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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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sabato 24 novembre 2012

Un sabato di festa e di solidarietà


LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

Bellissimo articolo di Antonio Socci, che racconta genesi e storia del Banco alimentare in America e in Italia.
Una grande storia con molti protagonisti e una grande mano invisibile con infinita fantasia...



Un sabato di festa e di solidarietà.
Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. 
In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.
Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco - anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. 
Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. 
Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.
Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. 
In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary - fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.
“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.
 
Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.
“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.
Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.
“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”. 

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.
Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci. Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.
Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.
Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.
“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.
E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.
E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? 
Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.
Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. 
Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. 
E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.
Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 novembre 2012

lunedì 19 novembre 2012

Elisabetta d'Ungheria e le missioni don Bosco


La scorsa settimana si ricordava santa Elisabetta d'Ungheria, terziaria francescana.
La sua storia è un esempio mirabile e impressionante di virtù
e di amore a Cristo nei poveri.
 

Elisabetta conobbe ed amò Cristo nei poveri




Elisabetta incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita. 
Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi.

Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. 


Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri.

Aveva preso l'abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito.


Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l'elemosina di porta in porta.


Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull'altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel Vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. 


Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. 
Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti.

Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.


Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa si dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. 

Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. 

Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. 
Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente.

Dalla «Lettera» al pontefice scritta nel 1232 da Corrado di Marburgo, 
direttore spirituale di santa Elisabetta.


"Voi volete umiliare le speranze del povero,
ma il Signore è il suo rifugio". Salmo 14,6





Missioni Don Bosco Nel Mondo


Da quello che sembrava un sogno oggi sono nate  
più di 3.500 case salesiane in 128 paesi del mondo.


Ovunque il bisogno chiama, là dove povertà, fame, guerre e malattie compromettono la vita di intere popolazioni, le case delle missioni salesiane rappresentano rifugi d'amore e speranza.

 http://nelmondo.missionidonbosco.org
 http://www.missionidonbosco.org
 

L'Associazione NOI PER LORO ONLUS è un'Organizzazione Non Governativa salesiana che ha come scopo istituzionale lo sviluppo dei rapporti con le aziende, al fine di favorire il sostegno di progetti e attività avviati nei luoghi di missione.

Cura la realizzazione di progetti di formazione professionale, avviamento al lavoro, educazione, alfabetizzazione, evangelizzazione, assistenza medico-sanitaria e interviene tempestivamente nelle emergenze.

Insieme per la costruzione di un mondo migliore: ecco cosa significa NOI PER LORO
Il suo nome è il suo programma: aiutare le popolazioni in via di sviluppo a diventare autonome nella propria terra.
A questo fine i missionari di Don Bosco studiano e rendono funzionanti, in collaborazione con le popolazioni indigene, articolati progetti rivolti alla soluzione dei problemi strutturali e culturali delle popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo.


.:. abbiamo costruito più di 5.000 opere:
  • 820 Oratori e Centri di Accoglienza giovanili
  • 534 Scuole primarie
  • 253 Scuole professionali
  • 47 Scuole agricole
  • 915 Parrocchie
  • 195 Opere Assistenziali (Asili, Dispensari per i lebbrosi, Ospedali da campo…)
  • 52 Opere speciali per assistenza ai giovani in difficoltà
 AREE DI INTERVENTO
>> Educazione e formazione scolastica
  • Corsi di alfabetizzazione
  • Corsi di studi primari e secondari
  • Costruzione di scuole
  • Fornitura di materiale didattico
>> Formazione professionale e avviamento al lavoro

PROGETTI DI EDUCAZIONE E DI FORMAZIONE PROFESSIONALE
  • Realizzazione di laboratori professionali
  • Organizzazione di corsi di formazione
  • Partnership e stage presso aziende locali e aziende straniere
  • Avviamento di progetti ad hoc sviluppati con aziende italiane e straniere
PROGETTI DI AVVIAMENTO AL LAVORO
  • Avviamento nuove imprese
  • Riconversione attività preesistenti
  • Sostegno e collaborazione con imprese locali
>> Agricoltura

PROGETTI AGRICOLI
  • Interventi nei paesi colpiti dalla guerra
  • Fornitura di sementi
  • Preparazione e lavorazione dei terreni coltivabili
  • Ricerca scientifica
>> Sanità

PROGETTI SANITARI
  • Realizzazione di ambulatori e strutture sanitarie
  • Corsi di formazione all'igiene, alla profilassi e prevenzione delle malattie
  • Interventi urgenti in caso di epidemie
  • Interventi di sostegno psicologico a favore di giovani e bambini in territorio di guerra
>> Emergenza

PROGETTI DI EMERGENZA
  • Interventi nei paesi colpiti dalla guerra
  • Catastrofi naturali
  • Carestie
http://www.noiperloro.org/DonaOra/tabid/355/language/it-IT/Default.aspx 


Accade di notte, ad Addis Abeba

Sono più di 40 mila, i bambini di strada della capitale etiopica. C'è chi dice 60 mila. Ma ci sono anche alcuni Salesiani, insieme al Vis, che cerca di riportarli a una vita normale.

 Don Angelo Regazzi e don Dino Viviani sono in Etiopia da molti anni. La loro missione è a favore degli ultimi fra gli ultimi: i 40 mila ragazzi di strada di Addis Abeba (ma c'è chi sostiene che possano arrivare a 60 mila). Per loro è stato creato il progetto “don Bosco children” e il centro che porta lo stesso nome. Nella capitale etiopica questi minori sono considerati la feccia, poco più che animali da mandare via col bastone. I due salesiani, col supporto del Vis-Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, li vanno a cercare di notte, negli anfratti dove si nascondono e dormono. Per proporre loro una vita diversa. Don Angelo, in questo video, spiega come fanno a farli tornare semplicemente ragazzi. Nella foto di copertina (di Margherita Mirabella/Shoot4Change/Vis) la palestra del "Don Bosco Children" dove gli ex ragazzi di strada si esercitano nelle arti acrobatiche e di giocoleria.

http://www.famigliacristiana.it/volontariato/organizzazioni/video/etiopia-agli-estremi-confini.aspx

giovedì 11 ottobre 2012

Fondazione Banco Alimentare



Dal 1989, data di nascita della Fondazione Banco Alimentare, alcune singole, uniche storie di tante persone hanno scritto, giorno dopo giorno, una storia più grande, condividendo l’ideale, la fatica e le soddisfazioni di quest’opera.

Dopo oltre vent’anni di vita, ancor più del primo giorno, tutta l’attività della Rete Banco Alimentare è resa possibile dai volontari (oggi 1398) che, coordinati dal personale dipendente, svolgono quotidianamente il proprio compito rendendo concreta e visibile la mission loro affidata.

“La Fondazione Banco Alimentare Onlus si propone l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale nei settori dell’assistenza sociale e della beneficenza, nel solco della tradizione cristiana, della dottrina sociale della Chiesa e del suo Magistero, secondo il principio di sussidiarietà e secondo la concezione educativa del “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”.

Per raggiungere i suoi obiettivi, provvede in particolare: 
- alla raccolta delle eccedenze di produzione agricole, dell’industria alimentare, della Grande Distribuzione e della Ristorazione organizzata; 
- alla raccolta di generi alimentari presso i centri della Grande Distribuzione nel corso della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare; 
- alla ridistribuzione ad enti che si occupano di assistenza e di aiuto ai poveri, agli emarginati e, in generale, a tutte le persone in stato di bisogno”.



Tali attività permette di produrre un circolo virtuoso di vari benefici in diversi ambiti:

•    Beneficio sociale - Prodotti ancora utilizzabili per l’alimentazione vengono salvati e non diventano rifiuti, ritrovando la loro originale destinazione e finalità presso gli enti caritativi che ricevono gratuitamente questi alimenti per i loro bisognosi e possono destinare le risorse così risparmiate all’implementazione delle loro attività, migliorando la qualità dei propri servizi.

•    Beneficio economico - Donando le eccedenze, le aziende restituiscono loro un valore economico e, se da un lato contengono i propri costi di stoccaggio e di smaltimento, dall’altro offrono un contributo in alimenti che ormai supera le centinaia di milioni di euro di valore commerciale.

•    Beneficio ambientale - Il recupero degli alimenti ancora perfettamente commestibili impedisce che questi divengano rifiuti, permettendo così da un lato un risparmio in risorse energetiche, quindi un abbattimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, e dall’altro il riciclo delle confezioni.

•    Beneficio educativo - Fin dalla sua origine, la Fondazione Banco Alimentare Onlus ha superato ogni aspetto assistenzialista. Infatti il metodo adottato è sempre stato quello del dono di sé commosso verso la persona concreta, unica, irripetibile, povera o ricca che sia. L’opera educativa pone dunque al centro del suo agire la carità. Infatti, non è possibile aiutare lo sviluppo di nessun uomo, se non lo si guarda a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze fondamentali che lo costituiscono. Solo così è possibile condividere il suo vero bisogno, senza ridurlo a un progetto ideologico.




L'attività della rete Banco Alimentare è supportata quotidianamente da molte persone che dedicano il loro tempo o che contribuiscono economicamente. Puoi aiutarci anche tu! 
Ecco come puoi aiutarci:
- Donazione economica
- Bomboniere solidali
- Carteregalo.it
- Carta E
- MilleGenius Club
- Fai viaggiare la solidarietà
- 5x1000
- Charity Card
- Dona tempo

mercoledì 12 settembre 2012

Il dovere di amare i poveri

IL DOVERE DI AMARE I POVERI


Non disprezzare i poveri come se non avessero alcun valore.
Considera chi sono e conoscerai la loro dignità:
essi hanno rivestita la persona del nostro Salvatore. 




Egli l'ha loro benignamente elargita perché,
a somiglianza di quegli uomini che protendono
verso i loro assalitori l'effige del sovrano 
come baluardo per frenarne e spezzarne l'impeto,
così i poveri pieghino e addolciscano 
coloro che ignorano la compassione 
e addirittura li perseguitano. 

Sono i portinai del regno dei cieli,
che aprono le porte ai benevoli e ai buoni
e le chiudono ai malvagi e ai crudeli.

Sono anche violenti accusatori ed eccellenti avvocati.
Accusano infatti e difendono;
non con i discorsi, ma con il loro stesso aspetto,
quando sono esaminati dall'occhio del Giudice.
Gridano quello che viene perpetrato contro di loro
e lo proclamano con maggior chiarezza ed efficacia
di qualsiasi banditore, al cospetto di Colui
che scruta i cuori e conosce i pensieri degli uomini
e i moti segreti dell'anima.

Per loro ci viene descritto in tutti i suoi particolari
quel tremendo giudizio, di cui spesso avete sentito parlare.
Vedo infatti il Figlio dell'uomo venire dal cielo,
avanzando sull'aria come se camminasse sulla terra,
circondato da miriadi di angeli.
Poi il trono della gloria eretto in un luogo eccelso
e il Re seduto su di esso.
Vedo inoltre tutte le famiglie degli uomini,
i popoli, le nazioni che sono vissute quaggiù,
hanno respirato quest'aria e hanno contemplato 
la luce di questo sole, 
stare davanti al tribunale, divise in due parti.




Sento che quelli che si trovano a destra
sono chiamati agnelli,
e capri quelli che stanno a sinistra,
poiché ricevono la loro classificazione 
in base alla rispettiva condotta di vita.
Odo il Giudice che li interroga 
e raccoglie le loro giustificazioni.
Ascolto ciò che essi rispondono al Re.

Infine scorgo qualcuno decorato per i suoi meriti.
A quelli che sono stati buoni e benevoli
e hanno condotto un'ottima vita viene concesso 
un sommo ed eterno riposo nel regno celeste;
ai crudeli e ai malvagi invece viene inferto 
il castigo del fuoco per l'eternità.

Tutte queste cose sono spiegate nel vangelo
con ogni cura, come sapete.
Non posso credere che quel giudizio 
sia stato rappresentato dinanzi ai nostri occhi,
con termini così precisi da sembrare dipinto,
per altro motivo se non per indurci a imparare a fondo
l'esercizio della beneficenza 
e ad abbracciare la benevolenza.
Essa è la madre dei poveri, 
la maestra dei ricchi,
la buona nutrice degli orfani, 
la protrettrice dei vecchi,
la provvista dei bisognosi,
il porto di tutti i miseri:
si prende cura di tutte le età 
e porta aiuto in tutte le sciagure e calamità.

SAN GREGORIO DI NISSA


Cari amici, cerchiamo di contemplare ora 
un'altra opera meravigliosa di Dio
e degli uomini insieme con Lui:

La comunità di S. Egidio


"Spesso la nostra società, 
dominata dalla dittatura materialistica, 
teme chi è diverso:  
è una società scossa, senza un fondamento profondo. 
Noi, umilmente ma fermamente,
vorremmo indicare a questa società spaventata e inospitale
che c'è da ritrovare la roccia del fondamento. 
Solo così non avremo paura dell'altro, 
di chi soffre o di chi ha fatto terribili viaggi per trovare pace. 
C'è tanto bisogno di essere accolti in una casa fondata sulla roccia, 
che senza paura tenga la porta aperta".

ANDREA RICCARDI

Come è nata

La Comunità di Sant'Egidio è nata a Roma nel 1968, per iniziativa di un giovane, allora meno che ventenne, Andrea Riccardi. Iniziò riunendo un gruppo di liceali, come era lui stesso, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. La prima comunità cristiana degli Atti degli Apostoli e Francesco d'Assisi sono stati i primi punti di riferimento.
Il piccolo gruppo iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e cominciò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini.
Da allora la comunità è molto cresciuta, e oggi è diffusa in più di 70 paesi di 4 continenti. Anche il numero dei membri della comunità è in crescita costante. Oggi sono circa 50.000, ma è assai difficile calcolare il numero di quanti in modo diverso sono raggiunti dalle diverse attività di servizio della comunità, come pure di quanti collaborano in maniera stabile e significativa proprio al servizio ai più poveri e alle altre attività svolte da Sant'Egidio senza farne parte in senso stretto.
La preghiera

La prima “opera” della Comunità di Sant'Egidio è la preghiera. Proprio dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione. E' l’invito a convertirsi, smettendo di vivere solo per se stessi, e a iniziare, con libertà, ad essere strumenti di un amore più grande per tutti, uomini e donne, e soprattutto i più poveri. Ascoltare e vivere la Parola di Dio come la cosa più importante della propria vita vuol dire accettare di seguire non tanto se stessi, ma piuttosto Gesù. L'immagine più autentica è quella della comunità in preghiera, quando è riunita per ascoltare la Parola di Dio. E' come la famiglia dei discepoli raccolta attorno a Gesù. Concordia e assiduità nella preghiera (At. 2,42) sono la via semplice, offerta e richiesta a tutti i membri della comunità. La preghiera è un cammino in cui si diventa familiari con le parole di Gesù e la sua preghiera, con quella delle generazioni che ci hanno preceduto, come nei Salmi, mentre si portano al Signore le necessità proprie e dei poveri, i bisogni del mondo intero.
E' per questo motivo che le comunità, a Roma e in altre parti d'Italia, d'Europa o del mondo, si riuniscono il più frequentemente possibile per pregare assieme. In molte città ogni sera c'è una preghiera comunitaria aperta a tutti. A ogni membro della comunità è chiesto anche di trovare uno spazio significativo nella propria vita per la preghiera personale e per la lettura delle Scritture, cominciando dai Vangeli.
Comunicare il Vangelo
La seconda “opera” della comunità, il suo secondo fondamento, è la comunicazione dei Vangelo. E' il Vangelo stesso, infatti, la buona notizia da condividere con gli altri, il tesoro prezioso, la lanterna che non può essere nascosta. Il Vangelo non è un patrimonio esclusivo, ma è una responsabilità in più per i membri della comunità, chiamati a comunicarlo. Nell'esperienza di Sant'Egidio essere discepoli e vivere e comunicare la Parola di Gesù sono sinonimi. Si tratta di un'esperienza di gioia e di festa, come nel Vangelo di Luca, quando i settantadue discepoli tornarono felici dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc. 10, 17). E' l'esperienza di ogni discepolo e di ognuno nella Comunità di Sant'Egidio, che ha portato, in questi anni, a vivere una “fraternità missionaria” in molte parti del mondo.

Comunità senza frontiere e senza muri

L'amicizia tra persone di culture e nazioni differenti è il modo quotidiano in cui si esprime questa fraternità internazionale che è al tempo stesso apertura al mondo e appartenenza ad un'unica famiglia, quella dei discepoli.
In un mondo che, alla fine del secondo millennio, esalta i confini e le differenze, nazionali e culturali, fino a farne motivo antico e nuovo di conflitto, le comunità di Sant'Egidio testimoniano l'esistenza di un destino comune non solo dei cristiani, ma di tutti.
Ci sono comunità più giovani e comunità più anziane, alcune sono più numerose e radicate di altre, come pure alcune sono più conosciute di altre nell'ambiente in cui vivono, ma tutte si sforzano di essere e davvero rappresentano un'unica famiglia attorno a Gesù.
Quella di Roma è la più anziana. Come prima comunità, svolge in questo senso un servizio alla comunione e alle comunità più nuove, senza altri limiti e confini che “quelli della carità”, come indicato a Sant'Egidio da papa Giovanni Paolo II per il 25° anniversario della comunità, nel 1993. Questa unità si esprime in una comunione e solidarietà concreta tra i fratelli e le sorelle, che si sono rivelate come la migliore forma di organizzazione della vita e dell’attività della comunità stessa.

Amicizia con i poveri

Terza “opera” caratteristica di Sant'Egidio, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia. I primi studenti che nel '68 presero a riunirsi attorno alla Parola di Dio, sentirono come il Vangelo non poteva essere vissuto lontano dai poveri: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri. Nacque così il primo dei servizi della comunità, quando ancora non aveva preso il nome di Sant'Egidio: la scuola popolare, che si chiamava così perché non era solo un doposcuola per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come il “Cinodromo”, lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Da allora le scuole popolari si sono moltiplicate, a Roma e in tutte le città in cui è presente la comunità, con un'attenzione particolare ai bambini più svantaggiati e in condizione più difficile.
Secondo quanto si legge nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, questa amicizia si è allargata ad altri poveri: handicappati, fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali; e a diverse situazioni: carceri, istituti per anziani, campi nomadi, campi per rifugiati. Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.
Sant'Egidio si identifica con i suoi fratelli più piccoli in tutti i poveri, senza esclusione, che per questo sono a pieno titolo i familiari della comunità. Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri. Nessuna comunità, neppure la più giovane è cosi piccola o debole da non poter aiutare altri poveri. E' l'obolo della vedova che ha un grande valore davanti al Signore (Mc. 12, 41).


Il servizio alla pace e all'umanizzazione del mondo

L'amicizia con i poveri ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà. E' così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo.
Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra.
Sono questi, forse, gli aspetti più conosciuti di Sant'Egidio, quelli di cui anche i mass media a volte parlano senza metterne sempre in luce, come capita, la continuità con l'aiuto ai più poveri presente nella comunità fin dai suoi inizi e la radice evangelica.
Alcuni membri della comunità sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala. L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio. Anche attraverso esperienze di questo tipo è cresciuta la fiducia di Sant'Egidio nella “forza debole” della preghiera e nel potere di cambiamento della non violenza e della persuasione. Sono aspetti della vita dello stesso Signore Gesù, da lui vissuti fino alla fine.
In questa direzione la Comunità si pone costantemente al servizio del dialogo ecumenico e interreligioso. Dal 1987 in poi Sant'Egidio è impegnata a livello internazionale e di base per continuare in meeting, incontri e nella preghiera, il cosiddetto “spirito di Assisi”.
E' nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali dall'anno 2000, che la comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni. E' un passaggio importante, che vede uno sforzo di particolare intensità di Sant'Egidio e di tutti i suoi membri in ogni parte dei mondo in cui sono presenti, per l'affermazione del valore della vita senza eccezioni, a tutti i livelli.
Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine anti uomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le recenti azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione di schiavi, dove questa pratica inumana è ancora utilizzata.

Comunità di Sant'Egidio
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