san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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mercoledì 24 giugno 2015

La storia di Beatrice Fazi



"Dio è stato veramente fedele"



Con una sincerità che sorprende, Beatrice Fazi – la Melina di "Un medico in famiglia" – racconta il suo incontro con Gesù e la conversione religiosa che l’ha salvata da un profondo stato di disordine emotivo e alimentare, anche a seguito di un aborto praticato a vent’anni.

Beatrice racconta nel libro del suo cuore diventato di pietra, incapace di provare sentimenti, e di quel pozzo senza fondo in cui era caduta, tormentata da una fame inestinguibile, fisica e psichica, che non riusciva a saziare in alcun modo.
Dopo un periodo difficile in cui aveva persino iniziato a fare uso di stupefacenti, l’incontro casuale con una compagna di università la riavvicina a Dio.
La catechesi sui Dieci Comandamenti, l’inserimento in una comunità del Cammino Neocatecumenale, un pellegrinaggio a Medjugorje e l’incontro con Pierpaolo, poi diventato suo marito, l’aiuteranno a recuperare un ritmo di vita regolare e un ordine nella quotidianità scandito dalla preghiera.


Così Beatrice aveva raccontato la sua esperienza al blog Fermenti Cattolici Vivi:


Era l’estate del 2000 e io ero appena tornata dalla mia prima vacanza in montagna con il mio fidanzato nuovo di zecca. Uno che finalmente piaceva a mia madre. Giravamo a bordo della sua moto per una Roma che, dato l’Agosto inoltrato, avrebbe dovuto essere abbastanza deserta e, invece, era zeppa di ragazzi che se ne andavano a zonzo, con i loro foulard e cappellini gialli, cantando in varie lingue canzoni di chiesa e pregando ad alta voce con i rosari che facevano capolino tra le mani. Era l‘invasione dei Papa-boys!!!

Ma non solo! Anche un sacco di adulti sembravano in preda ad una meravigliosa febbre. Una stranissima malattia contagiosa i cui sintomi sembravano essere gioia, comunione, speranza, gratitudine!!! Che belli! Che atmosfera fantastica! Seduta sul sellino posteriore della moto, attenta a non farmi scoprire da Pierpaolo, cominciai a piangere in silenzio, senza un motivo preciso. Cioè, un motivo c’era: li invidiavo, avrei voluto essere una di loro, camminare con loro verso quella meta che prometteva pace, avrei voluto non sentirmi esclusa, sentirmi anche io parte di quell’Amore verso cui andavano tutti insieme come fratelli, entrare nel riposo.

Certo, tutto questo in quel momento non seppi dirmelo. Non seppi capire che in qualche modo il Signore stesse chiamando anche me, stesse offrendo anche a me quel ristoro che solo abbandonata tra le Sue braccia misericordiose avrei potuto assaporare più tardi. Avevo da poco compiuto i 28 anni e, sebbene così giovane, ne avevo già passate tante.

Sono nata in una famiglia normale con altri due fratelli e ho ricevuto un’educazione cattolica in seno ad una parrocchia che ho frequentato assiduamente fino alla prima comunione. Addirittura, per un certo periodo, in casa nostra si recitava il Rosario ogni sera. Poi si cambiò casa, finalmente di proprietà. Altro quartiere, nuove tentazioni. I miei genitori cominciarono ad avere problemi tra loro sempre più seri e alla fine si separarono. La ferita più grande: il tradimento di mio padre. La famiglia che fino ad allora, bene o male, ci aveva offerto un rifugio, cominciò a sgretolarsi: mio fratello e le sue cattive amicizie, l’approccio sbagliato alla sessualità, gli insuccessi scolastici, le frustrazioni della crescita, portavano lentamente noi figli verso una inesorabile perdita di senso.

Il primo idolo cominciò a farsi strada in me e, se non altro, a impedire che mi perdessi completamente: mi sarei riscattata assecondando quello che pareva essere un mio vero talento: volevo diventare un’attrice. Cominciai a fare esperienza in un piccolo teatro della mia città ma, appena conseguita la maturità scientifica, partii per Roma sicura che con una ferrea volontà e qualche sacrificio avrei potuto realizzare il mio sogno. In realtà ho fatto molto più la cameriera nei locali che l’attrice vera e propria pur di mantenermi e non gravare su mia madre.



In ogni caso ho cominciato a vivere in un disordine totale sia dal punto di vista emotivo che alimentare. Tiravo tardi la notte e studiavo male di giorno, mangiavo e vomitavo, uscivo, andavo a ballare, ero piena di amici o mi rintanavo in casa come fosse una tomba e non rispondevo al telefono per giorni. Non ero riuscita a concludere nulla all’università e collezionavo una delusione dopo l’altra sebbene in certi periodi dominasse l’euforia per il raggiungimento di qualche obbiettivo. In qualche modo, infatti, ero anche riuscita a ottenere bei lavori sia in teatro che in televisione e la gente cominciava pure a riconoscermi per strada. Con i miei risparmi, inoltre, avevo comprato un buco di casa ed ero riuscita a conquistare quel certo ragazzo che per lavoro faceva il cantante famoso e finalmente sarebbe stato meglio con lui che con quello di prima che addirittura era un tossicodipendente eroinomane e mi aveva fatto quasi ammalare per stargli dietro.

Ho fatto talmente tanto su e giù da avere le vertigini. E siccome ho sempre creduto che il merito dei miei successi fosse mio e che la causa delle mie frustrazioni fossero sempre gli altri, vivevo in un totale vittimismo ma alla continua ricerca di qualcosa che saziasse quella fame che comunque non riuscivo a smettere di avere.

Quanto ero lontana dalla Verità! Quanto lontana da Lui!!! Ma più quella fame cresceva e più finalmente mi avvicinavo. In fondo stavo cercando amore. Sebbene cercassi nei posti sbagliati desideravo solo e disperatamente essere amata. Invece subii un altro feroce tradimento e sopportai un altro terribile periodo di depressione.

Cominciai ad interessarmi alla filosofia buddista e, in qualche modo, la pratica della meditazione mi aiutò a lenire le mie ferite. Accadeva però un fatto strano: ogniqualvolta cercavo di concentrarmi svuotando la mente per meditare, mi appariva, ondeggiando sul muro bianco che fissavo, il volto di Gesù che fissava me. Mi attraeva, mi commuoveva.Una sera, durante uno dei miei vagabondaggi, entrai in una chiesa di via del Corso in cui esponevano il Santissimo e lo adoravano. Caddi seduta, sfinita, in un banco e, ancora una volta cominciai a sciogliermi in un pianto silenzioso, una disperata richiesta di aiuto. Credo che da quella sera abbia avuto inizio, in un certo qual modo, la mia conversione.

Quel piccolo spiraglio che si apriva ha permesso a Dio di entrare nella mia vita e trasformarla, piano piano, con tempi che solo Lui poteva perfettamente stabilire. Da lì è cominciata la “rivoluzione della Misericordia” che mi ha portato fin qui.

Non ero ancora pronta a dire il mio Amen e Dio ha rispettato i miei tempi: ha messo nel mio cuore un desiderio di Lui sempre più forte che pian piano ho imparato a riconoscere in varie circostanze, non ultima quell’estate del 2000. A quella GMG non ho partecipato ma di lì a poco, ho cominciato seriamente a cercare Dio e, quale posto migliore per cercarlo se non tornare in Chiesa?


Nella mia parrocchia c’era un viceparroco che teneva un ciclo di catechesi per giovani e adulti e richiamava tanta gente le domenica con le sue belle omelie. Me ne aveva parlato una mia vecchia compagna di università rincontrata per caso. Per caso? Mi domando oggi. Ah! Come non affermare che il Creatore è soprattutto un “creativo”! 

Andai a parlare con lui mossa soprattutto dal desiderio di “mettermi a posto con la coscienza”: la storia con Pierpaolo stava funzionando e io ero incinta della nostra prima bambina. Quello fu il primo doloroso incontro con la Verità! Quel sacerdote mi disse che non poteva assolvermi perché convivevo more uxorio con Pierpaolo che era divorziato ma che non per questo avrei dovuto scoraggiarmi: la Chiesa mi avrebbe accolta. Se ero arrivata fin lì era sicuramente per volontà di Dio, il quale ha, su ognuno di noi, un progetto meraviglioso da realizzare. Avrei dovuto obbedire astenendomi dal sacramento dell’eucarestia fintanto che la mia posizione fosse rimasta “irregolare” e andare a messa ogni domenica e, se volevo, cominciare a frequentare questo catechismo che mi avrebbe sicuramente aiutato e messo in ascolto.

Obbedii, seppur soffrendo, e quell’obbedienza spalancò le porte alle innumerevoli Grazie che Dio ha voluto donarmi fino ad oggi.
Per farla il più breve possibile, l’ordine che pervade la vita di chi si orienta verso Cristo cominciò ad illuminare tutte le scelte della mia vita. Cominciai ad essere circondata da nuove amicizie, da persone piene di Fede e, dopo circa un anno e tante mie suppliche anche Pierpaolo, che si professava ateo, cominciò a frequentare la parrocchia. Abbiamo cominciato insieme un percorso di conversione molto serio guidati dai santi sacerdoti che via via il Signore ci ha donato. Abbiamo avuto un altro maschietto e una lunga serie di piccoli e grandi miracoli quotidiani che ci hanno permesso di gustare fin da quaggiù il sapore della vita eterna, la vita piena, quella “parte migliore che nessuno potrà toglierci”.



Ma il dono più grande che abbiamo ricevuto e che, in qualche modo si ricollega alle GMG, il Signore lo ha dato al mio matrimonio. Per anni Pierpaolo ed io abbiamo obbedito alla Chiesa non accostandoci alla Comunione, e più mi innamoravo di Gesù, più soffrivo nel non poter ricevere il Suo Corpo Santo. Ho sofferto tanto da desiderare,sebbene amassi anche lui, che Pierpaolo non fosse mai entrato nella mia vita. Soprattutto perché all’inizio, quando ancora affermava di non credere, lo vedevo come unico ostacolo tra me e il Signore, e soprattutto, perché affermava anche che mai e poi mai avrebbe chiesto l’annullamento del suo primo matrimonio celebrato in chiesa.

Mi vedevo costretta a vivere per sempre come monca, incompleta, a metà. Altro che ostacolo!! Che dono è stato mio marito! Innanzitutto, l’espressione concreta di quell’Amore gratuito di chi ti ama così come sei, ti accetta imperfetta e ti lascia libera e poi, la persona con cui scoprire che è proprio vero che Dio fa nuove tutte le cose ed è capace di scrivere tra le righe storte una meravigliosa storia d’amore. Di questo infatti si tratta: di una meravigliosa storia d’amore in tre. Mano a mano che anche Pierpaolo veniva conquistato dall’Amore Misericordioso di Gesù, desiderò mettere nelle mani della Chiesa il suo precedente matrimonio perché venisse giudicato. Nello stesso tempo, in seguito ad un pellegrinaggio, sentimmo forte il desiderio di vivere un periodo di castità da offrire al Signore senza comunque accedere alla Comunione.

Come sempre accade quando, con la Sua Grazia, ci si spinge un po’ oltre noi stessi, Dio ricompensò questo nostro gesto con un periodo di rinnovato fidanzamento nel quale riscoprimmo le tenerezze di un amore trepidante di desiderio inespresso, pieno di emozioni adolescenziali, ricco di ciò che a suo tempo ciascuno di noi due aveva sprecato: ci stava offrendo intonso quel vasetto di miele che avevamo sperperato.

Ricordo che durante quel pellegrinaggio mediante il quale ci si stava preparando alla GMG di Colonia, io espressi un desiderio che però in quel momento ritenevo irrealizzabile. Avevamo già due bambini e sapevamo che alla GMG di Colonia non saremmo potuti andare e allora io chiesi al Dio Onnipotente che avevo imparato a considerare mio Padre, di permettere che la richiesta di riconoscimento di nullità del precedente matrimonio di Pierpaolo fosse accolta e che riuscissimo a sposarci in chiesa in tempo per partecipare alla futura GMG, quella del 2008. Dopo un anno di castità, però, cominciammo a entrare in crisi. Interrompemmo il voto. Continuavamo il nostro cammino e, anzi, addirittura, impazienti di regolarizzare la nostra posizione almeno davanti agli uomini e dopo aver partecipato al “Family day” , ci sposammo in Campidoglio civilmente ma ribadendo la speranza di poter al più presto celebrare lo stesso rito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Credo che Dio ci abbia benedetti ancora quel giorno: dopo qualche tempo mi accorsi di aspettare Giovanni, il nostro terzo figlio. Un altro grandissimo dono. Un altro capitolo a parte. Ma, sorpresa delle sorprese!, dopo circa sei mesi dalla sua nascita, nella primavera del 2008, arriva la dichiarazione dal Vicariato che il matrimonio di Pierpaolo era considerato nullo e che finalmente avremmo potuto sposarci!

Quale gioia! Si può forse descrivere? Quanto era fedele il Signore!
Scegliemmo, consultando le letture dei giorni, di sposarci lunedì 7 Luglio. Si proclamava, in quel giorno, il vangelo dell’emorroissa che fu una delle prime Parole a guarire il mio cuore e, solo dopo aver quasi finito di organizzare il tutto, mi resi conto che, senza nemmeno pensarci, avrei fatto in tempo a partire in viaggio di nozze proprio nei giorni in cui avrebbe avuto luogo la GMG di Sidney! Ma vi rendete conto???? Dio è stato veramente fedele.





giovedì 5 marzo 2015

La storia di Felix Cordero

Famiglie in missione: 

domani il Papa, oggi Felix


FELIX

di antonello iapicca


I fiocchi venivano giù stupiti anch’essi d’esser precipitati sulla terra in un giorno che non avrebbe mai potuto vedere la neve. Era il 5 agosto infatti, era notte e cadeva la neve sull’Esquilino. Ma nascosta dietro a quei fiocchi silenziosi v’era la Vergine Maria; aveva deciso infatti che era su quel colle di Roma che voleva le fosse dedicato un santuario. E lo comunicava con quanto di più le assomiglia, la neve candida. Così da quel giorno il 5 agosto è diventato una memoria di Maria carissima alla Chiesa, la Madonna della neve. E su quel Colle sorge ora una delle più belle Basiliche di Roma, la più antica in Occidente dedicata a Maria.
Molti secoli dopo, erano quasi dieci anni fa, appena superata la mezzanotte del 5 agosto, proprio Lei, la Fanciulla di Nazaret, è scesa qui sulla terra, come un fiocco di neve, per venire a prendere un suo figlio amatissimo, Felix Cordero. Glielo aveva promesso molti anni prima, così, semplicemente, nel bel mezzo di una preghiera sciolta in libertà mentre guidava. Ed è stata fedele.
Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, San Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l’Adriatico, quasi all’ombra della Santa Casa di Loreto, l’umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una “famiglia in missione” del Cammino Neocatecumenale, immagine della “Trinità in missione”, come san Giovanni Paolo II aveva definito le famiglie missionarie che, dal lontano 1986, sono partite a centinaia per ogni parte del mondo: “Non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio: Unità, Comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino. E così, portando come itineranti la testimonianza che è propria della famiglia, della famiglia in missione, voi portate dovunque la testimonianza della Trinità Santissima in missione. E così fate crescere la Chiesa perché la Chiesa cresce da questi due misteri. Come ci insegna il Concilio Vaticano li, tutta la vitalità della Chiesa viene finalmente, o principalmente, da questo mistero, da questo mistero della Trinità in missione. D’altra parte portate la testimonianza della famiglia in missione che cerca di camminare sulle orme della Trinità in missione” (San Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa della Sacra Famiglia, Porto San Giorgio 30 dicembre 1988).
Come quelle che domani invierà Papa Francesco per i luoghi più scristianizzati e pagani della terra. Partono con i loro figli per aiutare le chiese locali ad avvicinare i lontani e quelli che hanno perduto i contatti o per iniziare una “implantatio ecclesiae” dove questa è ancora molto piccola o non è presente. Si tratta delle cosiddette “Missio ad Gentes” che Dio ha ispirato a Kiko Arguello e a Carmen Hernandez iniziatori del Cammino Neocatecumenale alcuni anni fa e che già sono diffuse in tutti i continenti con frutti sorprendenti.
Sono comunità composte da quattro famiglie in missione con i loro figli, guidati da un sacerdote e accompagnate da alcune sorelle nubili chiamate a far presente il Corpo vivo di Cristo risorto nelle zone alle quali sono inviate. Vivendo seriamente l’Iniziazione Cristiana nella quale si diventa cristiani, fondata sul tripode della celebrazione dell’Eucarestia, della Parola di Dio e di una convivenza mensile, divengono a poco a poco un segno della Vita celeste, il destino al quale ogni uomo è chiamato. Sale, luce e lievito per un mondo senza sapore, che brancola nel buio e disperatamente infecondo.
Come affermava il Padre Cantalamessa, in questo tempo profondamente desacralizzato, la Nuova Evangelizzazione auspicata da San Giovanni Paolo II sarà portata avanti dai laici. All’uomo del Terzo Millennio, che ha rifiutato previamente ogni idea e simbolo religiosi, terrorizzato dall’integralismo e dal fondamentalismo, potrà parlare solo un uomo come lui che ha realmente incontrato Dio nella propria vita. Un uomo che ha riscoperto la dignità altissima della propria vita in una comunità cristiana dove ha conosciuto Cristo risorto nella riscoperta del proprio battesimo: “Ci sono molte famiglie in questo mondo progredito, ricco, opulento che perdono la loro unità, perdono la comunione, perdono le radici. Ecco voi siete itineranti per portare la testimonianza di queste radici; questa è la vostra catechesi, questa è la vostra testimonianza neocatecumenale: così si parla della fruttificazione del Sacro Battesimo. Sappiamo bene che il Sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel Sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo” (San Giovanni Paolo II).
Un uomo, dunque, che si è imbattuto nell’evento del Mistero Pasquale, nel quale ha visto perdonati i propri peccati e ha ricevuto la vita divina attraverso un cammino che lo ha condotto in un cammino verso la fede adulta, l’unica che vince il mondo e le sue concupiscenze. Un uomo che incarna nella vita quotidiana la sua fede, senza attendere che le persone vadano al tempio, perché il tempio si fa presente dove gli uomini si trovano, deboli e increduli. Un uomo che insieme ai suoi fratelli nella fede offrono al mondo l’amore e l’unità, gli unici segni credibili che squarciano i cieli e smentiscono la disperazione che tiene schiava l’umanità nella paura della morte.
Un uomo come Felix che, all’ombra della Santa Famiglia, è partito con la sua famiglia per il Giappone, un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza un euro in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario. Qualcosa di grande li attendeva in Giappone, un’avventura che a raccontarla non basterebbe il tempo. Sì, perché ogni giorno, che dico, ogni istante di ogni giorno di missione è stato un miracolo, come un fiocco di neve nel bel mezzo d’una notte d’agosto.
Il Signore lo aveva preparato a lungo, s’era fatto conoscere attraverso il Cammino Neocatecumenale, con Maite avevano sperimentato più volte la presenza e la misericordia di Dio. La Parola e l’eucaristia celebrate ogni settimana nella propria comunità di Madrid li aveva nutriti di quel pane che non perisce, l’unica verità per la quale valga la pena perdere la vita.
L’esperienza consolidata di un amore infinito che supera le barriere dell’egoismo e si fa possibile ogni giorno nel matrimonio, nel lavoro, nella comunità fatta di concretissimi fratelli di ogni ceto e cultura, diversissimi e che forse non ti saresti scelto, con i quali ti trovi a contatto settimana dopo settimana, magari litigandoci per poi perdonarsi, questa è stata la seria formazione ricevuta. E la chiamata sentita dentro, al fondo del cuore, vivendo nel cuore della Chiesa. Una gratitudine spontanea che sorgeva dinanzi ai miracoli d’amore toccati, gustati, sperimentati.
Una gratitudine che s’era incarnata per loro in una chiamata eccezionale e stupenda, quella di annunciare, come famiglia, attraverso la vita quotidiana vissuta nella precarietà più totale, l’amore infinito che aveva salvato, rigenerato e fatto fruttificare la propria vita. Felix era partito per gratitudine.
Il Giappone. Un altro mondo. Per tutti, ma non per un cristiano. E Felix è stato un cristiano. Nel cuore di Cristo non vi sono barriere, non v’è divisione. Ogni uomo è suo fratello, e per lui non si tratta di uno slogan sentimentale. Per Cristo ogni terra è la sua terra, ogni Paese è il suo Paese. Ovunque vi sia un uomo c’è anche Cristo. Di Lui ha bisogno, e Lui è lì. Da sempre, e si manifesta a suo tempo in chi porta dentro il Suo cuore pieno di compassione.
Il cuore della Chiesa che ha lanciato i suoi figli sino agli estremi confini della terra, da quel giorno che sul Monte le parole del Signore avevano fatto del mondo intero la sua missione. Il cuore che Dio aveva dato a Felix. Per questo il Giappone era diventato il suo Paese. Così, naturalmente, per amore. La lingua impossibile aveva imparato a balbettarla lavorando come operaio, l’ultimo, piegando le spalle per tirar su una linea del treno ad Hiroshima, la prima città alla quale era stato inviato.
La casa resa abitabile in combutta con la Provvidenza, che lo accompagnava spesso tra quanto i giapponesi suoi vicini avevano smesso di usare, mobili ed elettrodomestici ancora buoni per chi aveva come Principale Colui che da ricco s’era fatto povero. Con Lui s’era buttato negli uffici del Comune, tappezzati di segni oscuri, gli ideogrammi che, per chi non è giapponese, sembrano messi lì apposta per impedirti di capire dove sei, che devi fare, a chi puoi rivolgerti.
Le iscrizioni alle scuole dei pargoli, la luce, il telefono, il gas; le corse all’ospedale perché quando hai tanti bambini è più il tempo che passi in macchina per tirarne qualcuno fuori dai guai che quello che puoi dedicare a riposarti. Le pietanze giapponesi, sapori e gusti e odori a distanze siderali da quelli familiari del suo “piso” (appartamento) lasciato a Madrid. E le “chiacchierate” con i medici, con i maestri dei ragazzi, con i vicini, con chiunque, fatte nei primi tempi come le farebbe un sordomuto, perché quella è stata la figura che Felix e le altre famiglie in missione in Giappone hanno fatto per lungo tempo.
Come un bambino ha imparato a dipendere totalmente da Dio, che di norma le difficoltà non è abituato a toglierle, ma, misteriosamente, è sempre lì a prenderti per mano e a condurtici dentro e a sperimentare che Lui esiste, che il Suo Figlio ha vinto la morte, che il suo amore ha trapassato ogni muro, e che, in tutto c’è speranza, perché tutto concorre al bene per chi è amato da Lui.
E così ogni difficoltà si trasformava nell’occasione per avvicinarsi a qualche giapponese, come un piccolo, come un apostolo senza sicurezze eppure felice, sereno, che proprio nella precarietà testimoniava la presenza vera e provvidente di Dio. In tutto simile ai giapponesi, Felix, percorrendo cammini e umiliazioni che solo il segreto del suo cuore ha conosciuto, ha vissuto ad Hiroshima anni fecondissimi nell’apparenza di una vita comunissima eppure straordinaria.
Il disegno divino lo ha poi condotto con la sua famiglia al nord del Giappone, Kofu per la precisione, giusto all’ombra del famoso Monte Fuji, icona classica del Paese, e lì, come l’ape al miele, frotte di immigrati sudamericani si sono avvicinati alla sua casa. Paria di questa Nazione, molti senza neanche il visto, le famiglie dissestate, parentele intrecciate come labirinti, orari di lavoro da rabbrividire, il cuore spiaccicato sul denaro da accumulare in fretta per scappare dentro ad un’illusione, tanti immigrati hanno trovato in Felix e nella sua famiglia un approdo, l’unico.
Tutto quel che sino ad allora il Signore gli aveva manifestato, l’amore sperimentato e vissuto durante una vita, la precarietà estrema dei suoi giorni traboccante però della Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli, tutto questo incarnato in Felix era diventato l’ancora di salvezza per tanti disperati che nessuno aveva neanche pensato d’aiutare. La sua casa, la sua famiglia erano diventati la loro Chiesa, l’utero capace di accoglierli nelle loro debolezze, con i loro peccati, offrendo loro una possibilità, l’unica vera e credibile, il potere di Gesù Cristo e del suo amore.
Ma proprio lì, dove il suo apostolato sembrava dare i frutti più visibili, il Signore aveva pensato di stringerlo più forte a sé, di dare una svolta e di farlo assomigliare ancor più a Lui. Kofu doveva diventare per Felix un Getsemani intriso di sangue e tradimento. I nostri occhi hanno visto il dolore nei suoi occhi al capire che per lui, e per la sua famiglia, in quel posto non v’era più posto. Gli uomini, si sa, possono capire e non capire e, quando al parroco che lo aveva chiamato lassù è succeduto un altro parroco, beh, Felix, la sua famiglia, la missione avevano finito d’essere capiti.
In un momento ha visto crollare tutto. Era quello il tempo del fallimento, dell’incomprensione, del rifiuto. Era il momento oscuro nel quale in Felix è apparso invece, luminoso, il volto del Servo sofferente di Dio. Per tacere di tutti gli altri, in altri momenti, in altri luoghi, segreti gelosi che si è portato in Cielo. Ma questa volta era tutto pubblico, doveva far fagotto, abbandonare quell’abbozzo di comunità che aveva visto nascere tra gli ultimi di questa Nazione, lasciare quei volti, quelle storie, quelle persone.
Kofu come il Moria, e Felix ha preso su famiglia e bagagli, strappando i figli agli amici e alla scuola, ai loro stessi progetti di studio e lavoro, roba da spaccare le viscere, con una ferita nel petto ma anche, e soprattutto, con la certezza nel cuore che Dio non avrebbe abbandonato nessuno di loro, ed è partito per una nuova tappa, l’ultima, del suo pellegrinaggio missionario in Giappone.
Questa volta lo attendeva Takamatsu, e una missione nuova. La più dolorosa, la più feconda. Qualche tempo per ambientarsi, aiutare con zelo l’evangelizzazione nella Parrocchia della Cattedrale, e un dolore lancinante al petto a ricordargli che quel giorno era Lunedì Santo. Dieci anni fa, la corsa dal medico temendo un infarto, la scoperta che invece era un cancro, cattivo, aggressivo, e se lo stava portando via. Del suo corpo aveva risparmiato poco, s’era annidato ovunque, ma la sua anima quella no, era limpida, più limpida che mai. Come il suo cuore, che la sofferenza di Kofu aveva preparato, e dilatato.
Quel lunedì s’era dischiuso il frutto più bello, il miracolo più fecondo. Uno sguardo con Maite, l’intesa d’una vita, e “si rimane in Giappone, io muoio qui, per questa terra offro ogni sofferenza, per il Seminario che è in questa Diocesi, per il Vescovo, per i sacerdoti, per ogni giapponese, anche per i nemici, anche per tutti quelli che non comprendono quel che stiamo facendo, la nostra esperienza di fede.
Le mie sofferenze per loro, e questo mio corpo che sia sepolto qui, che qui è dove il Signore mi ha portato, che qui è la mia terra che tanto ho amato”. E così anche Maite, nel cuore la decisione di proseguire la missione anche quando Felix non ci sarebbe stato più. E poi, insieme, con tenerezza grande, le decisioni comunicate ai figli, e la loro spontanea adesione al pensiero di mamma e papà. Una famiglia in missione, tante vite, una sola vita donata a questa Nazione.
Felix aveva così intrapreso il cammino più arduo della sua missione, una “missione nella missione”. Si, perché in fondo, ed è cosa che ci riguarda tutti, tutto quanto era stato sino ad allora era la preparazione, una sorta d’allenamento, un ritiro pre-campionato, dove mettere in cascina fiato ed energie per la stagione agonistica. Ora Felix era nello stadio, nell’agone dell’ultima battaglia, quella per conservare la fede ed entrare nel Regno promesso.
La sua Patria diventavano ora la corsia dell’ospedale, ora lo studio del medico, ora la stanza della chemio, e suoi fratelli i medici, le infermiere, ognuno che gli si avvicinasse, cristiano o no, spagnolo, giapponese o quel che fosse. Amici, conoscenti, e sconosciuti, tanti, tantissimi hanno pellegrinato al suo giaciglio. Una malattia per la vita, per la Gloria di Dio, il Vangelo al vivo, davanti ai nostri occhi. Un letto di dolore trasfigurato in un santuario dove era palpabile la presenza di Dio.
Ecco, una vita che si era andata trasfigurando e rassomigliandosi sempre più al Signore, questa era stata la vita di Felix, ed ora, in queste sue ultime ore, tutto si stava davvero compiendo. Intorno v’era sofferenza certo, ma incastonata in una pace che non poteva essere di questo mondo, e niente di più lontano dalla rassegnazione. La sofferenza di Felix, di Maite, dei suoi figli era lì a gridare dolcemente che la morte è vinta, la sofferenza, il dolore, questi mostri che ci riempiono di spavento erano lì, davanti agli occhi di tutti, come perle che brillavano nel candore d’una pace celeste.
Ora Felix stringeva con forza nuova e indistruttibile i suoi figli, i suoi dieci figli che intorno al suo letto lo impreziosivano come una corona di diamanti. Un re con il suo Re sul trono della Croce. Abbiamo tutti visto il Signore vivo in un corpo che scivolava verso la morte. La lotta c’è stata, non stiamo qui a scrivere un epitaffio impastato di miele. Sofferenze e combattimenti duri, tentazioni, perché il cancro, lo sappiamo, non è mica una passeggiata nei boschi.
Ha camminato spesso sul crinale Felix, ce lo ha detto più volte. Tutta la vita era stata un posare passo dopo passo i giorni su di un filo, da un lato il burrone, la possibilità concreta di cadere e sfracellarsi, ma Dio era stato sempre fedele. Mille volte aveva avuto misericordia. E anche ora Dio era fedele, fedele e misericordioso, ora che parlare non poteva, mangiare ancor di meno, l’accusatore era lì per farlo disperare, per strappargli quello che desiderava di più, la pace e la certezza dell’amore di Dio.
Negli ultimi tempi gli ronzavano per la testa le parole di Teresina di Lisieux, che non era la morte che si portava via la vita quella che stava arrivando, ma la Vita, quella vera, che spazza via la morte. E desiderava ardentemente comprendere e vivere l’esperienza della piccola Teresa, quella di potersi sedere a mensa con i peccatori, segno d’un cuore che bramava, pieno di compassione, la salvezza di ogni uomo.
E Maria era già in viaggio mentre si affacciava nella notte il suo giorno, quello in cui fece scendere candidi fiocchi ad imbiancare un colle di Roma. Felix sfinito cercava l’aria per posare gli ultimi passi che lo separavano dal Cielo, respiri lenti e affannati che sembravano adagiati sulle nostre parole pregate. Maite a stringer la mano, i suoi figli come virgulti d’ulivo intorno a Lui, quasi a proteggerlo e ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio, e i fratelli in missione con lui lì accanto, ed era una liturgia.
Preghiere, un rosario, un altro, e un’Ave Maria, l’ultima, un Amen, l’ultimo, a raccogliere l’anima di Felix che saliva al Cielo. E’ passata da poco mezzanotte, è il 5 di agosto del 2005, è la Madonna della neve, la Vergine Maria ha steso il suo manto, ha preso con Lei il suo fiocco di neve, lo porta dal Suo Figlio, il premio promesso. Un miracolo, un volto di pace dopo tanta fatica, e lì, dove Felix ha posato il suo corpo, come la neve di tanti secoli fa ha segnato il luogo di una chiesa, qui, in Giappone, sorgerà una chiesa, ne siamo certi, una comunità viva che dia gloria a Dio e che testimoni, per tutti, l’amore infinito di Dio che abbiamo visto brillare nel sorriso di Felix.
In fondo è questo il martirio che genera cristiani. La morte di Felix, una terribile ingiustizia per il mondo, è stata ed è la sua predicazione più feconda. Proprio dalla sua nascita al Cielo, sulla terra è planato il Cielo: segni e prodigi per testimoniare che davvero Cristo è risorto a tutti noi e ai tanti giapponesi che lo hanno conosciuto. Ruth, una delle sue figlie, si è sposata e ora, con 6 figli è in missione a Hiroshima con la sua famiglia. Un’altra figlia, Teresa, è ormai da tre anni in un convento di clausura carmelitano ad Huesca, in Spagna, felicissima e innamoratissima di Gesù. Javier, uno dei ragazzi, è missionario itinerante in Corea, mentre Juan suo fratello si sta preparando per entrare in seminario. Le ultime due figlie sono fidanzate, mentre i primi figli sono felicemente sposati e spendono la propria vita per il Vangelo.
Questa è l’opera di Dio in Felix, la realizzazione del Mistero Pasquale simile a quella che risplende in tanti altri missionari del Cammino Neocatecumenale e nelle famiglie che domani Papa Francesco invierà nel mondo, speranza per la Chiesa e per questa generazione, come disse profeticamente San Giovanni Paolo II: “Attraverso il Battesimo siamo immersi nel Mistero Pasquale di Cristo per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza della persona, ma nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica… Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia. Sì, il vostro programma deve essere pienamente evangelico, coraggioso nel testimoniare e coraggioso nel domandare, nel domandare davanti a tutti… portando anche avanti un programma direi socio-politico, socio-economico. La famiglia è coinvolta in tutto questo e può essere aiutata, portata avanti, privilegiata o può essere distrutta. Dovete, con tutte le vostre preghiere, con la vostra testimonianza, con la vostra forza, dovete aiutare la famiglia, dovete proteggerla contro ogni distruzione”.
 Articolo pubblicato su “La Croce” del 5 marzo 2015

venerdì 6 febbraio 2015

La storia di Gabriel Martinez



La conversione di Gabriel, dalla sinistra libertaria anticlericale alla Chiesa cattolica. Per amore di una donna





Cresciuto in una famiglia dove la bibbia era Il capitale di Marx, Gabriel “Gabi” Martinez, economista spagnolo oggi 52enne, ha vissuto mezza vita da militante della sinistra estrema, fiancheggiando l’Eta e seguendo uno stile di vita radicalmente “liberal” e anticlericale. Per cadere infine vinto nelle braccia della sua peggior nemica: la Chiesa cattolica. Aveva scoperto, come ha spiegato recentemente alla tv spagnola, che ciò che odiava era in realtà l’unica cosa in grado di risolvere «la mia insoddisfazione».

L’IDEALE DEL PIACERE. «Mio padre era per la società proposta dagli ideologi marxisti», racconta Martinez a tempi.it. «Perciò l’educazione ricevuta in casa nostra non poteva che essere all’insegna dell’uguaglianza e della libertà: le aziende dovevano essere guidate dai lavoratori, tutti i membri di una famiglia avere lo stesso peso, senza alcuna autorità sovrapposta». Ma quella libertà, comprende oggi l’economista convertito, non era altro che uno strumento per raggiungere un ideale del tutto borghese dato che «la comunità così concepita serviva solo al benessere del singolo». Era in un certo senso logico che questo si traducesse per lui in un’adolescenza vissuta cercando «tutto il piacere possibile: marijuana, alcol, sesso, furto».

LA CRESIMA E L’ETA. Quando però il padre perse il lavoro e la famiglia cambiò città, continua Martinez, accadde un fatto; la prova, secondo lui, che «Dio già lavorava». Tutte le scuole erano piene e il giovane Gabi fu iscritto in un istituto cattolico. Anche lui come i compagni volle ricevere i sacramenti, e quando per caso incontrò un sacerdote dal quale si sentì amato decise di chiedere anche la cresima. Fino a 16 anni, comunque, la sua vita è stata «come quella di un qualsiasi giovane di una famiglia non credente. Ma poi le mie amicizie con persone di ideologia libertaria si ampliarono. Cominciai a interessarmi a quella cultura e a collaborare politicamente con la sinistra radicale. Alcuni dei miei amici appartenevano a partiti vicini all’Eta, e con loro partecipai a qualche attività locale, per fortuna senza mai nuocere fisicamente a nessuno».


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UNA VITA SENZA INIBIZIONI. Non erano certo le riflessioni esistenziali la sua occupazione principale. Di quegli anni Martinez ricorda solo che «non pensavo più che Dio esistesse e che non fosse necessario perdere tempo in queste cose». Il ragazzo militava a sinistra e per il resto del tempo pensava solo «al sesso, alla musica e alla droga». Se riuscì comunque a laurearsi in economia fu esclusivamente per il grande sforzo «motivato solo dai vantaggi economici che avrei potuto raggiungere». Nel frattempo si convinceva sempre di più che «qualsiasi pratica fosse buona, fumare marijuana o altre droghe, fare sesso senza impegno, anche con la donna di un amico senza bisogno di nasconderlo, promuovendo rivolte contro i poteri istituzionali, il governo e la Chiesa». Adesso Martinez si sente di dover ringraziare Dio: «È stato Lui che non mi ha permesso di cadere nelle droghe pesanti. Già allora probabilmente mi stava preparando a una conversione radicale».


L’AMORE PER ANGELA. Di lì a poco, infatti, il giovane rivoluzionario si innamorerà di Angela, una donna cattolica. «Mi attirava tutto quello che era fuori dall’ordinario – spiega Martinez – e quella donna era una sfida per me: che fosse cattolica non era un problema, pensavo, in breve avrebbe cambiato idea. Ma non andò così. Al contrario, fui io a vedere in lei un modo di vivere che mi interrogava e mi attraeva. Aveva un modo diverso di rapportarsi con le persone, non faceva alcuna distinzione tra di loro, non parlava mai male di nessuno, dava i soldi ai poveri. E poi era allegra e si divertiva senza bere alcol, era un’altra cosa. Quando mio padre mi scoprì voleva uccidermi: “Gabriel, ti hanno ingannato”, mi diceva». Martinez era stato educato a pensare che la religione fosse l’oppio dei popoli, una volta lo aveva perfino scritto in grande sul muro di una Chiesa. Ovvio che con Angela «furono tre anni duri. Discutevamo e io cercavo di dimostrarle che le sue erano illusioni. Non la lasciai solo perché ero innamorato». Quella ragazza «viveva la fede seguendo il cammino neocatecumenale: parlava molto della Chiesa, dei sacerdoti, del Papa, e questo mi uccideva e mi ingelosiva. E in fondo pensavo che il suo essere cattolica, l’osservare i comandamenti e la legge della Chiesa sarebbe finito presto».


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UN AUT AUT LIBERANTE. Invece fu lui a cambiare idea. «Cominciai a fare soldi, facevo affidamento sul “dio denaro” come base della mia felicità e questo mi spinse lontano dall’ideologia politica. Intanto Dio, con questa donna, veniva a liberarmi da ogni schiavitù, che mi legava alle cose materiali. Vivevo una doppia vita contrapposta alle mie convinzioni marxiste, e tutto quello che pensavo io era incoerente con lo stile di vita della mia ragazza: era tutto un caos». La situazione divenne insostenibile, finché la donna, su consiglio delle sue guide spirituali, si decise a mettere Martinez davanti a un aut aut. «O provavo a partecipare agli incontri che frequentava lei o ci saremmo lasciati. Può apparire come una cosa contraria alla libertà, ma oggi io ringrazio per essere stato messo davanti a quella alternativa: ha salvato il nostro rapporto, che dura ancora oggi». Quello è stato il cedimento finale, quando «l’amore ha vinto l’orgoglio».


UNA CHIESA DIVERSA. Del resto Martinez era ancora convinto che nulla in fondo sarebbe cambiato per lui: «Semplicemente dovevo frequentare una catechesi due giorni alla settimana». Solo che, messo piede in chiesa dopo anni di assenza, l’ormai ex libertino ha scoperto qualcosa che nessuno gli aveva mai detto: «C’era un Dio che mi mi amava molto, e Qualcuno si era lasciato maltrattare fino alla morte affinché potessi essere felice. Il suo unico figlio Gesù Cristo mi ha dimostrato che la mia mancanza di felicità era stata prodotta dai miei peccati». Era una Chiesa completamente diversa da quella contro cui Martinez si era sempre battuto: «Voleva essere una casa per me, dove poter essere felice mettendo in pratica il Vangelo, la Parola di Dio. Mi parlavano di qualcuno che aveva vissuto così, la Vergine stessa, mi hanno aperto gli occhi su un Dio con potere immenso e un amore che non avevo mai conosciuto».


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NULLA DA RINNEGARE. Adesso Martinez è sposato «felicemente con 4 bambini, sono sempre stato felice, con o senza soldi», e adesso «credo nella fedeltà del matrimonio, nel rispetto della vita del nascituro, nell’accoglienza degli anziani in famiglia, nel rispetto del ricco e del povero, del datore di lavoro e del dipendente» e «nel dire senza nessuna paura la verità quando necessario, che questo sia opportuno o inopportuno, a chi vuole ascoltare e a chi no». Ma ovviamente non è finita perché «ho bisogno di preghiera quotidiana, della confessione, dell’Eucaristia, della Parola di Dio. Così posso continuare a camminare e alzarmi ogni volta che cado». Con il conforto «della Chiesa e della Vergine Maria, che ho imparato a conoscere e che mi sostiene nei momenti difficili, come fece mia madre in vita, che tanto mi ha amato nella sua debolezza». Perché nulla in questa rivoluzione radicale è da rinnegare, nemmeno «il mio santo padre che è stato uno strumento necessario per la mia conversione: se non fossi stato educato così non sarei potuto arrivare qui fra coloro che vivono bene. Lui non ha fatto altro che provare a darmi il meglio. Nei suoi ultimi giorni di vita mi confidò: “Gabriel, si è scelto il migliore”».

sabato 13 ottobre 2012

Catechesi del Cammino Neocatecumenale

Parrocchia di San Bernardo a Centocelle

"Ecco: sto alla porta e busso. 
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, 
io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me". 
(Ap 3,20)




24 anni fa, prima di incontrare la Chiesa Cattolica
attraverso le catechesi del Cammino Neocatecumenale
ero finito in una specie di vicolo cieco
Era il 1988 e avevo 17 anni.

Da un po’ di tempo ero come disorientato e depresso
perché non avevo strumenti per reagire 
alla crisi dei miei genitori,  
della società che mi circondava 
e di quella mia personale
tanto che spesso non vedevo più alcun senso nella mia vita.  
Ero diventato come una specie di Zombie
un “dead man walking”, 
perché mi sentivo morto dentro 
e mi lasciavo vivere andando alla deriva: 
se non fosse intervenuto Cristo, 
avrei fatto prima o poi una brutta fine, 
sarei stato forse un barbone o un suicida.

Mi portavo dietro le conseguenze di ferite che nessuno aveva mai medicato 
e che neppure io vedevo né capivo bene, 
come il rifiuto e il bullismo che avevo subìto 
dapprima dai nuovi compagni della scuola elementare 
e poi qualche anno dopo da mio fratello maggiore 
con la cerchia dei nostri amici sotto casa, 
il senso di abbandono e di incomprensione da parte dei miei genitori 
e la tremenda vergogna e l'oscuro senso di colpa 
per la schiavitù compulsiva della masturbazione e della pornografia.

Perciò mi disprezzavo terribilmente, 
non mi sentivo per niente stimato dagli altri 
ed ero molto chiuso in me stesso: 
non vedevo la mia bellezza come opera di Dio, 
il fatto che sono prezioso ai suoi occhi,
la possibilità di fare qualcosa di buono nella mia vita
ero un complessato, mi sentivo incapace e inferiore agli altri.
Inoltre non riuscivo più a studiare 
e stavo andando incontro a una bocciatura,
per non parlare del fatto che non avevo ancora una ragazza 
alla veneranda età di 17 anni, 
che non ero capace di relazionarmi con il sesso femminile 
e non dico che ero vergine, ma non ne avevo neppure mai baciata una!!!
 Così un brutto giorno tentai il suicidio, come si dice. 

Non sapevo quel che facevo.
Presi tranquillanti e medicine che trovai nell'armadietto di casa
e mi sdraiai sul letto con il mio idolatrato Sting nelle orecchie,
aspettando l'ora fatale in cui tutto sarebbe finito per sempre.
Ma ciò non successe.
Sentii solo una specie di bagliore interno,
una sorta di ebbrezza, poi più nulla!
Non riuscivo neppure a suicidarmi, era un altro fallimento...
Mi fruttò solo una brutta intossicazione 
per cui per un mese andai in bagno ogni cinque minuti.
Non ne feci parola con nessuno e andai avanti come potevo.

Poco tempo dopo, un mio compagno di scuola, Stefano Persico, 
senza sapere nulla di quanto appena detto,
mi ha invitato alle catechesi iniziali del Cammino Neocatecumenale
nella parrocchia dell'Ascensione a Quarticciolo.

Ricordo che ho accettato senza neanche discutere o pensarci tanto, 
perché non avevo proprio più niente da perdere, 
e mi hanno subito colpito la schiettezza e la sapienza straordinaria 
di quei quattro poveracci mezzi borgatari come me,
  che avevano il potere di parlare al mio cuore, 
di far luce sul perché delle mie ferite
senza giudicarmi o chiedermi qualcosa in cambio, 
di farmi capire profondamente certi aspetti della mia storia 
e anche della Storia in generale, 
col mio stesso linguaggio di tutti i giorni, col dialetto della strada… 

In quella situazione mi ha salvato già 
il semplice fatto di far parte di una comunità di fratelli
cioè la possibilità di relazionarmi con gli altri, 
di aprirmi in qualche modo e di uscire finalmente da me stesso
di vedere che anche gli altri vivevano grandi sofferenze e problemi, 
di potermi pian piano sempre più esporre senza sentirmi giudicato
col mio carico di debolezze, fallimenti e sensi di colpa. 
Ma soprattutto mi toccò profondamente il cuore 
e mi diede una luce nuova per la mia vita 
l’immagine della "Kenosis" di Gesù
cioè il suo "svuotamento", la sua "spoliazione": 
l’umiltà e la povertà di Dio erano per me una notizia impressionante 
che davvero ha rivoluzionato il mio modo di pensare e di guardare alla realtà. 
Il fatto che Cristo stesso fosse “disprezzato e rifiuto degli uomini 
è stato come un balsamo, una medicina 
per le profonde ferite del mio orgoglio 
ed era come se i rifiuti, gli abbandoni e i fallimenti che avevo vissuto 
mi avessero in qualche modo preparato, 
avvicinato e unito profondamente al Figlio di Dio, 
mi avessero arato e seminato perché potessi vivere quell’incontro con Lui. 
Il mistero pasquale era una risposta meravigliosa 
e al tempo stresso molto concreta alla mia domanda di senso, 
mentre l’annuncio del fatto che era possibile 
passare attraverso la via della sofferenza e dell’umiliazione
e che anzi proprio tutto quello che avevo sempre cercato di fuggire 
era la via della salvezza che Cristo stesso aveva percorso 
per giungere alla sua gloria
mi diedero una forza e una speranza nuove 
e la chiave per ricominciare a vivere la mia vita.
Posso testimoniare che da allora 
Cristo è sempre stato fedele alle sue promesse
e si è preso cura di me con una pazienza e un amore infinito,
mi ha educato e mi ha riempito di grazie che mai avrei immaginato,
mi ha fatto gustare la pienezza della gioia,
mi ha dato una famiglia e una comunità di fratelli,
ha spezzato le catene della mia depressione 
e ha vinto la mia chiusura.
Per cui non posso che invitarvi
 a venire e vedere,
per sperimentare personalmente
quanto è buono il Signore.



Kiko Arguello racconta la sua esperienza
La natura del Cammino Neocatecumenale 
viene definita da S.S. Giovanni Paolo II quando scrive: 
"Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni"
Nella Chiesa primitiva, quando il mondo era pagano, chi voleva farsi cristiano doveva iniziare un «catecumenato», che era un itinerario di formazione per prepararsi al Battesimo. 

Oggi il processo di secolarizzazione ha portato tanta gente ad abbandonare la fede e la Chiesa: per questo è necessario un itinerario di formazione al cristianesimo.

Il Cammino Neocatecumenale non è un movimento o un'associazione, ma uno strumento nelle parrocchie al servizio dei Vescovi per riportare alla fede tanta gente che l'ha abbandonata. 

Iniziato negli anni '60 in uno dei sobborghi più poveri di Madrid da Kiko Argúello e da Carmen Hernandez, venne promosso dall'allora Arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo, che constatò in quel primo gruppo una vera riscoperta della Parola di Dio ed un'attuazione pratica del rinnovamento liturgico promosso proprio in quegli anni dal Concilio. 

Vista la positiva esperienza nelle parrocchie di Madrid e di Roma, nel 1974 la Congregazione per il Culto Divino indicò il nome di Cammino Neocatecumenale per questa esperienza.

Si tratta di un cammino di conversione 
attraverso il quale si possono riscoprire le ricchezze del Battesimo.

Il Cammino si è diffuso in più di 900 Diocesi di 105 Nazioni, con oltre 20 mila comunità in 6.000 parrocchie.

Nel 1987 è stato aperto a Roma il Seminario missionario internazionale «Redemptoris Mater» che ospita giovani che hanno maturato la loro vocazione in una comunità neocatecumenale e che si rendono disponibili ad andare in tutto il mondo. Successivamente molti Vescovi hanno seguito l'esperienza di Roma e oggi nel mondo vi sono più di 70 seminari diocesani missionari «Redemptoris Mater» dove si stanno formando più di mille seminaristi. 

Di recente, in risposta all'appello del Papa Giovanni Paolo II per la nuova evangelizzazione, molte famiglie che hanno percorso il Cammino si sono offerte per aiutare la missione della Chiesa andando a vivere nelle zone più secolarizzate e scristianizzate del mondo, preparando la nascita di nuove parrocchie missionarie.