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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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venerdì 28 agosto 2015

La storia di Gregoire Ahongbonon


Gregoire, l’ex gommista africano
che libera i malati di mente dalle catene

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Non è una storia comune. È la storia di un gommista che un giorno si mette a curare i pazzi, nella foresta africana. Che li va a cercare e liberare dai tronchi d’albero cui sono incatenati, nei loro villaggi, perché nel cuore dell’Africa i pazzi sono ancora creature possedute dagli spiriti maligni.
Au bois, si dice in Costa d’Avorio: avvinti ai ceppi vengono tenuti i folli, per mesi ed anni. Perché non scappino. Qualcosa da mangiare e da bere, il minimo. Fino a che non muoiano. Quelli ogni tanto urlano grida senza senso, oppure tacciono, arresi e inebetiti. Non hanno che da aspettare la fine. Così è, nella tradizione locale, da sempre. 

L’ex gommista si chiama Gregoire Ahongbonon, nato in Benin nel 1953, terza elementare, sposato, sei figli. Un nero piccolo di corporatura, simpatico, cocciutissimo, dicono, uno che si fa centinaia di chilometri per andare a liberare un altro povero cristo incatenato. Sono anni che s’è messo a fare la sua silenziosa rivoluzione. Amici, missionari, sacerdoti lo avvertono. Lui arriva, chiede il permesso alla famiglia, promette che può curare quel figlio, quel fratello. Gli si avvicina, nel silenzio attonito di tutto il villaggio. Gli parla – parla a ciò che resta di un uomo da anni legato come un cane.

Racconta Marco Bertoli, uno psichiatra italiano che ha seguito Gregoire nelle sue spedizioni: «È stata una scena straordinaria. Quel poveretto era lì, assente, che non aspettava niente se non di morire. Gregoire gli si è chinato accanto, lo ha chiamato per nome, gli ha detto “vieni, ti porto via”. Quello lo fissava, e non capiva. Allora Gregoire lo ha liberato dalle catene, lo ha lavato con delicatezza. Sulla faccia dell’uomo c’era stupore: quel prendersi cura di lui, quello sì, riusciva a capirlo. Poi ha seguito Gregoire senza una parola – come un bambino. Liberare dalle catene, chiamare per nome, lavare: aveva un sapore evangelico la scena che ho visto in quel villaggio».
Ma perché, ma come un gommista africano un giorno capovolge la sua vita così? Prima dei trent’anni Gregoire era un tassista benestante, un uomo dalla vita vivace e sregolata. Poi, disavventure finanziarie, e una profonda crisi. Nel 1982, di un pellegrinaggio a Gerusalemme gli rimangono impigliate nella memoria queste parole: «Ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa».

Gregoire è uno che le cose le fa sul serio. Dall’orlo del suicidio che aveva sfiorato, al buttarsi nelle carceri del suo paese, sorta d’inferno in terra, ad abbracciare gli ultimi. Ma il più ultimo lo incontra un giorno in una fogna della capitale. È sudicio, straparla, ed è completamente nudo. In Africa, la completa nudità è l’emblema della follia. Mentre nelle campagne il folle è incatenato, nella città vaga nudo e randagio. Perché proprio per lui quell’incontrollabile tenerezza? È il primo pazzo di Gregoire.

Ad oggi, sono oltre 2.500 quelli che ha accolto e liberato. Curato: imparando dai medici a somministrare gli psicofarmaci elementari disponibili nel paese. E gli psichiatri occidentali che assistono alle visite tacciono. Bertoli: «Colpisce la sensibilità che ha verso gli ammalati».
Racconta ancora il medico italiano che esistono nella foresta villaggi che vivono della custodia dei folli. Sette animiste, che pure incatenano e maltrattano i pazzi, ma dietro compenso, e non lasciano avvicinare nessun estraneo. Da lontano si sentono le grida dei prigionieri. Qui Gregoire deve fermarsi, la rabbia in faccia, impotente.

Moltissimo ha fatto, però, e molto vuole fare. Non da solo. Ha suscitato attorno a sé un grande numero di amici, missionari, ex pazienti, e un’impressionante quantità di iniziative. L’associazione San Camillo di Bouaké dall’83 ha rimandato a casa centinaia di malati guariti, costruito centri di accoglienza, un ospedale per i poveri, e si occupa della cura e del sostentamento di 1.400 malati (Per informazioni e contributi, www.gregoire.it).

 
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Gregoire, sono 25 anni che hai cominciato la missione di curare i malati mentali, a cominciare dal momento in cui nel volto di uno di loro hai riconosciuto il volto di Gesù. Che bilancio faresti dell’esperienza che si è dipanata fino ad oggi?
(Ride, ndr) Come si fa a fare un bilancio del fatto che tutti i giorni, da quel giorno, io colgo il volto di Cristo in quello dei malati? Si tratta semplicemente di continuare il lavoro iniziato. Gesù Cristo è presente nella loro carne. Finché ci sono malati incatenati a un albero o dentro a una capanna, io non posso fare un bilancio di vittoria. La mia vittoria fino ad oggi è trovarli e farmi aiutare da Lui per liberarli.

Per aiutare i malati spesso è stato necessario rompere le catene con cui erano stati immobilizzati, entrare in conflitto con chi li teneva in quelle condizioni, e altro ancora. È ancora necessario battersi a questo modo per aiutare i malati mentali, oppure le mentalità sono un po’ cambiate?
Abbiamo creato tanti centri, la gente vede e questo aiuta a cambiare le mentalità. C’è un miglioramento nel modo degli africani di rapportarsi coi malati mentali, ma resta ancora da fare un lavoro immenso di sensibilizzazione, e con l’aiuto della Grazia e dello Spirito Santo lo stiamo facendo con entusiasmo. Ci chiamano in altri paesi africani, e noi con gioia andiamo per portare avanti questa opera che Dio ha voluto e che continua. Non è la mia opera, non è il mio progetto: è la Sua opera, è il Suo progetto, e Lui sceglie chi vuole per realizzarlo. Dopo l’inizio in Costa D’Avorio siamo passati in Benin nel 2004, dove si riscontrava la stessa situazione della Costa D’Avorio: malati abbandonati nelle strade o incatenati nei villaggi. Abbiamo creato un centro nel sud e uno del nord, e un terzo centro lo apriremo a Cotonou, la capitale, dove l’arcivescovo ci ha messo a disposizione una proprietà fondiaria sulla quale stiamo costruendo. L’anno scorso abbiamo aperto il primo centro in Burkina Faso, a Bobo Dioulasso, proprio dentro al recinto dove si trova il vescovado. Vescovo, preti e malati mentali si trovano faccia a faccia ogni giorno! Adesso vorremmo fare qualcosa in Togo. Lì c’è una situazione sconvolgente: nel sud, poco lontano dalla capitale, mi sono imbattuto in una spianata dove ci sono 204 persone legate o incatenate a piante e pali. È il “campo di preghiera” di una setta che dice di poter liberare i malati dalla possessione degli spiriti. Al Meeting di Rimini parlerò di questo, perché abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per cominciare l’opera anche lì.


Quello che si fa nell’opera lo hai definito spesso come “dare la libertà ai malati”. Ora, la condizione stessa di ogni malattia, e ancor di più della malattia mentale, è la mancanza di libertà, è uno stato di schiavitù, di prigionia. Che cosa significa esattamente per te “dare la libertà ai malati”?
Significa dare loro la libertà di vivere come le altre persone, riconoscere la loro dignità di esseri umani. Non sono dei malati ai quali la malattia ha cancellato ogni qualità umana, sono esseri umani che partecipano allo sviluppo della società. Alcune delle persone che sono passate attraverso i nostri centri adesso lavorano in associazioni di protezione dei diritti umani! Bisogna saperli accogliere e bisogna saperli comprendere. Allora danno tutto ciò di cui sono capaci.

Una delle ragioni per le quali gli africani hanno paura dei malati mentali, è che molti ancora pensano che essi siano stati colpiti dagli spiriti malvagi, e che non bisogna interferire con loro. Su questo versante è cambiato qualcosa o il problema sussiste ancora? La paura degli spiriti domina la vita degli africani o è stata superata?
In molti la paura è stata superata, ma molto resta ancora da fare. Ci sono ancora africani che quando assistono alla crisi di epilessia di un malato, pensano che sarebbe giusto bruciarlo vivo per impedire allo spirito malvagio che ha colpito quella persona di contagiare altri. Ma stiamo assistendo a un’evoluzione in tutto il continente, dovuta in parte alla diffusione e all’approfondimento del cristianesimo, in parte a una migliore educazione scientifica. I nostri centri nel Benin sono collegati in rete con dispensari dove i malati vanno a prendere le medicine. Il fatto che i malati assumono i medicinali li aiuta a stare meglio e a farsi accettare dalla gente, che smette di pensare agli spiriti come causa di quelle malattie. La sensibilizzazione sulle vere cause delle malattie psichiche va fatta sempre anche presso i cristiani, perché molti di loro continuano a credere nelle possessioni. Trattano i malati mentali come secoli fa i cristiani trattavano i lebbrosi: emarginandoli e tenendoli alla larga. Bisogna fare conferenze scientifiche, educare la gente, approfondire la catechesi.


L’Africa è un continente ancora molto povero. Dove trovate le risorse materiali e finanziarie per le opere che hai creato in questi anni?
Non sono le opere che ho creato io, sono le opere che Dio ha creato attraverso di me. Tutto ciò che viene da Dio è opera sua, e allora Lui provvede perché l’opera possa continuare. Abbiamo amici in tutto il mondo che ci aiutano con soldi e assistenza sanitaria: in Italia, in Francia, in Spagna, in Canada. In Benin i vescovi ci aiutano e invitano i fedeli ad aiutarci, a fare donazioni a nostro beneficio. Ci sono anche musulmani facoltosi che ci sostengono, perché i malati sono persone di tutte le fedi religiose e noi li avviciniamo senza fare distinzioni. La Provvidenza continua il suo cammino e noi ci fidiamo di lei. Quando abbiamo iniziato i nostri progetti in Benin, non avevamo i soldi necessari ad avviarli, ma ci siamo fidati dela Provvidenza. Quando un’opera viene da Dio, Lui provvede.

Una volta tu mi hai detto che la guarigione di un malato mentale dipende per il 50 per cento dai farmaci che assume e per il 50 per cento dall’amore cristiano che riceve. Che parte ha la preghiera nel tuo “cocktail terapeutico”?
La preghiera ha un’importanza capitale nei nostri centri, dappertutto c’è una cappella dove tutti i giorni viene celebrata almeno una Messa. Perché, lo ripeto, questa opera non è la mia opera, è l’opera di Dio, e allora bisogna rivolgersi a Lui perché continui. Nei nostri centri sta nascendo una comunità di laici consacrati, autorizzata dai vescovi: ecco il segno di quello che Dio ha in serbo. La preghiera ha un’importanza capitale nella mia vita: voglio essere in comunione permanente con la Chiesa, ogni giorno vado a Messa e mi accosto all’Eucarestia. Tutti i giorni mangio il corpo di Cristo e voglio che gli altri mangino me. Voglio essere mangiato da loro.

di Rodolfo Casadei (www.tempi.it)

martedì 25 agosto 2015

La storia di Maria Angela Bertelli


La Casa degli angeli

Suor Maria Angela Bertelli

Originaria di Carpi, suor Maria Angela Bertelli 
ha scelto di vivere in baraccopoli a Bangkok 
insieme alle donne rimaste sole con un figlio disabile. 
E ha scritto un libro su di loro.


La Casa degli angeli è una struttura in missione a Bangkok, Thailandia, dove vengono accolte le mamme di bambini disabili, donne che, non si sa bene perché, hanno deciso di non abbandonare un figlio ritenuto una disgrazia e frutto di una colpa.

Che un figlio con disabilità sia una sfortuna, o quantomeno un problema, è un’idea comune a molte culture, ognuna con la propria specificità. «Nel buddhismo theravada praticato in Thailandia la disabilità viene percepita dai più come frutto del karma», spiega suor Angela. «Ovvero: ti sei comportato male in una vita precedente e questa è la giusta punizione. La colpa può essere del bambino oppure di sua madre, in ogni caso entrambi sono evitati e tenuti a distanza. I mariti stessi di queste donne spesso se ne vanno lasciandole senza alcun appoggio».

La Casa degli angeli, nella parrocchia di Nostra Signora della Misericordia in una baraccopoli di Bangkok, dal 2008 ospita una ventina di mamme con i loro bambini disabili. «Posso dire che sta diventando pian piano una comunità viva perché cresciamo insieme, e soprattutto perché io stessa tra queste donne e i loro bimbi sperimento in modo molto concreto e reale Gesù vivo e il suo amore», afferma la religiosa. Eppure, l’inizio di questa opera non è stato facile. Così come non lo è stata la vita da missionaria di suor Maria Angela.

Originaria di Carpi, a 22 anni entra nella congregazione delle Missionarie di Maria (Saveriane) di Parma. Dopo i voti viene inviata a New York per imparare l’inglese e per frequentare un corso da fisioterapista: vive ad Harlem dove – anche se non è lì per questo – si dà da fare per i giovani che incontra nelle strade del quartiere.

Poi la prima destinazione in Sierra Leone, nel ’93. È nel Paese africano da due anni quando viene rapita insieme a sei consorelle dai guerriglieri del Ruf (Fronte unito rivoluzionario). La rilasciano dopo 56 giorni di prigionia. «Noi suore non subimmo tanto violenze di tipo fisico quanto di tipo psicologico», racconta oggi, «ma non potrò mai dimenticare gli orrori visti in quei giorni. Ho conosciuto il mistero del male, di come Satana può prendere dimora del cuore dell’uomo facendogli compiere atti che non sono più nemmeno a misura d’uomo».


Dopo questa vicenda, la congregazione decide di inviarla lontano, all’altro capo del mondo: in Thailandia. «Ero a Bangkok da un anno, quando ho attraversato una grossa crisi», racconta. «Mi sentivo trenta metri sotto terra. Forse in quel momento è uscito anche tutto lo stress che avevo tenuto a bada dopo il rapimento, ma sentivo anche un’inquietudine sul modo di vivere la missione. Chiesi alla mia comunità di poter lasciare la casa in cui mi trovavo con le mie consorelle per andare a vivere da sola in baraccopoli. Fu uno strappo doloroso, ma in seguito mi è diventato sempre più chiaro che il Signore mi stava accompagnando su una nuova strada, e con il tempo si sono ricuciti i rapporti anche con chi all’inizio non aveva approvato la mia scelta».

In baraccopoli lavora già un missionario italiano del Pime, padre Adriano Pelosin, che chiede a suor Angela di occuparsi prima degli ammalati di Aids e poi dei bambini disabili e delle loro mamme, i più deboli fra i deboli dello slum. «La Casa degli angeli non è nata da una mia idea», precisa suor Maria Angela, «ma dall’iniziativa di due fidanzati, Federica e Cristiano, venuti a trovarci nel 2005. Vedendo quello che facevamo proposero di creare un luogo di accoglienza per curare in modo adeguato i bambini disabili e sottoposero il progetto alla Caritas di Venezia che accettò di finanziarlo».



Oggi la Casa degli angeli è diventata una famiglia per donne che non avrebbero potuto provvedere da sole a questi figli dalle esigenze speciali. «Vivere accanto a queste donne è una grazia enorme», confida suor Maria Angela, «perché mi fa sperimentare la gioia di vedere all’opera Gesù nelle loro vite, in mezzo a progressi e sconfitte, ma comunque sulla strada verso un bene maggiore. Per questo, per quello che vedo ogni giorno, dico che non è un’opera nostra ma di Dio».

La soddisfazione più grande? Quando una delle mamme, Lek, ha detto di suo figlio disabile psichico: «Tam è una grazia per me. È un dono di Dio per me». Per questo suor Maria Angela ha deciso di scrivere un libro in cui racconta le vicende di queste donne: «Non sono una scrittrice, ma non potevo tenere questa ricchezza solo per me».

È difficile trovare nella stessa persona azione e contemplazione. Forse per quello che ha vissuto, suor Maria Angela riesce a comunicare questa unità. «Sa qual è il momento in cui prego meglio? Quando sono in motorino in mezzo al traffico di Bangkok, magari per un’ora. Non posso perdere la concentrazione e allora ne approfitto per pregare. Ripercorro insieme al Signore i problemi delle donne della Casa degli angeli, e affido tutto a lui».


Testo di Emanuela Citterio (www.credere.it)






domenica 7 giugno 2015

Storia di Biagio Conte


L’ANGELO DEI BARBONI 
GUARITO A LOURDES

Missionario in saio - Un intenso primo piano di Biagio Conte. Foto di Franco Lannino/ANSA


Nato in una famiglia benestante siciliana, figlio di un imprenditore edile, all’età di 16 anni Biagio termina gli studi e decide di aiutare il padre nell’azienda di famiglia. La sua giovinezza trascorre tra auto sportive, storie d’amore con belle ragazze, divertimenti e vita notturna. 

Qualche anno dopo, di fronte al disagio sociale presente in alcuni quartieri di Palermo, entra in crisi constatando la distanza tra la sua vita agiata “borghese” e la povertà di molti suoi concittadini. A un certo punto decide di cambiare vita e di allontanarsi, temporaneamente, da Palermo. 

A Firenze, dove si era iscritto a una scuola serale per artisti, per la prima volta entra in chiesa spontaneamente, senza che nessuno lo obbligasse. Fallita pure l’esperienza di aspirante artista, dopo quella di imprenditore, Biagio torna a Palermo e si ritira nella sua casa in campagna: «Sentivo il bisogno di perdermi tra i pensieri sotto lo sguardo di Gesù… La mia salvezza fu il volto di un Cristo in croce che, da una parte della mia stanza, mi puntava misericordioso e sofferente. Era lì da sempre e io lo guardavo per la prima volta. Nei suoi occhi riconobbi la disperazione dei bimbi poveri di Palermo. Le ferite della crocifissione trasudavano pene e offese, ma anche salvezza e riscatto».

Riacquistata definitivamente la fede, Biagio inizia a manifestare all’esterno la sua ribellione interiore contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Per un giorno intero, attraversa la città di Palermo con un manifesto contro il razzismo, contro la mafia, contro la corruzione, contro l’opulenza e contro lo sfruttamento dei lavoratori. I passanti lo scambiarono per un “barbone”, ignorarono la sua estrema rivolta contro la società dominante. Amari i suoi ricordi: «Ero ancora più solo, si era aperta un’altra ferita nella mia anima, perché chiedevo solidarietà nei confronti delle mie battaglie e invece avevo ricevuto solo disprezzo e critiche. Il rimedio si era rivelato peggiore della malattia».

All’età di 26 anni, dunque, il futuro missionario laico chiede aiuto a Dio, scrive una lettera d’addio per i genitori, inizia a vagare nell’entroterra siciliano, tra le montagne deserte e incontaminate. I familiari, allarmati, contattarono persino la celebre trasmissione di Rai 3, Chi l’ha visto? Il giovane dormiva nelle grotte e si cibava di bacche e di erbe selvatiche, pregando sempre Dio: «Tutto il mondo mi aveva abbandonato, tranne Gesù, che mi era rimasto accanto, che aveva cancellato la mia sofferenza e che aveva guarito il mio male interiore». In provincia di Caltanissetta, chiede ospitalità a una famiglia di pastori, che lo accolgono come un figliol prodigo nella loro fattoria, dove intraprende anche un nuovo cammino religioso, leggendo la Bibbia e il Vangelo insieme ai padroni di casa. «Il mio rapporto con Dio, fino a quel momento, era stato silenzioso, privato, intimo e personale. Nella fattoria, invece, per me la religione era diventata comunione con gli altri. Nelle letture degli evangelisti avevo trovato le risposte ai miei malesseri e avevo riempito il mio cuore e la mia anima».

Abbandonata nuovamente la Sicilia, Biagio s’incammina alla volta dell’Umbria, seguendo il percorso del suo santo preferito, Francesco d’Assisi. Porta con sé soltanto un cane e lo chiama “Libertà”, in omaggio al suo viaggio fondato sulla libertà assoluta, materiale, morale e spirituale. «Una volta giunto davanti alla basilica di San Francesco», racconta, «ebbi un momento di vuoto e di assoluto silenzio, poi avvertii subito una grande gioia, serenità e pace. Prima di entrare, baciai in terra, in segno di ringraziamento verso nostro Signore e verso san Francesco».

Al suo ritorno in Sicilia, come promesso alla madre, Conte decide a questo punto di dedicarsi agli ultimi e ai poveri. Inizia, così, a portare cibo, coperte e vestiti ai “barboni” della stazione centrale. Vive insieme ai senzatetto, condividendo gioie, dolori, stenti, problemi e difficoltà quotidiane. Difende i “barboni” da quanti intendevano cacciarli dalla stazione. Nella sua battaglia al fianco dei senza-casa, Conte incontra ricchi caduti in disgrazia e poveri assoluti, borghesi in fuga dall’esistenza e disoccupati licenziati dal datore di lavoro, immigrati con elevati titoli di studio e palermitani al lavoro sin dall’adolescenza.


Dopo tante lotte e occupazioni, nel maggio del 1993, finalmente ottiene la concessione della struttura di via Archirafi 31, che era la sede del vecchio disinfettatoio di Palermo, abbandonato da circa 30 anni. Insieme all’instancabile don Pino Vitrano, fonda la Missione speranza e carità, affiancata, in seguito, dalla Cittadella del povero e della speranza nell’ex caserma dell’aereonautica di via Decollati e dal Centro di accoglienza femminile presso l’ex convento di Santa Caterina. E la storia di queste opere prosegue ancora oggi, dando rifugio e calore umano a un migliaio di persone. La Missione offre un letto, tre pasti al giorno, l’igiene personale, assistenza medica e farmaceutica. E poi laboratori di reinserimento lavorativo e aggregazione.

La scorsa estate, dopo un viaggio a Lourdes insieme all’Unitalsi e dopo l’immersione nell’acqua benedetta, Conte ha superato un grave problema alla schiena, ha abbandonato la sedia a rotelle ed è tornato a camminare perfettamente. Dopo la sua guarigione, i fedeli hanno gridato subito al miracolo e la Curia di Palermo ha dato ampio spazio alla vicenda raccontandola attraverso i propri organi d’informazione e avvallandone l’inspiegabilità scientifica. «Per me è stata una grazia inaspettata che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria » ha dichiarato il missionario laico. «Dopo il bagno in piscina, non ho sentito più il bisogno né della sedia a rotelle né del bastone, che però porto ancora con me in ricordo del viaggio fatto da Palermo ad Assisi quando ero un giovane in ricerca. Dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro».

(da un articolo di Pietro Scaglione, www.credere. it)


Così racconta la sua storia fratel Biagio: 

La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico.

Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 05.05.1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso.

Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle.

Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto.

Come spinto da un vento impetuoso, ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da San Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo.

Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri.

Da premettere che non avevo mai avuto nessuna esperienza del genere e avrei potuto farmi prendere dallo scoraggiamento, ma sentivo nel mio cuore che l’Amore di Gesù mi avrebbe aiutato a percorrere la vera e giusta strada.

Dopo l’arrivo ad Assisi, davanti la tomba di San Francesco, nei luoghi dove il Santo ha dedicato e donato la sua vita, sentii nel mio cuore di vivere la mia vita da missionario. Ebbi una reazione impulsiva, volevo andare in Africa o in India, ed invece mi sento riportare nella città dove non volevo più tornare, ma Gesù ha voluto che la Missione nascesse proprio nelle strade di Palermo; partendo dalla stazione centrale tra i vagoni e le sale d’aspetto, angoli di strada, marciapiedi, panchine dove tanti fratelli dormivano e passavano intere giornate tra l’indifferenza più assoluta.

La società li chiama: barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute profughi, immigrati; ma dal momento che ho sentito il coraggio di incontrarli ed abbracciarli, li ho chiamati fratelli e sorelle, senza farli sentire inferiori o diversi da noi tutti. Ero felice di vivere con loro alla stazione, di aiutarli e confortarli, mi prodigavo a portare loro thermos con latte e the caldo, panini e coperte per ripararli dal freddo

Fu un’esperienza forte e cominciai a chiedere aiuto a tutti, e andai pure alla Curia di Palermo dal Cardinale Pappalardo, il quale capì quel giovane che andò a bussare alla sua porte e decise di venire alla stazione per celebrare una messa insieme a tutti i fratelli ultimi sotto i portici della stazione; è stato un momento indimenticabile che mi incoraggiò molto e soprattutto aprì gli occhi della città sui tanti fratelli poveri che vivevano per strada, non considerati da nessuno, come se fossero scarto e rifiuto.

Da questa esperienza alla Stazione Centrale di Palermo, decisi di non tornare più a casa dei miei genitori, per condividere per sempre la mia vita con i fratelli ultimi, inizia così la Missione che sentii di chiamare Missione di Speranza e Carità.

Si scopre un progetto di Dio sconvolgente, ricco di Speranza e Carità, che a distanza di 19 anni dal suo nascere ha coinvolto e continua a coinvolgere uomini e donne di ogni ceto sociale, anche capaci di cambiare radicalmente il loro modo di vivere per diventare missionari e missionarie della Speranza e della Carità, per operare nei luoghi di emarginazione delle grandi metropoli.

(www.pacepace.org)

giovedì 5 marzo 2015

La storia di Felix Cordero

Famiglie in missione: 

domani il Papa, oggi Felix


FELIX

di antonello iapicca


I fiocchi venivano giù stupiti anch’essi d’esser precipitati sulla terra in un giorno che non avrebbe mai potuto vedere la neve. Era il 5 agosto infatti, era notte e cadeva la neve sull’Esquilino. Ma nascosta dietro a quei fiocchi silenziosi v’era la Vergine Maria; aveva deciso infatti che era su quel colle di Roma che voleva le fosse dedicato un santuario. E lo comunicava con quanto di più le assomiglia, la neve candida. Così da quel giorno il 5 agosto è diventato una memoria di Maria carissima alla Chiesa, la Madonna della neve. E su quel Colle sorge ora una delle più belle Basiliche di Roma, la più antica in Occidente dedicata a Maria.
Molti secoli dopo, erano quasi dieci anni fa, appena superata la mezzanotte del 5 agosto, proprio Lei, la Fanciulla di Nazaret, è scesa qui sulla terra, come un fiocco di neve, per venire a prendere un suo figlio amatissimo, Felix Cordero. Glielo aveva promesso molti anni prima, così, semplicemente, nel bel mezzo di una preghiera sciolta in libertà mentre guidava. Ed è stata fedele.
Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, San Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l’Adriatico, quasi all’ombra della Santa Casa di Loreto, l’umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una “famiglia in missione” del Cammino Neocatecumenale, immagine della “Trinità in missione”, come san Giovanni Paolo II aveva definito le famiglie missionarie che, dal lontano 1986, sono partite a centinaia per ogni parte del mondo: “Non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio: Unità, Comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino. E così, portando come itineranti la testimonianza che è propria della famiglia, della famiglia in missione, voi portate dovunque la testimonianza della Trinità Santissima in missione. E così fate crescere la Chiesa perché la Chiesa cresce da questi due misteri. Come ci insegna il Concilio Vaticano li, tutta la vitalità della Chiesa viene finalmente, o principalmente, da questo mistero, da questo mistero della Trinità in missione. D’altra parte portate la testimonianza della famiglia in missione che cerca di camminare sulle orme della Trinità in missione” (San Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa della Sacra Famiglia, Porto San Giorgio 30 dicembre 1988).
Come quelle che domani invierà Papa Francesco per i luoghi più scristianizzati e pagani della terra. Partono con i loro figli per aiutare le chiese locali ad avvicinare i lontani e quelli che hanno perduto i contatti o per iniziare una “implantatio ecclesiae” dove questa è ancora molto piccola o non è presente. Si tratta delle cosiddette “Missio ad Gentes” che Dio ha ispirato a Kiko Arguello e a Carmen Hernandez iniziatori del Cammino Neocatecumenale alcuni anni fa e che già sono diffuse in tutti i continenti con frutti sorprendenti.
Sono comunità composte da quattro famiglie in missione con i loro figli, guidati da un sacerdote e accompagnate da alcune sorelle nubili chiamate a far presente il Corpo vivo di Cristo risorto nelle zone alle quali sono inviate. Vivendo seriamente l’Iniziazione Cristiana nella quale si diventa cristiani, fondata sul tripode della celebrazione dell’Eucarestia, della Parola di Dio e di una convivenza mensile, divengono a poco a poco un segno della Vita celeste, il destino al quale ogni uomo è chiamato. Sale, luce e lievito per un mondo senza sapore, che brancola nel buio e disperatamente infecondo.
Come affermava il Padre Cantalamessa, in questo tempo profondamente desacralizzato, la Nuova Evangelizzazione auspicata da San Giovanni Paolo II sarà portata avanti dai laici. All’uomo del Terzo Millennio, che ha rifiutato previamente ogni idea e simbolo religiosi, terrorizzato dall’integralismo e dal fondamentalismo, potrà parlare solo un uomo come lui che ha realmente incontrato Dio nella propria vita. Un uomo che ha riscoperto la dignità altissima della propria vita in una comunità cristiana dove ha conosciuto Cristo risorto nella riscoperta del proprio battesimo: “Ci sono molte famiglie in questo mondo progredito, ricco, opulento che perdono la loro unità, perdono la comunione, perdono le radici. Ecco voi siete itineranti per portare la testimonianza di queste radici; questa è la vostra catechesi, questa è la vostra testimonianza neocatecumenale: così si parla della fruttificazione del Sacro Battesimo. Sappiamo bene che il Sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel Sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo” (San Giovanni Paolo II).
Un uomo, dunque, che si è imbattuto nell’evento del Mistero Pasquale, nel quale ha visto perdonati i propri peccati e ha ricevuto la vita divina attraverso un cammino che lo ha condotto in un cammino verso la fede adulta, l’unica che vince il mondo e le sue concupiscenze. Un uomo che incarna nella vita quotidiana la sua fede, senza attendere che le persone vadano al tempio, perché il tempio si fa presente dove gli uomini si trovano, deboli e increduli. Un uomo che insieme ai suoi fratelli nella fede offrono al mondo l’amore e l’unità, gli unici segni credibili che squarciano i cieli e smentiscono la disperazione che tiene schiava l’umanità nella paura della morte.
Un uomo come Felix che, all’ombra della Santa Famiglia, è partito con la sua famiglia per il Giappone, un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza un euro in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario. Qualcosa di grande li attendeva in Giappone, un’avventura che a raccontarla non basterebbe il tempo. Sì, perché ogni giorno, che dico, ogni istante di ogni giorno di missione è stato un miracolo, come un fiocco di neve nel bel mezzo d’una notte d’agosto.
Il Signore lo aveva preparato a lungo, s’era fatto conoscere attraverso il Cammino Neocatecumenale, con Maite avevano sperimentato più volte la presenza e la misericordia di Dio. La Parola e l’eucaristia celebrate ogni settimana nella propria comunità di Madrid li aveva nutriti di quel pane che non perisce, l’unica verità per la quale valga la pena perdere la vita.
L’esperienza consolidata di un amore infinito che supera le barriere dell’egoismo e si fa possibile ogni giorno nel matrimonio, nel lavoro, nella comunità fatta di concretissimi fratelli di ogni ceto e cultura, diversissimi e che forse non ti saresti scelto, con i quali ti trovi a contatto settimana dopo settimana, magari litigandoci per poi perdonarsi, questa è stata la seria formazione ricevuta. E la chiamata sentita dentro, al fondo del cuore, vivendo nel cuore della Chiesa. Una gratitudine spontanea che sorgeva dinanzi ai miracoli d’amore toccati, gustati, sperimentati.
Una gratitudine che s’era incarnata per loro in una chiamata eccezionale e stupenda, quella di annunciare, come famiglia, attraverso la vita quotidiana vissuta nella precarietà più totale, l’amore infinito che aveva salvato, rigenerato e fatto fruttificare la propria vita. Felix era partito per gratitudine.
Il Giappone. Un altro mondo. Per tutti, ma non per un cristiano. E Felix è stato un cristiano. Nel cuore di Cristo non vi sono barriere, non v’è divisione. Ogni uomo è suo fratello, e per lui non si tratta di uno slogan sentimentale. Per Cristo ogni terra è la sua terra, ogni Paese è il suo Paese. Ovunque vi sia un uomo c’è anche Cristo. Di Lui ha bisogno, e Lui è lì. Da sempre, e si manifesta a suo tempo in chi porta dentro il Suo cuore pieno di compassione.
Il cuore della Chiesa che ha lanciato i suoi figli sino agli estremi confini della terra, da quel giorno che sul Monte le parole del Signore avevano fatto del mondo intero la sua missione. Il cuore che Dio aveva dato a Felix. Per questo il Giappone era diventato il suo Paese. Così, naturalmente, per amore. La lingua impossibile aveva imparato a balbettarla lavorando come operaio, l’ultimo, piegando le spalle per tirar su una linea del treno ad Hiroshima, la prima città alla quale era stato inviato.
La casa resa abitabile in combutta con la Provvidenza, che lo accompagnava spesso tra quanto i giapponesi suoi vicini avevano smesso di usare, mobili ed elettrodomestici ancora buoni per chi aveva come Principale Colui che da ricco s’era fatto povero. Con Lui s’era buttato negli uffici del Comune, tappezzati di segni oscuri, gli ideogrammi che, per chi non è giapponese, sembrano messi lì apposta per impedirti di capire dove sei, che devi fare, a chi puoi rivolgerti.
Le iscrizioni alle scuole dei pargoli, la luce, il telefono, il gas; le corse all’ospedale perché quando hai tanti bambini è più il tempo che passi in macchina per tirarne qualcuno fuori dai guai che quello che puoi dedicare a riposarti. Le pietanze giapponesi, sapori e gusti e odori a distanze siderali da quelli familiari del suo “piso” (appartamento) lasciato a Madrid. E le “chiacchierate” con i medici, con i maestri dei ragazzi, con i vicini, con chiunque, fatte nei primi tempi come le farebbe un sordomuto, perché quella è stata la figura che Felix e le altre famiglie in missione in Giappone hanno fatto per lungo tempo.
Come un bambino ha imparato a dipendere totalmente da Dio, che di norma le difficoltà non è abituato a toglierle, ma, misteriosamente, è sempre lì a prenderti per mano e a condurtici dentro e a sperimentare che Lui esiste, che il Suo Figlio ha vinto la morte, che il suo amore ha trapassato ogni muro, e che, in tutto c’è speranza, perché tutto concorre al bene per chi è amato da Lui.
E così ogni difficoltà si trasformava nell’occasione per avvicinarsi a qualche giapponese, come un piccolo, come un apostolo senza sicurezze eppure felice, sereno, che proprio nella precarietà testimoniava la presenza vera e provvidente di Dio. In tutto simile ai giapponesi, Felix, percorrendo cammini e umiliazioni che solo il segreto del suo cuore ha conosciuto, ha vissuto ad Hiroshima anni fecondissimi nell’apparenza di una vita comunissima eppure straordinaria.
Il disegno divino lo ha poi condotto con la sua famiglia al nord del Giappone, Kofu per la precisione, giusto all’ombra del famoso Monte Fuji, icona classica del Paese, e lì, come l’ape al miele, frotte di immigrati sudamericani si sono avvicinati alla sua casa. Paria di questa Nazione, molti senza neanche il visto, le famiglie dissestate, parentele intrecciate come labirinti, orari di lavoro da rabbrividire, il cuore spiaccicato sul denaro da accumulare in fretta per scappare dentro ad un’illusione, tanti immigrati hanno trovato in Felix e nella sua famiglia un approdo, l’unico.
Tutto quel che sino ad allora il Signore gli aveva manifestato, l’amore sperimentato e vissuto durante una vita, la precarietà estrema dei suoi giorni traboccante però della Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli, tutto questo incarnato in Felix era diventato l’ancora di salvezza per tanti disperati che nessuno aveva neanche pensato d’aiutare. La sua casa, la sua famiglia erano diventati la loro Chiesa, l’utero capace di accoglierli nelle loro debolezze, con i loro peccati, offrendo loro una possibilità, l’unica vera e credibile, il potere di Gesù Cristo e del suo amore.
Ma proprio lì, dove il suo apostolato sembrava dare i frutti più visibili, il Signore aveva pensato di stringerlo più forte a sé, di dare una svolta e di farlo assomigliare ancor più a Lui. Kofu doveva diventare per Felix un Getsemani intriso di sangue e tradimento. I nostri occhi hanno visto il dolore nei suoi occhi al capire che per lui, e per la sua famiglia, in quel posto non v’era più posto. Gli uomini, si sa, possono capire e non capire e, quando al parroco che lo aveva chiamato lassù è succeduto un altro parroco, beh, Felix, la sua famiglia, la missione avevano finito d’essere capiti.
In un momento ha visto crollare tutto. Era quello il tempo del fallimento, dell’incomprensione, del rifiuto. Era il momento oscuro nel quale in Felix è apparso invece, luminoso, il volto del Servo sofferente di Dio. Per tacere di tutti gli altri, in altri momenti, in altri luoghi, segreti gelosi che si è portato in Cielo. Ma questa volta era tutto pubblico, doveva far fagotto, abbandonare quell’abbozzo di comunità che aveva visto nascere tra gli ultimi di questa Nazione, lasciare quei volti, quelle storie, quelle persone.
Kofu come il Moria, e Felix ha preso su famiglia e bagagli, strappando i figli agli amici e alla scuola, ai loro stessi progetti di studio e lavoro, roba da spaccare le viscere, con una ferita nel petto ma anche, e soprattutto, con la certezza nel cuore che Dio non avrebbe abbandonato nessuno di loro, ed è partito per una nuova tappa, l’ultima, del suo pellegrinaggio missionario in Giappone.
Questa volta lo attendeva Takamatsu, e una missione nuova. La più dolorosa, la più feconda. Qualche tempo per ambientarsi, aiutare con zelo l’evangelizzazione nella Parrocchia della Cattedrale, e un dolore lancinante al petto a ricordargli che quel giorno era Lunedì Santo. Dieci anni fa, la corsa dal medico temendo un infarto, la scoperta che invece era un cancro, cattivo, aggressivo, e se lo stava portando via. Del suo corpo aveva risparmiato poco, s’era annidato ovunque, ma la sua anima quella no, era limpida, più limpida che mai. Come il suo cuore, che la sofferenza di Kofu aveva preparato, e dilatato.
Quel lunedì s’era dischiuso il frutto più bello, il miracolo più fecondo. Uno sguardo con Maite, l’intesa d’una vita, e “si rimane in Giappone, io muoio qui, per questa terra offro ogni sofferenza, per il Seminario che è in questa Diocesi, per il Vescovo, per i sacerdoti, per ogni giapponese, anche per i nemici, anche per tutti quelli che non comprendono quel che stiamo facendo, la nostra esperienza di fede.
Le mie sofferenze per loro, e questo mio corpo che sia sepolto qui, che qui è dove il Signore mi ha portato, che qui è la mia terra che tanto ho amato”. E così anche Maite, nel cuore la decisione di proseguire la missione anche quando Felix non ci sarebbe stato più. E poi, insieme, con tenerezza grande, le decisioni comunicate ai figli, e la loro spontanea adesione al pensiero di mamma e papà. Una famiglia in missione, tante vite, una sola vita donata a questa Nazione.
Felix aveva così intrapreso il cammino più arduo della sua missione, una “missione nella missione”. Si, perché in fondo, ed è cosa che ci riguarda tutti, tutto quanto era stato sino ad allora era la preparazione, una sorta d’allenamento, un ritiro pre-campionato, dove mettere in cascina fiato ed energie per la stagione agonistica. Ora Felix era nello stadio, nell’agone dell’ultima battaglia, quella per conservare la fede ed entrare nel Regno promesso.
La sua Patria diventavano ora la corsia dell’ospedale, ora lo studio del medico, ora la stanza della chemio, e suoi fratelli i medici, le infermiere, ognuno che gli si avvicinasse, cristiano o no, spagnolo, giapponese o quel che fosse. Amici, conoscenti, e sconosciuti, tanti, tantissimi hanno pellegrinato al suo giaciglio. Una malattia per la vita, per la Gloria di Dio, il Vangelo al vivo, davanti ai nostri occhi. Un letto di dolore trasfigurato in un santuario dove era palpabile la presenza di Dio.
Ecco, una vita che si era andata trasfigurando e rassomigliandosi sempre più al Signore, questa era stata la vita di Felix, ed ora, in queste sue ultime ore, tutto si stava davvero compiendo. Intorno v’era sofferenza certo, ma incastonata in una pace che non poteva essere di questo mondo, e niente di più lontano dalla rassegnazione. La sofferenza di Felix, di Maite, dei suoi figli era lì a gridare dolcemente che la morte è vinta, la sofferenza, il dolore, questi mostri che ci riempiono di spavento erano lì, davanti agli occhi di tutti, come perle che brillavano nel candore d’una pace celeste.
Ora Felix stringeva con forza nuova e indistruttibile i suoi figli, i suoi dieci figli che intorno al suo letto lo impreziosivano come una corona di diamanti. Un re con il suo Re sul trono della Croce. Abbiamo tutti visto il Signore vivo in un corpo che scivolava verso la morte. La lotta c’è stata, non stiamo qui a scrivere un epitaffio impastato di miele. Sofferenze e combattimenti duri, tentazioni, perché il cancro, lo sappiamo, non è mica una passeggiata nei boschi.
Ha camminato spesso sul crinale Felix, ce lo ha detto più volte. Tutta la vita era stata un posare passo dopo passo i giorni su di un filo, da un lato il burrone, la possibilità concreta di cadere e sfracellarsi, ma Dio era stato sempre fedele. Mille volte aveva avuto misericordia. E anche ora Dio era fedele, fedele e misericordioso, ora che parlare non poteva, mangiare ancor di meno, l’accusatore era lì per farlo disperare, per strappargli quello che desiderava di più, la pace e la certezza dell’amore di Dio.
Negli ultimi tempi gli ronzavano per la testa le parole di Teresina di Lisieux, che non era la morte che si portava via la vita quella che stava arrivando, ma la Vita, quella vera, che spazza via la morte. E desiderava ardentemente comprendere e vivere l’esperienza della piccola Teresa, quella di potersi sedere a mensa con i peccatori, segno d’un cuore che bramava, pieno di compassione, la salvezza di ogni uomo.
E Maria era già in viaggio mentre si affacciava nella notte il suo giorno, quello in cui fece scendere candidi fiocchi ad imbiancare un colle di Roma. Felix sfinito cercava l’aria per posare gli ultimi passi che lo separavano dal Cielo, respiri lenti e affannati che sembravano adagiati sulle nostre parole pregate. Maite a stringer la mano, i suoi figli come virgulti d’ulivo intorno a Lui, quasi a proteggerlo e ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio, e i fratelli in missione con lui lì accanto, ed era una liturgia.
Preghiere, un rosario, un altro, e un’Ave Maria, l’ultima, un Amen, l’ultimo, a raccogliere l’anima di Felix che saliva al Cielo. E’ passata da poco mezzanotte, è il 5 di agosto del 2005, è la Madonna della neve, la Vergine Maria ha steso il suo manto, ha preso con Lei il suo fiocco di neve, lo porta dal Suo Figlio, il premio promesso. Un miracolo, un volto di pace dopo tanta fatica, e lì, dove Felix ha posato il suo corpo, come la neve di tanti secoli fa ha segnato il luogo di una chiesa, qui, in Giappone, sorgerà una chiesa, ne siamo certi, una comunità viva che dia gloria a Dio e che testimoni, per tutti, l’amore infinito di Dio che abbiamo visto brillare nel sorriso di Felix.
In fondo è questo il martirio che genera cristiani. La morte di Felix, una terribile ingiustizia per il mondo, è stata ed è la sua predicazione più feconda. Proprio dalla sua nascita al Cielo, sulla terra è planato il Cielo: segni e prodigi per testimoniare che davvero Cristo è risorto a tutti noi e ai tanti giapponesi che lo hanno conosciuto. Ruth, una delle sue figlie, si è sposata e ora, con 6 figli è in missione a Hiroshima con la sua famiglia. Un’altra figlia, Teresa, è ormai da tre anni in un convento di clausura carmelitano ad Huesca, in Spagna, felicissima e innamoratissima di Gesù. Javier, uno dei ragazzi, è missionario itinerante in Corea, mentre Juan suo fratello si sta preparando per entrare in seminario. Le ultime due figlie sono fidanzate, mentre i primi figli sono felicemente sposati e spendono la propria vita per il Vangelo.
Questa è l’opera di Dio in Felix, la realizzazione del Mistero Pasquale simile a quella che risplende in tanti altri missionari del Cammino Neocatecumenale e nelle famiglie che domani Papa Francesco invierà nel mondo, speranza per la Chiesa e per questa generazione, come disse profeticamente San Giovanni Paolo II: “Attraverso il Battesimo siamo immersi nel Mistero Pasquale di Cristo per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza della persona, ma nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica… Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia. Sì, il vostro programma deve essere pienamente evangelico, coraggioso nel testimoniare e coraggioso nel domandare, nel domandare davanti a tutti… portando anche avanti un programma direi socio-politico, socio-economico. La famiglia è coinvolta in tutto questo e può essere aiutata, portata avanti, privilegiata o può essere distrutta. Dovete, con tutte le vostre preghiere, con la vostra testimonianza, con la vostra forza, dovete aiutare la famiglia, dovete proteggerla contro ogni distruzione”.
 Articolo pubblicato su “La Croce” del 5 marzo 2015