san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

lunedì 11 maggio 2015

La storia di Colton Burpo


Il bambino che è stato in braccio a Gesù

Un bambino che prega

"Gesù ha detto agli angeli di cantare per me 
perché avevo tanta paura"

E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.

I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.

Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.

E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.

Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.

Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.

IN CIELO
Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.

STUPORE E CLAMORE
Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).

E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del New York Times e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.

Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).




La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.

UN FENOMENO ENORME
Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.

Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.

E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.

Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni. C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.

C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).
Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.

Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi. Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.

Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c’è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.

Antonio Socci, da Libero, 13 luglio 2014

mercoledì 29 aprile 2015

Storie di luce e la Sindone


In questi anni, per circostanze note e dolorose, sono diventato il destinatario di un fiume di lettere e ora navigo in un mare di storie, piene di vita vissuta, di croci inimmaginabili, di eroismi spesso totalmente nascosti al mondo, di naufragi e di speranze indomabili dentro il buio più fitto.
Sono testimonianze che fanno ammutolire. Chi e come può stare davanti a tutto questo dolore e tutta questa speranza? Chi può custodirli veramente?
Spesso sui media si denuncia lo scandalo della sofferenza innocente. E si resta impietriti davanti alla disperazione e all’impotenza.
Ma c’è qualcosa che è ancora più sconvolgente, qualcosa che è totalmente imprevisto e fa addirittura baluginare il divino perché è davvero “una cosa dell’altro mondo”.
Sono quelle storie, quei volti, quelle persone che – inspiegabilmente – non soccombono sotto prove terrificanti, che non sprofondano sotto croci disumane, ma hanno la luce negli occhi. Brillano di un amore pietoso e carico di una misteriosa letizia. Hanno una forza inspiegabile.
BAMBINI
Sono storie apparentemente semplici, ma immense.
“Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia”, mi scriveva una mamma, “nelle due settimane di coma profondo della mia piccola, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, l’abbiamo sollecitata continuamente, pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole sentire tanto Mozart. Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime”.
Un vecchio missionario, che da quarant’anni è in Africa, che si è letteralmente consumato fra bambini ammalati di lebbra, mi scrive dei canti e della felicità di quei fanciulli, vestiti di stracci, per i doni e le preghiere che si sono scambiati con noi e del loro far festa.
Ma la cosa più straordinaria accade quando s’incontrano persone che letteralmente offrono se stessi, in olocausto, per la salvezza e la felicità degli altri esseri umani e perché venga il regno di Dio, la felicità per tutti.
OLOCAUSTO
La testimonianza più struggente per me è quella di una giovane ragazza che da anni è sul Calvario, un succedersi di malattie e atrocità senza eguali.
Ha sopportato una quantità di sofferenze che forse pochissimi esseri umani hanno vissuto, da tempo è inchiodata su un letto e i medici da settimane le hanno detto che non c’è più nessuna possibilità di sopravvivenza.
Mi scrive:
“Sono a brandelli nel corpo e nel cuore… Ma anche se straziata, dilaniata in modo inimmaginabile – non posso descrivertelo perché ti sentiresti male e non c’è fondo – sono lieta di poter dare il mio contributo per la salvezza di questa umanità che sta sprofondando… Gesù dà senso a tutto questo massacro terrificante e umanamente indicibile per la salvezza di questi tempi nerissimi… Offro anche per la tua carissima Caterina. Ricorda che l’Amore avrà l’ultima parola. La preghiera ottiene tutto da Dio, anche l’impensabile. Io sono serena, cerco solo di resistere ancora un po’ per poter offrire ancora qualcosa al mio amato Gesù, per aiutarlo a portare il peso di tutta l’umanità e a salvare tanti nostri fratelli e sorelle. Forza! Sii sempre testimone coraggioso del Signore”.
Davanti a storie e volti così si può veramente capire qual è (e perché ci riguarda) il mistero di quella Sindone che – ancora una volta – in questi giorni viene esposta e offerta alla venerazione dei pellegrini, a Torino.
Quell’antico lino non è solo una preziosa reliquia della passione e della morte di Gesù. Non è solo una clamorosa conferma letterale dei resoconti evangelici. Della loro storicità, fin nei minimi, drammatici dettagli.
UN EVENTO UNICO
La Sindone mostra l’abisso della sofferenza umana raccolta tutta in un corpo, concentrata tutta su un uomo. Perché non c’è un centimetro quadrato di quel corpo che non sia macellato, seviziato, triturato. Con l’inevitabile sofferenza interiore prodotta dall’odio, dal disprezzo, dalle umiliazioni.
Ma la Sindone mostra pure la formidabile resistenza fisica di quell’Uomo, senza la quale sarebbe bastata la selvaggia flagellazione a farlo morire: resistenza fisica che può essere prodotta solo da una sovrumana forza interiore, quindi da una titanica decisione di sopportare tutto, di espiare per tutti, perciò da un oceano di compassione. Egli si è preso sulle spalle le sofferenze di noi tutti.
Infine la Sindone è anche un formidabile fenomeno scientifico che parla soprattutto a questo nostro tempo, il primo della storia che ha la possibilità e gli strumenti per decifrare i tantissimi messaggi che contiene.
Proviamo allora a elencare alcuni di questi elementi.
Anzitutto è un “unicum”, perché non si è trovata alcuna spiegazione scientifica alla formazione di questa immagine che non è data da pigmento, ma da una bruciatura superficiale del lino e – sottolineo – una bruciatura non per contatto (altrimenti nel lenzuolo aperto l’immagine sarebbe apparsa deformata): gli scienziati ipotizzano un gigantesco, istantaneo e inspiegabile sprigionarsi di energia da quel corpo.
Quindi la Sindone porta le tracce di un avvenimento unico nella storia, un fatto non naturale e che non è possibile riprodurre nemmeno oggi.
Inoltre la Sindone contiene informazioni e dati – per esempio la tridimensionalità – che oggi sono strumentalmente decifrabili, ma che non potevano essere conosciuti e prodotti dagli uomini dei secoli scorsi, né in tutti i secoli precedenti (così pure le tracce microscopiche di polline dell’area di Gerusalemme, come lo Zygophyllum dumosum, che non si possono collocare o rilevare senza i moderni microscopi).
LE PROVE
Infine le analisi medico legali hanno appurato
1) che quel lenzuolo ha sicuramente avvolto il corpo di un uomo morto, come dimostrato dal sangue cadaverico e dalla rigidità cadaverica delle gambe (peraltro quella ferita al costato è incompatibile con la vita);
2) l’équipe di scienziati americani dello STURP che analizzarono ogni centimetro del lenzuolo nel 1978 ha accertato inoltre che quel corpo morto è stato contenuto dentro al lenzuolo meno di 40 ore, perché non c’è alcuna traccia di putrefazione;
infine 3) la stessa équipe ha scoperto che i contorni della macchie di sangue rivelano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo, quindi quel corpo è uscito dal lenzuolo senza strappo dei coaguli ematici, cioè senza movimento, senza spostarsi, come passando attraverso il lenzuolo.
Quindi quel corpo risuscitando ha acquisito delle proprietà che nessun altro corpo normale possiede (proprio come dicono i Vangeli).
E tutto è accaduto con un’esplosione di luce che ha impresso – con modalità sconosciute – l’immagine sul lenzuolo. Arnaud-Aaron Upinsky nota che, scientificamente parlando, “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. E’ la resurrezione.
LA FORZA
L’Uomo della Sindone ha preso su di sé tutta la debolezza e le sofferenze degli uomini e le ha investite con tutta la Potenza di Dio, che spazza via la morte.
E quell’Uomo-Dio ora è vivo. La sua è la luce che brilla sui volti di tanti che oggi non soccombono alle croci. Misteriosamente presente fra noi, dona, con la sua amicizia, la sua stessa forza.
Cosicché già qui sulla terra è possibile sperimentare – anche fra le lacrime e le prove della vita – la misteriosa letizia della vittoria.
Quell’eroica ragazza in croce, che ho citato, accennando alla Sindone, mi ha detto: “Che commozione sentir parlare del nostro Salvatore! Con il suo folle amore ha voluto rendere libero e felice ognuno di noi”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 aprile 2015
www.antoniosocci.com

domenica 19 aprile 2015

La storia di Kara Tippetts


"The Hardest Peace” (La pace più difficile)

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«Muoio in buone mani»
Le ultime parole di Kara Tippetts


È morta il 21 marzo scorso Kara Tippetts, l’americana del Colorado che a ottobre con una lettera aperta cercò di dissuadere la sua connazionale Brittany Maynard dalla richiesta di suicidio assistito seguita alla diagnosi di cancro. Ma ancora oggi, quasi un mese dopo la sua scomparsa, il blog di Kara e la sua pagina Facebook, che ha superato i 60 mila like, continuano a parlare di lei attirando l’attenzione del pubblico che da oltre due anni trae forza dal coraggio e dalla letizia con cui questa donna ha affrontato la malattia.

MALATTIA E BELLEZZA. Moglie del pastore protestante Jason Tippetts e mamma di quattro bambini, Kara ricevette la diagnosi di cancro nel 2013, quando aveva 36 anni. Da quel momento cominciò una battaglia condivisa con la sua comunità di amici e con il pubblico raccolto in rete. La sua storia è raccontata anche in un libro, intitolato “The Hardest Peace” (La pace più difficile), dove la donna descrive la sua conversione al liceo, dopo un’adolescenza trascorsa «nel buio», e parla della malattia come il luogo della sua conversione più profonda. Forte di una simile esperienza personale, alla notizia della richiesta della Maynard, affetta dal medesimo tumore, Kara ha deciso di inviarle una lettera per dirle che «la sofferenza non è assenza di bene, non è assenza di bellezza, ma anzi può essere il luogo in cui conoscere la vera bellezza».

«NON MI SBAGLIO». Ti hanno detto una bugia – si legge nel testo – una bugia terribile, che la tua morte non sarà bella (…), sì sarà dura, ma non priva di bellezza». Ma «la cosa più importante è che tu senta dal mio cuore Gesù che ti ama». Cristo, ha scritto Kara, «morì di una morte terribile sulla croce (…) e tre giorni dopo ha vinto la morte che io e te stiamo affrontando (…). Egli desidera conoscerti, guidarti verso la morte, per darti la vita e la vita in abbondanza, la vita eterna». La donna nella lettera pregava l'”amica” Brittany di ascoltarla: «Non mi sbaglio, la bellezza ci verrà incontro in quell’ultimo respiro». Brittany, però, ha proseguito per la sua strada.




«RALLEGRATEVI CON ME». Alla fine la Maynard ha ottenuto la morte in Oregon, dove la pratica del suicidio assistito è legale. Kara Tippetts, invece, ha scelto di percorrere tutta la strada, fino in fondo, perché, come ha scritto sempre nel messaggio a Brittany, «Dio non vuole che acceleriamo la morte, ma nel nostro morire ci vuole incontrare». Pochi giorni prima di morire, poi, la donna ha informato i suoi lettori con queste parole: «La mia pena è finita, le mie paure si sono placate, sono nelle mani buone e sovrane di Gesù». Nel testo, scritto al cospetto della morte e pubblicato postumo, Kara esprime la volontà di affidare a due amici il suo blog, per poter continuare a condividere i suoi scritti inediti e altre testimonianze. «È impossibile per me immaginare di non poter venire qui a condividere con voi anche il mio cuore rinnovato», scrive. «Mi sembra impossibile che il viaggio si sia alla fine concluso. (…) Credo che Dio abbia in serbo per i miei cose belle e sono molto confortata pensando a tutte le vostre preghiere che li sostengono». Ma sopratutto, aggiunge la donna, «sarò volata via nella terra in cui non ci sono più lacrime, non volete rallegrarvi con me?». I funerali della donna, affollati da centinaia di persone, sono stati descritti come una grande festa.


di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)


La storia di Maggie Gobran



La “Madre Teresa” del Cairo
e dei ventuno copti uccisi dall’Isis


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Da venticinque anni insegna nelle periferie del Cairo: «Amate i vostri nemici; perdonate; non rinnegate mai la verità». Ha sempre ripetuto queste cose Maggie Gobran, egiziana copta di 60 anni, una dei punti di riferimento dei 21 martiri cristiani che sono stati decapitati a febbraio dai fondamentalisti dell’Isis mentre pronunciavano il nome di Gesù.

«I MIE FIGLI MARTIRI». Tredici di loro erano stati educati da questa donna, soprannominata la “madre Teresa del Cairo” o “mamma Maggie”, come la chiamano i 30 mila bambini poveri di cui si occupa da oltre un quarto di secolo. Intervistata da Fox News, Maggie ha raccontato che «sì ho mangiato con loro, ho pregato con loro, ho giocato con loro, ho pianto con loro, ho studiato con loro» e alla notizia della decapitazione «all’inizio eravamo tutti molto tristi e piangevamo. Poi il presidente ha annunciato sette giorni di lutto nazionale e in meno di tre giorni tutte le famiglie hanno cominciato a festeggiare, perché questi uomini non hanno rinnegato la loro fede. E noi siamo orgogliosi. Sono martiri in cielo. Sono felice di essere madre di questi martiri. È un onore».

UN PAIO DI SCARPE. Era la fine degli anni Ottanta quando «Dio volle promuovermi. Mi disse: “Lascia i migliori, i più intelligenti e vai dai più poveri dei poveri”». Così fece, lei che era imprenditrice e professoressa all’Università del Cairo, sposata e con due figli, mischiandosi con gli zabbaleen, gli abitanti in maggioranza cristiani copti delle periferie più povere della città. La prima volta che visitò le baraccopoli, aveva 35 anni: «Quando li vidi non riuscivo a credere che degli esseri umani potessero vivere così, circondati dalla pattumiera», ha raccontato. Ad impressionarla fu una bambina nullatenente che volle accompagnare a comprare un paio di scarpe. Ma la piccola le chiese di prenderle di qualche misura più grandi ,pensando alla madre. Dopo quell’episodio Maggie non riusciva più a dormire e nei mesi successivi continuò a tornare nei quartieri poveri con degli amici. Cominciò a vendere ciò che aveva per aiutare i bisognosi e scoprì di essere più felice servendo gli ultimi. Anche se «mi ci volle un po’ prima di ricevere la chiamata da Dio».




IL SEGRETO DELLA FEDE. Nel 1989 fondò l’associazione Stephen’s Children, che oggi assiste circa 30 mila bambini all’anno tramite 90 centri, fra cui asili, scuole, servizi medici ed educativi per le famiglie. Nonostante i pericoli in un paese a maggioranza islamica, questa missionaria non fa segreto dello scopo della sua opera: «Portare Cristo ai poveri». «Non hanno pane, non hanno cibo, sono affamati ogni giorno – ha spiegato – ma cercano sopratutto amore e rispetto. Sono nudi, senza vestiti, ma sopratutto sono privi di dignità. Per questo siamo lì fra loro. E per questo cambiano. È un’esperienza di cambiamento di vita. Così anche se sono poveri sono ricchi dentro». Perché quando «dai gioia a qualcuno, le vite cambiano. Si fanno diventare ricchi i poveri, più generosi i ricchi verso i poveri, si rendono forti i deboli e i falliti speranzosi». È sempre da questo amore vivo, secondo mamma Maggie, che hanno tratto forza i martiri copti. Come ha chiarito alla giornalista che le domandava da dove le vittime avessero preso il coraggio di non rinnegare la fede: «L’hanno preso da Lui, essendo stati toccati dall’amore vero che ti fa credere in Dio. Credendo i Lui sai che vivrai per sempre».

IL BENE NASCOSTO. Ai suoi bambini Maggie insegna a non avere paura di chi uccide: «Quando sei dalla parte della verità ti senti forte, ogni istante». Secondo lei anche l’immagine del martirio mostra «questa verità», visto che gli assassini con i volti coperti «temevano di mostrarsi al mondo, mentre gli altri avevano un’identità chiara e non hanno avuto timore, sapendo che andavano da Lui per sempre».
Così sono morti quei copti che Maggie aveva guardato come tutti i suoi poveri: «Vedo Gesù in ogni bambino – ha detto in più occasioni -. Questa è la nostra missione, dire a tutti che sono amati da Gesù». Per lei ogni giorno è come rivivere quello che accadde a Maria sotto la croce: «“Questa è tua madre”, così ogni bambino bisognoso diventa mio figlio. Non è facile guardare tuo figlio mentre soffre tanto».

di Benedetta Frigerio (da www.tempi.it) 

venerdì 10 aprile 2015

La testimonianza di Abbée De Robert


"LA VITA E' UNA LOTTA 
MA ESSA CONDUCE ALLA LUCE"

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Ho incontrato Padre Pio nel 1955, e senza aver chiesto niente, lui mi ha preso come figlio spirituale e mi ha detto: "Tu sei il figlio del mio cuore e ti prometto assistenza, sempre e dovunque". Ha ripetuto due volte queste parole... 

Poi, in ogni momento eccezionale della mia vita, ricevevo sempre una cartolina mandata dal superiore, stampata: "Padre Pio, prega secondo le tue intenzioni, prega..." Ed aveva sempre due righe scritte a mano. Per esempio un giorno quando facevo il militare, perché' in Francia noi preti facciamo il militare, sono andato in Algeria (La guerra in Algeria) e padre Pio mi aveva avvertito, diciamo con questa cartolina: un giorno ho ricevuto in Algeria una cartolina stampata cosi' e con due righe: "LA VITA E' UNA LOTTA MA ESSA CONDUCE ALLA LUCE". Lotta e luce sottolineati...

Un giorno, o meglio una sera, un commando del Fronte di Liberazione Nazionale d'Algeria attacco' il nostro villaggio e presto io fui preso e mi misero davanti ad una porta insieme ad altri 5 militari, e la' fummo fucilati. Immediatamente io feci l'esperienza strana della DECORPORAZIONE: vidi il mio corpo accanto a me, steso sanguinante, in mezzo ai miei compagni militari, essi pure uccisi e cominciai un'ascensione curiosa, una sorte di tunnel.

E poi d'un tratto ho pensato alla mia famiglia. Subito mi son trovato nella stanza dei miei genitori e la' ho tentato di parlare loro ma essi dormivano e non hanno sentito niente... ma ho visto visitando l'appartamento che un mobile e' stato cambiato di posto. Dopo qualche giorno ho scritto a mia madre ed ho chiesto: Perche' hai fatto questo cambio del mobile e lei mi ha risposto: "Ma come hai fatto a sapere questo?"

E cosi' io salivo dentro questa sorte di Tunnel ed ho pensato a Padre Pio XII ed ho visto anche lui. Subito mi son trovato in camera sua. Abbiamo parlato telepaticamente... 

Poi continuai la mia ascesa, fino al momento in cui mi ritrovai in un paesaggio meraviglioso, avvolto in una luce azzurra e dolce... Non c'era il Sole ma in quel momento ho pensato a questa parola dell'Apocalisse: ".....IL SIGNORE E' LA LORO LAMPADA"... La' vidi migliaia di persone, tutte sui trent'anni e notavo quella donna che era morta a 80 anni ed ora aveva 30 anni... Questa qui' che aveva 2 anni, anch'essa aveva trent'anni ed ho visto parecchie persone che conoscevo...

Lasciai in quel momento questo Paradiso pieno di fiori straordinari sconosciuti da me e la' perdetti la mia natura di uomo e divenni come una goccia di Luce. In quel momento si e' impresso nella mia mente: "TU SEI UNA GOCCIA DI LUCE COME EMANAZIONE DELLA LUCE DIVINA" Ed ho visto migliaia di gocce di Luce. Questa era San Pietro, quella era San Paolo, quella era San Giovanni. Quella tal Santo, quella tal altro...

Lasciai questo livello, sono andato ancora più su e qui con commozione che si capisce bene, vidi MARIA, meravigliosamente bella nel suo vestito di Luce che mi ha accolto con un sorriso straordinario, mi ha abbracciato e baciato... Dietro di lei c'era Gesu', che ha fatto la stessa cosa... 

Poi... Una zona di Luce... pensavo che fosse il Padre e la' sentii il soddisfacimento di tutto quello che potessi desiderare: io conobbi qui la felicita' perfetta, come una certa esperienza dell'eternita'...

Poi bruscamente, mi sono ritrovato con il naso nella polvere e mi ritrovai in terra completamente sbalordito ma in mezzo ai miei compagni. Essi erano veramente morti. Mi sono reso conto che la porta davanti alla quale mi trovavo era crivellata da pallottole che mi avevano attraversato il corpo, perché mi sono accorto che la mia veste era piena di buchi, avanti e indietro ed il mio petto era pieno di sangue, ma sangue mezzo rinsecchito, un po' vischioso. Dunque erano passate due o tre ore. Il mio dorso uguale. 

Ho tolto questa veste e sono andato dal Comandante dall'altra parte.....Ho cercato i buchi nella mia carne ma non ho trovato niente, sono intatto, ma queste pallottole sono entrate nella veste e sono uscite dietro e conficcate nella porta indietro a me. Il Comandante ha gridato: "Ma sei Miracolato! "Eh - ho detto io - forse si'..." 

Parecchie settimane dopo sono andato da Padre Pio, perché questa esperienza mi ha molto marcato, senza dubbio, ed ho visto, quindi, Padre Pio nel salotto di San Francesco e lui come al solito mi ha fatto un segno di amicizia, poi mi ha detto soltanto questo: "Uhhh...Tu... Figliolino mio, quanto mi hai fatto correre, ma ciò che hai visto era tanto bello..." Questo prima che io gli raccontassi qualsiasi cosa, perché lui mi aveva avvertito prima. 

Allora si comprende che io , ora, non ho più' paura della morte perché so cosa c'è dall'altra parte e Padre Pio mi aveva fatto la promessa di assistermi. Sempre mi ha assistito, qua ed anche adesso, sempre... perché ho fatto sei anni e mezzo come confessore nella Basilica di MontMartre e tante volte lui parlava tramite me, tramite la bocca mia... Io mi sentivo parlare e dicevo a me stesso: "Ciò che dici e' bellissimo..." Una volta una italiana e' venuta a confessarsi e lei aveva già conosciuto Padre Pio e Padre Pio ha parlato attraverso di me con il suo timbro di voce. Lei si e' messa a gridare: "Ma questa e' la voce di Padre Pio, e' la voce del Padre!" E' uscita dal confessionale gridando in Basilica: "Qua dentro c'e' Padre Pio nel confessionale!..." Due ore dopo, il Cardinale lo sapeva... questo e' un fatto un po' strano...




martedì 31 marzo 2015

La storia di Daniele e Simona


"Ho toccato con mano 
che la fede è una cosa concreta, 
che vivi e respiri tutti i giorni"


Daniele

Sono arrivato in Comunità Cenacolo perché sono stato un tossicodipendente, sono stato per tanti e tanti anni a bagno nel male e per tanti anni mi sono drogato. 

Vengo da una famiglia semplice, normale, sono un figlio unico e sento di dire che non mi è mancato niente nella mia vita, niente dei beni materiali; ho avuto l’amore dei miei genitori, ho avuto tutte le cose che un figlio può chiedere, anche troppo, però sono arrivato a drogarmi, a urlare la mia disperazione per tanti motivi. 

Uno di questi era la tanta solitudine che ho vissuto nella mia adolescenza, nel mio passato, anche perché forse ho conosciuto solo un tipo d’amore, che è l’amore che ti danno i genitori, amore umano, importante, ma non ho mai voluto conoscere e non ho mai conosciuto l’amore che ti può dare Gesù, che ti può dare Dio. I miei genitori sono cristiani e hanno cercato di trasmettermi, di insegnarmi la fede, anche con il loro esempio, ma io l’ho sempre rifiutata e l’ho sempre vista come una cosa inutile. 

Così poi, come tutti i ragazzi che sono in Comunità, ho iniziato il mio cammino verso il male, ho iniziato prima con le droghe leggere come se fosse un gioco: volevo fare qualcosa di diverso, riuscivo a vincere la mia timidezza e le mie paure, ero più spigliato. Poi piano piano il male mi ha preso in questo circolo e sono passato per varie situazioni, in tutti i punti dove ti porta il male a fare uso di droghe pesanti. Anche lì all’inizio lo vedevo come un gioco, e quando mi sono accorto che non era un gioco era tardi, ero già dentro, ma per orgoglio e paura ho continuato. 

Apparentemente ho sempre fatto una vita normale, lavoravo e vivevo con i miei, non facevo niente di strano, però mi drogavo. Per tanti anni ho avuto questa doppia faccia, di bravo ragazzo di giorno e di sera cambiavo e diventavo un tossico a tutti gli effetti, subivo questa mutazione. Per tanto tempo ho tenuto questa maschera, non sapevo più chi ero, perché quando sei nel male e nella droga cerchi anche di dividere i tuoi genitori: al padre dici una cosa, alla mamma dici un’altra cosa e ti comporti diversamente, e così riesci ad ottenere da tutti e due quello che tu vuoi. Oltre al male che ho fatto a loro, ho cercato di dividerli, perché con papà sapevo i suoi punti deboli e puntavo lì e con mamma anche, solo per ottenere da loro più soldi. Anche adesso, dopo tanti anni di Comunità, ascoltare questi genitori mi ha fatto pensare al tanto male che ho fatto loro, ed è vero: la droga divide. Siamo noi per primi, noi drogati che cerchiamo di dividere. 

Però, grazie a Dio, i miei genitori hanno conosciuto la Comunità e in quel momento li ho rivisti uniti quando mi hanno detto: “Tu in casa non entri più, hai già fatto troppo male a te stesso, agli altri, a noi e adesso se vuoi cambiare la tua vita devi entrare in Comunità, se no vai fuori”. Lì il male mi teneva ancora in pugno e ho pensato che potevo farcela da solo; sono andato via di casa e invece sono andato sempre più giù, ho vissuto via per un po’ di mesi scavandomi quasi la fossa. 

Poi - ringrazio sempre per questa cosa - ho combinato una stupidata fuori e sono finito in carcere per 5 giorni, grazie a Dio, e quando sono uscito ho chiamato i miei e ho chiesto aiuto, perché alla fine erano le uniche persone a cui potevo chiedere aiuto. Loro mi hanno proposto la Comunità Cenacolo, ma in cuor mio ho detto: “Sto lì un po’ di mesi, mi sistemo un po’ e poi esco e di nuovo”: era una scappatoia. Già dal primo giorno però ho avuto la sensazione di essere arrivato a casa mia, lo dico sempre. Sono entrato il 21 gennaio e ho sentito subito una sensazione nel mio cuore: “Sono a casa”, e di lì è iniziata la mia nuova vita. 

Sono rinato da quel giorno lì perché, nonostante le prime difficoltà che si hanno all’inizio, mi sono sempre sentito bene, a casa e voluto bene, ed è stato bello perché un passo dopo l’altro la Comunità mi ha fatto il dono più grande, che è quello della fede. Ho sempre visto la fede come una cosa astratta che sta in alto sulle nuvole, invece qui ho toccato con mano che la fede è una cosa che respiri tutti i giorni, che è concreta, che parte al mattino da quando ti alzi e vai in cappella a pregare il rosario, e va avanti tutto il giorno col lavoro, con lo stare coi ragazzi… avevo bisogno di toccarla con mano e me l’ha fatta toccare Elvira, perché Elvira ci dice, quando entriamo in Comunità, che non dobbiamo subito iniziare a credere, dobbiamo solo fidarci di lei, perché all’inizio crede lei per noi e prega lei per noi. Questo mi ha colpito: non sapeva chi fossi, non sapeva da dove venissi, però si mette in ginocchio per me e si fida di me. Ho subito toccato con mano questa fiducia disinteressata, questo amore di Gesù, l’ho visto negli occhi e nei fatti di Elvira, dei suoi collaboratori e dei ragazzi che mi hanno aiutato. 

Andando avanti in questo cammino ho incontrato mia moglie. Anche lì è stato un altro segno dal cielo perché prima di conoscere mia moglie ero arrivato ai fatidici 3 anni di Comunità, che è il periodo in cui uno inizia a pensare di uscire, di andare avanti fuori. Quest’idea c’era, ma Elvira mi ha colpito perché mi ha detto: “Sei libero di fare le tue scelte e la tua vita, però sai che la Madonna ha un bel disegno per te e tu devi solo continuare a pregare e a fidarti.” Anche lì, grazie a Dio e grazie a Maria, l’ho ascoltata e Maria mi ha donato Simona che è diventata poi mia moglie. È bello perché posso vedere tutti i passaggi in cui il Signore ha guidato la mia vita, la nostra vita in Comunità. Ho conosciuto Simona, ci siamo fidanzati, e io avevo l’idea del fidanzamento come è fuori, non ho mai vissuto un fidanzamento pulito, invece anche la proposta che ci ha fatto la Comunità di incontrarci prima di tutto nella preghiera ci ha aiutato. Noi ci incontravamo tutte le sere all’1, io in cappella in Casa Madre a Saluzzo e lei in cappella a Savigliano, ci parlavamo tramite Gesù, c’era Lui al centro dei nostri progetti e richieste, e così con questa preghiera e con questa fiducia nella Comunità siamo arrivati al matrimonio. Ora vi racconta mia moglie. 




Simona

Buonasera, sono Simona! Grazie per essere qui con voi, ringrazio Dio per il dono della Comunità Cenacolo perché giorno dopo giorno mi ha donato una qualità di vita infinitamente superiore a quella che facevo prima. 

Anche se non mi sono mai drogata, sono arrivata in Comunità alla ricerca di qualcosa di più che ho cercato in tante forme di divertimento fuori, anche nel lavoro, forme di soddisfazione professionale, viaggi, tante cose che però non mi portavano da nessuna parte. Quando sono arrivata in Comunità, anche io come mio marito - ci siamo conosciuti a Medjugorje per la prima volta - ho sentito di essere finalmente arrivata a casa. 

È stato bello quando ci siamo conosciuti e poi abbiamo iniziato a fare quest’amicizia che ci ha portato poi al matrimonio. Tra le prime cose condivise abbiamo detto che ci sentivamo veramente a casa, per cui tutto quello che è arrivato dopo è stato una scelta che è partita dal desiderio forte e dal grande amore che il Signore aveva messo nei nostri cuori per la Comunità Cenacolo, la nostra famiglia, la nostra casa. Da lì è partito tutto. 

Abbiamo voluto vivere il fidanzamento in modo cristiano, poi siamo arrivati al matrimonio; dopo un anno e mezzo di matrimonio non arrivavano figli biologici, naturali, allora abbiamo alzato gli occhi al cielo e chiesto a Lui che cosa volesse per noi, per dire che la nostra vita e la nostra famiglia per scelta libera erano nelle sue mani. Per la prima volta tutti e due, prima personalmente, poi come famiglia avevamo l’unico desiderio di fare la volontà del Signore, capire cosa il Signore ci stava chiedendo. Piano piano nella preghiera è emerso questo desiderio nostro di volere una famiglia grande con tanti bambini, questo amore grandissimo che avevamo nel cuore, che abbiamo ricevuto in Comunità e in questo stato d’animo aperto alla vita, bello, consapevole di essere in un’opera grandiosa di Dio che è la Comunità Cenacolo è arrivata la chiamata di accogliere questi bambini speciali. 

Ricordo che la prima cosa che mi è venuta nel cuore l’ho condivisa a Daniele: “Dani, è vero, ci sono tanti bambini in missione a cui donare l’amore, da accogliere, che hanno bisogno di una mamma e papà, però nel cuore sento forte questo desiderio di accogliere i bambini che nessuno vuole”. Ce l’aveva messo il Signore questo desiderio, non sapevo bene cosa volesse dire questo. Poi siamo andati da Elvira per capire bene, e lei ci ha detto: “Fate 1 anno di silenzio, non parlatene tra di voi, pregate solo, e poi fra 1 anno vedremo: se tutto viene da Dio, questa cosa bella che ha messo nel vostro cuore porterà frutto.” Infatti in quell’anno abbiamo capito che questi bambini che nessuno vuole erano bambini speciali, erano i bambini disabili. 

Quando abbiamo realizzato che questo era il disegno di Dio per noi ci siamo un po’ spaventati perché abbiamo detto: “Mamma mia, noi siamo proprio dei poveracci, saremo in grado? Non sappiamo niente di questi bambini”, però nella preghiera abbiamo ricevuto la grazia del coraggio di iniziare questo cammino, perché, ripensandoci, gli ostacoli e le barriere che ci sono stati fra noi e i bambini sono stati davvero tanti. Andavi nel tribunale e ti dicevano: “No, perché lui è stato tossico, vivete in Comunità e non prendete lo stipendio, come fate a mantenete questi bambini? Perché proprio bambini disabili? Siete ancora giovani, non avete nessun figlio, perché il desiderio di adottare questi bambini qui?”. Ci mettevano di fronte tutte le cose vere, anche giuste a cui potevamo andare incontro, però avevamo dentro questo coraggio, questa forza che adesso riconosco essere una grazia di Dio, non veniva da noi. 

Finalmente ci hanno aperto le porte per accogliere il nostro primo figlio, Omar, l’abbiamo preso che aveva 1 anno e mezzo. Uno dava il suo da fare, se vuoi seguirlo bene e ti dedichi totalmente, però non volevamo lasciarlo da solo ed eravamo aperti ad accogliere quello che il Signore ci chiedeva, i figli che Lui ci mandava. Così ci hanno chiamato per Chiara, che è una bimba che ha la sindrome di Down e poi è arrivato anche Francesco, che è un bimbo che ha gli stessi problemi di Omar e non si sa se camminerà. Sono tre bambini stupendi, sono la nostra gioia e per noi è bellissimo vivere in una Comunità come questa dove Gesù Risorto è al centro di tutto, e che vediamo operare guardando i ragazzi che sono entrati da poco e che piano piano rinascono. Sei immersa nella Risurrezione di Dio in ogni momento e vedi anche i nostri figli, che erano quasi morti perché vivevano la sofferenza dell’abbandono, con tanti problemi di salute che sarebbero difficili da portare per un adulto, vedere che ritornano a vivere: sparisce quell’ansia, quell’angoscia di essere soli al mondo, si sentono voluti bene, non si sentono guardati come marziani quando escono da casa perché tutti i ragazzi e le ragazze li accolgono - perché sono stati emarginati prima di tutto loro, per cui accogliere i nostri bambini è una cosa normale – e questo li fa sentire più vicini alla normalità. 

Vivere tutto questo quotidianamente, tutto questo amore, questa luce ogni giorno è un miracolo grandissimo. Tempo fa ho avuto il dono di andare a vedere la Sindone. È stato bello, ho pensato tante volte alla storia della Sindone perché mia mamma era proprio appassionata, per cui fin da piccola ne sentivo parlare. Trovarmi lì davanti mi ha colpito tanto, vedere tutti i segni visibili che si vedono su Gesù, ma soprattutto vedere il dorso, la flagellazione di quest’uomo dal capo ai piedi: non c’era 1 mm del suo corpo che non fosse stato flagellato, e davanti c’era Omar con la sua macchinina elettrica; è passato sotto la Sindone e c’era anche mio marito. Mi è venuta questa preghiera: “Guarda Gesù, un po’ di quella flagellazione loro l’hanno vissuta e ce l’hanno ancora sulla pelle”. Però, guardando la Sindone non vedevo solo l’uomo crocifisso, ma ho visto la Risurrezione di quell’uomo, quell’esplosione di luce che ha impressionato su quel lenzuolo tutta quella sofferenza, e dopo la sofferenza c’è stata proprio la risurrezione. È lì che mi sono fermata e ho detto: “Sì, credo veramente che tutta la sofferenza che vedo nei miei figli, che portano le loro piccole e grandi croci tutti i giorni, e quella che condividiamo con loro ha senso proprio nell’esplosione di luce di questa Risurrezione. 

Davvero in Comunità Cenacolo respiriamo e viviamo questo ogni momento. E questa è la cosa bella che ci ha convinto a dire sì, a rimanere qui e non spostarci più, perché la luce che viviamo qui è fatta di questa risurrezione. Ci rendiamo conto che purtroppo nel mondo c’è tanto buio, e preghiamo tante volte che tante persone che hanno vissuto e tanti bimbi che sono senza genitori, tante persone che sono nella disperazione incontrino questa luce, quest’esplosione di luce di Gesù, della sua Risurrezione che abbiamo incontrato noi e che viviamo quotidianamente. Grazie.

venerdì 27 marzo 2015

La storia di Zach Sobiech


La canzone delle nuvole



Zach Sobiech nasce nel 1995, in Minnesota, e cresce in una famiglia credente, cattolica e ricca di valori. La sua è un’esistenza normale, di quelle che desideri per i tuoi figli: una bella scuola, amici sani, e via dicendo. 

Zach cresce nella spensieratezza dei suoi 14 anni, quando un dolore fisico rivela una verità agghiacciante: un osteosarcoma sta attaccando il suo corpo. È una forma di tumore osseo, che a noi italiani probabilmente ricorda il luminoso calvario di Chiara Luce Badano, proclamata Beata il 25 settembre 2010.

Così il ragazzo comincia la sua lotta, mai perdendo il sorriso, diventando un esempio di luce per molti, non tanto per la sua caparbietà in contrapposizione alla morte, quanto per la sua tenacia nel vivere la vita, qualunque essa sia, trasformandola in un capolavoro. 

Dieci operazioni chirurgiche e venti cicli di chemioterapia non sono serviti per tenere Zach sulla terra. È nato in Cielo il 20 maggio 2013, qualche giorno dopo aver compiuto 18 anni, ed è rinato in mezzo a quelle nuvole che aveva cantato qualche mese prima. 

Quando i medici, verso metà 2012, gli dissero che purtroppo gli restava poco da vivere, Zach ha scelto di celebrare la vita: da sempre appassionato di musica, ha scritto un brano, “Clouds”, nuvole, nel quale racconta il suo futuro: “Andremo su, sempre più su, ma io volerò un po’ più in alto. Andremo nelle nuvole, perché lì la vista è più bella”, recita la il testo di Clouds, pubblicata su Youtube nel dicembre del 2012 e cliccata da milioni di persone.

Zach, poco prima di morire, accettò di essere protagonista di un video, in cui poté raccontare la sua passione per la vita, per le cose che veramente contano, finendo per lasciare una testimonianza di altissimo livello. Intervistato, afferma: “Voglio che tutti sappiano che non hanno bisogno di sapere che stanno per morire per iniziare a vivere”.




SCRITTO DA DON GIACOMO PAVANELLO (da www.nuoviorizzonti.org)