san Paolo

san Paolo
D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)
Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post

giovedì 19 marzo 2015

La storia di Giacomo Celentano


"Dal buio si può uscire cercando Gesù"

giacomo.celentano


Giacomo, è il figlio del grande Adriano Celentano. Ha alle spalle una bella carriera artistica, iniziata nel 1989 come cantautore di musica cristiana. La sua prima pubblicazione avvenne con l’album “Dentro il bosco”. Nel 1996, nasce in Giacomo il desiderio di scrivere brani musicali d’ispirazione cristiana e, grazie a Radio Maria, entra in contatto con Roberto Bignoli e Mario Ferraro. Successivamente ha scritto alcuni brani tra cui: “L’Eterno Messaggio” e “Il Cantico di Zaccaria”.

Le prime sofferenze iniziano a farsi sentire durante un concerto in cui cantavi. Ci puoi raccontare?

Dobbiamo fare un passo indietro. Nel 1989 avevo realizzato il mio primo album “Dentro il bosco”, con la casa editrice di Caterina Caselli, e avevo davanti a me un futuro promettente come cantautore. Apparentemente non avevo nessun sintomo di malessere, di depressione e di stanchezza. Però nel 1990, una notte di settembre, di colpo si dimezzò la mia capacità toracica, per cui cominciai a respirare malissimo. Passai la notte in bianco, senza riuscire a dormire. La mattina seguente, nel raccontare cosa mi era successo a mia nonna (in quel periodo vivevo con lei), c’impiegai un quarto d’ora.

Non avevo respiro neanche per parlare. Da ragazzo sportivo, pieno di vita, pieno d’interessi, nel giro di pochi giorni diventai un vegetale che non usciva di casa, non frequentava più gli amici e né lavorava più. Stavo davanti la televisione, tutto il giorno, e non parlavo, per cui ci fu questo repentino cambiamento, che preoccupò la mia famiglia d’origine.

I miei genitori mi portarono a fare delle visite mediche centrate sul caso. La cosa strana era che io fisicamente ero sano, ma avevo un sintomo forte d’insufficienza respiratoria. La prima conseguenza di questa malattia fu che non potei più cantare. Ci fu anche un’altra conseguenza, a causa della malattia non frequentavo più gli amici e nessuno riusciva a capirmi (neanche io riuscivo a farlo). Pian piano, nel giro di qualche mese, mi ritrovai solo con la mia malattia. Mi ritrovai in un momento di disperazione.

Come hai affrontato tutto questo?

Quando ho toccato il fondo, rimanendo da solo con la mia malattia, mi trovavo in un periodo in cui dal punto di vista spirituale, avevo abbandonato il mio cammino di fede, i sacramenti, la vita di fede, in una sola parola avevo abbandonato Dio. In questa situazione spirituale, di abbandono del Signore da parte mia, mi ammalai.

Quando restai completamente solo, con la mia malattia, cominciarono a fiorire nel mio intimo delle domande molto profonde. Mi chiedevo cosa il Signore volesse da me, quale sarebbe stato il mio progetto di vita, insomma mi chiedevo se il Signore voleva che io cantassi o che diventassi frate o che mi sposassi, ecc.. Cominciai il mio cammino vocazionale con Padre Emilio, un frate che a quel tempo stava a Milano e adesso è a Brescia. Cercavo di capire, con il suo aiuto, quale fosse il progetto di Dio sulla mia vita.

Cercavo di spronare Padre Emilio per farmi entrare in convento, ma lui mi diceva di stare calmo, perché prima bisognava fare una serie di verifiche, non era detto che avevo la vocazione. Ci vuole un buon discernimento ma soprattutto cercava di farmi capire che la vocazione non deve essere una fuga dal mondo, ma deve essere una rinuncia al mondo per amore di Dio.

Mi ricordo che lui mi faceva spesso questa domanda: “Giacomo se tu potessi cantare, vorresti lo stesso entrare in convento?”. Questa domanda mi metteva in crisi, rispondevo a Padre Emilio che se io potessi cantare, forse non cercherei di entrare in convento. Infatti, lui aveva la conferma che la mia non era una vocazione per la vita consacrata, ma io ero chiamato dal Signore tramite la sofferenza. Questo l’ho capito grazie a Padre Emilio e ad un mio discernimento personale.

Io sono convinto che il Signore, nel momento in cui l’avevo abbandonato, ha permesso questa mia sofferenza affinchè io mi riavvicinassi a Lui. Questo è avvenuto perché nella mia sofferenza, cominciai pian piano ad andare alla messa domenicale, a ricevere i sacramenti. Mi riavvicinai al Signore e cominciai a frequentare dei sacerdoti e a leggere libri spirituali.

Ci fu una risposta da parte mia, la stessa risposta che il Signore si aspettava, cioè che io ritornassi fra le Sue braccia. Il rapporto con Gesù è personale. Ognuno di noi ha la sua vocazione e il suo compito sulla terra, che Dio gli dà. Nel mio caso, Gesù mi ha chiamato tramite la sofferenza.

Ad esempio mio papà, a differenza mia, a volte ci racconta che lui ha scoperto Gesù nel pieno della sua gioia. Mio papà aveva tutto: il successo, una bella famiglia, era felice. Lui voleva ringraziare qualcuno, ed ha iniziato a cercare Gesù.

Tu hai scritto la tua storia, in un libro dal titolo “La luce oltre il buio”. Perché hai deciso di scriverla e di condividerla?

Intanto questo libro, l’ho scritto insieme ad un coautore. Quindi è stato scritto a 4 mani, è stato un lavoro di equipe. La mia casa editrice, la Piemme, l’ha rivisto e revisionato, ed è uscito fuori un lavoro gradevole.

La mia unica motivazione di averlo scritto, è che volevo mettere a disposizione la mia storia, per far capire a tutti quelli che sono nel buio, (il mio buio era l’ansia, la depressione e gli attacchi di panico) che dal buio si può uscire cercando Gesù. Lui è il vero medico del corpo e dell’anima. Prima bisogna cercare Gesù (questo è il primo passo) e poi rivolgersi ai medici, che sono strumenti del Signore.




Adriano Celentano, in un famoso Sanremo di qualche anno fa, si trovò ad essere criticato per aver fatto cadere l’attenzione, con un richiamo, sulla vita eterna. Ti capita di pensare al giudizio eterno, al Paradiso, all’inferno e al Purgatorio?

Io ci penso molto spesso, se non addirittura tutti i giorni. Io non mi sento un convertito, mi sento un anima in cammino. Sto facendo un cammino di conversione che è diviso in 3 tappe: la prima tappa è quella in cui l’anima scopre Dio, la seconda tappa è la più lunga, può durare anche anni, ed è quando l’anima si purifica dai suoi difetti, dai suoi vizi e peccati, infine c’è la terza tappa che avviene quando l’anima sposa, vive l’unione con il suo Sposo cioè con Cristo.

Io mi sento nella seconda tappa, nel momento della purificazione. E’ una tappa molto lunga, bisogna avere molta pazienza con se stessi, perché il Signore permette delle cadute per far sì che noi diventiamo umili. Bisogna perseverare, perché quando poi il Signore riterrà opportuno, finalmente comincerà a concedere delle vittorie a quest’anima che si purifica.

Giacomo, sei sposato con Katia e avete un bellissimo bambino di 8 anni, Samuele. Da fidanzati, avete praticato 5 anni di castità. Oggi la castità, sembra essere persa o dimenticata. Viviamo in una società in cui tutto sembra essere concesso…

Da fidanzati, io e Katia abbiamo fatto la scelta della castità. Non ce ne siamo mai pentiti, anche se personalmente, una volta sono caduto, perché siamo uomini fragili, ma al Signore importa che ci sia l’impegno. Però prima di sposarci, io e Katia non abbiamo mai fatto l’amore insieme e questo passo è molto bello, perché la sessualità vissuta all’interno del matrimonio è un qualcosa che edifica il matrimonio stesso e gli sposi, unendoli.

Tutto questo si può sperimentare solo se prima si è vissuta la castità prematrimoniale, perché è bello sposarsi e donarsi completamente e interamente all’altro, e poi perché la castità oggi è un valore da riscoprire. Gesù diceva: “Ciò che io dico alle vostre orecchie sussurrandovelo, voi gridatelo sui tetti”. Gesù voleva farci capire che non c’è niente che non debba essere manifestato. Penso che dobbiamo riscoprire il Vangelo e capire che Gesù è il Salvatore dell’uomo, anche oggi nel terzo millennio.

Che cos’è per te Medjugorje?

Io sono stato a Medjugorje nel 2010 con un gruppo di amici. Ho vissuto un momento molto toccante, quando di sera siamo saliti sul monte dell’apparizione, m’inginocchiai davanti la statua della Madonna bianca, e cominciai a pregare fervorosamente.

Poi arrivarono altri pellegrini, ci prendemmo tutti per mano e cominciammo a pregare tutti insieme. E’ stato veramente un bel momento. Io sono stato anche a Lourdes. La differenza che c’è tra questi due luoghi santi è che a Lourdes si va per chiedere una guarigione, a Medjugorje si va per pregare. A Medjugorje si scopre Maria come Mamma, e sempre lì, la Regina della Pace è essenzialmente maestra di preghiera.

Questo lo si vede anche dai suoi messaggi. Spero di tornarci con la mia famiglia, con Katia e Samuele. Una cosa che mi ricordo è che, quando tornai da Medjugorje, mi sentivo molto carico spiritualmente, per diversi giorni.

Pregando, passano anche le paure del futuro. L’importante è vivere bene l’oggi. Vivere da cristiano, da Santo, perché Dio ci chiama tutti alla santità, anche se non è facile, però dobbiamo tendere alla santità.


Intervista di Rita Sberna (da www.papaboys.org)

venerdì 6 febbraio 2015

La storia di Gabriel Martinez



La conversione di Gabriel, dalla sinistra libertaria anticlericale alla Chiesa cattolica. Per amore di una donna





Cresciuto in una famiglia dove la bibbia era Il capitale di Marx, Gabriel “Gabi” Martinez, economista spagnolo oggi 52enne, ha vissuto mezza vita da militante della sinistra estrema, fiancheggiando l’Eta e seguendo uno stile di vita radicalmente “liberal” e anticlericale. Per cadere infine vinto nelle braccia della sua peggior nemica: la Chiesa cattolica. Aveva scoperto, come ha spiegato recentemente alla tv spagnola, che ciò che odiava era in realtà l’unica cosa in grado di risolvere «la mia insoddisfazione».

L’IDEALE DEL PIACERE. «Mio padre era per la società proposta dagli ideologi marxisti», racconta Martinez a tempi.it. «Perciò l’educazione ricevuta in casa nostra non poteva che essere all’insegna dell’uguaglianza e della libertà: le aziende dovevano essere guidate dai lavoratori, tutti i membri di una famiglia avere lo stesso peso, senza alcuna autorità sovrapposta». Ma quella libertà, comprende oggi l’economista convertito, non era altro che uno strumento per raggiungere un ideale del tutto borghese dato che «la comunità così concepita serviva solo al benessere del singolo». Era in un certo senso logico che questo si traducesse per lui in un’adolescenza vissuta cercando «tutto il piacere possibile: marijuana, alcol, sesso, furto».

LA CRESIMA E L’ETA. Quando però il padre perse il lavoro e la famiglia cambiò città, continua Martinez, accadde un fatto; la prova, secondo lui, che «Dio già lavorava». Tutte le scuole erano piene e il giovane Gabi fu iscritto in un istituto cattolico. Anche lui come i compagni volle ricevere i sacramenti, e quando per caso incontrò un sacerdote dal quale si sentì amato decise di chiedere anche la cresima. Fino a 16 anni, comunque, la sua vita è stata «come quella di un qualsiasi giovane di una famiglia non credente. Ma poi le mie amicizie con persone di ideologia libertaria si ampliarono. Cominciai a interessarmi a quella cultura e a collaborare politicamente con la sinistra radicale. Alcuni dei miei amici appartenevano a partiti vicini all’Eta, e con loro partecipai a qualche attività locale, per fortuna senza mai nuocere fisicamente a nessuno».


martinez-gabi-giovane





UNA VITA SENZA INIBIZIONI. Non erano certo le riflessioni esistenziali la sua occupazione principale. Di quegli anni Martinez ricorda solo che «non pensavo più che Dio esistesse e che non fosse necessario perdere tempo in queste cose». Il ragazzo militava a sinistra e per il resto del tempo pensava solo «al sesso, alla musica e alla droga». Se riuscì comunque a laurearsi in economia fu esclusivamente per il grande sforzo «motivato solo dai vantaggi economici che avrei potuto raggiungere». Nel frattempo si convinceva sempre di più che «qualsiasi pratica fosse buona, fumare marijuana o altre droghe, fare sesso senza impegno, anche con la donna di un amico senza bisogno di nasconderlo, promuovendo rivolte contro i poteri istituzionali, il governo e la Chiesa». Adesso Martinez si sente di dover ringraziare Dio: «È stato Lui che non mi ha permesso di cadere nelle droghe pesanti. Già allora probabilmente mi stava preparando a una conversione radicale».


L’AMORE PER ANGELA. Di lì a poco, infatti, il giovane rivoluzionario si innamorerà di Angela, una donna cattolica. «Mi attirava tutto quello che era fuori dall’ordinario – spiega Martinez – e quella donna era una sfida per me: che fosse cattolica non era un problema, pensavo, in breve avrebbe cambiato idea. Ma non andò così. Al contrario, fui io a vedere in lei un modo di vivere che mi interrogava e mi attraeva. Aveva un modo diverso di rapportarsi con le persone, non faceva alcuna distinzione tra di loro, non parlava mai male di nessuno, dava i soldi ai poveri. E poi era allegra e si divertiva senza bere alcol, era un’altra cosa. Quando mio padre mi scoprì voleva uccidermi: “Gabriel, ti hanno ingannato”, mi diceva». Martinez era stato educato a pensare che la religione fosse l’oppio dei popoli, una volta lo aveva perfino scritto in grande sul muro di una Chiesa. Ovvio che con Angela «furono tre anni duri. Discutevamo e io cercavo di dimostrarle che le sue erano illusioni. Non la lasciai solo perché ero innamorato». Quella ragazza «viveva la fede seguendo il cammino neocatecumenale: parlava molto della Chiesa, dei sacerdoti, del Papa, e questo mi uccideva e mi ingelosiva. E in fondo pensavo che il suo essere cattolica, l’osservare i comandamenti e la legge della Chiesa sarebbe finito presto».


gabi-angela-giovani



UN AUT AUT LIBERANTE. Invece fu lui a cambiare idea. «Cominciai a fare soldi, facevo affidamento sul “dio denaro” come base della mia felicità e questo mi spinse lontano dall’ideologia politica. Intanto Dio, con questa donna, veniva a liberarmi da ogni schiavitù, che mi legava alle cose materiali. Vivevo una doppia vita contrapposta alle mie convinzioni marxiste, e tutto quello che pensavo io era incoerente con lo stile di vita della mia ragazza: era tutto un caos». La situazione divenne insostenibile, finché la donna, su consiglio delle sue guide spirituali, si decise a mettere Martinez davanti a un aut aut. «O provavo a partecipare agli incontri che frequentava lei o ci saremmo lasciati. Può apparire come una cosa contraria alla libertà, ma oggi io ringrazio per essere stato messo davanti a quella alternativa: ha salvato il nostro rapporto, che dura ancora oggi». Quello è stato il cedimento finale, quando «l’amore ha vinto l’orgoglio».


UNA CHIESA DIVERSA. Del resto Martinez era ancora convinto che nulla in fondo sarebbe cambiato per lui: «Semplicemente dovevo frequentare una catechesi due giorni alla settimana». Solo che, messo piede in chiesa dopo anni di assenza, l’ormai ex libertino ha scoperto qualcosa che nessuno gli aveva mai detto: «C’era un Dio che mi mi amava molto, e Qualcuno si era lasciato maltrattare fino alla morte affinché potessi essere felice. Il suo unico figlio Gesù Cristo mi ha dimostrato che la mia mancanza di felicità era stata prodotta dai miei peccati». Era una Chiesa completamente diversa da quella contro cui Martinez si era sempre battuto: «Voleva essere una casa per me, dove poter essere felice mettendo in pratica il Vangelo, la Parola di Dio. Mi parlavano di qualcuno che aveva vissuto così, la Vergine stessa, mi hanno aperto gli occhi su un Dio con potere immenso e un amore che non avevo mai conosciuto».


matrimonio-martinez


NULLA DA RINNEGARE. Adesso Martinez è sposato «felicemente con 4 bambini, sono sempre stato felice, con o senza soldi», e adesso «credo nella fedeltà del matrimonio, nel rispetto della vita del nascituro, nell’accoglienza degli anziani in famiglia, nel rispetto del ricco e del povero, del datore di lavoro e del dipendente» e «nel dire senza nessuna paura la verità quando necessario, che questo sia opportuno o inopportuno, a chi vuole ascoltare e a chi no». Ma ovviamente non è finita perché «ho bisogno di preghiera quotidiana, della confessione, dell’Eucaristia, della Parola di Dio. Così posso continuare a camminare e alzarmi ogni volta che cado». Con il conforto «della Chiesa e della Vergine Maria, che ho imparato a conoscere e che mi sostiene nei momenti difficili, come fece mia madre in vita, che tanto mi ha amato nella sua debolezza». Perché nulla in questa rivoluzione radicale è da rinnegare, nemmeno «il mio santo padre che è stato uno strumento necessario per la mia conversione: se non fossi stato educato così non sarei potuto arrivare qui fra coloro che vivono bene. Lui non ha fatto altro che provare a darmi il meglio. Nei suoi ultimi giorni di vita mi confidò: “Gabriel, si è scelto il migliore”».