In carcere ho scoperto la libertà e il perdono
Ex terrorista rosso, fu condannato a trent’anni per omicidio e per aver capitanato fra il 1979 e l’81 Prima linea, formazione armata sanguinosissima nata a Firenze nel 76 da spezzoni di Lotta continua, Potere operaio e Autonomia milanese (sciolta in carcere fra l’82 e l’83). Oggi dirige una casa famiglia per anziani gestita dalla Caritas di Roma.
«Il coinvolgimento in una organizzazione armata non ha soltanto risvolti politici, dottrinali, penali, ecc, ma anche – e soprattutto, dopo un po’ – aspetti etici ed esistenziali che si fanno prioritari e le cui conseguenze ti divorano. Per dirla con Tolkien, non si possono usare le armi del nemico, specialmente quelle più sanguinarie, e non solamente perché, in quel modo, inevitabilmente lo si rafforza, ma perché ti entra dentro e ti fa simile a lui. Rinuncerei senza problemi a tutti gli anni che hanno preceduto il carcere, ma non abdicherei a un solo giorno di galera. Non per masochismo o per un bisogno irrefrenabile di espiazione, ma perché lì, in quel luogo infernale deputato per definizione alla separazione, all’alienazione, ho gustato per la prima volta cosa voglia dire essere un uomo libero. Tormentato – si può essere un ex terrorista, infatti, non un ex assassino –, pieno di dubbi e di consapevoli debolezze – era ora! –, angariato da un meccanismo di per sé infame e teso alla tua demolizione come soggetto autonomo, ma finalmente affrancato da quel sapere ideologico che mi aveva portato alle soglie della verità, e poi ributtato indietro. Quelle quattro mura hanno avuto per me la forza paradossale di esaltare la libertà, che inizia – sempre! – da “sapere di non sapere” e quindi da un’apertura mentale laicamente spregiudicata. In quel luogo ho di nuovo risentito tutte le istanze di giustizia, di bellezza, di bontà che erano al fondo incorrotto del mio cuore, erano state il motore originario del mio impegno totalizzante e ora mi indicavano qual’era il mio vero destino. Se poi ti viene concessa la grazia di sapervi dare un nome, a quel destino...»
Oggi Bignami ricorda quel 13 marzo come l'Inferno.