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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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martedì 23 ottobre 2012

Destinazione universale dei beni


PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

COMPENDIO
DELLA DOTTRINA SOCIALE
DELLA CHIESA


III. LA DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI

a) Origine e significato

171  « Dio ha destinato la terra con tutto quello che in essa è contenuto all'uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità ».360

Tale principio si basa sul fatto che « la prima origine di tutto ciò che è bene è l'atto stesso di Dio che ha creato la terra e l'uomo, ed all'uomo ha dato la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cfr. Gen 1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui la radice dell'universale destinazione dei beni della terra. Questa, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana ».361

 La persona, infatti, non può fare a meno dei beni materiali che rispondono ai suoi bisogni primari e costituiscono le condizioni basilari per la sua esistenza; questi beni le sono assolutamente indispensabili per alimentarsi e crescere, per comunicare, per associarsi e per poter conseguire le più alte finalità cui è chiamata.362

172 Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del diritto universale all'uso dei beni. Ogni uomo deve avere la possibilità di usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo: il principio dell'uso comune dei beni è il « primo principio di tutto l'ordinamento etico-sociale » 363 e « principio tipico della dottrina sociale cristiana ».364

Per questa ragione la Chiesa ha ritenuto doveroso precisarne la natura e le caratteristiche.
Si tratta innanzi tutto di un diritto naturale, inscritto nella natura dell'uomo, e non di un diritto solo positivo, legato alla contingenza storica; inoltre, tale diritto è « originario ».365

Esso inerisce alla singola persona, ad ogni persona, ed è prioritario rispetto a qualunque intervento umano sui beni, a qualunque ordinamento giuridico degli stessi, a qualunque sistema e metodo economico-sociale: « Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà e del libero commercio, sono subordinati ad essa [destinazione universale dei beni]: non devono quindi intralciarne, bensì al contrario facilitarne la realizzazione, ed è un dovere sociale grave e urgente restituirli alla loro finalità originaria ».366

173 L'attuazione concreta del principio della destinazione universale dei beni, secondo i differenti contesti culturali e sociali, implica una precisa definizione dei modi, dei limiti, degli oggetti. Destinazione ed uso universale non significano che tutto sia a disposizione di ognuno o di tutti, e neppure che la stessa cosa serva o appartenga ad ognuno o a tutti. 

Se è vero che tutti nascono con il diritto all'uso dei beni, è altrettanto vero che, per assicurarne un esercizio equo e ordinato, sono necessari interventi regolamentati, frutto di accordi nazionali e internazionali, ed un ordinamento giuridico che determini e specifichi tale esercizio.

174 Il principio della destinazione universale dei beni invita a coltivare una visione dell'economia ispirata a valori morali che permettano di non perdere mai di vista né l'origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale, in cui la formazione della ricchezza possa assumere una funzione positiva.

La ricchezza, in effetti, presenta questa valenza nella molteplicità delle forme che possono esprimerla come il risultato di un processo produttivo di elaborazione tecnico-economica delle risorse disponibili, naturali e derivate, guidato dall'inventiva, dalla capacità progettuale, dal lavoro degli uomini, e impiegato come mezzo utile per promuovere il benessere degli uomini e dei popoli e per contrastare la loro esclusione e il loro sfruttamento.

175 La destinazione universale dei beni comporta uno sforzo comune teso ad ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizioni necessarie allo sviluppo integrale, così che tutti possano contribuire alla promozione di un mondo più umano, « in cui ciascuno possa dare e ricevere, ed in cui il progresso degli uni non sarà un ostacolo allo sviluppo degli altri, né un pretesto per il loro assoggettamento ».367

Questo principio corrisponde all'appello incessantemente rivolto dal Vangelo alle persone e alle società di ogni tempo, sempre esposte alle tentazioni della brama del possesso, a cui lo stesso Signore Gesù ha voluto sottoporsi (cfr. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13) per insegnarci la via per superarle con la Sua grazia.



360Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090.
361Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 31: AAS 83 (1991) 831.
362Cfr. Pio XII, Radiomessaggio per il 50º anniversario dell'enciclica « Rerum novarum »: AAS 33 (1941) 199-200.
363Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 19: AAS 73 (1981) 525.
364Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42: AAS 80 (1988) 573.
365Pio XII, Radiomessaggio per il 50º anniversario dell'enciclica « Rerum novarum »: AAS 33 (1941) 199.
366Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 22: AAS 59 (1967) 268.
367Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Libertatis conscientia, 90: AAS 79 (1987) 594.

lunedì 15 ottobre 2012

Quando bisogna tagliare, si colpisce Lazzaro!

Economia sociale decisiva 

(ma chi ha potere guarda altrove)

Un mondo vitale eppure sottovalutato e maltrattato. È tempo di cambiare

di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 07/10/2012

logo_avvenireMentre si continua ad annunciare e ad attendere la ripresa dall’economia “che conta”, in Italia la piccola economia sociale e civile cresce veramente.

Il variegato (e ricco) mondo cooperativo, dell’impresa sociale, del privato-sociale, negli ultimi anni ha registrato significativi successi sia in termini di occupazione, sia di Pil.

Secondo l’ultimo rapporto (in uscita) del Comitato economico e sociale europeo, il numero di lavoratori nell’economia sociale italiana dal 2002 al 2010 è aumentato di circa il 60%, e oggi occupa oltre 2.220.000 persone, contribuendo a circa il 10% del nostro Pil, valori tra i più alti in Europa. E non è poco, se pensiamo che la Fiat occupa, direttamente e con gli indotti, meno del 5% del totale dell’occupazione generata dall’economia sociale italiana.

L’economia sociale e civile è un muro maestro dell’intera economia europea, la cui anima è ancora la cooperazione (un’anima che presto potrebbe perdere se non inverte la deriva di omologazione alle imprese capitalistiche, e ai loro livelli di remunerazione dei top manager).

La cooperazione ha offerto in questi due ultimi secoli un contributo fondamentale al modello europeo di economia di mercato, che è diverso da quello statunitense o cinese anche per il peso che hanno in esso la dimensione sociale e la mutualità, espressione del principio di fraternità e delle sue radici cristiane e cattoliche.  

L’economia sociale, poi, oltre ai posti di lavoro crea inclusione e riduce la diseguaglianza, la malattia più grave delle nostre economie capitalistiche.  



La buona crescita dell’economia sociale oggi si sta, tuttavia, fermando.
E questo per due principali ragioni: i tagli al welfare e l’accesso al credito.

I tagli e l’inasprimento della tassazione stanno colpendo duramente l’economia sociale.
Molte di queste imprese, occupandosi direttamente di beni meritori come la cura e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, vivono grazie a un’alleanza complessa con famiglie, società civile, imprese e pubblica amministrazione.  

Il “patto di stabilità” colpisce in Italia poco o affatto i ricchi mentre rischia di essere devastante per l’economia sociale e civile, che non ha dalla sua parte i poteri forti che trattano e negoziano nei luoghi che contano.  

E così quando bisogna decidere dove tagliare si colpisce Lazzaro, e si lascia prosperare il “ricco epulone” con le sue rendite – continuo ad essere allibito, e in certi momenti sdegnato, per la perdurante incapacità di chi regge il timone in Italia e in Europa di capire che il vero “nemico” delle nostre economie e delle nostre società sono le rendite, non i veri imprenditori che continuano a essere trattati come potenziali evasori, mentre i rentiers ringraziano, sorridendo.



C’è poi il problema del credito alle imprese, come ha ricordato con forza anche il presidente Monti. Tra queste imprese che non hanno adeguato accesso al credito, e quindi soffrono e muoiono (falliscono le imprese ma, non dimentichiamolo mai, continuano a morire anche imprenditori e lavoratori), ci sono le piccole e medie imprese e ci sono anche le imprese sociali.

Queste, se misurate con i parametri di Basilea e della finanza speculativa, risultano spesso inaffidabili – anche perché questi parametri non sono stati pensati per le piccole e medie imprese, e tantomeno per le imprese sociali. Peccato che in realtà, al di là degli algoritmi, i dati veri ci dicono che queste imprese sono molto più affidabili di tante multinazionali con ottime certificazioni di bilancio, perché la vera fiducia (quella che poi viene ripagata e crea sviluppo) nasce dai territori, e la può concedere solo chi vive in essi, a contatto con la gente, e non in lontani centri decisionali di fronte agli schermi dei pc.

Le Banche di credito cooperativo, e altre banche più attente alla dimensione etica e al mondo non profit, già fanno molto, ma non basta. Occorre fare di più e meglio.  

Oggi il sistema bancario è troppo malato e intossicato da anni di gestione sbagliata per poter compiere le scelte giuste nel concedere credito. Troppi dirigenti bancari hanno perso il contatto con le imprese vere, con i volti della fatica e del lavoro, e quindi non sanno più distinguere le garanzie vere da quelle finte e di carta, e sbagliano continuando a non concedere credito a chi lo merita e ne ha vitale bisogno, e magari a erogarlo a chi non lo merita e produce danni. E così non crescono né le buone imprese né la buona banca. Che fare?



Occorre riportare il sistema bancario alla sua funzione di interesse pubblico.
Questa crisi dovrebbe produrre una riforma radicale del sistema bancario (che di fatto ancora resta quello pre–crisi). Una riforma che, oltre a fissare una chiara distinzione tra banche d’affari e banche ordinarie, dovrebbe prevedere una maggiore prossimità territoriale del processo decisionale, e, tra l’altro, far sì che nei Cda delle banche siedano rappresentanti veri della società civile, riportando così i territori nelle banche e le banche nei territori.

A chi rispondono oggi i Cda delle banche? Ai soci? Ai fondi di investimento?
Peccato che siano state quasi tutte “salvate” o, comunque, puntellate con soldi pubblici, cioè dei cittadini, e a questi debbono tornare prima di tutto a rispondere.

Riportando i territori e la gente nelle banche, e le banche nei territori, si renderebbe efficace e concreto quel “principio di sussidiarietà” che sta alla base dei trattati politici europei e che, però, le istituzioni e i trattati finanziari stanno tradendo. La politica economico–finanziaria europea è infatti basata su una “sussidiarietà a ritroso”: le scelte si fanno a Francoforte e a Bruxelles e poi si applicano come dogmi nelle realtà nazionali e locali, operando così un ribaltamento e un tradimento grave della sussidiarietà, cui stiamo assistendo in modo troppo passivo.

Per cambiare tutto ciò, e far continuare a crescere l’economia sociale, e con essa le tante buone imprese e banche territoriali che continuano a sostenere l’Italia, ci sarebbe bisogno di una forza delle idee e delle istituzioni che non si intravvedono né in Italia né in Europa. Ma possiamo e dobbiamo continuare a desiderarla, volerla, chiederla. Per ottenerla.

giovedì 11 ottobre 2012

Fondazione Banco Alimentare



Dal 1989, data di nascita della Fondazione Banco Alimentare, alcune singole, uniche storie di tante persone hanno scritto, giorno dopo giorno, una storia più grande, condividendo l’ideale, la fatica e le soddisfazioni di quest’opera.

Dopo oltre vent’anni di vita, ancor più del primo giorno, tutta l’attività della Rete Banco Alimentare è resa possibile dai volontari (oggi 1398) che, coordinati dal personale dipendente, svolgono quotidianamente il proprio compito rendendo concreta e visibile la mission loro affidata.

“La Fondazione Banco Alimentare Onlus si propone l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale nei settori dell’assistenza sociale e della beneficenza, nel solco della tradizione cristiana, della dottrina sociale della Chiesa e del suo Magistero, secondo il principio di sussidiarietà e secondo la concezione educativa del “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”.

Per raggiungere i suoi obiettivi, provvede in particolare: 
- alla raccolta delle eccedenze di produzione agricole, dell’industria alimentare, della Grande Distribuzione e della Ristorazione organizzata; 
- alla raccolta di generi alimentari presso i centri della Grande Distribuzione nel corso della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare; 
- alla ridistribuzione ad enti che si occupano di assistenza e di aiuto ai poveri, agli emarginati e, in generale, a tutte le persone in stato di bisogno”.



Tali attività permette di produrre un circolo virtuoso di vari benefici in diversi ambiti:

•    Beneficio sociale - Prodotti ancora utilizzabili per l’alimentazione vengono salvati e non diventano rifiuti, ritrovando la loro originale destinazione e finalità presso gli enti caritativi che ricevono gratuitamente questi alimenti per i loro bisognosi e possono destinare le risorse così risparmiate all’implementazione delle loro attività, migliorando la qualità dei propri servizi.

•    Beneficio economico - Donando le eccedenze, le aziende restituiscono loro un valore economico e, se da un lato contengono i propri costi di stoccaggio e di smaltimento, dall’altro offrono un contributo in alimenti che ormai supera le centinaia di milioni di euro di valore commerciale.

•    Beneficio ambientale - Il recupero degli alimenti ancora perfettamente commestibili impedisce che questi divengano rifiuti, permettendo così da un lato un risparmio in risorse energetiche, quindi un abbattimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, e dall’altro il riciclo delle confezioni.

•    Beneficio educativo - Fin dalla sua origine, la Fondazione Banco Alimentare Onlus ha superato ogni aspetto assistenzialista. Infatti il metodo adottato è sempre stato quello del dono di sé commosso verso la persona concreta, unica, irripetibile, povera o ricca che sia. L’opera educativa pone dunque al centro del suo agire la carità. Infatti, non è possibile aiutare lo sviluppo di nessun uomo, se non lo si guarda a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze fondamentali che lo costituiscono. Solo così è possibile condividere il suo vero bisogno, senza ridurlo a un progetto ideologico.




L'attività della rete Banco Alimentare è supportata quotidianamente da molte persone che dedicano il loro tempo o che contribuiscono economicamente. Puoi aiutarci anche tu! 
Ecco come puoi aiutarci:
- Donazione economica
- Bomboniere solidali
- Carteregalo.it
- Carta E
- MilleGenius Club
- Fai viaggiare la solidarietà
- 5x1000
- Charity Card
- Dona tempo

martedì 9 ottobre 2012

Un'economia diversa è possibile 3


Credito e cooperative: l’Ecuador decolla


Occhi neri, piedi scalzi, voci di bambini. E grappoli di capan­ne dal tetto di paglia e pavi­mento di fango. In cui si entrava piegati e si doveva restarci per evitare di farsi ferire gli occhi dal fumo del fuoco, pe­rennemente acceso. Lì si faceva eva­porare l’acqua per catturarne il sale. Proprietà – come terra e uomini – dei padroni della valle: i Cordobez. Così e­ra Salinas di Guaranda appena qua­rant’anni fa: la comunità più povera della regione – il Bolívar – più misera dell’Ecuador.

La grande foto in bianco e nero, appe­sa all’entrata della foresteria El Refu­gio, lo mostra con visiva concisione. E le parole di Bepi Tonello aggiungono i dettagli mancanti. «Tutto questo non c’era quando sono arrivato, nel luglio del 1971», racconta l’italiano – origina­rio di Caerano San Marco, vicino a Tre­viso – mentre indica il centro del vil­laggio: la casa comunale, l’ufficio per il turismo sostenibile, il campo da cal­cetto, le abitazioni in muratura che hanno sostituito le baracche. «E so­prattutto non c’era quella costruzione laggiù…». L’“edificio numero uno” è un fabbricato verde a due piani su cui spic­ca la scritta “Coacsal”, acronimo di Coo­perativa di risparmio e credito. Non è un caso che sia il primo civico. Intorno allo stabile è nata la “nuova Salinas”. Che non è solo una comunità di tre­mila indios di etnia quechua sospesa a 3.650 metri tra le gole semiaride delle Ande. Salinas è la dimostrazione che è possibile conciliare sviluppo e solida­rietà, crescita e giustizia sociale, effi­cienza e rispetto dell’essere umano. In una parola, è la fabbrica di un sogno che pian piano si avvera. 



«Quello del vescovo di Guaranda, mon­signor Candido Rada. Fu lui a intuire che dare credito agevolato ai poveri po­teva essere l’arma per emanciparli dal­lo sfruttamento», dice don Bepi, come lo chiama la gente di Salinas che, di continuo, lo ferma per salutarlo. Tor­nato entusiasta dal Concilio Vaticano II, nel 1970 monsignor Rada creò – grazie all’equivalente di duemila dollari, do­no dei confratelli salesiani per i 25 an­ni di ordinazione – il Fondo ecuado­riano Populorum Progressio (Fepp). E chiamò ad aiutarlo due giovani sale­siani italiani, il laico Tonello e il sacer­dote Antonio Polo. «Furono loro a spie­garci che unendo i pochi risparmi di tutti avremmo potuto creare qualcosa di nostro – spiega Carmita Vasconez, 58 anni. – Mio fratello Germán, allora ventenne, convocò parenti e amici e disse: “Diamo l’esempio”. Io sono sta­ta la socia numero 12 della cassa di cre­dito, fondata il 15 novembre 1972». 

Ora gli associati sono quattromila. «L’anno scorso abbiamo erogato 3,8 milioni di dol­lari di crediti a contadini e cooperative in maggioranza perché met­tessero su una piccola impre­sa. E da gen­naio sono già 3,5 milioni – sottolinea il responsabile di Coacsal, Hugo Taolombo – il tutto a tassi inferiori rispetto a quelli ordinari e soprattutto senza garanzie». A parte quella della parola data. «L’unico ave­re che i poveri non possono permet­tersi di perdere», secondo il motto di Tonello. Che finora ha avuto ragione: il tasso di morosità è appena tra il 2 e il 3 per cento. La “rivoluzione della spe­ranza”, da Salinas, sta contagiando il resto del Paese-cintura tra Nord e Sud del mondo. Con l’aiuto del Fepp – e, dopo il 1998, della sua derivazione Co­desarollo – le banche di villaggio han­no popolato quest’angolo di Equatore, dalla costa pacifica all’Amazzonia. So­no ben 360 i “terminali” del sistema Co­desarollo. Fondamentale per l’espan­sione di que­ste, il contribu­to italiano: dal 2002, oltre 200 Banche del credito coope­rativo (Bcc) hanno presta­to loro – a tassi più che agevo­lati – 40 milioni di dollari. Tutti pun­tualmente restituiti. Segno che il mo­dello funziona. «Proprio come hanno funzionato, nel Veneto del dopoguer­ra, le casse comuni o “peota”, antesi­gnane delle cooperative di credito», ag­giunge Vittorio Sarfatti, 73 anni, socio della Bcc trevigiano. 



In Ecuador, l’iniezione di liquidità ha fi­nanziato una miriade di cooperative di produzione che fanno di tutto, dal for­maggio al cioccolato. Oasi di lavoro re­golare per oltre 150mila famiglie. Un record in una nazione dove – nono­stante il calo degli ultimi anni – disoc­cupazione e sotto-occupazione in­chiodano nella miseria i tre quarti del­la popolazione. A Salinas, invece, c’è il pieno impiego e un brulicare di atti­vità. Sono lontani i tempi in cui la vita degli abitanti dipendeva dalle saline di montagna. E dai capricci dei suoi “si­gnori”. Circondata da maglioni, sciar­pe e gomitoli di pura alpaca, Livia Sa­lazar ricorda bene quando – nel pieno degli anni Settanta – i Cordobez fru­stavano sulla pubblica piazza chi non pagava il tributo: la metà del sale otte­nuto. E sceglievano come schiave ses­suali le adolescenti più carine. 

Tra loro, sua zia Adela. Quando, a 15 anni, restò incinta dopo le violenze, la ragazzina fu scacciata dalla casa pa­dronale, in cui l’avevano costretta a la­vorare come cameriera. «Dovette chie­dere in ginocchio a chi l’aveva sevizia­ta di poter tornare alle saline», raccon­ta. Se lei ha avuto un destino diverso è stato grazie a Textiles, il lanificio crea­to da sua madre Rosa e una decina di donne nel 1976, col sostegno della cas­sa rurale. «Ora siamo in 292, molte la­vorano a domicilio, nelle sperdute co­munità a oltre quattromila metri, così possono badare ai figli. Da quando hanno un impiego la loro autostima è cresciuta. E anche il rispetto dei mari­ti », dice con una punta di orgoglio. 

È un altro degli effetti collaterali del cir­colo virtuoso innescato a Salinas. «Al­la base del credito c’è il risparmio. Che significa educazione al futuro», dice To­nello. Ciò che mancava quando, per la prima volta, percorse la strada che da Guaranda porta a Salinas. Quella co­struita nel secondo dopoguerra – di­cono storici locali – da gerarchi nazisti rifugiati sotto falso nome in Ecuador. E­rano abilissimi nello sfruttare la ma­nodopera indigena, reclutata a forza e legata col fil di ferro. «È la metafora del passato di Salinas. La povertà ti inca­tena al presente. Monsignor Rada ci di­ceva: 'La chiave per liberarli è tra­smettere la speranza. Il futuro esiste. E tutti siamo chiamati a costruirlo'. Qui a Salinas e nel resto dell’Ecuador stia­mo imparando la lezione. Magari a voi dell’altra metà del mondo, a Nord del­l’Equatore, farebbe bene un ripasso».

Lucia Capuzzi
da "Avvenire" del 9/10/12

lunedì 24 settembre 2012

Tardo capitalismo o tardo feudalesimo?

La sfida più urgente è la diseguaglianza



La crescita è una sfida, la diseguaglianza ancor di più.
L’aumento della diseguaglianza nelle economie capitalistiche sta diventando 
il primo vero ostacolo allo sviluppo economico e sociale, 
perché a causa della grande diseguaglianza di opportunità, diritti e libertà, 
la ricchezza dopata che abbiamo creato non è feconda 
e generativa di lavoro e di autentico sviluppo.




Del resto, come avrebbe potuto esserlo? Solo il lavoro genera lavoro.
Se si ripercorre il cammino che abbiamo compiuto dalla rivoluzione industriale a oggi,
ci si rende conto di quanto sia preoccupante nelle economie di mercato l’indice delle diseguaglianze.
Dopo una sostanziale diminuzione nelle economie occidentali del Novecento,
dovuta al passaggio da economie e strutture sociali feudali
a una economia di mercato molto più dinamica, negli ultimi decenni 
il capitalismo trionfante sta facendo di nuovo aumentare le diseguaglianze, 
riportandole a livelli molto vicini a quelli iniziali.

Negli Stati Uniti i primi 500 top manager guadagnano in media 10 milioni di dollari l’anno, e i 20 più ricchi manager di hedge funds (i fondi d’investimento più speculativi) guadagnano in totale più della somma dei redditi di quei 500 manager. E c’è di più: oggi la diseguaglianza presente all’interno degli Usa è molto simile a quella di Paesi che stanno solo ora uscendo da strutture sociali feudali.
Insomma, il nostro tardo capitalismo sta assomigliando troppo al tardo feudalesimo, 
come se due secoli di sviluppo economico e di diritti non fossero serviti a nulla,
o a troppo poco, in termini di diseguaglianza.
Troppo mercato sta producendo gli stessi frutti incivili dell’assenza di mercato. 

E questo è un messaggio urgente e grave, anche perché contraddice l’utopia riformista profondamente associata alla nascita dell’economia politica moderna, quando lo sviluppo dei mercati era visto dagli illuministi come il principale strumento per superare il mondo feudale, e avviarsi verso quella società democratica di persone libere e uguali da loro non intravista, ma agognata.

E, infatti, finché lo sviluppo dei mercati è stato anche sviluppo del lavoro e dei diritti,
l’economia è stata complessivamente fedele alla sua vocazione originaria;
ma un capitalismo di ultima generazione, fondato sulle rendite finanziarie e sul debito, 
sta riportando il mondo in una polarizzazione rigida tra classi che credevamo di aver superato. 
Perché? 



Innanzitutto i 4/5 dei cosiddetti poveri assoluti (i circa due miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno) non si trovano più nei cosiddetti ‘Paesi poveri’, ma in Paesi a reddito medio e alto. Ciò dice un fatto nuovo e di portata epocale: la linea di demarcazione tra ricchi e poveri è sempre meno legato alla geografia (Nord–Sud) ed è sempre più spostata all’interno di ogni Paese: la globalizzazione ha infatti profondamente cambiato la morfologia della povertà.

Per questa ragione oggi il rapporto tra Pil dei Paesi e i vari indicatori di benessere e di malessere è sempre meno significativo e utile. Se prendiamo il Pil dei Paesi a reddito pro–capite medio alto (ad esempio i Paesi Ocse) e li incrociamo con indici fondamentali per la vita della gente come quello dell’aspettativa di vita, di benessere dei bambini, di malattie mentali, di obesità, di criminalità, di risultati scolastici dei giovani, di mobilità sociale, scopriamo che non viene fuori quasi nulla di significativo, perché i dati sono molto simili tra di loro. Il discorso invece cambia drammaticamente se invece del Pil prendiamo gli indicatori di diseguaglianza (tra cui il famoso ‘Indice di Gini’), perché scopriamo grandi differenze in quegli indici fondamentali all’interno di questi stessi Paesi.

In altre parole, in termini di aspettativa di vita, di salute, di capitale umano, di capabilities (direbbe Amartya Sen), c’è molta più differenza tra un impiegato inglese e una donna inglese di origini caraibiche con lavoro precario, di bassa educazione, che vive in quartieri poveri di Londra e magari single–mother (madre sola), che tra un impiegato inglese e uno peruviano. Una differenza che, poi, diventa ancora più piccola se confrontiamo un top manager inglese con uno sudamericano. La diseguaglianza è un grave male pubblico, di cui soffre l’intera popolazione di un dato Paese, inclusa – come dicono molti dati recenti – anche la classe più ricca, perché con la diseguaglianza aumenta l’invidia sociale, la mentalità posizionale, l’insicurezza, e l’infelicità di tutti.

Quindi, venendo all’oggi dell’Italia e dell’Europa,  
chi ama veramente il bene comune e lavora per la vera ripresa economica,
deve preoccuparsi un po’ meno di Pil 
e assai più di fare in modo di ridurre la diseguaglianza.

Se continueremo a tassare il lavoro, la benzina, le prime case, 
ad alzare le imposte indirette e a non tassare i grandi patrimoni,
le rendite finanziarie e le rendite di ogni natura 
(comprese quelle di posizione delle tante categorie feudali protette), 
continueremo a guardare gli indicatori sbagliati,
a confondere gli effetti con le cause, a misurare cose che ci distraggano
dalle grandi sfide del momento cruciale che stiamo vivendo.

La speranza risiede soprattutto nei giovani, che hanno una minore tolleranza per la diseguaglianza: dalla loro sdegnata non rassegnazione può iniziare una nuova stagione economica e sociale, dove l’égualité, non solo formale ma sostanziale, torni ad essere uno dei grandi valori della nostra civiltà.


di Luigino Bruni
(da Avvenire del 16 settembre 2012)














"Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, 
non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi". 
John Fitzgerald Kennedy




"Se vuoi salire fino al cielo 
devi scendere fino a chi soffre 
e dare la mano al povero". 
Anonimo




A Pantelleria, 
le Piccole sorelle dei poveri e i volontari 
assistono gli anziani.
Sull’isola di Pantelleria, in provincia di Trapani, don Francesco Fiorino, direttore della fondazione San Vito, in diocesi di Mazara del Vallo, con le suore Poverelle e alcuni volontari, portano avanti un progetto “porta a porta” per spesa, pulizie e compagnia agli anziani dell’isola, per lo più con figli emigrati o lontani. Finora il servizio raggiunge 80 di loro.
Una piccola grande storia invisibile di amore quotidiano.



Piccole Sorelle dei poveri
Assistenza Anziani

Via Dante Alighieri, 77
91107 Pantelleria (TP)
Tel. 0923 1892650