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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
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martedì 25 agosto 2015

La storia di Maria Angela Bertelli


La Casa degli angeli

Suor Maria Angela Bertelli

Originaria di Carpi, suor Maria Angela Bertelli 
ha scelto di vivere in baraccopoli a Bangkok 
insieme alle donne rimaste sole con un figlio disabile. 
E ha scritto un libro su di loro.


La Casa degli angeli è una struttura in missione a Bangkok, Thailandia, dove vengono accolte le mamme di bambini disabili, donne che, non si sa bene perché, hanno deciso di non abbandonare un figlio ritenuto una disgrazia e frutto di una colpa.

Che un figlio con disabilità sia una sfortuna, o quantomeno un problema, è un’idea comune a molte culture, ognuna con la propria specificità. «Nel buddhismo theravada praticato in Thailandia la disabilità viene percepita dai più come frutto del karma», spiega suor Angela. «Ovvero: ti sei comportato male in una vita precedente e questa è la giusta punizione. La colpa può essere del bambino oppure di sua madre, in ogni caso entrambi sono evitati e tenuti a distanza. I mariti stessi di queste donne spesso se ne vanno lasciandole senza alcun appoggio».

La Casa degli angeli, nella parrocchia di Nostra Signora della Misericordia in una baraccopoli di Bangkok, dal 2008 ospita una ventina di mamme con i loro bambini disabili. «Posso dire che sta diventando pian piano una comunità viva perché cresciamo insieme, e soprattutto perché io stessa tra queste donne e i loro bimbi sperimento in modo molto concreto e reale Gesù vivo e il suo amore», afferma la religiosa. Eppure, l’inizio di questa opera non è stato facile. Così come non lo è stata la vita da missionaria di suor Maria Angela.

Originaria di Carpi, a 22 anni entra nella congregazione delle Missionarie di Maria (Saveriane) di Parma. Dopo i voti viene inviata a New York per imparare l’inglese e per frequentare un corso da fisioterapista: vive ad Harlem dove – anche se non è lì per questo – si dà da fare per i giovani che incontra nelle strade del quartiere.

Poi la prima destinazione in Sierra Leone, nel ’93. È nel Paese africano da due anni quando viene rapita insieme a sei consorelle dai guerriglieri del Ruf (Fronte unito rivoluzionario). La rilasciano dopo 56 giorni di prigionia. «Noi suore non subimmo tanto violenze di tipo fisico quanto di tipo psicologico», racconta oggi, «ma non potrò mai dimenticare gli orrori visti in quei giorni. Ho conosciuto il mistero del male, di come Satana può prendere dimora del cuore dell’uomo facendogli compiere atti che non sono più nemmeno a misura d’uomo».


Dopo questa vicenda, la congregazione decide di inviarla lontano, all’altro capo del mondo: in Thailandia. «Ero a Bangkok da un anno, quando ho attraversato una grossa crisi», racconta. «Mi sentivo trenta metri sotto terra. Forse in quel momento è uscito anche tutto lo stress che avevo tenuto a bada dopo il rapimento, ma sentivo anche un’inquietudine sul modo di vivere la missione. Chiesi alla mia comunità di poter lasciare la casa in cui mi trovavo con le mie consorelle per andare a vivere da sola in baraccopoli. Fu uno strappo doloroso, ma in seguito mi è diventato sempre più chiaro che il Signore mi stava accompagnando su una nuova strada, e con il tempo si sono ricuciti i rapporti anche con chi all’inizio non aveva approvato la mia scelta».

In baraccopoli lavora già un missionario italiano del Pime, padre Adriano Pelosin, che chiede a suor Angela di occuparsi prima degli ammalati di Aids e poi dei bambini disabili e delle loro mamme, i più deboli fra i deboli dello slum. «La Casa degli angeli non è nata da una mia idea», precisa suor Maria Angela, «ma dall’iniziativa di due fidanzati, Federica e Cristiano, venuti a trovarci nel 2005. Vedendo quello che facevamo proposero di creare un luogo di accoglienza per curare in modo adeguato i bambini disabili e sottoposero il progetto alla Caritas di Venezia che accettò di finanziarlo».



Oggi la Casa degli angeli è diventata una famiglia per donne che non avrebbero potuto provvedere da sole a questi figli dalle esigenze speciali. «Vivere accanto a queste donne è una grazia enorme», confida suor Maria Angela, «perché mi fa sperimentare la gioia di vedere all’opera Gesù nelle loro vite, in mezzo a progressi e sconfitte, ma comunque sulla strada verso un bene maggiore. Per questo, per quello che vedo ogni giorno, dico che non è un’opera nostra ma di Dio».

La soddisfazione più grande? Quando una delle mamme, Lek, ha detto di suo figlio disabile psichico: «Tam è una grazia per me. È un dono di Dio per me». Per questo suor Maria Angela ha deciso di scrivere un libro in cui racconta le vicende di queste donne: «Non sono una scrittrice, ma non potevo tenere questa ricchezza solo per me».

È difficile trovare nella stessa persona azione e contemplazione. Forse per quello che ha vissuto, suor Maria Angela riesce a comunicare questa unità. «Sa qual è il momento in cui prego meglio? Quando sono in motorino in mezzo al traffico di Bangkok, magari per un’ora. Non posso perdere la concentrazione e allora ne approfitto per pregare. Ripercorro insieme al Signore i problemi delle donne della Casa degli angeli, e affido tutto a lui».


Testo di Emanuela Citterio (www.credere.it)






domenica 7 giugno 2015

Storia di Biagio Conte


L’ANGELO DEI BARBONI 
GUARITO A LOURDES

Missionario in saio - Un intenso primo piano di Biagio Conte. Foto di Franco Lannino/ANSA


Nato in una famiglia benestante siciliana, figlio di un imprenditore edile, all’età di 16 anni Biagio termina gli studi e decide di aiutare il padre nell’azienda di famiglia. La sua giovinezza trascorre tra auto sportive, storie d’amore con belle ragazze, divertimenti e vita notturna. 

Qualche anno dopo, di fronte al disagio sociale presente in alcuni quartieri di Palermo, entra in crisi constatando la distanza tra la sua vita agiata “borghese” e la povertà di molti suoi concittadini. A un certo punto decide di cambiare vita e di allontanarsi, temporaneamente, da Palermo. 

A Firenze, dove si era iscritto a una scuola serale per artisti, per la prima volta entra in chiesa spontaneamente, senza che nessuno lo obbligasse. Fallita pure l’esperienza di aspirante artista, dopo quella di imprenditore, Biagio torna a Palermo e si ritira nella sua casa in campagna: «Sentivo il bisogno di perdermi tra i pensieri sotto lo sguardo di Gesù… La mia salvezza fu il volto di un Cristo in croce che, da una parte della mia stanza, mi puntava misericordioso e sofferente. Era lì da sempre e io lo guardavo per la prima volta. Nei suoi occhi riconobbi la disperazione dei bimbi poveri di Palermo. Le ferite della crocifissione trasudavano pene e offese, ma anche salvezza e riscatto».

Riacquistata definitivamente la fede, Biagio inizia a manifestare all’esterno la sua ribellione interiore contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Per un giorno intero, attraversa la città di Palermo con un manifesto contro il razzismo, contro la mafia, contro la corruzione, contro l’opulenza e contro lo sfruttamento dei lavoratori. I passanti lo scambiarono per un “barbone”, ignorarono la sua estrema rivolta contro la società dominante. Amari i suoi ricordi: «Ero ancora più solo, si era aperta un’altra ferita nella mia anima, perché chiedevo solidarietà nei confronti delle mie battaglie e invece avevo ricevuto solo disprezzo e critiche. Il rimedio si era rivelato peggiore della malattia».

All’età di 26 anni, dunque, il futuro missionario laico chiede aiuto a Dio, scrive una lettera d’addio per i genitori, inizia a vagare nell’entroterra siciliano, tra le montagne deserte e incontaminate. I familiari, allarmati, contattarono persino la celebre trasmissione di Rai 3, Chi l’ha visto? Il giovane dormiva nelle grotte e si cibava di bacche e di erbe selvatiche, pregando sempre Dio: «Tutto il mondo mi aveva abbandonato, tranne Gesù, che mi era rimasto accanto, che aveva cancellato la mia sofferenza e che aveva guarito il mio male interiore». In provincia di Caltanissetta, chiede ospitalità a una famiglia di pastori, che lo accolgono come un figliol prodigo nella loro fattoria, dove intraprende anche un nuovo cammino religioso, leggendo la Bibbia e il Vangelo insieme ai padroni di casa. «Il mio rapporto con Dio, fino a quel momento, era stato silenzioso, privato, intimo e personale. Nella fattoria, invece, per me la religione era diventata comunione con gli altri. Nelle letture degli evangelisti avevo trovato le risposte ai miei malesseri e avevo riempito il mio cuore e la mia anima».

Abbandonata nuovamente la Sicilia, Biagio s’incammina alla volta dell’Umbria, seguendo il percorso del suo santo preferito, Francesco d’Assisi. Porta con sé soltanto un cane e lo chiama “Libertà”, in omaggio al suo viaggio fondato sulla libertà assoluta, materiale, morale e spirituale. «Una volta giunto davanti alla basilica di San Francesco», racconta, «ebbi un momento di vuoto e di assoluto silenzio, poi avvertii subito una grande gioia, serenità e pace. Prima di entrare, baciai in terra, in segno di ringraziamento verso nostro Signore e verso san Francesco».

Al suo ritorno in Sicilia, come promesso alla madre, Conte decide a questo punto di dedicarsi agli ultimi e ai poveri. Inizia, così, a portare cibo, coperte e vestiti ai “barboni” della stazione centrale. Vive insieme ai senzatetto, condividendo gioie, dolori, stenti, problemi e difficoltà quotidiane. Difende i “barboni” da quanti intendevano cacciarli dalla stazione. Nella sua battaglia al fianco dei senza-casa, Conte incontra ricchi caduti in disgrazia e poveri assoluti, borghesi in fuga dall’esistenza e disoccupati licenziati dal datore di lavoro, immigrati con elevati titoli di studio e palermitani al lavoro sin dall’adolescenza.


Dopo tante lotte e occupazioni, nel maggio del 1993, finalmente ottiene la concessione della struttura di via Archirafi 31, che era la sede del vecchio disinfettatoio di Palermo, abbandonato da circa 30 anni. Insieme all’instancabile don Pino Vitrano, fonda la Missione speranza e carità, affiancata, in seguito, dalla Cittadella del povero e della speranza nell’ex caserma dell’aereonautica di via Decollati e dal Centro di accoglienza femminile presso l’ex convento di Santa Caterina. E la storia di queste opere prosegue ancora oggi, dando rifugio e calore umano a un migliaio di persone. La Missione offre un letto, tre pasti al giorno, l’igiene personale, assistenza medica e farmaceutica. E poi laboratori di reinserimento lavorativo e aggregazione.

La scorsa estate, dopo un viaggio a Lourdes insieme all’Unitalsi e dopo l’immersione nell’acqua benedetta, Conte ha superato un grave problema alla schiena, ha abbandonato la sedia a rotelle ed è tornato a camminare perfettamente. Dopo la sua guarigione, i fedeli hanno gridato subito al miracolo e la Curia di Palermo ha dato ampio spazio alla vicenda raccontandola attraverso i propri organi d’informazione e avvallandone l’inspiegabilità scientifica. «Per me è stata una grazia inaspettata che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria » ha dichiarato il missionario laico. «Dopo il bagno in piscina, non ho sentito più il bisogno né della sedia a rotelle né del bastone, che però porto ancora con me in ricordo del viaggio fatto da Palermo ad Assisi quando ero un giovane in ricerca. Dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro».

(da un articolo di Pietro Scaglione, www.credere. it)


Così racconta la sua storia fratel Biagio: 

La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico.

Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 05.05.1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso.

Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle.

Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto.

Come spinto da un vento impetuoso, ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da San Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo.

Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri.

Da premettere che non avevo mai avuto nessuna esperienza del genere e avrei potuto farmi prendere dallo scoraggiamento, ma sentivo nel mio cuore che l’Amore di Gesù mi avrebbe aiutato a percorrere la vera e giusta strada.

Dopo l’arrivo ad Assisi, davanti la tomba di San Francesco, nei luoghi dove il Santo ha dedicato e donato la sua vita, sentii nel mio cuore di vivere la mia vita da missionario. Ebbi una reazione impulsiva, volevo andare in Africa o in India, ed invece mi sento riportare nella città dove non volevo più tornare, ma Gesù ha voluto che la Missione nascesse proprio nelle strade di Palermo; partendo dalla stazione centrale tra i vagoni e le sale d’aspetto, angoli di strada, marciapiedi, panchine dove tanti fratelli dormivano e passavano intere giornate tra l’indifferenza più assoluta.

La società li chiama: barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute profughi, immigrati; ma dal momento che ho sentito il coraggio di incontrarli ed abbracciarli, li ho chiamati fratelli e sorelle, senza farli sentire inferiori o diversi da noi tutti. Ero felice di vivere con loro alla stazione, di aiutarli e confortarli, mi prodigavo a portare loro thermos con latte e the caldo, panini e coperte per ripararli dal freddo

Fu un’esperienza forte e cominciai a chiedere aiuto a tutti, e andai pure alla Curia di Palermo dal Cardinale Pappalardo, il quale capì quel giovane che andò a bussare alla sua porte e decise di venire alla stazione per celebrare una messa insieme a tutti i fratelli ultimi sotto i portici della stazione; è stato un momento indimenticabile che mi incoraggiò molto e soprattutto aprì gli occhi della città sui tanti fratelli poveri che vivevano per strada, non considerati da nessuno, come se fossero scarto e rifiuto.

Da questa esperienza alla Stazione Centrale di Palermo, decisi di non tornare più a casa dei miei genitori, per condividere per sempre la mia vita con i fratelli ultimi, inizia così la Missione che sentii di chiamare Missione di Speranza e Carità.

Si scopre un progetto di Dio sconvolgente, ricco di Speranza e Carità, che a distanza di 19 anni dal suo nascere ha coinvolto e continua a coinvolgere uomini e donne di ogni ceto sociale, anche capaci di cambiare radicalmente il loro modo di vivere per diventare missionari e missionarie della Speranza e della Carità, per operare nei luoghi di emarginazione delle grandi metropoli.

(www.pacepace.org)

martedì 31 marzo 2015

La storia di Daniele e Simona


"Ho toccato con mano 
che la fede è una cosa concreta, 
che vivi e respiri tutti i giorni"


Daniele

Sono arrivato in Comunità Cenacolo perché sono stato un tossicodipendente, sono stato per tanti e tanti anni a bagno nel male e per tanti anni mi sono drogato. 

Vengo da una famiglia semplice, normale, sono un figlio unico e sento di dire che non mi è mancato niente nella mia vita, niente dei beni materiali; ho avuto l’amore dei miei genitori, ho avuto tutte le cose che un figlio può chiedere, anche troppo, però sono arrivato a drogarmi, a urlare la mia disperazione per tanti motivi. 

Uno di questi era la tanta solitudine che ho vissuto nella mia adolescenza, nel mio passato, anche perché forse ho conosciuto solo un tipo d’amore, che è l’amore che ti danno i genitori, amore umano, importante, ma non ho mai voluto conoscere e non ho mai conosciuto l’amore che ti può dare Gesù, che ti può dare Dio. I miei genitori sono cristiani e hanno cercato di trasmettermi, di insegnarmi la fede, anche con il loro esempio, ma io l’ho sempre rifiutata e l’ho sempre vista come una cosa inutile. 

Così poi, come tutti i ragazzi che sono in Comunità, ho iniziato il mio cammino verso il male, ho iniziato prima con le droghe leggere come se fosse un gioco: volevo fare qualcosa di diverso, riuscivo a vincere la mia timidezza e le mie paure, ero più spigliato. Poi piano piano il male mi ha preso in questo circolo e sono passato per varie situazioni, in tutti i punti dove ti porta il male a fare uso di droghe pesanti. Anche lì all’inizio lo vedevo come un gioco, e quando mi sono accorto che non era un gioco era tardi, ero già dentro, ma per orgoglio e paura ho continuato. 

Apparentemente ho sempre fatto una vita normale, lavoravo e vivevo con i miei, non facevo niente di strano, però mi drogavo. Per tanti anni ho avuto questa doppia faccia, di bravo ragazzo di giorno e di sera cambiavo e diventavo un tossico a tutti gli effetti, subivo questa mutazione. Per tanto tempo ho tenuto questa maschera, non sapevo più chi ero, perché quando sei nel male e nella droga cerchi anche di dividere i tuoi genitori: al padre dici una cosa, alla mamma dici un’altra cosa e ti comporti diversamente, e così riesci ad ottenere da tutti e due quello che tu vuoi. Oltre al male che ho fatto a loro, ho cercato di dividerli, perché con papà sapevo i suoi punti deboli e puntavo lì e con mamma anche, solo per ottenere da loro più soldi. Anche adesso, dopo tanti anni di Comunità, ascoltare questi genitori mi ha fatto pensare al tanto male che ho fatto loro, ed è vero: la droga divide. Siamo noi per primi, noi drogati che cerchiamo di dividere. 

Però, grazie a Dio, i miei genitori hanno conosciuto la Comunità e in quel momento li ho rivisti uniti quando mi hanno detto: “Tu in casa non entri più, hai già fatto troppo male a te stesso, agli altri, a noi e adesso se vuoi cambiare la tua vita devi entrare in Comunità, se no vai fuori”. Lì il male mi teneva ancora in pugno e ho pensato che potevo farcela da solo; sono andato via di casa e invece sono andato sempre più giù, ho vissuto via per un po’ di mesi scavandomi quasi la fossa. 

Poi - ringrazio sempre per questa cosa - ho combinato una stupidata fuori e sono finito in carcere per 5 giorni, grazie a Dio, e quando sono uscito ho chiamato i miei e ho chiesto aiuto, perché alla fine erano le uniche persone a cui potevo chiedere aiuto. Loro mi hanno proposto la Comunità Cenacolo, ma in cuor mio ho detto: “Sto lì un po’ di mesi, mi sistemo un po’ e poi esco e di nuovo”: era una scappatoia. Già dal primo giorno però ho avuto la sensazione di essere arrivato a casa mia, lo dico sempre. Sono entrato il 21 gennaio e ho sentito subito una sensazione nel mio cuore: “Sono a casa”, e di lì è iniziata la mia nuova vita. 

Sono rinato da quel giorno lì perché, nonostante le prime difficoltà che si hanno all’inizio, mi sono sempre sentito bene, a casa e voluto bene, ed è stato bello perché un passo dopo l’altro la Comunità mi ha fatto il dono più grande, che è quello della fede. Ho sempre visto la fede come una cosa astratta che sta in alto sulle nuvole, invece qui ho toccato con mano che la fede è una cosa che respiri tutti i giorni, che è concreta, che parte al mattino da quando ti alzi e vai in cappella a pregare il rosario, e va avanti tutto il giorno col lavoro, con lo stare coi ragazzi… avevo bisogno di toccarla con mano e me l’ha fatta toccare Elvira, perché Elvira ci dice, quando entriamo in Comunità, che non dobbiamo subito iniziare a credere, dobbiamo solo fidarci di lei, perché all’inizio crede lei per noi e prega lei per noi. Questo mi ha colpito: non sapeva chi fossi, non sapeva da dove venissi, però si mette in ginocchio per me e si fida di me. Ho subito toccato con mano questa fiducia disinteressata, questo amore di Gesù, l’ho visto negli occhi e nei fatti di Elvira, dei suoi collaboratori e dei ragazzi che mi hanno aiutato. 

Andando avanti in questo cammino ho incontrato mia moglie. Anche lì è stato un altro segno dal cielo perché prima di conoscere mia moglie ero arrivato ai fatidici 3 anni di Comunità, che è il periodo in cui uno inizia a pensare di uscire, di andare avanti fuori. Quest’idea c’era, ma Elvira mi ha colpito perché mi ha detto: “Sei libero di fare le tue scelte e la tua vita, però sai che la Madonna ha un bel disegno per te e tu devi solo continuare a pregare e a fidarti.” Anche lì, grazie a Dio e grazie a Maria, l’ho ascoltata e Maria mi ha donato Simona che è diventata poi mia moglie. È bello perché posso vedere tutti i passaggi in cui il Signore ha guidato la mia vita, la nostra vita in Comunità. Ho conosciuto Simona, ci siamo fidanzati, e io avevo l’idea del fidanzamento come è fuori, non ho mai vissuto un fidanzamento pulito, invece anche la proposta che ci ha fatto la Comunità di incontrarci prima di tutto nella preghiera ci ha aiutato. Noi ci incontravamo tutte le sere all’1, io in cappella in Casa Madre a Saluzzo e lei in cappella a Savigliano, ci parlavamo tramite Gesù, c’era Lui al centro dei nostri progetti e richieste, e così con questa preghiera e con questa fiducia nella Comunità siamo arrivati al matrimonio. Ora vi racconta mia moglie. 




Simona

Buonasera, sono Simona! Grazie per essere qui con voi, ringrazio Dio per il dono della Comunità Cenacolo perché giorno dopo giorno mi ha donato una qualità di vita infinitamente superiore a quella che facevo prima. 

Anche se non mi sono mai drogata, sono arrivata in Comunità alla ricerca di qualcosa di più che ho cercato in tante forme di divertimento fuori, anche nel lavoro, forme di soddisfazione professionale, viaggi, tante cose che però non mi portavano da nessuna parte. Quando sono arrivata in Comunità, anche io come mio marito - ci siamo conosciuti a Medjugorje per la prima volta - ho sentito di essere finalmente arrivata a casa. 

È stato bello quando ci siamo conosciuti e poi abbiamo iniziato a fare quest’amicizia che ci ha portato poi al matrimonio. Tra le prime cose condivise abbiamo detto che ci sentivamo veramente a casa, per cui tutto quello che è arrivato dopo è stato una scelta che è partita dal desiderio forte e dal grande amore che il Signore aveva messo nei nostri cuori per la Comunità Cenacolo, la nostra famiglia, la nostra casa. Da lì è partito tutto. 

Abbiamo voluto vivere il fidanzamento in modo cristiano, poi siamo arrivati al matrimonio; dopo un anno e mezzo di matrimonio non arrivavano figli biologici, naturali, allora abbiamo alzato gli occhi al cielo e chiesto a Lui che cosa volesse per noi, per dire che la nostra vita e la nostra famiglia per scelta libera erano nelle sue mani. Per la prima volta tutti e due, prima personalmente, poi come famiglia avevamo l’unico desiderio di fare la volontà del Signore, capire cosa il Signore ci stava chiedendo. Piano piano nella preghiera è emerso questo desiderio nostro di volere una famiglia grande con tanti bambini, questo amore grandissimo che avevamo nel cuore, che abbiamo ricevuto in Comunità e in questo stato d’animo aperto alla vita, bello, consapevole di essere in un’opera grandiosa di Dio che è la Comunità Cenacolo è arrivata la chiamata di accogliere questi bambini speciali. 

Ricordo che la prima cosa che mi è venuta nel cuore l’ho condivisa a Daniele: “Dani, è vero, ci sono tanti bambini in missione a cui donare l’amore, da accogliere, che hanno bisogno di una mamma e papà, però nel cuore sento forte questo desiderio di accogliere i bambini che nessuno vuole”. Ce l’aveva messo il Signore questo desiderio, non sapevo bene cosa volesse dire questo. Poi siamo andati da Elvira per capire bene, e lei ci ha detto: “Fate 1 anno di silenzio, non parlatene tra di voi, pregate solo, e poi fra 1 anno vedremo: se tutto viene da Dio, questa cosa bella che ha messo nel vostro cuore porterà frutto.” Infatti in quell’anno abbiamo capito che questi bambini che nessuno vuole erano bambini speciali, erano i bambini disabili. 

Quando abbiamo realizzato che questo era il disegno di Dio per noi ci siamo un po’ spaventati perché abbiamo detto: “Mamma mia, noi siamo proprio dei poveracci, saremo in grado? Non sappiamo niente di questi bambini”, però nella preghiera abbiamo ricevuto la grazia del coraggio di iniziare questo cammino, perché, ripensandoci, gli ostacoli e le barriere che ci sono stati fra noi e i bambini sono stati davvero tanti. Andavi nel tribunale e ti dicevano: “No, perché lui è stato tossico, vivete in Comunità e non prendete lo stipendio, come fate a mantenete questi bambini? Perché proprio bambini disabili? Siete ancora giovani, non avete nessun figlio, perché il desiderio di adottare questi bambini qui?”. Ci mettevano di fronte tutte le cose vere, anche giuste a cui potevamo andare incontro, però avevamo dentro questo coraggio, questa forza che adesso riconosco essere una grazia di Dio, non veniva da noi. 

Finalmente ci hanno aperto le porte per accogliere il nostro primo figlio, Omar, l’abbiamo preso che aveva 1 anno e mezzo. Uno dava il suo da fare, se vuoi seguirlo bene e ti dedichi totalmente, però non volevamo lasciarlo da solo ed eravamo aperti ad accogliere quello che il Signore ci chiedeva, i figli che Lui ci mandava. Così ci hanno chiamato per Chiara, che è una bimba che ha la sindrome di Down e poi è arrivato anche Francesco, che è un bimbo che ha gli stessi problemi di Omar e non si sa se camminerà. Sono tre bambini stupendi, sono la nostra gioia e per noi è bellissimo vivere in una Comunità come questa dove Gesù Risorto è al centro di tutto, e che vediamo operare guardando i ragazzi che sono entrati da poco e che piano piano rinascono. Sei immersa nella Risurrezione di Dio in ogni momento e vedi anche i nostri figli, che erano quasi morti perché vivevano la sofferenza dell’abbandono, con tanti problemi di salute che sarebbero difficili da portare per un adulto, vedere che ritornano a vivere: sparisce quell’ansia, quell’angoscia di essere soli al mondo, si sentono voluti bene, non si sentono guardati come marziani quando escono da casa perché tutti i ragazzi e le ragazze li accolgono - perché sono stati emarginati prima di tutto loro, per cui accogliere i nostri bambini è una cosa normale – e questo li fa sentire più vicini alla normalità. 

Vivere tutto questo quotidianamente, tutto questo amore, questa luce ogni giorno è un miracolo grandissimo. Tempo fa ho avuto il dono di andare a vedere la Sindone. È stato bello, ho pensato tante volte alla storia della Sindone perché mia mamma era proprio appassionata, per cui fin da piccola ne sentivo parlare. Trovarmi lì davanti mi ha colpito tanto, vedere tutti i segni visibili che si vedono su Gesù, ma soprattutto vedere il dorso, la flagellazione di quest’uomo dal capo ai piedi: non c’era 1 mm del suo corpo che non fosse stato flagellato, e davanti c’era Omar con la sua macchinina elettrica; è passato sotto la Sindone e c’era anche mio marito. Mi è venuta questa preghiera: “Guarda Gesù, un po’ di quella flagellazione loro l’hanno vissuta e ce l’hanno ancora sulla pelle”. Però, guardando la Sindone non vedevo solo l’uomo crocifisso, ma ho visto la Risurrezione di quell’uomo, quell’esplosione di luce che ha impressionato su quel lenzuolo tutta quella sofferenza, e dopo la sofferenza c’è stata proprio la risurrezione. È lì che mi sono fermata e ho detto: “Sì, credo veramente che tutta la sofferenza che vedo nei miei figli, che portano le loro piccole e grandi croci tutti i giorni, e quella che condividiamo con loro ha senso proprio nell’esplosione di luce di questa Risurrezione. 

Davvero in Comunità Cenacolo respiriamo e viviamo questo ogni momento. E questa è la cosa bella che ci ha convinto a dire sì, a rimanere qui e non spostarci più, perché la luce che viviamo qui è fatta di questa risurrezione. Ci rendiamo conto che purtroppo nel mondo c’è tanto buio, e preghiamo tante volte che tante persone che hanno vissuto e tanti bimbi che sono senza genitori, tante persone che sono nella disperazione incontrino questa luce, quest’esplosione di luce di Gesù, della sua Risurrezione che abbiamo incontrato noi e che viviamo quotidianamente. Grazie.

lunedì 23 marzo 2015

La storia di Chiara Corbella Petrillo



Mi chiamo Chiara, sono cresciuta in una famiglia cristiana che sin da bambina mi ha insegnato ad avvicinarmi alla fede.
Quando avevo 5 anni mia madre cominciò a frequentare una comunità del Rinnovamento dello Spirito e così anche io e mia sorella cominciammo questo percorso di fede che ci ha accompagnato nella crescita e mi ha insegnato a pregare e a rivolgermi in maniera semplice a Gesù come ad un amico a cui raccontare le mie difficoltà e i miei dubbi, ma soprattutto mi ha insegnato a condividere la fede con i fratelli che camminavano con me.

All’età di 18 anni in un pellegrinaggio incontrai Enrico e pochi mesi dopo ci fidanzammo.
Nel fidanzamento durato quasi 6 anni, il Signore ha messo a dura prova la mia fede e i valori in cui dicevo di credere.
Dopo 4 anni il nostro fidanzamento ha cominciato a barcollare fino a che non ci siamo lasciati.
In quei momenti di sofferenza e di ribellione verso il Signore, perché ritenevo non ascoltasse le mie preghiere, partecipai ad un Corso Vocazionale ad Assisi e lì ritrovai la forza di credere in Lui, provai di nuovo a frequentare Enrico e cominciammo a farci seguire da un Padre Spirituale, ma il fidanzamento non ha funzionato fin tanto che non ho capito che il Signore non mi stava togliendo niente ma mi stava donando tutto e che solo Lui sapeva con chi io dovevo condividere la mia vita e che forse io ancora non ci avevo capito niente!

Finalmente libera dalle aspettative che mi ero creata, ho potuto vedere con occhi nuovi quello che Dio voleva per me.
Poco dopo, contro ogni nostra aspettativa, superate le nostre paure, abbiamo deciso di sposarci.
Nel matrimonio il Signore ha voluto donarci dei figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita: ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e una gioia sconvolgente.

Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha chiesto anche di continuare a fidarci di Lui nonostante un tumore che ho scoperto poche settimane fa e che cerca di metterci paura del futuro, ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi.

Chiara Corbella Petrillo, al Laboratorio della fede, Gennaio 2011






Chiara Corbella è una ragazza nata in cielo il 13 Giugno 2012.
Aveva 28 anni ed era sposata con Enrico Petrillo.
Una coppia normalissima della generazione Wojtyla, cresciuta in parrocchia e a pane e Gmg.

Dopo essersi conosciuti a Medugorje hanno fatto un cammino da fidanzati con l’aiuto di alcuni frati di Assisi, e si sono sposati nel settembre 2008.

Chiara è rimasta subito incinta di Maria. Ma purtroppo alla bimba, sin dalle prime ecografie, è stata diagnosticata un’anencefalia. Senza alcun tentennamento l’hanno accolta e accompagnata nella nascita terrena e, dopo circa 30 minuti, alla nascita in Cielo.

Ho assistito personalmente al funerale che è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Una vittoria di Cristo sulla morte, ribadita da questa piccola bara bianca e da due genitori che hanno scritto e cantato, ringraziando e lodando il Signore per tutta la Messa. 

Qualche mese dopo, ecco un’altra gravidanza. Anche in questo caso l’ecografia non è andata bene. Il bimbo, questa volta era un maschietto, era senza gambe. Senza paura e con il sorriso sulle labbra hanno scelto di portare avanti la gravidanza. Ho parlato io stesso con Enrico che mi raccontava la sua gioia di avere un bimbo anche se privo delle gambe. Purtroppo, però, verso il settimo mese, l’ecografia ha evidenziato delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori e incompatibilità con la vita. 

Anche in questo caso i due giovani con il sorriso (io l’ho visto e seguito quel sorriso che nasce dalla fede) hanno voluto accompagnare il piccolo Davide fino al giorno della sua nascita in cielo avvenuta (anche in questo caso) poco dopo la nascita terrena.
C’ero anche al funerale di Davide. Anche lì tanta bellezza, tanta fede e una sorta di invidia per quella gioia portata nonostante la croce. Una gioia non finta e di circostanza, ma esempio per molte famiglie coetanee.



Finalmente una nuova gravidanza: Francesco… Tutti noi amici abbiamo gioito non poco per questa notizia e per la speranza di Chiara ed Enrico verso la vita. Molti avrebbero – comprensibilmente – desistito dal riprovarci. E mentre le ecografie confermavano la salute del bimbo, al quinto mese di nuovo la croce. A Chiara è stata diagnosticata una brutta lesione della lingua e, fatto un primo intervento, i medici le hanno detto che si trattava di un carcinoma. Nonostante questo, Chiara ed Enrico hanno voluto difendere questa vita. Non hanno avuto dubbi e hanno deciso di portare avanti la gravidanza mettendo a rischio la vita della mamma. Chiara, infatti, solo dopo il parto si è potuta sottoporre ad un intervento più radicale e ai successivi cicli di chemio e radioterapia. Il sottoscritto e molte altre famiglie, sono testimoni oculari di tutte queste prove portate avanti con il sorriso e con un sereno e incomprensibile affidamento alla Provvidenza.

Ho parlato più e più volte con Chiara ed Enrico di come in tutte queste prove mai si son lasciati sconvolgere, ma solo hanno accettato la volontà di Colui che non fa nulla per caso. E di come, sempre, hanno ripetuto la loro preghiera quotidiana di consacrazione a Maria terminante con Totus Tuus… Potrei raccontare molte altre cose… i mesi difficili di chemio e radioterapia, il rosario familiare del giovedì sera messo in piedi da varie famiglie a loro vicine, la consacrazione del loro figlio a Maria nella Porziuncola… Ora Chiara è nata in cielo. E in molti siamo testimoni di questa vita Santa.

Gianluigi De Palo, 13 Giugno 2012

dal blog http://www.chiaracorbellapetrillo.it/






lunedì 2 marzo 2015

La storia di Nick Vujicic


Nicholas James Vujicic è nato a Melbourne il 4 dicembre del 1982 da una famiglia serba cristiana. 
E' nato senza braccia né gambe, a causa della tetramelia, una terribile malattia genetica. L’unica eccezione è data da due piccoli piedi, uno solo dei quali è dotato di due dita.

Nick è oggi un predicatore e uno speaker motivazionale australiano, direttore di Life Without Limbs, un'organizzazione per i disabili. Di religione evangelico pentecostale, regolarmente tiene discorsi in tutto il mondo sulla sua fede e speranza nella persona di Gesù Cristo e su come l'abbia liberato dal peso emotivo legato alla sua disabilità.




La sua vita ovviamente non è stata facile. Non ha potuto frequentare la scuola tradizionale a causa del suo handicap, come richiedeva la legge australiana, ma durante il suo periodo scolastico, la legge fu cambiata, e Nick fu uno dei primi studenti disabili a frequentare una scuola normale.

Nick ha imparato a scrivere usando le due dita del suo "piede" sinistro, e un dispositivo speciale che si aggancia al suo grande alluce. Ha anche imparato ad usare un computer e a scrivere usando il metodo "punta tacco" (come mostra durante i suoi discorsi), lanciare palle da tennis, rispondere al telefono, radersi e versarsi un bicchiere d'acqua (anche questo mostrato nei suoi discorsi).

Accadde poi che, preso di mira dai bulli della scuola, Nick diventò estremamente depresso, e all'età di otto anni, cominciò a pensare al suicidio. Dopo aver supplicato Dio di fargli crescere braccia e gambe, Nick comprese che le sue condizioni erano di ispirazione per molte persone, e cominciò a ringraziare Dio di essere vivo. Un punto chiave della sua vita fu quando sua madre gli mostrò un articolo di giornale che parlava di un uomo che viveva con grandi difficoltà dovute ai suoi handicap. Questo gli fece capire di non essere il solo a vivere con grandi difficoltà. Quando aveva diciassette anni, cominciò a parlare con il suo gruppo di preghiera, e finalmente diede inizio alla sua organizzazione non-profit, Life Without Limbs.




Nick uscì dal college a 21 anni con un titolo di studio in Ragioneria e Promozione finanziaria e da allora cominciò a viaggiare come uno speaker motivatore (motivational speaker), concentrandosi sull'argomento dei giovani di oggi. Viaggia regolarmente di paese in paese per parlare a congregazioni cristiane, scuole, meetings aziendali. Ha tenuto discorsi a più di due milioni di persone fino ad ora, in dodici paesi di quattro continenti. 






domenica 1 marzo 2015

La storia di Gianna Jessen


Dio sta usando Gianna per ricordare al mondo che ogni essere umano è prezioso per Lui. 
E’ bello vedere la forza dell’amore di Gesù che Egli ha riversato nel suo cuore. 
La mia preghiera per Gianna, e per tutti quelli che la ascoltano, è che il messaggio dell’amore di Dio ponga fine all’aborto con il potere dell’amore” (Madre Teresa di Calcutta)


Nata a Los Angeles il 6 aprile 1977 in seguito ad un tentativo di aborto fallito,
Gianna ha raccontato la sua storia al Congresso degli Stati Uniti d'America e alla Camera dei Comuni del Regno Unito, oltre che  in occasione del novantesimo anniversario dalla fondazione di Planned Parenthood, celebrata dal Senato del Colorado, quando il senatore Ted Harvey invitò Jessen a raccontare la sua storia ai membri del Senato. Instancabile attivista contro l'aborto, Gianna va in giro per il mondo per testimoniare la sua vita.




Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo

Mi chiamo Gianna Jessen. Vorrei dirvi grazie per la possibilità di parlare oggi. Non è una piccola cosa dire la verità. Dipende unicamente dalla grazia di Dio il poterlo fare. Ho 23 anni. Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da Planned Parenthood nella California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell’iniezione di una soluzione di sale nell’utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore.

Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6 del mattino in una clinica per aborti della California. C’erano giovani donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono l’orrore dell’omicidio. Un’infermiera chiamò un’ambulanza e mi fece trasferire all’ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per il turno d’ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la vita, non sostenerla.

Qualcuno ha detto che sono un “aborto mal riuscito”, il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo. Signore e Signori, dovrei essere cieca, bruciata… dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! Rimasi all’ospedale per circa tre mesi. Non c’era molta speranza per me all’inizio. Pesavo solo nove etti. Oggi, sono sopravvissuti bambini più piccoli di quanto lo ero io. Un medico una volta mi disse che avevo una gran voglia di vivere e che lottavo per la mia vita. Alla fine potei lasciare l’ospedale ed essere data in adozione. Per via di una mancanza di ossigeno durante l’aborto vivo con la paralisi cerebrale.

Quando mi fu diagnosticata, tutto quello che potevo fare era stare sdraiata. Dissero alla mia madre adottiva che difficilmente avrei mai potuto gattonare o camminare. Non riuscivo a tirarmi su e mettermi a sedere da sola. Attraverso le preghiere e l’impegno della mia madre adottiva, e poi di tanta altra gente, alla fine ho imparato a sedere, a gattonare e stare in piedi. Camminavo con un girello e un apparecchio ortopedico alle gambe poco prima di compiere quattro anni. Fui adottata legalmente dalla figlia della mia madre adottiva, Diana De Paul, pochi mesi dopo che cominciai a camminare. Il Dipartimento dei Servizi Sociali non mi avrebbe rilasciato prima per essere adottata. Ho continuato la fisioterapia per la mia disabilità e, dopo in tutto quattro interventi chirurgici, ora posso camminare senza assistenza. Non è sempre facile. A volte cado, ma ho imparato a cadere con grazia dopo essere caduta per 19 anni.

Sono così grata per la mia paralisi cerebrale. Mi permette di dipendere veramente solo da Gesù per ogni cosa. Sono felice di essere viva. Sono quasi morta. Ogni giorno ringrazio Dio per la vita. Non mi considero un sottoprodotto del concepimento, un pezzo di tessuto, o un altro dei titoli dati ad un bambino nell’utero. Non penso che nessuna persona concepita sia una di quelle cose. Ho incontrato altri sopravvissuti all’aborto. Sono tutti grati per la vita. Solo alcuni mesi fa ho incontrato un’altra sopravvissuta all’aborto. Si chiama Sarah. Ha due anni. Anche Sarah ha la paralisi cerebrale, ma la sua diagnosi non è buona. È cieca ed ha delle gravi crisi . L’abortista, oltre ad iniettare nella madre la soluzione salina, la inietta anche nelle piccole vittime. A Sarah l’ha iniettata nella testa. Ho visto il punto della sua testa dove l’ha fatto. Quando parlo, non parlo solo per me stessa, ma per gli altri sopravvissuti, come Sarah, ed anche per quelli che non possono parlare…

Oggi, un bambino è un bambino, quando fa comodo. È un tessuto o qualcos’altro quando non è il momento giusto. Un bambino è un bambino quando c’è un aborto spontaneo a due, tre, quattro mesi. Un bambino è chiamato tessuto o massa di cellule quando l’aborto volontario avviene a due, tre, quattro mesi. Perché? Non vedo differenza. Che cosa vedete? Molti chiudono gli occhi…La cosa migliore che posso farvi vedere per difendere la vita è la mia vita. È stata un grande dono. Uccidere non è la risposta a nessuna domanda o situazione. Fatemi vedere come possa essere la risposta. C’è una frase incisa negli alti soffitti di uno degli edifici del parlamento del nostro stato [la California]. La frase dice: “Ciò che è moralmente sbagliato, non è corretto politicamente”. L’aborto è moralmente sbagliato. Il nostro paese sta spargendo il sangue degli innocenti. L’America sta uccidento il suo futuro.

Tutta la vita ha valore. Tutta la vita è un dono del nostro Creatore. Dobbiamo ricevere e conservare i doni che ci sono dati. Dobbiamo onorare il diritto alla vita. Quando le libertà di un gruppo di cittadini indifesi sono violate, come per i nascituri, i neonati, i disabili e i cosiddetti “imperfetti”, capiamo che le nostre libertà come NAZIONE e Individui sono in grande pericolo. Vengo oggi a parlare in favore di questa legge a favore della protezione della vita. Vengo a parlare per conto dei bimbi che sono morti e per quelli condannati a morte. Learned Hand, un giurista americano rispettato (del nostro secolo) disse: “Lo spirito della libertà è lo spirito che non è troppo sicuro di essere giusto; lo spirito della libertà è lo spirito che cerca di capire le opinioni degli altri uomini e donne; lo spirito della libertà è lo spirito che pesa i loro interessi insieme ai propri, senza pregiudizi; lo spirito della libertà ci ricorda che neanche un passero cade a terra inosservato; lo spirito della libertà è lo spirito di Colui che, circa 2000 anni fa, ha insegnato all’umanità la lezione che non ha mai imparato, ma non ha mai dimenticato; che c’è un regno dove gli ultimi saranno ascoltati e considerati accanto ai più grandi.” Dov’è l’anima dell’America?!

Voi membri di questo comitato: dov’è il VOSTRO cuore? Come potete trattare le questioni di una nazione senza esaminare la sua anima? Uno spirito omicida non si fermerà davanti a nulla finché non avrà divorato una nazione. Il Salmo 52,2-4 dice: “Lo stolto pensa: «Dio non esiste». Sono corrotti, fanno cose abominevoli, nessuno fa il bene. Dio dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio che cerca Dio. Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno.”

Adolf Hitler una volta disse: “L’abilità ricettiva delle grandi masse è solo molto limitata, la loro comprensione è piccola; d’altro lato la loro smemoratezza è grande. Essendo così, tutta la propaganda efficace deve essere limitata a pochissimi punti che a loro volta dovrebbero essere usati come slogan finché l’ultimo uomo sia capace di immaginare che cosa significhino tali parole”. Gli slogan di oggi sono: “Il diritto di una donna di scegliere”, “Libertà di scelta”, eccetera. C’era una volta un uomo che parlava dall’inferno (ne parla il capitolo 16 di Luca) che disse: “Sono tormentato da questa fiamma”. L’inferno è reale. Così lo è Satana, e lo stesso odio che crocifisse Gesù 2000 anni fa, ancora si trova nei cuori dei peccatori oggi.

Perché pensate che questa intera aula tremi quando menziono il nome di Gesù Cristo? È così perché Egli è REALE! Egli può dare grazia per il pentimento e perdono a voi ed all’America. Noi siamo sotto il giudizio di Dio – ma possiamo essere salvati attraverso Cristo. Dice la Lettera ai Romani: 5,8-10: “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo NEMICI, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.”La morte non ha prevalso su di me… ed io sono così grata!!!

(Testimonianze di Gianna Jessen rilasciate il 22 aprile 1996 ed il 20 luglio 2000 davanti al Sottocomitato Giudiziario del Congresso sulla Costituzione)






martedì 10 febbraio 2015

La storia di Cosimo Fragomeni


Fratel Cosimo

Cosimo Fragomeni nasce a Placanica, paese dell’entroterra jonico reggino, in una casetta modesta nella borgata di ‘Santa Domenica’, il 27 gennaio 1950, primogenito di due figli dei coniugi Ilario Fragomeni e Maria Mazzà, gente umile, impegnata a coltivare la terra, ma serena e fiduciosa nell’aiuto della Provvidenza.
Piccola frazione del comune di Placanica, Santa Domenica all’epoca era raggiungibile a piedi o a dorso di un asino, attraverso una mulattiera. Si trattava di un’anonima borgata ‘ferita’ dall’esodo di massa che aveva strappato e portato via migliaia di giovani calabresi costretti ad abbandonare affetti e fazzoletti di terra, in cerca di lavoro e di dignità. La gente rimasta aveva reagito alla fatica di vivere  con orgoglio e determinazione, necessarie per condurre una esistenza di stenti, e con un forte radicamento alla fede, che si traduceva in una diffusa solidarietà. 
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Fu in questa famiglia, dove regnavano il vicendevole rispetto e la pace, che il piccolo Cosimo trovò le profonde radici cristiane che alimentarono nelle pieghe più intime della sua anima un precoce anelito alla santità e la vocazione alla pietà cristiana. L’infanzia del piccolo Cosimo trascorse in serena semplicità, mentre la madre, donna pia e umile, che lo educò alla fede e alle virtù cristiane, non tardò a capire che il suo non era un bambino come gli altri. Pur avendo conosciuto assai presto la durezza della vita, Cosimo era un bambino ubbidiente e buono, che condivideva volentieri la fatica e il lavoro dei suoi cari, aiutando il padre ad accudire il gregge tra radure e campagne solcate da sentieri pietrosi levigati dalla pioggia e bruciati dal sole e dove, nella quiete solenne della natura, incominciò a pregare e a meditare. Uno gli aspetti più sorprendenti dei suoi primissimi anni fu, infatti, l’intimità speciale che ebbe con la  Madre di Dio e la precocità con cui corrispose alla grazia: tante le circostanze straordinarie e prodigiose che scandirono la sua verde età, fatti misteriosi che costituiranno chiare indicazioni del suo santo e luminoso avvenire.
Man mano che cresceva in grazia confortato com’era dall’esempio delle virtù dei genitori, Cosimo sembrava già bramare un’ideale di vita ascetica. Un’anima tesa verso l’alto che già vibrava di una speciale intima passione spirituale. Esperienze mistiche riportate fedelmente e dettagliatamente in una trentina di lettere, in alcune delle quali Cosimo racconta delle apparizioni della Vergine Immacolata, avvenute, dall’11 al 14 maggio 1968, all’imbrunire, mentre si accingeva a rientrare a casa dopo una giornata di duro lavoro nei campi, su un enorme masso coperto da cespugli e rovi divenuto, da allora, ‘Lo Scoglio delle apparizioni’, oggi meta incessante di pellegrinaggi. Una esperienza straordinaria che infiammò d’amore il cuore del giovane, all’epoca diciottenne, che accogliendo nella fede le indicazioni che la Madonna gli affidò attraverso quattro messaggi rivolti all’intera umanità, diede inizio ad una straordinaria opera di evangelizzazione per la salvezza dei peccatori. Una epifania di grazia, che trasformò l’umile contadino in un testimone della carità cristiana, capace di parlare al cuore della gente.
Un esercizio costante alla santità che Cosimo, soprattutto la sera, continua nella sua stanzetta fredda e umida (che minerà il suo giovane corpo già provato dai digiuni e dalle mortificazioni) e che diventerà luogo privilegiato di tante manifestazioni mistiche straordinarie, sempre riferite dal giovane a don Rocco Gregorace, (sacerdote, all’epoca, di Placanica) che per primo ebbe il privilegio di conoscere le sue confidenze. Pur essendo senza istruzione (per aiutare in famiglia, Cosimo fu costretto ad interrompere gli studi in prima media) la sua lingua si distingue per le sottigliezze teologiche e per il gergo erudito. Una freschezza di linguaggio, conciso e diretto, che penetra nelle pieghe più intime dell’animo e induce il peccatore a rivedere i propri comportamenti per rimettere la propria esistenza sulla retta via. Paragonato per le sue virtù profetiche e taumaturgiche al Santo di Pietrelcina, la straordinaria vita dell’umile contadino, diventato per tutti fratel Cosimo, dopo avere scelto il duro cammino della penitenza e della preghiera, in particolare di quella preghiera tanto gradita alla Madonna, il Santo Rosario, testimonia la profonda unione con Cristo sofferente che si manifesta in una amorevole carità verso i malati. Una vita, la sua, tutta mariana, spesa al servizio della Verità; e infatti, in tanti anni di annuncio coraggioso del Vangelo, con l’invito ad edificare la propria vita su Cristo, fratel Cosimo, ha invocato, per molti peccatori, il prodigio della conversione e per tanti sofferenti la guarigione. 
Holy Mary Statue


«Ti chiedo il favore di trasformare questa valle; qui desidero un grande centro di spiritualità, dove le anime troveranno pace e ristoro. In questo luogo, Dio vuole aprire una finestra verso il cielo; qui, per la mia mediazione, vuole manifestare la Sua misericordia!» 

Era l’11 maggio 1968 a Santa Domenica di Placanica quando, da un enorme masso coperti di cespugli e rovi, la Madonna pronunciò queste parole a Cosimo Fragomeni, oggi conosciuto come Fratel Cosimo. La Vergine apparse per i successivi 3 giorni, sempre sullo stesso scoglio, dove Cosimo si ritirava per meditare il Santo Rosario.

Oggi questo piccolo luogo è conosciuto da tutto il mondo come la Madonna dello Scoglio ed è divenuto meta di migliaia di fedeli provenienti da ogni parte del globo: francesi, tedeschi, austriaci, americani, svizzeri, spagnoli, portoghesi, libanesi, ma anche giapponesi, australiani, neozelandesi e africani. Si stimano infatti oltre 600mila presenze annue.

In merito alla straripante devozione per la “Lourdes d’Italia”, mons. Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, ha detto: “Molti si pongono la domanda del perché tanta gente, da oltre quarant’anni continua a recarsi, costantemente, allo Scoglio. Notando l’ambiente circostante, le difficoltà viarie e la mancanza di opere d’arte o di svago, la risposta non può essere che unica: digitus Dei est hic, qui, in questo luogo, c’è la presenza di Dio. Lo dimostrano la pietà dei fedeli, le code presso i confessionali, la preghiera silenziosa di fronte alla statua della Vergine, il raccoglimento e il silenzio durante le celebrazioni sacre.”

Intanto il desiderio espresso dall’Immacolata è in piena fase di realizzazione. Il 1 giugno 2013 è stata posata, proprio da mons. Morosini, la prima pietra del santuario della Madonna dello Scoglio e tutt'ora i lavori sono in corso d'opera. La pietra è sata benedetta da Papa Francesco, che ha incontrato personalmente Fratel Cosimo in Vaticano e ha dato così la definitiva approvazione della Chiesa per questo straordinario avvenimento di fede.

I pellegrini accorrono anche per implorare la Grazia di guarigione per sé o per i loro cari. Molteplici testimonianze riconoscono il miracolo della guarigione per mezzo di Fratel Cosimo. Lui, che si limita solamente a guidare le preghiere durante le adunanze di massa, viene indicato come strumento preferito della volontà di Dio che opera per mezzo di lui solo attraverso la preghiera e la fede.




Il caso più eclatante risale all’agosto del 1986, quando Rita Tassone, giovane signora di Serra San Bruno, dopo 13 anni di sofferta malattia, dallo “Scoglio” proclamò la sua guarigione da un tumore osseo che la costringeva su una sedia a rotelle. Oggi la Tassone vive serena accogliendo col sorriso i curiosi nel suo bar, lo storico “Bar Fiorindo” nella città della millenaria Certosa. E le guarigioni volute dal buon Dio attraverso la preghiera del contadino di Santa Domenica si susseguono sempre più e durante le preghiere di massa, anche sotto il sole torrido o nelle giornate dell’inverno rigido, c’è chi stringe fra le mani la foto di un congiunto che non ha potuto presenziare, sperando nel miracolo. Su quella spianata e tra i sentieri in lontananza, la moltitudine di gente non avverte il caldo o il freddo o la stanchezza dei chilometri attraversati a piedi per arrivare fin lassù, anzi è come presa da un senso di pace coinvolta come è dalla preghiera collettiva e dal carisma di quel semplice contadino tanto privilegiato.

Romeo Magherescu, ortodosso e docente di filosofia a Bucarest, venuto allo Scoglio nel 1994, ha lasciato questa testimonianza: “Ho visto alcuni tremare: il mondo restava lontano. Senza volerlo anch’io ero scosso dallo stesso tremore, per la Pace e il senso di tranquillità che s’impossessava di noi tutti: il miracolo si produceva sotto i nostri occhi, la fede si rivelava più forte lì nelle contrade benedette dalla Madonnina… Fratel Cosimo, e lui stesso lo dice con fermezza, non è altro che il vaso e lo strumento di cui si serve la Protettrice… io che provengo dalla Romania, da un’altra terra difficile e bellissima come l’Italia, io, ortodosso, scampato ai pericoli del passato comunismo, ho ringraziato, come tutti quanti, il soffio guaritore della Fede…”.

(da www.aleteia.org)

sabato 7 febbraio 2015

La storia di Mickey Robinson


Dio Esiste, l’ho incontrato. 

Ero morto e sono rinato.


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Mickey Robinson, paracadutista americano, tornato dall’aldilà in seguito ad un incidente aereo, testimonia il suo incontro con Dio dopo la morte.
Mickey, rimasto intrappolato in un aereo precipitato e salvato miracolosamente dalle fiamme, descrive il suo ritorno dal “luogo dei morti” e il suo personale incontro con Dio e l’ Oscurita’ della sua stessa vita. Le sensazioni da lui provate sono indescrivibili, non si tratta tanto della storia di una tragedia, ma di un uomo che toccando la morte ha scoperto la vita vera.