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sabato 24 novembre 2012

Un sabato di festa e di solidarietà


LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

Bellissimo articolo di Antonio Socci, che racconta genesi e storia del Banco alimentare in America e in Italia.
Una grande storia con molti protagonisti e una grande mano invisibile con infinita fantasia...



Un sabato di festa e di solidarietà.
Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. 
In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.
Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco - anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. 
Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. 
Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.
Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. 
In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary - fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.
“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.
 
Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.
“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.
Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.
“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”. 

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.
Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci. Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.
Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.
Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.
“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.
E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.
E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? 
Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.
Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. 
Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. 
E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.
Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 novembre 2012

martedì 18 settembre 2012

Un'economia diversa è possibile?

DISTRIBUTISMO  O DISTRIBUZIONISMO


Il Distributismo è un modello economico-sociale e politico 
elaborato negli anni ’30 del secolo scorso da G. K. Chesterton e Hilaire Belloc
due esponenti di rilievo della cultura inglese, 
e poi evolutosi nel corso del tempo in aderenza ai cambiamenti della società.
 


 
In sintesi, il Distributismo propone 
un modello di società alternativo a capitalismo e socialismo
rifiutando la separazione tra lavoro e proprietà dei mezzi di produzione 
sostenuta dal capitalismo 
e l’ugualitarismo massificante e lo statalismo propugnati dal socialismo. 
 
Il Distributismo promuove quindi la centralità della proprietà privata 
e l’unione tra lavoro e possesso dei mezzi di produzione 
ed incentiva la massima diffusione e distribuzione della proprietà 
secondo i meriti e le capacità di ciascuno
 
E’ profondamente contrario alla finanziarizzazione dell’economia
mettendo il lavoro e non la speculazione finanziaria al centro del sistema produttivo
 
E’ per un denaro che nasca di proprietà dei cittadini e della comunità
direttamente od attraverso lo Stato, 
e non venga invece emesso dall’oligarchia finanziaria, 
come debito  verso Stati e cittadini, come succede oggi. 
 
E’ per un mercato che sia davvero libero 
dai monopoli delle grandi concentrazioni industriali-finanziarie 
e che consenta il massimo sviluppo dell’iniziativa individuale e sociale.
 
Il Distributismo si ispira ai valori della Dottrina Sociale della Chiesa 
ma non è in alcun modo un sistema confessionale 
e si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, 
indipendentemente dal loro colore politico o religioso.
 
Riteniamo pertanto che, nel desolante panorama dello scenario politico attuale, 
privo di proposte serie e consistenti, 
il Distributismo possa dare un contributo significativo 
per risolvere i tanti e gravi problemi che assillano la vita del cittadino medio 
- a cominciare dalle tasse esose, dalla perenne instabilità economica, 
dal debito pubblico e dalla cronica perdita di potere d’acquisto dei salari -
superando le sterili contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra 
e proponendo soluzioni concrete che intercettino i bisogni fondamentali dei cittadini: 
 
poter guardare al lavoro come ad un mezzo di realizzazione individuale e sociale, 
non essere più schiavi del denaro ma utilizzare il denaro 
per far fruttare le proprie potenzialità personali, 
avere tempo libero da dedicare ai propri interessi culturali 
ed ai rapporti familiari ed amicali.
 
Non si tratta di un’utopia 
ma di rimettere il senso comune e la retta ragione al centro dell’azione politica.
 
(tratto da "cooperator-Veritatis")
 
 

Il distributismo e la crisi economica


Intervista a John Medaille su come creare un mercato veramente libero

di Annamarie Adkins


IRVING (Texas) martedì, 5 ottobre 2010 (ZENIT.org).
In un periodo in cui le misure di salvataggio delle imprese si sono rivelate un flop, in cui la classe dirigente sembra confusa, mentre la crisi economica non dà segni di regredire, la gente cerca delle alternative rispetto alla saggezza convenzionale.

L’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” è stata come una manna per il cosiddetto movimento economico alternativo, e almeno una delle teorie economiche derivate dalle encicliche sociali, quella del distributismo, sta riscuotendo un certo interesse.

Ma molti sono scettici e considerano il distributismo meramente come una specie di agrarianismo romantico, o peggio ancora, solo come un approccio estetico privo di possibili applicazioni pratiche.

John Medaille, uno dei preminenti neo-distributisti, ha cercato di rispondere a queste critiche. Il risultato è un manifesto distributista intitolato “Toward a Truly Free Market: A Distributist Perspective on the Role of Government, Taxes, Health Care, Deficits, and More” (ISI), che non poteva essere più puntuale, mentre i governi in tutto il mondo lottano contro la crisi sociale e fiscale.

Medaille , co-redattore di The Distributist Review, che pubblica su Internet, nonché docente aggiunto dell’Università di Dallas, ha spiegato a ZENIT cosa manchi all’attuale teoria economica e perché il distributismo meriti un rinnovato apprezzamento.

Il suo libro inizia esaminando gli assunti fondamentali di ciò che generalmente viene chiamata “economia”. Quali sono questi assunti? Sono questi la causa dell’attuale crisi economica globale?
Medaille:  I due assunti principali dell’economia di oggi – peraltro entrambi errati – sono che l’economia sia una scienza fisica anziché una scienza umana, e che come tale non ha nulla a che vedere con le questioni etiche.

Sin dalla fine del XIX secolo, l’economia ha cercato di contrapporsi alla giustizia, soprattutto alla giustizia distributiva, ma così facendo ha perso la capacità di descrivere in modo accurato ogni economia di oggi. Quindi non dovrebbe sorprendere che il 90% degli economisti non si sono accorti dei segnali dell’imminente crollo.

Lo stesso è vero per la precedente crisi e per quella ancora precedente, ecc.

Non è possibile prevedere in modo attendibile lo svolgimento di un sistema, se non si è in grado di descriverlo in modo adeguato.

Il distributismo, d’altra parte, asserisce che la giustizia non sia solo un problema morale, ma anche un problema pratico ed economico, e che senza la giustizia economica non è possibile raggiungere l’equilibrio. Quando l’economia si separa dalla giustizia, il governo è costantemente pressato ad intervenire per assicurare stabilità, sebbene gli interventi possano essere efficaci solo nel breve periodo.

Noi abbiamo abbandonato la giustizia su scala globale e questo ha portato a un commercio cronicamente squilibrato. Quando gli scambi sono cronicamente squilibrati non è un vero commercio. Si tratta piuttosto di un sistema in cui i produttori esteri finanziano il nostro consumo dei loro beni, un sistema che impoverisce entrambe le parti.

La maggior parte delle persone crede che la battaglia per l’anima del capitalismo si giochi tra i seguaci di Keynes e i seguaci di Hayek. Secondo lei, invece, entrambe le teorie portano a ciò che Hilaire Belloc ha definito lo “Stato servile”. Perché? Cosa non hanno capito gli altri?
Medaille:  Il capitalismo e il socialismo in realtà non sono teorie opposte; l’una è la continuazione dell’altra, mentre il distributismo si oppone ad entrambe: è il libero mercato.

Il capitalismo tende a concentrare la proprietà nelle mani di pochi, strozzando così il mercato, e il socialismo prosegue quest’azione concentrando la proprietà nelle mani dello Stato. In pratica entrambi i sistemi finiscono per controllare le più importanti risorse della nazione nelle mani di pochi burocrati – über-manager – che rappresentano gli interessi dei proprietari nominali, siano essi gli azionisti o il popolo in generale, che tuttavia controllano queste risorse in funzione del proprio bene.

Inoltre, nel concentrare il potere economico essi concentrano anche il potere politico e le grandi società riescono ad ottenere grandi privilegi e sussidi per se stesse, come abbiamo visto durante la crisi. Quindi, tra l’elefantismo statale e l’elefantismo del settore privato, l’individuo è ridotto a uno stato servile.

Ciò che manca sia al capitalismo che al socialismo è la volontà di ammettere che alla proprietà consegue il potere. Entrambi i sistemi affermano di creare libertà attraverso la concentrazione del capitale, ma poiché questo provoca anche la concentrazione del potere, la massa della gente rimane priva di potere.

D’altra parte, il distributismo cerca di costruire una società basata sulla proprietà di uomini e donne liberi e consapevoli dei propri diritti, e dotati degli strumenti per difendersi dalle tendenze accentratrici sia dello statalismo sia del corporativismo.

Cos’è dunque il distributismo? La differenza tra capitalismo e socialismo non riguarda solo la redistribuzione o la suddivisione? Come può questa teoria, che si fonda comunque su un certo grado di intervento dello Stato, creare un mercato veramente “libero”?
Medaille:  In effetti non è tanto una questione di cosa lo Stato debba fare, ma di cosa debba non fare.

L’accumulazione della proprietà solitamente dipende dal potere pubblico: maggiore è la quantità di capitale, maggiore sarà lo spessore delle mura statali necessarie a proteggerlo.

Esistono certamente cose positive che lo Stato può fare, per esempio con la politica fiscale o semplicemente facendo rispettare le sue leggi contro il monopolio e l’oligopolio. E vi sono casi in cui persino il titolo alla proprietà terriera o di altre risorse è questionabile.

Ma in generale, una società distributiva richiede uno Stato più snello, con poteri che siano opportunamente distribuiti su tutti i livelli della società.

Contrariamente ai sistemi di concentrazione del potere economico e politico, quello distributista si fonda su una varietà di forme di piccola proprietà al fine di distribuire il potere: singoli proprietari per possedimenti che possono essere usati e gestiti facilmente da una persona o famiglia, cooperative per imprese più grandi, proprietà pubbliche locali per risorse come l’acqua o i sistemi fognari, azionariato dei dipendenti nei casi appropriati, e così via.

In questo modo, sia il potere economico che quello politico viene distribuito su tutti i livelli della società. Esistono in realtà solo due possibilità riguardo alla proprietà e al potere: concentrazione o distribuzione.

La prima porta al servilismo, la seconda alla libertà.

Come si configura una società distribuista? Esiste qualche esempio nel mondo?
Medaille:  Ottima domanda! Quando parliamo di sistemi economici, è sempre bene non affidarsi esclusivamente alla teorizzazione astratta, ma fare riferimento a sistemi concreti e funzionanti.

Per esempio, il capitalismo puro, come il comunismo puro (al di là del contesto monastico) non hanno mai funzionato e non esistono esempi attuali. Il capitalismo è sempre stato imposto e sostenuto dal potere statale, mentre il socialismo ha sempre dovuto consentire un certo grado di libertà di mercato per poter funzionare.

Il distributismo, invece, può mostrare l’esempio di diversi modelli di lavoro, sia di grandi che di piccole dimensioni. Esiste la Mondragón Cooperative Corporation, in Spagna, la cui proprietà è distribuita tra 100.000 dipendenti e che fattura 25 miliardi di dollari (19 miliardi di euro); esiste la realtà cooperativa della regione Emilia-Romagna, in cui il 40% del PIL deriva dalle cooperative; esistono migliaia di piani di azionariato dei dipendenti (ESOP), di cooperative, società di mutua assicurazione e cooperative finanziarie.

La verità storica è che il distributismo passa da un successo all’altro, mentre il capitalismo inciampa su un salvataggio dopo l’altro.

Ciò che è particolarmente interessante è che una società distributista come Mondragón è stata in grado di fornire la propria rete di sicurezza sociale, sistemi scolastici, istituti di formazione, centri di ricerca e sviluppo, e di università, tutto con i propri fondi e senza sussidi statali.

Si tratta di una realtà molto più vicina all’ideale liberale, rispetto a quanto sia stato prodotto da qualunque laissez-faire.

Offrendo soluzioni pratiche per i gravi problemi economici di oggi, il suo libro cerca di rispondere ai numerosi critici del distributismo che lo ignorano per la sua supposta impraticabilità o il suo neograrianismo. Quali sono i principi fondamentali o gli elementi costruttivi che un distributista usa per confrontare ed elaborare politiche alternative?
Medaille:  I principi fondamentali del distributismo sono la sussidiarietà e la solidarietà.

Per sussidiarietà intendiamo che i più bassi livelli della società, a partire dalla famiglia, sono quelli più importanti e quelli in cui deve risiedere il maggior grado possibile di autorità decisionale e di potere. I livelli più alti si giustificano solo per l’aiuto che riescono a dare a quelli inferiori.

La solidarietà implica che ogni decisione politica debba tenere a mente i più poveri e i più vulnerabili membri della società.

La sussidiarietà è difficile da realizzare in una situazione di accentramento del potere; solo attraverso la diffusione del potere economico e politico (e questi sono solo due diversi aspetti del medesimo potere) è possibile per le comunità locali e le famiglie di prosperare.

Il distributismo ha delle basi nella dottrina sociale cattolica o nelle encicliche come la recente “Caritas in veritate”?
Medaille: La sussidiarietà e la solidarietà derivano, ovviamente, direttamente dalle encicliche sociali e il distributismo deve molto ai loro ideatori cattolici come G. K. Chesterton e Hilaire Belloc.

Detto questo, l’ordine sociale distributista non dipende da un propedeutico ordine sociale cattolico. Tuttavia, riteniamo che un tale ordine sociale gioverebbe molto da un sistema distributista.

Ci può riassumere brevemente la soluzione distributista all’apparentemente irrisolvibile problema dell’assicurare al maggior numero possibile di persone un’assistenza sanitaria adeguata?
Medaille: Il nostro Paese ha appena attraversato un dibattito piuttosto avvelenato su questo argomento, in cui si è discusso di una artificiosa distinzione tra sistema socialista e sistema di mercato, mentre la vera questione è rimasta completamente all’oscuro.

La realtà è che nell’assistenza sanitaria questa distinzione non esiste. Lo Stato già paga il 45% dei costi sanitari complessivi, mentre il mercato “privato” è di fatto dominato da monopoli tutelati dallo Stato attraverso autorizzazioni, licenze e certificazioni per la costruzione di nuove strutture sanitarie.

L’evidenza dell’esistenza di un mercato monopolistico è dato dal costante aumento dei prezzi, anche in presenza di una riduzione dei servizi, e questa è la realtà del nostro settore sanitario.

Ora, il distributismo non avrebbe grande utilità se non fosse in grado di risolvere problemi concreti come questo, ma lo può fare.

In breve, nel libro propongo un’espansione delle autorità autorizzatrici, per aumentare l’offerta di personale sanitario; propongo un modo per espandere la ricerca e lo sviluppo senza ricorrere a forme monopolistiche; propongo inoltre la formazione di cooperative di medici e di altro personale in grado di servire sia come società di “assicurazione” sia come ditte sanitarie in cui venga assicurata la salute oltre ad affrontare semplicemente la malattia.

Certamente il libro entra molto nel dettaglio su questi aspetti, ma – sì – il distributismo offre una nuova via per molti dei più pressanti problemi.
 
(tratto da "Zenit")