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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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domenica 7 giugno 2015

Storia di Biagio Conte


L’ANGELO DEI BARBONI 
GUARITO A LOURDES

Missionario in saio - Un intenso primo piano di Biagio Conte. Foto di Franco Lannino/ANSA


Nato in una famiglia benestante siciliana, figlio di un imprenditore edile, all’età di 16 anni Biagio termina gli studi e decide di aiutare il padre nell’azienda di famiglia. La sua giovinezza trascorre tra auto sportive, storie d’amore con belle ragazze, divertimenti e vita notturna. 

Qualche anno dopo, di fronte al disagio sociale presente in alcuni quartieri di Palermo, entra in crisi constatando la distanza tra la sua vita agiata “borghese” e la povertà di molti suoi concittadini. A un certo punto decide di cambiare vita e di allontanarsi, temporaneamente, da Palermo. 

A Firenze, dove si era iscritto a una scuola serale per artisti, per la prima volta entra in chiesa spontaneamente, senza che nessuno lo obbligasse. Fallita pure l’esperienza di aspirante artista, dopo quella di imprenditore, Biagio torna a Palermo e si ritira nella sua casa in campagna: «Sentivo il bisogno di perdermi tra i pensieri sotto lo sguardo di Gesù… La mia salvezza fu il volto di un Cristo in croce che, da una parte della mia stanza, mi puntava misericordioso e sofferente. Era lì da sempre e io lo guardavo per la prima volta. Nei suoi occhi riconobbi la disperazione dei bimbi poveri di Palermo. Le ferite della crocifissione trasudavano pene e offese, ma anche salvezza e riscatto».

Riacquistata definitivamente la fede, Biagio inizia a manifestare all’esterno la sua ribellione interiore contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Per un giorno intero, attraversa la città di Palermo con un manifesto contro il razzismo, contro la mafia, contro la corruzione, contro l’opulenza e contro lo sfruttamento dei lavoratori. I passanti lo scambiarono per un “barbone”, ignorarono la sua estrema rivolta contro la società dominante. Amari i suoi ricordi: «Ero ancora più solo, si era aperta un’altra ferita nella mia anima, perché chiedevo solidarietà nei confronti delle mie battaglie e invece avevo ricevuto solo disprezzo e critiche. Il rimedio si era rivelato peggiore della malattia».

All’età di 26 anni, dunque, il futuro missionario laico chiede aiuto a Dio, scrive una lettera d’addio per i genitori, inizia a vagare nell’entroterra siciliano, tra le montagne deserte e incontaminate. I familiari, allarmati, contattarono persino la celebre trasmissione di Rai 3, Chi l’ha visto? Il giovane dormiva nelle grotte e si cibava di bacche e di erbe selvatiche, pregando sempre Dio: «Tutto il mondo mi aveva abbandonato, tranne Gesù, che mi era rimasto accanto, che aveva cancellato la mia sofferenza e che aveva guarito il mio male interiore». In provincia di Caltanissetta, chiede ospitalità a una famiglia di pastori, che lo accolgono come un figliol prodigo nella loro fattoria, dove intraprende anche un nuovo cammino religioso, leggendo la Bibbia e il Vangelo insieme ai padroni di casa. «Il mio rapporto con Dio, fino a quel momento, era stato silenzioso, privato, intimo e personale. Nella fattoria, invece, per me la religione era diventata comunione con gli altri. Nelle letture degli evangelisti avevo trovato le risposte ai miei malesseri e avevo riempito il mio cuore e la mia anima».

Abbandonata nuovamente la Sicilia, Biagio s’incammina alla volta dell’Umbria, seguendo il percorso del suo santo preferito, Francesco d’Assisi. Porta con sé soltanto un cane e lo chiama “Libertà”, in omaggio al suo viaggio fondato sulla libertà assoluta, materiale, morale e spirituale. «Una volta giunto davanti alla basilica di San Francesco», racconta, «ebbi un momento di vuoto e di assoluto silenzio, poi avvertii subito una grande gioia, serenità e pace. Prima di entrare, baciai in terra, in segno di ringraziamento verso nostro Signore e verso san Francesco».

Al suo ritorno in Sicilia, come promesso alla madre, Conte decide a questo punto di dedicarsi agli ultimi e ai poveri. Inizia, così, a portare cibo, coperte e vestiti ai “barboni” della stazione centrale. Vive insieme ai senzatetto, condividendo gioie, dolori, stenti, problemi e difficoltà quotidiane. Difende i “barboni” da quanti intendevano cacciarli dalla stazione. Nella sua battaglia al fianco dei senza-casa, Conte incontra ricchi caduti in disgrazia e poveri assoluti, borghesi in fuga dall’esistenza e disoccupati licenziati dal datore di lavoro, immigrati con elevati titoli di studio e palermitani al lavoro sin dall’adolescenza.


Dopo tante lotte e occupazioni, nel maggio del 1993, finalmente ottiene la concessione della struttura di via Archirafi 31, che era la sede del vecchio disinfettatoio di Palermo, abbandonato da circa 30 anni. Insieme all’instancabile don Pino Vitrano, fonda la Missione speranza e carità, affiancata, in seguito, dalla Cittadella del povero e della speranza nell’ex caserma dell’aereonautica di via Decollati e dal Centro di accoglienza femminile presso l’ex convento di Santa Caterina. E la storia di queste opere prosegue ancora oggi, dando rifugio e calore umano a un migliaio di persone. La Missione offre un letto, tre pasti al giorno, l’igiene personale, assistenza medica e farmaceutica. E poi laboratori di reinserimento lavorativo e aggregazione.

La scorsa estate, dopo un viaggio a Lourdes insieme all’Unitalsi e dopo l’immersione nell’acqua benedetta, Conte ha superato un grave problema alla schiena, ha abbandonato la sedia a rotelle ed è tornato a camminare perfettamente. Dopo la sua guarigione, i fedeli hanno gridato subito al miracolo e la Curia di Palermo ha dato ampio spazio alla vicenda raccontandola attraverso i propri organi d’informazione e avvallandone l’inspiegabilità scientifica. «Per me è stata una grazia inaspettata che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria » ha dichiarato il missionario laico. «Dopo il bagno in piscina, non ho sentito più il bisogno né della sedia a rotelle né del bastone, che però porto ancora con me in ricordo del viaggio fatto da Palermo ad Assisi quando ero un giovane in ricerca. Dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro».

(da un articolo di Pietro Scaglione, www.credere. it)


Così racconta la sua storia fratel Biagio: 

La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico.

Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 05.05.1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso.

Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle.

Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto.

Come spinto da un vento impetuoso, ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da San Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo.

Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri.

Da premettere che non avevo mai avuto nessuna esperienza del genere e avrei potuto farmi prendere dallo scoraggiamento, ma sentivo nel mio cuore che l’Amore di Gesù mi avrebbe aiutato a percorrere la vera e giusta strada.

Dopo l’arrivo ad Assisi, davanti la tomba di San Francesco, nei luoghi dove il Santo ha dedicato e donato la sua vita, sentii nel mio cuore di vivere la mia vita da missionario. Ebbi una reazione impulsiva, volevo andare in Africa o in India, ed invece mi sento riportare nella città dove non volevo più tornare, ma Gesù ha voluto che la Missione nascesse proprio nelle strade di Palermo; partendo dalla stazione centrale tra i vagoni e le sale d’aspetto, angoli di strada, marciapiedi, panchine dove tanti fratelli dormivano e passavano intere giornate tra l’indifferenza più assoluta.

La società li chiama: barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute profughi, immigrati; ma dal momento che ho sentito il coraggio di incontrarli ed abbracciarli, li ho chiamati fratelli e sorelle, senza farli sentire inferiori o diversi da noi tutti. Ero felice di vivere con loro alla stazione, di aiutarli e confortarli, mi prodigavo a portare loro thermos con latte e the caldo, panini e coperte per ripararli dal freddo

Fu un’esperienza forte e cominciai a chiedere aiuto a tutti, e andai pure alla Curia di Palermo dal Cardinale Pappalardo, il quale capì quel giovane che andò a bussare alla sua porte e decise di venire alla stazione per celebrare una messa insieme a tutti i fratelli ultimi sotto i portici della stazione; è stato un momento indimenticabile che mi incoraggiò molto e soprattutto aprì gli occhi della città sui tanti fratelli poveri che vivevano per strada, non considerati da nessuno, come se fossero scarto e rifiuto.

Da questa esperienza alla Stazione Centrale di Palermo, decisi di non tornare più a casa dei miei genitori, per condividere per sempre la mia vita con i fratelli ultimi, inizia così la Missione che sentii di chiamare Missione di Speranza e Carità.

Si scopre un progetto di Dio sconvolgente, ricco di Speranza e Carità, che a distanza di 19 anni dal suo nascere ha coinvolto e continua a coinvolgere uomini e donne di ogni ceto sociale, anche capaci di cambiare radicalmente il loro modo di vivere per diventare missionari e missionarie della Speranza e della Carità, per operare nei luoghi di emarginazione delle grandi metropoli.

(www.pacepace.org)

venerdì 6 febbraio 2015

La storia di Gabriel Martinez



La conversione di Gabriel, dalla sinistra libertaria anticlericale alla Chiesa cattolica. Per amore di una donna





Cresciuto in una famiglia dove la bibbia era Il capitale di Marx, Gabriel “Gabi” Martinez, economista spagnolo oggi 52enne, ha vissuto mezza vita da militante della sinistra estrema, fiancheggiando l’Eta e seguendo uno stile di vita radicalmente “liberal” e anticlericale. Per cadere infine vinto nelle braccia della sua peggior nemica: la Chiesa cattolica. Aveva scoperto, come ha spiegato recentemente alla tv spagnola, che ciò che odiava era in realtà l’unica cosa in grado di risolvere «la mia insoddisfazione».

L’IDEALE DEL PIACERE. «Mio padre era per la società proposta dagli ideologi marxisti», racconta Martinez a tempi.it. «Perciò l’educazione ricevuta in casa nostra non poteva che essere all’insegna dell’uguaglianza e della libertà: le aziende dovevano essere guidate dai lavoratori, tutti i membri di una famiglia avere lo stesso peso, senza alcuna autorità sovrapposta». Ma quella libertà, comprende oggi l’economista convertito, non era altro che uno strumento per raggiungere un ideale del tutto borghese dato che «la comunità così concepita serviva solo al benessere del singolo». Era in un certo senso logico che questo si traducesse per lui in un’adolescenza vissuta cercando «tutto il piacere possibile: marijuana, alcol, sesso, furto».

LA CRESIMA E L’ETA. Quando però il padre perse il lavoro e la famiglia cambiò città, continua Martinez, accadde un fatto; la prova, secondo lui, che «Dio già lavorava». Tutte le scuole erano piene e il giovane Gabi fu iscritto in un istituto cattolico. Anche lui come i compagni volle ricevere i sacramenti, e quando per caso incontrò un sacerdote dal quale si sentì amato decise di chiedere anche la cresima. Fino a 16 anni, comunque, la sua vita è stata «come quella di un qualsiasi giovane di una famiglia non credente. Ma poi le mie amicizie con persone di ideologia libertaria si ampliarono. Cominciai a interessarmi a quella cultura e a collaborare politicamente con la sinistra radicale. Alcuni dei miei amici appartenevano a partiti vicini all’Eta, e con loro partecipai a qualche attività locale, per fortuna senza mai nuocere fisicamente a nessuno».


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UNA VITA SENZA INIBIZIONI. Non erano certo le riflessioni esistenziali la sua occupazione principale. Di quegli anni Martinez ricorda solo che «non pensavo più che Dio esistesse e che non fosse necessario perdere tempo in queste cose». Il ragazzo militava a sinistra e per il resto del tempo pensava solo «al sesso, alla musica e alla droga». Se riuscì comunque a laurearsi in economia fu esclusivamente per il grande sforzo «motivato solo dai vantaggi economici che avrei potuto raggiungere». Nel frattempo si convinceva sempre di più che «qualsiasi pratica fosse buona, fumare marijuana o altre droghe, fare sesso senza impegno, anche con la donna di un amico senza bisogno di nasconderlo, promuovendo rivolte contro i poteri istituzionali, il governo e la Chiesa». Adesso Martinez si sente di dover ringraziare Dio: «È stato Lui che non mi ha permesso di cadere nelle droghe pesanti. Già allora probabilmente mi stava preparando a una conversione radicale».


L’AMORE PER ANGELA. Di lì a poco, infatti, il giovane rivoluzionario si innamorerà di Angela, una donna cattolica. «Mi attirava tutto quello che era fuori dall’ordinario – spiega Martinez – e quella donna era una sfida per me: che fosse cattolica non era un problema, pensavo, in breve avrebbe cambiato idea. Ma non andò così. Al contrario, fui io a vedere in lei un modo di vivere che mi interrogava e mi attraeva. Aveva un modo diverso di rapportarsi con le persone, non faceva alcuna distinzione tra di loro, non parlava mai male di nessuno, dava i soldi ai poveri. E poi era allegra e si divertiva senza bere alcol, era un’altra cosa. Quando mio padre mi scoprì voleva uccidermi: “Gabriel, ti hanno ingannato”, mi diceva». Martinez era stato educato a pensare che la religione fosse l’oppio dei popoli, una volta lo aveva perfino scritto in grande sul muro di una Chiesa. Ovvio che con Angela «furono tre anni duri. Discutevamo e io cercavo di dimostrarle che le sue erano illusioni. Non la lasciai solo perché ero innamorato». Quella ragazza «viveva la fede seguendo il cammino neocatecumenale: parlava molto della Chiesa, dei sacerdoti, del Papa, e questo mi uccideva e mi ingelosiva. E in fondo pensavo che il suo essere cattolica, l’osservare i comandamenti e la legge della Chiesa sarebbe finito presto».


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UN AUT AUT LIBERANTE. Invece fu lui a cambiare idea. «Cominciai a fare soldi, facevo affidamento sul “dio denaro” come base della mia felicità e questo mi spinse lontano dall’ideologia politica. Intanto Dio, con questa donna, veniva a liberarmi da ogni schiavitù, che mi legava alle cose materiali. Vivevo una doppia vita contrapposta alle mie convinzioni marxiste, e tutto quello che pensavo io era incoerente con lo stile di vita della mia ragazza: era tutto un caos». La situazione divenne insostenibile, finché la donna, su consiglio delle sue guide spirituali, si decise a mettere Martinez davanti a un aut aut. «O provavo a partecipare agli incontri che frequentava lei o ci saremmo lasciati. Può apparire come una cosa contraria alla libertà, ma oggi io ringrazio per essere stato messo davanti a quella alternativa: ha salvato il nostro rapporto, che dura ancora oggi». Quello è stato il cedimento finale, quando «l’amore ha vinto l’orgoglio».


UNA CHIESA DIVERSA. Del resto Martinez era ancora convinto che nulla in fondo sarebbe cambiato per lui: «Semplicemente dovevo frequentare una catechesi due giorni alla settimana». Solo che, messo piede in chiesa dopo anni di assenza, l’ormai ex libertino ha scoperto qualcosa che nessuno gli aveva mai detto: «C’era un Dio che mi mi amava molto, e Qualcuno si era lasciato maltrattare fino alla morte affinché potessi essere felice. Il suo unico figlio Gesù Cristo mi ha dimostrato che la mia mancanza di felicità era stata prodotta dai miei peccati». Era una Chiesa completamente diversa da quella contro cui Martinez si era sempre battuto: «Voleva essere una casa per me, dove poter essere felice mettendo in pratica il Vangelo, la Parola di Dio. Mi parlavano di qualcuno che aveva vissuto così, la Vergine stessa, mi hanno aperto gli occhi su un Dio con potere immenso e un amore che non avevo mai conosciuto».


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NULLA DA RINNEGARE. Adesso Martinez è sposato «felicemente con 4 bambini, sono sempre stato felice, con o senza soldi», e adesso «credo nella fedeltà del matrimonio, nel rispetto della vita del nascituro, nell’accoglienza degli anziani in famiglia, nel rispetto del ricco e del povero, del datore di lavoro e del dipendente» e «nel dire senza nessuna paura la verità quando necessario, che questo sia opportuno o inopportuno, a chi vuole ascoltare e a chi no». Ma ovviamente non è finita perché «ho bisogno di preghiera quotidiana, della confessione, dell’Eucaristia, della Parola di Dio. Così posso continuare a camminare e alzarmi ogni volta che cado». Con il conforto «della Chiesa e della Vergine Maria, che ho imparato a conoscere e che mi sostiene nei momenti difficili, come fece mia madre in vita, che tanto mi ha amato nella sua debolezza». Perché nulla in questa rivoluzione radicale è da rinnegare, nemmeno «il mio santo padre che è stato uno strumento necessario per la mia conversione: se non fossi stato educato così non sarei potuto arrivare qui fra coloro che vivono bene. Lui non ha fatto altro che provare a darmi il meglio. Nei suoi ultimi giorni di vita mi confidò: “Gabriel, si è scelto il migliore”».

venerdì 30 novembre 2012

Dignità e bellezza sì, lusso no

Nel cristianesimo bellezza sì
lusso e vanagloria no 

Conosciamo bene l’episodio evangelico in cui una donna rompe un vasetto di alabastro contenente del profumo preziosissimo e lo versa sul capo di Gesù. Giuda e altri discepoli contestano questo gesto, accusando la donna di sprecare il profumo: sarebbe stato meglio venderlo - dicono - e con il ricavato aiutare i poveri! Ma Gesù vede in quell’atto gratuito l’amore profetico per lui, avviato verso la morte, e non solo lo giustifica ma lega l’annuncio del Vangelo alla memoria di questa donna (cf. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8).



Nel cristianesimo non c’è posto per il legalismo, ma occorre vivere la gratuità, la libertà e, al limite, l’eccesso di bellezza. Questo però non giustifica né l’accumulo di ricchezza né il lusso di chi vuole imporsi, farsi vedere, ostentare la propria arroganza.  
D’altronde già i profeti di Israele avevano lanciato invettive contro i re di Gerusalemme che si costruivano case sfarzose (cf. Ger 22,13-17), contro le donne che mettevano in mostra ornamenti e gioielli (cf. Is 3,16-24), contro i potenti che banchettavano lautamente ogni giorno (cf. Am 6,4-7)… 
E quando apparve Giovanni il Battista per predicare la conversione, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi» (Mc 1,6; Mt 3,4), come gli antichi profeti, poveri e quasi nudi; con la sua sola persona egli contestava - secondo le parole di Gesù stesso - «quelli che vestono abiti di lusso e stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,8; cf. Lc 7,25).



I padri della Chiesa non faranno che continuare questa tradizione, estendendo la loro critica alla vita della Chiesa. Giovanni Crisostomo ricorda che «il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure» (Omelie su Matteo 50,3). Ambrogio afferma di aver «spezzato e venduto i vasi sacri per riscattare dei prigionieri» (I doveri II,28,136). Anche Bernardo di Clairvaux si fa voce della sobrietà richiesta anche a sacerdoti e vescovi, nella consapevolezza della contro-testimonianza offerta quando si privilegia l’esteriorità e l’apparire rispetto all’intensità della vita spirituale. Ma questa sua correzione fraterna non sempre è ben accolta dai destinatari: lui stesso ricorda di aver denunciato il lusso e le stravaganze anche in uomini di Chiesa, ma confessa che, «quando lo scrive in una lettera, quelli disdegnano di leggerla, o se per caso la leggono, si indignano con chi l’ha scritta» (Sermoni sul Cantico). Sì, a volte la vanità diventa una tentazione anche nella Chiesa, e per questo il Concilio ha ricordato che «i riti devono risplendere per la nobile semplicità» (Sacrosantum Concilium 34) e «le vesti e gli ornamenti sacri per la nobile bellezza» (cf. ibid. 124).

C’è uno stile assolutamente decisivo nella vita della Chiesa, lo stile che deve sempre significare la gloria di Dio nella semplicità e nella bellezza che non abbagliano, che non confondono i poveri e i bisognosi. Certamente non è facile operare delle scelte: c’è sempre il rischio di un rigidità legalistica che non conosce la gratuità né la gioia; oppure, al contrario, di un lusso incontenibile, che ricorda i palazzi dei re. Recentemente anche papa Benedetto XVI ha ripreso con forza «l’invettiva dell’apostolo Giacomo contro i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6)» e che poi la ostentano con vanagloria.

In ogni caso, proprio al riguardo del lusso alcune vicende dei nostri giorni ci insegnano che quando c’è arroganza, sfoggio di potere, lusso senza freni da parte dei potenti, la loro fine e la devastazione possono essere molto più vicine di quanto ci si possa immaginare. Infatti - come canta il salmista - il lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere, e così si finisce per percorrere una via mortifera, come animali condotti al macello (cf. Sal 49,21) che non capiscono cosa accade attorno a loro.

Enzo Bianchi 
(Tratto da Avvenire 30 novembre 2012)


Belle e importanti queste parole di Enzo Bianchi, per capire e discernere quello che spesso sembra una contraddizione nella vita della Chiesa e del popolo cristiano.

Ma anche forte chiamata a conversione!
Voi potenti, che sfoggiate con arroganza il lusso e i suv e gli iphone e i megaschermi e le pellicce e i corpi rifatti e le ville e le barche ecc. ecc. e che avete devastato e affamato questo meraviglioso Paese, e godete alla faccia dei più deboli, degli anziani e delle vedove cui decimate le pensioni, e delle famiglie che non si possono più permettere di sposarsi, fare figli, comprare casa: che aspettate a pentirvi? PENTITEVI! CONVERTITEVI! Verrà anche per voi il giudizio di Dio e non potrete nascondere nulla!!!
Cosa farete di fronte alla morte e alla solitudine eterna e all'eterno rimorso?
Anche se i vostri peccati fossero scarlatto, Dio è pronto a riabbracciare i suoi figli di fronte ad un pentimento sincero: convertitevi e cambiate vita, finché siete in tempo!!!
I poveri sono nelle mani di Cristo, voi siete incatenati tra le unghie del Maligno!
Ritornate alla Verità, alla Vita vera, tornate all'Amore per il quale siete fatti.
In nome di Dio, cercate la vera giustizia e rendete al nostro meraviglioso Paese la sua grande bellezza e al nostro popolo la sua dignità e cultura!



domenica 30 settembre 2012

Le vostre ricchezze sono marce

Lettera di Giacomo (5, 1-6)



1 E ora a voi, ricchi: 
piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! 

2Le vostre ricchezze sono marce,  
3i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. 

Il vostro oro e il vostro argento 
sono consumati dalla ruggine, 
la loro ruggine si alzerà ad accusarvi 
e divorerà le vostre carni come un fuoco. 




Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!  

4Ecco, il salario dei lavoratori 
che hanno mietuto sulle vostre terre, 
e che voi non avete pagato, 
grida, e le proteste dei mietitori 
sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente.  

5Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, 
e vi siete ingrassati per il giorno della strage.  

6Avete condannato e ucciso il giusto 
ed egli non vi ha opposto resistenza.






Matteo (6, 19-21.24)

 19Non accumulate per voi tesori sulla terra, 
dove tarma e ruggine consumano 
e dove ladri scassìnano e rubano; 
 20accumulate invece per voi tesori in cielo
dove né tarma né ruggine consumano 
e dove ladri non scassìnano e non rubano.  
21Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

24Nessuno può servire due padroni, 
perché o odierà l'uno e amerà l'altro, 
oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. 
Non potete servire Dio e la ricchezza. 





La baraccopoli di Koroghoco a Nairobi, in Kenya

Korogocho è una delle tante baraccopoli di Nairobi, la capitale del Kenya. 
Nairobi ha circa quattro milioni di abitanti.

E’ ormai accertato che su quattro milioni di abitanti, oltre due milioni di abitanti, il 60% della popolazione di Nairobi, vive in baraccopoli. 

E quello che è ancora più sconcertante è che non solo la maggioranza della popolazione di Nairobi viva in baracche, ma che il 60% della popolazione di Nairobi, quindi oltre due milioni di abitanti, è costretta a vivere dentro l’1,5% della terra totale di Nairobi. 

Le bestie selvagge nei parchi nazionali del Kenya sono trattate molto meglio del 60% della popolazione della capitale del Kenya. 



 

Non solo, quello che sconcerta, dentro questa drammatica realtà, non è solo la sardinizzazione delle persone, che avviene naturalmente se così tanta gente è costretta a vivere in così poco spazio, ma è anche il fatto che le baracche stesse, dentro queste baraccopoli, in buona parte non sono proprietà dei baraccati, ma di gente che vive un po’ più discretamente e che vive alle spalle dei baraccati, cioè ottenendo l’affitto. 

Generalmente si ammette che il 70-80% della popolazione che vive in baraccopoli vive pagando l’affitto ad altri che possiedono queste baracche, e qui si innesca tutto il meccanismo dentro le baraccopoli di Nairobi di sfruttamento del povero col povero. 

C’è da aggiungere, atto molto grave, che neanche questo 1,5% della terra di Nairobi in cui i baraccati sono costretti a vivere appartiene ai baraccati, ma appartiene al governo. 
Il governo quando ha necessità (e qui si innesca il meccanismo della corruzione totale governativa ) per pagare i ricchi, gli speculatori finanziari, per l’appoggio politico, offre loro un pezzo di questo terreno. 
Il governo dà 24 ore di preavviso ai baraccati che vengono poi buttati fuori e spinti più in là. 

Si può allora immaginare che il risultato di questa politica è devastante. 
Prima di tutto nessun baraccato ha voglia di abbellire un po’ la sua baracca o di trasformare il suo ambiente. Vive in questa condizione di radicale, totale precarietà con  un unico servizio offerto dal governo, quello dell’acqua che però è rivenduta dagli stessi abitanti a prezzi maggiorati. 
Non ci sono altri servizi da parte del governo. 

Le conseguenze di questo diventano poi chiare: le malattie che infestano questa zona. 
Situazioni come quella dell’AIDS, che costituisce una delle maggiori minacce alla popolazione dei baraccati di Nairobi. C’è chi parla del 50% di sieropositivi nelle baraccopoli. 

Lo sfacelo sociale è talmente chiaro: è inutile parlare di famiglie, buona parte sono donne con bambini e senza un marito. La sicurezza è violenza, violenza drammatica a volte nelle baraccopoli. 
Violenza incredibile che si sperimenta dove nessuno esclude nulla, perché in fondo è la lotta alla pura sopravvivenza. 




Ecco il quadro, direi, delle baraccopoli di Nairobi, ma, forse per capire ancora di più la situazione delle baraccopoli e l’incredibile realtà di Nairobi, dobbiamo tenere presente che davanti a tanta sofferenza e a tale sofferenza umana dei baraccati che costituiscono il 60%, dall’altra parte c’è una ricchezza ostentata che lascia sbalorditi. 

Davanti a Korogocho, a tre chilometri di distanza c’è una delle zone più ricche di Nairobi, Muthaiga, con una ricchezza, con delle ville, con delle case che farebbero sognare anche noi in Europa. E questo fianco a fianco, faccia a faccia. E’ questa la cosa che colpisce di più a Nairobi: puoi passare dal paradiso all’inferno nel giro di pochi chilometri o di pochi metri.

AIUTALI, SE PUOI! 

http://www.korogocho.org/

giovedì 27 settembre 2012

La carità è una grande signora

Servire Cristo nei poveri
 
Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. 

Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. 

Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. 
Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; 
appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; 
eppure egli si qualifica l'evangelizzatore dei poveri: 
«Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18).

Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: 

curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.



 
Egli stesso volle nascere povero, ricevere nella sua compagnia i poveri, servire i poveri, mettersi al posto dei poveri, fino a dire che il bene o il male che noi faremo ai poveri lo terrà come fatto alla sua persona divina. 


Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri. 
In realtà quando si ama molto qualcuno, si porta affetto ai suoi amici e ai suoi servitori. Così abbiamo ragione di sperare che, per amore di essi, Dio amerà anche noi.

Quando andiamo a visitarli, cerchiamo di capirli per soffrire con loro, e di metterci nella disposizione interiore dell'Apostolo che diceva: «Mi sono fatto tutto a tutti» (1 Cor 9, 22). 





Sforziamoci perciò di diventare sensibili alle sofferenze e alle miserie del prossimo. Preghiamo Dio, per questo, che ci doni lo spirito di misericordia e di amore, che ce ne riempia e che ce lo conservi.

Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto.  

Non ci devono essere ritardi.

Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina 
o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente.
Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell`orazione. 

Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, 
se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. 
Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. 

La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. 
E' una grande signora: bisogna fare ciò che comanda.
Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. 

Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. 
Essi sono i nostri signori e padroni.

San Vincenzo de' Paoli, Lettere e conferenze spirituali














"Il Signore ama la Compagnia delle Figlie della Carità.
Poche persone sono più vicine ai Poveri di loro.
Se gli amici dei Poveri sono gli amici del Signore, allora,
i membri della Compagnia sono tra i suoi amici più vicini.
"
San Vincenzo

 

Louise de Marillac presiedette prima le Confraternite della Carità (1629),
poi, con san Vincenzo, divenne strumento di Dio
per la nascita dell'innovativa comunità non "religiosa" delle Figlie della Carità (1633).






San Vincenzo non volle per loro clausura, non volle voti, abito, grata, parlatorio.
Dovevano vivere semplicemente.
Non volle cappella. Pretese per loro una casa simile a quella dei poveri. 





"Considereranno che non sono monache,
perché tale stato non si addirebbe alle occupazioni proprie della loro vocazione...
non avendo per monastero se non le case dei malati e
quella dove risiede la superiora,
per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa parrocchiale,
per chiostro le vie della città,
per clausura l'obbedienza, non dovendo andare se non dai malati e
nei luoghi necessari per il loro servizio,
per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia,
e non facendo altra professione per assicurare la loro vocazione all'infuori
di quella continua fiducia che hanno nella divina Provvidenza 

e dell'offerta di tutto quello che sono
e di tutto quello che fanno per il servizio dei poveri...". 


Era un nuovo orientamento della Carità. 
Essa diveniva diritto dell'altro, debito d'amore
che si è chiamati a estinguere. 

La consacrata usciva dal chiostro per incontrare i fratelli nelle strade, 
nei luoghi della vita e della sofferenza.
A tutti portava Cristo. 

In tutti desiderava trovarlo, in tutti contemplarlo.

"Serve dei poveri, è come si dicesse, Serve di Gesù Cristo,
perché egli considera fatto a Sè quello che è fatto a loro che sono sue membra...
Lo spirito della Compagnia consiste nel darsi a Dio per amare Nostro Signore
e servirlo nella persona dei poveri materialmente e spiritualmente,
nelle loro case e altrove, per istruire le povere giovinette, i bambini,
in generale tutti coloro che la divina Provvidenza vi manda". 


Richiese la completa mobilità. 
Non volle la sicurezza di luoghi tutelati come i conventi,
per una maggior libertà e disponibilità. 





Il motto recitava "La Carità di Cristo ci urge".
Un amore che spinge, che arde nel cuore, 
"al soccorso del prossimo...come si corre al fuoco". 
Nella donna consacrata alla Carità riviveva la maternità della Chiesa,
che accorre sollecita ad ogni gemito o grido di aiuto.   


" Il fine principale per il quale Dio ha chiamato e riunito 
le Figlie della Carità
è per onorare Nostro Signore Gesù Cristo
come la sorgente e il modello di ogni Carità,
servendolo corporalmente e spiritualmente
nella persona dei poveri ".
(Regole Comuni, cap. I, par.I)
 


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