san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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venerdì 30 novembre 2012

Dignità e bellezza sì, lusso no

Nel cristianesimo bellezza sì
lusso e vanagloria no 

Conosciamo bene l’episodio evangelico in cui una donna rompe un vasetto di alabastro contenente del profumo preziosissimo e lo versa sul capo di Gesù. Giuda e altri discepoli contestano questo gesto, accusando la donna di sprecare il profumo: sarebbe stato meglio venderlo - dicono - e con il ricavato aiutare i poveri! Ma Gesù vede in quell’atto gratuito l’amore profetico per lui, avviato verso la morte, e non solo lo giustifica ma lega l’annuncio del Vangelo alla memoria di questa donna (cf. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8).



Nel cristianesimo non c’è posto per il legalismo, ma occorre vivere la gratuità, la libertà e, al limite, l’eccesso di bellezza. Questo però non giustifica né l’accumulo di ricchezza né il lusso di chi vuole imporsi, farsi vedere, ostentare la propria arroganza.  
D’altronde già i profeti di Israele avevano lanciato invettive contro i re di Gerusalemme che si costruivano case sfarzose (cf. Ger 22,13-17), contro le donne che mettevano in mostra ornamenti e gioielli (cf. Is 3,16-24), contro i potenti che banchettavano lautamente ogni giorno (cf. Am 6,4-7)… 
E quando apparve Giovanni il Battista per predicare la conversione, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi» (Mc 1,6; Mt 3,4), come gli antichi profeti, poveri e quasi nudi; con la sua sola persona egli contestava - secondo le parole di Gesù stesso - «quelli che vestono abiti di lusso e stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,8; cf. Lc 7,25).



I padri della Chiesa non faranno che continuare questa tradizione, estendendo la loro critica alla vita della Chiesa. Giovanni Crisostomo ricorda che «il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure» (Omelie su Matteo 50,3). Ambrogio afferma di aver «spezzato e venduto i vasi sacri per riscattare dei prigionieri» (I doveri II,28,136). Anche Bernardo di Clairvaux si fa voce della sobrietà richiesta anche a sacerdoti e vescovi, nella consapevolezza della contro-testimonianza offerta quando si privilegia l’esteriorità e l’apparire rispetto all’intensità della vita spirituale. Ma questa sua correzione fraterna non sempre è ben accolta dai destinatari: lui stesso ricorda di aver denunciato il lusso e le stravaganze anche in uomini di Chiesa, ma confessa che, «quando lo scrive in una lettera, quelli disdegnano di leggerla, o se per caso la leggono, si indignano con chi l’ha scritta» (Sermoni sul Cantico). Sì, a volte la vanità diventa una tentazione anche nella Chiesa, e per questo il Concilio ha ricordato che «i riti devono risplendere per la nobile semplicità» (Sacrosantum Concilium 34) e «le vesti e gli ornamenti sacri per la nobile bellezza» (cf. ibid. 124).

C’è uno stile assolutamente decisivo nella vita della Chiesa, lo stile che deve sempre significare la gloria di Dio nella semplicità e nella bellezza che non abbagliano, che non confondono i poveri e i bisognosi. Certamente non è facile operare delle scelte: c’è sempre il rischio di un rigidità legalistica che non conosce la gratuità né la gioia; oppure, al contrario, di un lusso incontenibile, che ricorda i palazzi dei re. Recentemente anche papa Benedetto XVI ha ripreso con forza «l’invettiva dell’apostolo Giacomo contro i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6)» e che poi la ostentano con vanagloria.

In ogni caso, proprio al riguardo del lusso alcune vicende dei nostri giorni ci insegnano che quando c’è arroganza, sfoggio di potere, lusso senza freni da parte dei potenti, la loro fine e la devastazione possono essere molto più vicine di quanto ci si possa immaginare. Infatti - come canta il salmista - il lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere, e così si finisce per percorrere una via mortifera, come animali condotti al macello (cf. Sal 49,21) che non capiscono cosa accade attorno a loro.

Enzo Bianchi 
(Tratto da Avvenire 30 novembre 2012)


Belle e importanti queste parole di Enzo Bianchi, per capire e discernere quello che spesso sembra una contraddizione nella vita della Chiesa e del popolo cristiano.

Ma anche forte chiamata a conversione!
Voi potenti, che sfoggiate con arroganza il lusso e i suv e gli iphone e i megaschermi e le pellicce e i corpi rifatti e le ville e le barche ecc. ecc. e che avete devastato e affamato questo meraviglioso Paese, e godete alla faccia dei più deboli, degli anziani e delle vedove cui decimate le pensioni, e delle famiglie che non si possono più permettere di sposarsi, fare figli, comprare casa: che aspettate a pentirvi? PENTITEVI! CONVERTITEVI! Verrà anche per voi il giudizio di Dio e non potrete nascondere nulla!!!
Cosa farete di fronte alla morte e alla solitudine eterna e all'eterno rimorso?
Anche se i vostri peccati fossero scarlatto, Dio è pronto a riabbracciare i suoi figli di fronte ad un pentimento sincero: convertitevi e cambiate vita, finché siete in tempo!!!
I poveri sono nelle mani di Cristo, voi siete incatenati tra le unghie del Maligno!
Ritornate alla Verità, alla Vita vera, tornate all'Amore per il quale siete fatti.
In nome di Dio, cercate la vera giustizia e rendete al nostro meraviglioso Paese la sua grande bellezza e al nostro popolo la sua dignità e cultura!



lunedì 15 ottobre 2012

Il giovane ricco

La vita eterna e il dono



Mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro 
e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: 
«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 
Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, 
non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 
Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: 
«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, 
e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 
Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; 
possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 
«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; 
ma Gesù riprese e disse loro: 
«Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, 
che un ricco entri nel regno di Dio». 
Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».
Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: 
«Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato 
casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi 
per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, 
in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, 
insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» 
Marco 10,17-30


Commento di don Fabio Rosini
(trascrizione mia) 
Questa è la Parola che la Chiesa ci ha dato in questa domenica 14 ottobre 2012
per poter illuminare la nostra vita.
Questo dramma, questa sfida, questo trauma 
di un ragazzo che chiede di avere la vita piena,
che entra in un dialogo con Gesù Cristo e ne uscirà male, per così dire, 
ne uscirà triste, non avrà un buon esito,
è un dramma con cui ci dobbiamo confrontare tutti.  
Il commento finale di Gesù e la reazione costernata dei discepoli
evidenziano questo fatto: i discepoli hanno compreso infatti che 
non c'è nessuno che si salva se ha ricchezze, 
non c'è nessuno che possa essere salvato!
Qui si tratta proprio della salvezza
non è possibile la salvezza senza passare per questa Parola. 


Ecco la chiave per entrare in questa realtà:
è possibile entrare nel regno di Dio con dei beni? No.  
E' proprio impossibile, ma è impossibile fisicamente,
perché il regno di Dio è oltre una soglia 
che da ultimo è la morte.
Oltre quella soglia non si passa con niente,
non si porta niente nel regno dei cieli.

Ma questo si vive già in questa vita,
già in questa vita noi sperimentiamo che per entrare nella vita
da figli di Dio, dobbiamo lasciare quello che ci prende il cuore, 
che ci afferra, che ci incatena su questa terra.

Ma non è una questione di alcuni che sono talmente speciali
che vengono chiamati a una vita straordinaria,
alla vita della consacrazione: non si entra in un matrimonio
se uno non lascia la vita vecchia, non si entra in una 
vera amicizia se uno non lascia il possesso che è estraneo
alla vera amicizia.

Possiamo pensare ad esempio a San Francesco, il quale diceva che
non è che da una parte c'è l'amore e dall'altra parte, 
come suo contrario c'è l'odio, no! Da una parte c'è l'amore
e dall'altra parte il suo contrario è il possesso.  
Perché l'amore è il dono, non è possibile amare e tenersi qualcosa.
Amare veramente e tenere per se qualcosa è impossibile,
non si può fare

Come può fare un uomo ad amare una donna per tutta la vita
se non gli dà tutto ciò che è e tutto ciò che ha, se non è per lei,
se non è in funzione della donna che ama?

Come fa un uomo ad essere un buon padre
se non si gioca tutto per il suo ruolo paterno,
se non sa mettere tutto seccondo al suo ruolo paterno?

In effetti, in ogni relazione capiamo abbastanza velocemente
qual'è la priorità: possiamo avere una relazione di possesso, strumentale,
dove mi avvicino all'altro in fondo per avere qualche cosa,
oppure mi avvicino all'altro per avvicinarmi all'altro

Infatti questo tale, cui Gesù fa la sua proposta, 
comincia con un problema di possesso: avere la vita eterna  
Questo uomo pensa di avere sempre qualcosa, è come tutti noi:
siamo poveri, minacciati, fragili e la nostra prima tendenza,
il nostro orientamento naturale è pensare che 
attraverso il possesso di qualche cosa 
risolveremo la nostra profonda incertezza, la nostra profonda insicurezza.
E è arrivare ad avere qualcosa che ci permette 
di garantirci vivi, darci per sicuri.
       


E questo è il nostro inganno!
Perché noi siamo invece solamente quando stiamo insieme agli altri,    
noi siamo solamente quando amiamo qualcuno, 
quando siamo in relazione, altrimenti possiamo anche stare 
in mezzo a tante persone - infatti il dramma di quest'uomo
sarà questo: lui ha obbedito a tutti i comandamenti,
ma non ha la vita eterna, per questo la chiede in ginocchio,
perché pur avendo fatto tutto quel che doveva fare, 
non è entrato veramente in relazione con nessuno,
non ha avuto soprattutto una relazione con l'Unico 
con cui bisogna veramente avere una relazione 
e quindi da questo partiranno tutte le altre relazioni in una maniera splendida.

Infatti Gesù gli propone un'altra strada:
anziché avere, dare.
Ma il problema non è semplicemente dare:
"se vuoi avere la vita eterna, dai tutto quello che hai"...
E' molto più importante che questa è solo una premessa:
"vieni e seguimi!" SEGUI ME.
Come potremmo noi avere il Signore Gesù Cristo
se gli mettiamo prima qualcos'altro?
Come potremmo essere dietro a Lui,
se dobbiamo andare pure dietro a qualcun'altro?

Ci sono molte cose che sembrano dare quello che Cristo dà.
Molti idoli di questo mondo sembrano fornire quella cosa che stiamo cercando,
ma solo Gesù Cristo la dà, perché è l'unico che ha l'eternità,
l'unico che ha vinto il nulla, l'unico che ha sfondato il muro della morte,
l'unico che ci può dare la pienezza, l'unico con cui possiamo entrare in relazione
vincendo tutte le nostre paure.
Ma non possiamo seguire altre cose!

Questo problema della ricchezza e del possesso
è un problema quotidiano di tutti noi,
perché ogni giorno, anche se abbiamo fatto mille volte la scelta giusta
di seguire il Signore Gesù Cristo, l'abbiamo fatta bene
e abbiamo tanti risultati, tanta gratitudine nel cuore e tanti riscontri,
anche se siamo nelle vette dell'avventura cristiana,
ogni giorno rimettere Dio al centro implica una perdita,
implica uno spossesso necessario, implica un lasciare
non qualcosa, ma tutto, il che passa prima di tutto
per la relazione con le cose, che è la cosa più facile,
perché lasciare le cose in fin dei conti è facile:
è lasciare i progetti e le affezioni che è molto più difficile e complicato.




In realtà la strada che Gesù propone a quest'uomo
comincia col lasciare le cose che è facile lasciare 
perché sono oggettive: le prendi, le vendi, le dai, l'hai fatto,
anche se il tuo cuore deve maturare, anche se la tua vita interiore 
deve ancora essere addestrata molto più seriamente:
poi comincerà il tuo seguirmi, prima di tutto stacca da qualche cosa.

La cosa non è tanto difficile, è proprio impossibile,
lasciare tutto per seguire il Signore Gesù Cristo 
è impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio,
perché tutto è possibile presso Dio.
Infatti Pietro, sorpreso, dirà: ma noi l'abbiamo fatto!
Infatti l'abbiamo fatto... Stando con te lo abbiamo fatto,
abbiamo lasciato tutto, perché è vero: 
ci sono cose che non possiamo fare da soli.

Nessuno vuol lasciare divertimenti, comodità, beni,
finché non scopre che può stare con Dio
per vivere questa libertà deve  stare presso Dio,
a partire dal fatto che noi cominciamo ad aprire il cuore
e a dialogare con lui, a stare con lui,
infatti Gesù lo amò a questo ragazzo, cioè stabilì una relazione con lui,
senza di ché lasciare i beni per obbedire a un codice, 
a dei comandi, a delle cose che dobbiamo farle perché sì,
sarebbe una porcheria inaccettabile che non ci porterebbe da nessuna parte.




Il problema vero è avere un rapporto con il Signorre Gesù Cristo,
perché Lui è cento volte tanto, tutto ciò che lascerai
sarà sempre niente a confronto di quello che Lui ti darà,
e che è la qualità della vita, perché con lui tutto diventa il centuplo,
con Lui hai tutto, perché tutto è in una relazione luminosa.

E' chiaro che è brutto, triste, fa male  lasciare le cose,
ma è molto peggio lasciare e perdere il nostro Signore Gesù Cristo!  

 

giovedì 27 settembre 2012

La carità è una grande signora

Servire Cristo nei poveri
 
Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. 

Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. 

Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. 
Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; 
appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; 
eppure egli si qualifica l'evangelizzatore dei poveri: 
«Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18).

Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: 

curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.



 
Egli stesso volle nascere povero, ricevere nella sua compagnia i poveri, servire i poveri, mettersi al posto dei poveri, fino a dire che il bene o il male che noi faremo ai poveri lo terrà come fatto alla sua persona divina. 


Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri. 
In realtà quando si ama molto qualcuno, si porta affetto ai suoi amici e ai suoi servitori. Così abbiamo ragione di sperare che, per amore di essi, Dio amerà anche noi.

Quando andiamo a visitarli, cerchiamo di capirli per soffrire con loro, e di metterci nella disposizione interiore dell'Apostolo che diceva: «Mi sono fatto tutto a tutti» (1 Cor 9, 22). 





Sforziamoci perciò di diventare sensibili alle sofferenze e alle miserie del prossimo. Preghiamo Dio, per questo, che ci doni lo spirito di misericordia e di amore, che ce ne riempia e che ce lo conservi.

Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto.  

Non ci devono essere ritardi.

Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina 
o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente.
Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell`orazione. 

Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, 
se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. 
Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. 

La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. 
E' una grande signora: bisogna fare ciò che comanda.
Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. 

Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. 
Essi sono i nostri signori e padroni.

San Vincenzo de' Paoli, Lettere e conferenze spirituali














"Il Signore ama la Compagnia delle Figlie della Carità.
Poche persone sono più vicine ai Poveri di loro.
Se gli amici dei Poveri sono gli amici del Signore, allora,
i membri della Compagnia sono tra i suoi amici più vicini.
"
San Vincenzo

 

Louise de Marillac presiedette prima le Confraternite della Carità (1629),
poi, con san Vincenzo, divenne strumento di Dio
per la nascita dell'innovativa comunità non "religiosa" delle Figlie della Carità (1633).






San Vincenzo non volle per loro clausura, non volle voti, abito, grata, parlatorio.
Dovevano vivere semplicemente.
Non volle cappella. Pretese per loro una casa simile a quella dei poveri. 





"Considereranno che non sono monache,
perché tale stato non si addirebbe alle occupazioni proprie della loro vocazione...
non avendo per monastero se non le case dei malati e
quella dove risiede la superiora,
per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa parrocchiale,
per chiostro le vie della città,
per clausura l'obbedienza, non dovendo andare se non dai malati e
nei luoghi necessari per il loro servizio,
per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia,
e non facendo altra professione per assicurare la loro vocazione all'infuori
di quella continua fiducia che hanno nella divina Provvidenza 

e dell'offerta di tutto quello che sono
e di tutto quello che fanno per il servizio dei poveri...". 


Era un nuovo orientamento della Carità. 
Essa diveniva diritto dell'altro, debito d'amore
che si è chiamati a estinguere. 

La consacrata usciva dal chiostro per incontrare i fratelli nelle strade, 
nei luoghi della vita e della sofferenza.
A tutti portava Cristo. 

In tutti desiderava trovarlo, in tutti contemplarlo.

"Serve dei poveri, è come si dicesse, Serve di Gesù Cristo,
perché egli considera fatto a Sè quello che è fatto a loro che sono sue membra...
Lo spirito della Compagnia consiste nel darsi a Dio per amare Nostro Signore
e servirlo nella persona dei poveri materialmente e spiritualmente,
nelle loro case e altrove, per istruire le povere giovinette, i bambini,
in generale tutti coloro che la divina Provvidenza vi manda". 


Richiese la completa mobilità. 
Non volle la sicurezza di luoghi tutelati come i conventi,
per una maggior libertà e disponibilità. 





Il motto recitava "La Carità di Cristo ci urge".
Un amore che spinge, che arde nel cuore, 
"al soccorso del prossimo...come si corre al fuoco". 
Nella donna consacrata alla Carità riviveva la maternità della Chiesa,
che accorre sollecita ad ogni gemito o grido di aiuto.   


" Il fine principale per il quale Dio ha chiamato e riunito 
le Figlie della Carità
è per onorare Nostro Signore Gesù Cristo
come la sorgente e il modello di ogni Carità,
servendolo corporalmente e spiritualmente
nella persona dei poveri ".
(Regole Comuni, cap. I, par.I)
 


http://www.fdcsanvincenzo.it/ 

giovedì 13 settembre 2012

Disprezzo le potenze di questo mondo

COSA DUNQUE DOVREMMO TEMERE?

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, 
ma non abbiamo paura di essere sommersi, 
perché siamo fondati sulla roccia. 




Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. 
S'innalzino pure le onde, non potranno affondare 
la navicella di Gesù. 

Cosa, dunque, dovremmo temere? 
La morte? 
«Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).
Allora l'esilio? 

«Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23,1).
La confisca de beni? 
«Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1Tm 6,7). 

 Disprezzo le potenze di questo mondo 
e i suoi beni mi fanno ridere. 

Non temo la povertà, non bramo ricchezze,
non temo la morte, né desidero vivere, 
se non per il vostro bene. 
È per questo motivo che ricordo le vicende attuali 
e vi prego di non perdere la fiducia.

Non senti il Signore che dice: 

«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, 
io sono in mezzo a loro»? (Mt 18,20). 
E non sarà presente 
là dove si trova un popolo così numeroso, 
unito dai vincoli della carità? 

Mi appoggio forse sulle mie forze? 
No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: 
questa è il mio bastone, la mia sicurezza, 
il mio porto tranquillo.  
Anche se tutto il mondo è sconvolto, 
ho tra le mani la sua Scrittura, leggo la sua parola. 
Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. 
Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni 
fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Cristo è con me, di chi avrò paura? 




Anche se si alzano contro di me 
i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, 
tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. 

...Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42). 
Farò quello che vuoi tu, 
non quello che vuole il tale o il tal altro. 
Questa è la mia torre, questa la pietra inamovibile, 
il bastone del mio sicuro appoggio. 
Se Dio vuole questo, bene! 

Se vuole ch'io rimanga, lo ringrazio. 
Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.

  SAN GIOVANNI CRISOSTOMO 


"L’avaro è colui che vive da povero 
per paura della povertà".
                          (Anonimo)


Fortaleza, Casa accoglienza
Maria Mae da vida.

Centro medico di assistenza e prevenzione 
alle vittime della prostituzione minorile 
Maria Mae da vida’ (Maria Madre della vita).




A Fortaleza, in Brasile. Dopo Rio de Janeiro, 
maggior destinazione del turismo sessuale, 
con estesa prostituzione minorile.

Presidio medico e di formazione professionale. 
Per le giovanissime delle favelas siamo un’alternativa affidabile. Circa 600 quelle assistite finora, molte per gravidanze precoci.
 
http://www.chiediloaloro.it/le-opere/4