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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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sabato 24 novembre 2012

Un sabato di festa e di solidarietà


LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

Bellissimo articolo di Antonio Socci, che racconta genesi e storia del Banco alimentare in America e in Italia.
Una grande storia con molti protagonisti e una grande mano invisibile con infinita fantasia...



Un sabato di festa e di solidarietà.
Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. 
In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.
Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco - anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. 
Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. 
Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.
Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. 
In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary - fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.
“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.
 
Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.
“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.
Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.
“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”. 

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.
Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci. Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.
Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.
Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.
“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.
E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.
E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? 
Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.
Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. 
Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. 
E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.
Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 novembre 2012

domenica 11 novembre 2012

Sulla proprietà privata

Come si concilia nel pensiero della Chiesa la ferma convinzione sul principio della destinazione universale dei beni con la difesa della proprietà privata?

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

COMPENDIO
DELLA DOTTRINA SOCIALE
DELLA CHIESA

 Destinazione universale dei beni e proprietà privata

 
176 Mediante il lavoro, l'uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora: « In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l'origine della proprietà individuale ».368 La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni « assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l'autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana. Costituiscono in definitiva una delle condizioni delle libertà civili, in quanto producono stimoli ad osservare il dovere e la responsabilità ».369 La proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale. La dottrina sociale richiede che la proprietà dei beni sia equamente accessibile a tutti,370 così che tutti diventino, almeno in qualche misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di « comune e promiscuo dominio » .371

 
177 La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto ed intoccabile: « Al contrario, essa l'ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell'intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell'uso comune, alla destinazione universale dei beni ».372 Il principio della destinazione universale dei beni afferma sia la piena e perenne signoria di Dio su ogni realtà, sia l'esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e destinati allo sviluppo di tutto l'uomo e dell'intera umanità.373 Tale principio non si oppone al diritto di proprietà,374 ma indica la necessità di regolamentarlo. La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo.375


178 L'insegnamento sociale della Chiesa esorta a riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato,376 con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune.377 L'uomo «deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri ».378 La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari. La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell'uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune. Ne consegue il dovere da parte dei proprietari di non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all'attività produttiva, anche affidandoli a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.


179 L'attuale fase storica, mettendo a disposizione della società beni nuovi, del tutto sconosciuti fino ai tempi recenti, impone una rilettura del principio della destinazione universale dei beni della terra, rendendone necessaria un'estensione che comprenda anche i frutti del recente progresso economico e tecnologico. La proprietà dei nuovi beni, che provengono dalla conoscenza, dalla tecnica e dal sapere, diventa sempre più decisiva, perché su di essa « si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali ».379
Le nuove conoscenze tecniche e scientifiche devono essere poste a servizio dei bisogni primari dell'uomo, affinché possa gradualmente accrescersi il patrimonio comune dell'umanità. La piena attuazione del principio della destinazione universale dei beni richiede, pertanto, azioni a livello internazionale e iniziative programmate da parte di tutti i Paesi: « Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo, assicurare a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base, che consentano di partecipare allo sviluppo ».380


 181 Dalla proprietà deriva al soggetto possessore, sia esso il singolo oppure una comunità, una serie di obiettivi vantaggi: condizioni di vita migliori, sicurezza per il futuro, più ampie opportunità di scelta. Dalla proprietà, d'altro canto, può provenire anche una serie di promesse illusorie e tentatrici. L'uomo o la società che giungono al punto di assolutizzarne il ruolo finiscono per fare l'esperienza della più radicale schiavitù. Nessun possesso, infatti, può essere considerato indifferente per l'influsso che ha tanto sui singoli, quanto sulle istituzioni: il possessore che incautamente idolatra i suoi beni (cfr. Mt 6,24; 19,21-26; Lc 16,13) ne viene più che mai posseduto e asservito.383 Solo riconoscendone la dipendenza da Dio Creatore e finalizzandoli conseguentemente al bene comune, è possibile conferire ai beni materiali la funzione di strumenti utili alla crescita degli uomini e dei popoli.


368Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 31: AAS 83 (1991) 832.
369Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 71: AAS 58 (1966) 1092- 1093; cfr. Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 103-104; Pio XII, Radiomessaggio per il 50º anniversario dell'enciclica « Rerum novarum »: AAS 33 (1941) 199; Id., Radiomessaggio (24 dicembre 1942): AAS 35 (1943) 17; Id., Radiomessaggio (1º settembre 1944): AAS 36 (1944) 253; Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 428-429.
370Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 6: AAS 83 (1991) 800-801.
371Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 102.
372Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 14: AAS 73 (1981) 613.
373Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090-1092; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2402-2406.
374Cfr. Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 102.
375Cfr. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 22-23: AAS 59 (1967) 268-269.
376Cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 430-431; Giovanni Paolo II, Discorso alla Terza Conferenza Generale dell'Episcopato Latino- Americano, Puebla (28 gennaio 1979), III/4: AAS 71 (1979) 199-201.
377Cfr. Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno: AAS 23 (1931) 191-192. 193-194. 196-197.
378Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090.
379Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 32: AAS 83 (1991) 832.
380Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 35: AAS 83 (1991) 837.
 383Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 27-34. 37: AAS 80 (1988) 547-560. 563-564; Id., Lett. enc. Centesimus annus, 41: AAS 83 (1991) 843-845.

lunedì 15 ottobre 2012

Il giovane ricco

La vita eterna e il dono



Mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro 
e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: 
«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 
Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, 
non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 
Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: 
«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, 
e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 
Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; 
possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 
«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; 
ma Gesù riprese e disse loro: 
«Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, 
che un ricco entri nel regno di Dio». 
Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».
Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: 
«Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato 
casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi 
per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, 
in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, 
insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» 
Marco 10,17-30


Commento di don Fabio Rosini
(trascrizione mia) 
Questa è la Parola che la Chiesa ci ha dato in questa domenica 14 ottobre 2012
per poter illuminare la nostra vita.
Questo dramma, questa sfida, questo trauma 
di un ragazzo che chiede di avere la vita piena,
che entra in un dialogo con Gesù Cristo e ne uscirà male, per così dire, 
ne uscirà triste, non avrà un buon esito,
è un dramma con cui ci dobbiamo confrontare tutti.  
Il commento finale di Gesù e la reazione costernata dei discepoli
evidenziano questo fatto: i discepoli hanno compreso infatti che 
non c'è nessuno che si salva se ha ricchezze, 
non c'è nessuno che possa essere salvato!
Qui si tratta proprio della salvezza
non è possibile la salvezza senza passare per questa Parola. 


Ecco la chiave per entrare in questa realtà:
è possibile entrare nel regno di Dio con dei beni? No.  
E' proprio impossibile, ma è impossibile fisicamente,
perché il regno di Dio è oltre una soglia 
che da ultimo è la morte.
Oltre quella soglia non si passa con niente,
non si porta niente nel regno dei cieli.

Ma questo si vive già in questa vita,
già in questa vita noi sperimentiamo che per entrare nella vita
da figli di Dio, dobbiamo lasciare quello che ci prende il cuore, 
che ci afferra, che ci incatena su questa terra.

Ma non è una questione di alcuni che sono talmente speciali
che vengono chiamati a una vita straordinaria,
alla vita della consacrazione: non si entra in un matrimonio
se uno non lascia la vita vecchia, non si entra in una 
vera amicizia se uno non lascia il possesso che è estraneo
alla vera amicizia.

Possiamo pensare ad esempio a San Francesco, il quale diceva che
non è che da una parte c'è l'amore e dall'altra parte, 
come suo contrario c'è l'odio, no! Da una parte c'è l'amore
e dall'altra parte il suo contrario è il possesso.  
Perché l'amore è il dono, non è possibile amare e tenersi qualcosa.
Amare veramente e tenere per se qualcosa è impossibile,
non si può fare

Come può fare un uomo ad amare una donna per tutta la vita
se non gli dà tutto ciò che è e tutto ciò che ha, se non è per lei,
se non è in funzione della donna che ama?

Come fa un uomo ad essere un buon padre
se non si gioca tutto per il suo ruolo paterno,
se non sa mettere tutto seccondo al suo ruolo paterno?

In effetti, in ogni relazione capiamo abbastanza velocemente
qual'è la priorità: possiamo avere una relazione di possesso, strumentale,
dove mi avvicino all'altro in fondo per avere qualche cosa,
oppure mi avvicino all'altro per avvicinarmi all'altro

Infatti questo tale, cui Gesù fa la sua proposta, 
comincia con un problema di possesso: avere la vita eterna  
Questo uomo pensa di avere sempre qualcosa, è come tutti noi:
siamo poveri, minacciati, fragili e la nostra prima tendenza,
il nostro orientamento naturale è pensare che 
attraverso il possesso di qualche cosa 
risolveremo la nostra profonda incertezza, la nostra profonda insicurezza.
E è arrivare ad avere qualcosa che ci permette 
di garantirci vivi, darci per sicuri.
       


E questo è il nostro inganno!
Perché noi siamo invece solamente quando stiamo insieme agli altri,    
noi siamo solamente quando amiamo qualcuno, 
quando siamo in relazione, altrimenti possiamo anche stare 
in mezzo a tante persone - infatti il dramma di quest'uomo
sarà questo: lui ha obbedito a tutti i comandamenti,
ma non ha la vita eterna, per questo la chiede in ginocchio,
perché pur avendo fatto tutto quel che doveva fare, 
non è entrato veramente in relazione con nessuno,
non ha avuto soprattutto una relazione con l'Unico 
con cui bisogna veramente avere una relazione 
e quindi da questo partiranno tutte le altre relazioni in una maniera splendida.

Infatti Gesù gli propone un'altra strada:
anziché avere, dare.
Ma il problema non è semplicemente dare:
"se vuoi avere la vita eterna, dai tutto quello che hai"...
E' molto più importante che questa è solo una premessa:
"vieni e seguimi!" SEGUI ME.
Come potremmo noi avere il Signore Gesù Cristo
se gli mettiamo prima qualcos'altro?
Come potremmo essere dietro a Lui,
se dobbiamo andare pure dietro a qualcun'altro?

Ci sono molte cose che sembrano dare quello che Cristo dà.
Molti idoli di questo mondo sembrano fornire quella cosa che stiamo cercando,
ma solo Gesù Cristo la dà, perché è l'unico che ha l'eternità,
l'unico che ha vinto il nulla, l'unico che ha sfondato il muro della morte,
l'unico che ci può dare la pienezza, l'unico con cui possiamo entrare in relazione
vincendo tutte le nostre paure.
Ma non possiamo seguire altre cose!

Questo problema della ricchezza e del possesso
è un problema quotidiano di tutti noi,
perché ogni giorno, anche se abbiamo fatto mille volte la scelta giusta
di seguire il Signore Gesù Cristo, l'abbiamo fatta bene
e abbiamo tanti risultati, tanta gratitudine nel cuore e tanti riscontri,
anche se siamo nelle vette dell'avventura cristiana,
ogni giorno rimettere Dio al centro implica una perdita,
implica uno spossesso necessario, implica un lasciare
non qualcosa, ma tutto, il che passa prima di tutto
per la relazione con le cose, che è la cosa più facile,
perché lasciare le cose in fin dei conti è facile:
è lasciare i progetti e le affezioni che è molto più difficile e complicato.




In realtà la strada che Gesù propone a quest'uomo
comincia col lasciare le cose che è facile lasciare 
perché sono oggettive: le prendi, le vendi, le dai, l'hai fatto,
anche se il tuo cuore deve maturare, anche se la tua vita interiore 
deve ancora essere addestrata molto più seriamente:
poi comincerà il tuo seguirmi, prima di tutto stacca da qualche cosa.

La cosa non è tanto difficile, è proprio impossibile,
lasciare tutto per seguire il Signore Gesù Cristo 
è impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio,
perché tutto è possibile presso Dio.
Infatti Pietro, sorpreso, dirà: ma noi l'abbiamo fatto!
Infatti l'abbiamo fatto... Stando con te lo abbiamo fatto,
abbiamo lasciato tutto, perché è vero: 
ci sono cose che non possiamo fare da soli.

Nessuno vuol lasciare divertimenti, comodità, beni,
finché non scopre che può stare con Dio
per vivere questa libertà deve  stare presso Dio,
a partire dal fatto che noi cominciamo ad aprire il cuore
e a dialogare con lui, a stare con lui,
infatti Gesù lo amò a questo ragazzo, cioè stabilì una relazione con lui,
senza di ché lasciare i beni per obbedire a un codice, 
a dei comandi, a delle cose che dobbiamo farle perché sì,
sarebbe una porcheria inaccettabile che non ci porterebbe da nessuna parte.




Il problema vero è avere un rapporto con il Signorre Gesù Cristo,
perché Lui è cento volte tanto, tutto ciò che lascerai
sarà sempre niente a confronto di quello che Lui ti darà,
e che è la qualità della vita, perché con lui tutto diventa il centuplo,
con Lui hai tutto, perché tutto è in una relazione luminosa.

E' chiaro che è brutto, triste, fa male  lasciare le cose,
ma è molto peggio lasciare e perdere il nostro Signore Gesù Cristo!  

 

giovedì 11 ottobre 2012

Fondazione Banco Alimentare



Dal 1989, data di nascita della Fondazione Banco Alimentare, alcune singole, uniche storie di tante persone hanno scritto, giorno dopo giorno, una storia più grande, condividendo l’ideale, la fatica e le soddisfazioni di quest’opera.

Dopo oltre vent’anni di vita, ancor più del primo giorno, tutta l’attività della Rete Banco Alimentare è resa possibile dai volontari (oggi 1398) che, coordinati dal personale dipendente, svolgono quotidianamente il proprio compito rendendo concreta e visibile la mission loro affidata.

“La Fondazione Banco Alimentare Onlus si propone l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale nei settori dell’assistenza sociale e della beneficenza, nel solco della tradizione cristiana, della dottrina sociale della Chiesa e del suo Magistero, secondo il principio di sussidiarietà e secondo la concezione educativa del “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”.

Per raggiungere i suoi obiettivi, provvede in particolare: 
- alla raccolta delle eccedenze di produzione agricole, dell’industria alimentare, della Grande Distribuzione e della Ristorazione organizzata; 
- alla raccolta di generi alimentari presso i centri della Grande Distribuzione nel corso della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare; 
- alla ridistribuzione ad enti che si occupano di assistenza e di aiuto ai poveri, agli emarginati e, in generale, a tutte le persone in stato di bisogno”.



Tali attività permette di produrre un circolo virtuoso di vari benefici in diversi ambiti:

•    Beneficio sociale - Prodotti ancora utilizzabili per l’alimentazione vengono salvati e non diventano rifiuti, ritrovando la loro originale destinazione e finalità presso gli enti caritativi che ricevono gratuitamente questi alimenti per i loro bisognosi e possono destinare le risorse così risparmiate all’implementazione delle loro attività, migliorando la qualità dei propri servizi.

•    Beneficio economico - Donando le eccedenze, le aziende restituiscono loro un valore economico e, se da un lato contengono i propri costi di stoccaggio e di smaltimento, dall’altro offrono un contributo in alimenti che ormai supera le centinaia di milioni di euro di valore commerciale.

•    Beneficio ambientale - Il recupero degli alimenti ancora perfettamente commestibili impedisce che questi divengano rifiuti, permettendo così da un lato un risparmio in risorse energetiche, quindi un abbattimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, e dall’altro il riciclo delle confezioni.

•    Beneficio educativo - Fin dalla sua origine, la Fondazione Banco Alimentare Onlus ha superato ogni aspetto assistenzialista. Infatti il metodo adottato è sempre stato quello del dono di sé commosso verso la persona concreta, unica, irripetibile, povera o ricca che sia. L’opera educativa pone dunque al centro del suo agire la carità. Infatti, non è possibile aiutare lo sviluppo di nessun uomo, se non lo si guarda a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze fondamentali che lo costituiscono. Solo così è possibile condividere il suo vero bisogno, senza ridurlo a un progetto ideologico.




L'attività della rete Banco Alimentare è supportata quotidianamente da molte persone che dedicano il loro tempo o che contribuiscono economicamente. Puoi aiutarci anche tu! 
Ecco come puoi aiutarci:
- Donazione economica
- Bomboniere solidali
- Carteregalo.it
- Carta E
- MilleGenius Club
- Fai viaggiare la solidarietà
- 5x1000
- Charity Card
- Dona tempo