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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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lunedì 11 maggio 2015

La storia di Colton Burpo


Il bambino che è stato in braccio a Gesù

Un bambino che prega

"Gesù ha detto agli angeli di cantare per me 
perché avevo tanta paura"

E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.

I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.

Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.

E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.

Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.

Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.

IN CIELO
Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.

STUPORE E CLAMORE
Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).

E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del New York Times e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.

Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).




La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.

UN FENOMENO ENORME
Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.

Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.

E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.

Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni. C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.

C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).
Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.

Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi. Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.

Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c’è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.

Antonio Socci, da Libero, 13 luglio 2014

mercoledì 29 aprile 2015

Storie di luce e la Sindone


In questi anni, per circostanze note e dolorose, sono diventato il destinatario di un fiume di lettere e ora navigo in un mare di storie, piene di vita vissuta, di croci inimmaginabili, di eroismi spesso totalmente nascosti al mondo, di naufragi e di speranze indomabili dentro il buio più fitto.
Sono testimonianze che fanno ammutolire. Chi e come può stare davanti a tutto questo dolore e tutta questa speranza? Chi può custodirli veramente?
Spesso sui media si denuncia lo scandalo della sofferenza innocente. E si resta impietriti davanti alla disperazione e all’impotenza.
Ma c’è qualcosa che è ancora più sconvolgente, qualcosa che è totalmente imprevisto e fa addirittura baluginare il divino perché è davvero “una cosa dell’altro mondo”.
Sono quelle storie, quei volti, quelle persone che – inspiegabilmente – non soccombono sotto prove terrificanti, che non sprofondano sotto croci disumane, ma hanno la luce negli occhi. Brillano di un amore pietoso e carico di una misteriosa letizia. Hanno una forza inspiegabile.
BAMBINI
Sono storie apparentemente semplici, ma immense.
“Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia”, mi scriveva una mamma, “nelle due settimane di coma profondo della mia piccola, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, l’abbiamo sollecitata continuamente, pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole sentire tanto Mozart. Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime”.
Un vecchio missionario, che da quarant’anni è in Africa, che si è letteralmente consumato fra bambini ammalati di lebbra, mi scrive dei canti e della felicità di quei fanciulli, vestiti di stracci, per i doni e le preghiere che si sono scambiati con noi e del loro far festa.
Ma la cosa più straordinaria accade quando s’incontrano persone che letteralmente offrono se stessi, in olocausto, per la salvezza e la felicità degli altri esseri umani e perché venga il regno di Dio, la felicità per tutti.
OLOCAUSTO
La testimonianza più struggente per me è quella di una giovane ragazza che da anni è sul Calvario, un succedersi di malattie e atrocità senza eguali.
Ha sopportato una quantità di sofferenze che forse pochissimi esseri umani hanno vissuto, da tempo è inchiodata su un letto e i medici da settimane le hanno detto che non c’è più nessuna possibilità di sopravvivenza.
Mi scrive:
“Sono a brandelli nel corpo e nel cuore… Ma anche se straziata, dilaniata in modo inimmaginabile – non posso descrivertelo perché ti sentiresti male e non c’è fondo – sono lieta di poter dare il mio contributo per la salvezza di questa umanità che sta sprofondando… Gesù dà senso a tutto questo massacro terrificante e umanamente indicibile per la salvezza di questi tempi nerissimi… Offro anche per la tua carissima Caterina. Ricorda che l’Amore avrà l’ultima parola. La preghiera ottiene tutto da Dio, anche l’impensabile. Io sono serena, cerco solo di resistere ancora un po’ per poter offrire ancora qualcosa al mio amato Gesù, per aiutarlo a portare il peso di tutta l’umanità e a salvare tanti nostri fratelli e sorelle. Forza! Sii sempre testimone coraggioso del Signore”.
Davanti a storie e volti così si può veramente capire qual è (e perché ci riguarda) il mistero di quella Sindone che – ancora una volta – in questi giorni viene esposta e offerta alla venerazione dei pellegrini, a Torino.
Quell’antico lino non è solo una preziosa reliquia della passione e della morte di Gesù. Non è solo una clamorosa conferma letterale dei resoconti evangelici. Della loro storicità, fin nei minimi, drammatici dettagli.
UN EVENTO UNICO
La Sindone mostra l’abisso della sofferenza umana raccolta tutta in un corpo, concentrata tutta su un uomo. Perché non c’è un centimetro quadrato di quel corpo che non sia macellato, seviziato, triturato. Con l’inevitabile sofferenza interiore prodotta dall’odio, dal disprezzo, dalle umiliazioni.
Ma la Sindone mostra pure la formidabile resistenza fisica di quell’Uomo, senza la quale sarebbe bastata la selvaggia flagellazione a farlo morire: resistenza fisica che può essere prodotta solo da una sovrumana forza interiore, quindi da una titanica decisione di sopportare tutto, di espiare per tutti, perciò da un oceano di compassione. Egli si è preso sulle spalle le sofferenze di noi tutti.
Infine la Sindone è anche un formidabile fenomeno scientifico che parla soprattutto a questo nostro tempo, il primo della storia che ha la possibilità e gli strumenti per decifrare i tantissimi messaggi che contiene.
Proviamo allora a elencare alcuni di questi elementi.
Anzitutto è un “unicum”, perché non si è trovata alcuna spiegazione scientifica alla formazione di questa immagine che non è data da pigmento, ma da una bruciatura superficiale del lino e – sottolineo – una bruciatura non per contatto (altrimenti nel lenzuolo aperto l’immagine sarebbe apparsa deformata): gli scienziati ipotizzano un gigantesco, istantaneo e inspiegabile sprigionarsi di energia da quel corpo.
Quindi la Sindone porta le tracce di un avvenimento unico nella storia, un fatto non naturale e che non è possibile riprodurre nemmeno oggi.
Inoltre la Sindone contiene informazioni e dati – per esempio la tridimensionalità – che oggi sono strumentalmente decifrabili, ma che non potevano essere conosciuti e prodotti dagli uomini dei secoli scorsi, né in tutti i secoli precedenti (così pure le tracce microscopiche di polline dell’area di Gerusalemme, come lo Zygophyllum dumosum, che non si possono collocare o rilevare senza i moderni microscopi).
LE PROVE
Infine le analisi medico legali hanno appurato
1) che quel lenzuolo ha sicuramente avvolto il corpo di un uomo morto, come dimostrato dal sangue cadaverico e dalla rigidità cadaverica delle gambe (peraltro quella ferita al costato è incompatibile con la vita);
2) l’équipe di scienziati americani dello STURP che analizzarono ogni centimetro del lenzuolo nel 1978 ha accertato inoltre che quel corpo morto è stato contenuto dentro al lenzuolo meno di 40 ore, perché non c’è alcuna traccia di putrefazione;
infine 3) la stessa équipe ha scoperto che i contorni della macchie di sangue rivelano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo, quindi quel corpo è uscito dal lenzuolo senza strappo dei coaguli ematici, cioè senza movimento, senza spostarsi, come passando attraverso il lenzuolo.
Quindi quel corpo risuscitando ha acquisito delle proprietà che nessun altro corpo normale possiede (proprio come dicono i Vangeli).
E tutto è accaduto con un’esplosione di luce che ha impresso – con modalità sconosciute – l’immagine sul lenzuolo. Arnaud-Aaron Upinsky nota che, scientificamente parlando, “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. E’ la resurrezione.
LA FORZA
L’Uomo della Sindone ha preso su di sé tutta la debolezza e le sofferenze degli uomini e le ha investite con tutta la Potenza di Dio, che spazza via la morte.
E quell’Uomo-Dio ora è vivo. La sua è la luce che brilla sui volti di tanti che oggi non soccombono alle croci. Misteriosamente presente fra noi, dona, con la sua amicizia, la sua stessa forza.
Cosicché già qui sulla terra è possibile sperimentare – anche fra le lacrime e le prove della vita – la misteriosa letizia della vittoria.
Quell’eroica ragazza in croce, che ho citato, accennando alla Sindone, mi ha detto: “Che commozione sentir parlare del nostro Salvatore! Con il suo folle amore ha voluto rendere libero e felice ognuno di noi”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 aprile 2015
www.antoniosocci.com

sabato 24 novembre 2012

Un sabato di festa e di solidarietà


LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

Bellissimo articolo di Antonio Socci, che racconta genesi e storia del Banco alimentare in America e in Italia.
Una grande storia con molti protagonisti e una grande mano invisibile con infinita fantasia...



Un sabato di festa e di solidarietà.
Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. 
In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.
Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco - anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. 
Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. 
Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.
Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. 
In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary - fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.
“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.
 
Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.
“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.
Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.
“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”. 

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.
Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci. Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.
Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.
Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.
“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.
E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.
E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? 
Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.
Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. 
Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. 
E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.
Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 novembre 2012