il cuore. In loro vedemmo il Padre che abbandona le altre 99 pecore per andare indietro a quella smarrita, cioè noi».

«Io non avevo mai incontrato un prete prima del 1982. Nel momento in cui finisco in carcere non faccio che incontrare preti. All’inizio in questi incontri mi prendono a "sberle" per portarmi al pentimento. Ed è un precipitare verso il riconoscimento della propria totale e assoluta nefandezza e bisogno di perdono. E la domanda di perdono la fai a Dio. Ma questo periodo è stato brevissimo. Perché questi sacerdoti mi prendevano a "sberle" perché la smettessi di piangermi addosso. E che cominciassi, invece, a ringraziare il Signore del dono che mi aveva fatto».

«Grazie all’incontro con una suora, ha capito che la vera rivoluzione è Cristo. Padre Bachelet è stato per me un amico. Ha trasformato la sua sofferenza in un’occasione per trasformare me».

Oggi Bignami ricorda quel 13 marzo come l'Inferno.

«C’era l’inferno, il luogo in cui Dio non c’è. Dio è così attento alla tua libertà che non c’è là dove non vuoi che lui ci sia. L’inferno è il "no" assoluto. Sono stato ripreso per la collottola. Ma Dio è sempre stato vicino a me, e attendeva solo che io aprissi il mio cuore».




domenica 15 marzo 2015

La storia di Hea Woo


È un miracolo vivente Hea Woo, nordcoreana, 
sopravvissuta al gulag e fuggita in Corea del Sud

«Dio mi ha salvato nei lager della Corea del Nord»



«Mi chiamo Hea Woo e sono nata in Corea del Nord… Mia madre è sempre stata una credente nascosta e per gran parte della mia vita io non lo capii… Sono stata rinchiusa per alcuni anni in un campo di lavoro forzato. Non esistono parole per spiegare ciò che ho vissuto là dentro. Ogni giorno era una tortura. Fu come vivere le piaghe d'Egitto tutte insieme»


I miracoli esistono. È un miracolo vivente Hea Woo, nordcoreana, sopravvissuta al gulag e fuggita in Corea del Sud. Un miracolo di sopravvivenza, ma anche di fede, maturata e conservata nelle catacombe del regime totalitario più repressivo del mondo. «Una volta vidi una croce appesa al collo di mia madre – dice della sua infanzia – mi proibiva di parlarne con chiunque. Mormorava sempre qualcosa mentre preparava la colazione. Solo quando divenni cristiana, circa 20 anni fa, realizzai che stava pregando. Mia madre era anche solita dire strane cose, sia a me che ad altre donne. Diceva che il Paradiso vegliava su di noi. Mia madre era una cristiana sotterranea e non lo seppi mai. Ma sono convinta che abbia pregato per me, per tutta la sua vita».




Hea Woo scoprì il cristianesimo attraverso il martirio di suo marito, un ex comunista che a sua volta venne convertito da un gruppo di cristiani sotterranei in Cina, mentre cercava di fuggire dalla Corea del Nord. Arrestato dalla polizia cinese e riconsegnato ai suoi aguzzini, morì in carcere sotto tortura. In una delle ultime visite che poterono fargli i suoi figli, riuscì a scrivere sulle loro mani “Credete in Gesù”. «Ero scioccata al sapere che fosse diventato un cristiano – ricorda Hea Woo – ma istintivamente ho realizzato che lui avesse trovato la verità, mentre io vivevo ancora nella menzogna. Dopo sei mesi di carcere mio marito morì. Più tardi incontrai i suoi compagni di cella, che mi dissero quanto era stato buono con loro. Io iniziai a vendere tutto quel che avevo, volevo andare in Cina e trovare là una chiesa. Avevo bisogno di conoscere la verità. Trovai alcuni cristiani coreani che mi insegnarono il Vangelo. Grazie alle preghiere di mio marito e di mia madre, io abbracciai la fede».

Esattamente come per i primi cristiani, anche la conversione di Hea Woo passa per una fase di tribolazione e martirio, che la portò più volte sul punto di morire. Lei attribuisce la sua sopravvivenza a un miracolo. O meglio: a una serie di miracoli, avvenuti grazie alla sua fede incrollabile. Fallita la sua fuga in Cina, venne arrestata e torturata «Mi hanno colpita a calci e bastonate. Ero talmente prostrata che iniziai a dubitare di Dio. Ma ricordai quel che Gesù passò durante la Passione e la croce e le mie torture apparvero nulla in confronto». In carcere si ammalò e non riuscì più a mangiare. Perse sangue, l’uso delle gambe, quasi completamente l’udito e la vista. Il medico del carcere le disse che aveva solo tre giorni da vivere. Visto che non ci sentiva bene, una guardia glielo urlò nell’orecchio. Quando, al processo, la condannarono a tre anni di lavori forzati, i giudici ridevano: nel loro sadico umorismo erano divertiti dal fatto che avesse solo pochi giorni di vita e dunque non avrebbe scontato tutta la sua pena. Eppure Hea guarì, anche senza medicine, grazie alla compassione di alcune guardie e dei compagni di prigionia. E grazie anche alla sua fede incrollabile.

Come “premio” per la sua resistenza e miracolosa guarigione, venne realmente mandata ai lavori forzati in un gulag. “Non provate a fuggire, verrete uccisi!” era la scritta sul portone del campo. Quanto di più vicino si possa leggere al “Lasciate ogni speranza oh voi che entrate” nell’Inferno di Dante. Il gulag, in effetti, ci viene descritto da Hea Woo come un vero inferno in terra. La sopravvissuta non ci racconta tutti gli orrori che ha vissuto. Solo qualche frammento di quella realtà: prigionieri costretti a spaccar le ossa e bruciare i corpi dei loro compagni defunti; un prigioniero fuggiasco, catturato, ferito, esposto alla vista degli altri fino alla sua morte per fame; lotte per accaparrarsi insetti e rospi da mangiare, per riuscire a sopravvivere alle 12 ore di lavoro quasi senza cibo; internati destinati a svuotare le latrine che regolarmente morivano dopo pochi mesi per infezioni e malattie. Il tutto accompagnato da crudeli sessioni di autocritica, denunce reciproche e lezioni di indottrinamento marxista, per uccidere la mente e lo spirito, oltre al corpo. «Ogni giorno era una tortura – dice Hea Woo – Spesso ricordavo. Tutti i giorni gli internati morivano e venivano cremati e le guardie spargevano le ceneri sui campi e sulla strada. Ogni giorno dovevamo marciare sulle loro ceneri, ogni giorno pensavo al momento in cui qualcun altro avrebbe calpestato le mie».


Hea non solo sopravvisse, ma riuscì anche a compiere la sua opera di evangelizzazione, convertendo altri prigionieri. «Io volevo solo vivere. Come poteva Dio chiedermi di parlare di Gesù ad altri internati? Sarei stata uccisa, se mi avessero scoperto. Ma Dio insistette. Mi mostrò quali prigionieri avrei dovuto avvicinare. Mi dava un’intuizione: “Quella persona, parlane con lui”». Ne convertì diversi, “facilmente”, come tiene a precisare: «Non solo ascoltavano quel che dicevo, ma vedevano anche lo Spirito che lavorava in me. Talvolta davo ad altri un po’ della mia piccola razione di riso. Quando le persone si ammalavano, andavo da loro e li aiutavo, lavando i loro panni». Si formò una piccola comunità cristiana segreta. Si riunivano in segreto per celebrare la messa, a volte nelle camerate dei dormitori, più spesso nelle latrine: erano talmente fetide che le guardie avevano orrore a entrarvi.

Dopo anni di inferno, Hea tornò “libera” a casa sua. Ma sentiva di non poter più restare in Corea del Nord. Non avrebbe mai accettato di farsi “rieducare”, né di inchinarsi alla statua del “padre della patria” Kim Il Sung, unica divinità consentita nel regime ateo nordcoreano. La sua fuga in Cina e di lì in Corea del Sud ha, anch’essa, del miracoloso. Perché è sempre una missione quasi del tutto impossibile uscire dai confini fortificati del “regno eremita”. Ma ora è libera, a parlare della sua esperienza e testimoniare la sua fede, perché si preghi per quei milioni di uomini e donne ancora rinchiusi in quell’inferno della Corea del Nord.

di Stefano Magni

da La nuova Bussola Quotidiana