san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

lunedì 24 settembre 2012

Un'economia diversa è possibile 2. EdC


Economia di Comunione

Cari amici, ecco un'altra grndissima opera che Dio ha ispirato a persone che si sono fidate di Lui.

L’Economia di Comunione (EdC) è un movimento che coinvolge imprenditori, imprese, associazioni, istituzioni economiche, ma anche lavoratori, dirigenti, consumatori, risparmiatori, studiosi, operatori economici, poveri, cittadini, famiglie.

E’ nata da Chiara Lubich nel Maggio del 1991 a San Paolo in Brasile.
Il suo scopo è contribuire, alla luce del Carisma dell’Unità, a dar vita ad imprese fraterne che sentono come propria missione sradicare la miseria e l’ingiustizia sociale, per contribuire ad edificare un sistema economico e una società umana di comunione dove, ad imitazione della prima comunità cristiana di Gerusalemme, “non vi era alcun indigente tra di essi” (At 4,32-34).

Attraversando la città di San Paolo, Chiara Lubich, nel maggio del 1991, era stata colpita nel vedere di persona, accanto ad una delle maggiori concentrazioni di grattacieli del mondo, grandi estensioni di "favelas".



Cosa fare?

Giunta alla cittadella del Movimento, la Mariapoli Araceli, vicino San Paolo, constatava che la comunione dei beni praticata nel Movimento fino ad allora non era stata sufficiente nemmeno per quei brasiliani, a lei così prossimi, che vivevano momenti d'emergenza.

Spinta dall'urgenza di provvedere al cibo, ad un tetto, alle cure mediche e se possibile ad un lavoro, e con in animo l'enciclica di Giovanni Paolo II "Centesimus Annus" appena pubblicata, aveva lanciato l'Economia di Comunione:

"Qui dovrebbero sorgere delle industrie, delle aziende i cui utili andrebbero messi liberamente in comune con lo stesso scopo della comunità cristiana: prima di tutto per aiutare quelli che sono nel bisogno, offrire loro lavoro, fare in modo insomma che non ci sia alcun indigente.
Poi gli utili serviranno anche a sviluppare l’azienda e le strutture della cittadella, perché possa formare uomini nuovi: senza uomini nuovi non si fa una società nuova!
Una cittadella così, qui in Brasile, con questa piaga del divario tra ricchi e poveri, potrebbe costituire un faro e una speranza
".



L’adesione dei presenti era stata immediata: tutti si erano sentiti coinvolti, scossi nel profondo, e si erano lanciati a dare il proprio contributo personale nelle maniere più diverse, attuando con nuovo slancio e radicalità la comunione dei beni vissuta nel Movimento sin dagli inizi.

Tutto in comune: soldi e gioielli, terreni e case, disponibilità di tempo, di lavoro, di trasferimento, offerte di dolore, di malattie… come chi ha dato tutti i suoi risparmi, 4.000 dollari, "perché facciano parte di questo oceano d’amore, come una goccia d’acqua…e Dio trasformi questo sogno in una grande realtà che illuminerà l’inizio del Terzo Millennio".

Il ‘sogno’ di allora sta diventando realtà: molte aziende sono nate e non solo in Brasile, ma in molti Paesi del mondo, imprese già esistenti hanno fatto proprio il progetto, modificando lo stile di gestione aziendale e la destinazione degli utili.

A ottobre 2009 vi avevano aderito 688 imprese di varie dimensioni:
  • Europa 413 (di cui 235 in Italia)
  • America del Sud 209
  • America del Nord 35
  • Asia 25
    Medio Oriente 2
  • Africa 2
  • Australia 2
Negli ultimi 5 anni sono nate 50 nuove imprese ispirate al progetto e 50 già attive hanno deciso di aderirvi. Alcune centinaia poi hanno cominciato a vivere la stessa cultura della fraternità. Questa nuova cultura economica intende favorire una nuova concezione dell’agire economico, non solo utilitaristico, ma teso alla promozione integrale e solidale dell’uomo e della società.

la cultura del dare

I soggetti produttivi dell'Economia di Comunione - imprenditori, lavoratori e altre figure aziendali - sono ispirati a principi radicati in una cultura diversa da quella prevalente oggi nella pratica e nella teoria economica.

Questa cultura possiamo definirla "cultura del dare" proprio in antitesi con la "cultura dell'avere".
Il dare economico è espressione del "darsi" sul piano dell' "essere". In altre parole, rivela una concezione antropologica non individualista né collettivista, ma di comunione.

Una cultura del dare, che quindi non va considerata come una forma di filantropia o di assistenzialismo, virtù entrambe individualistiche.
L'essenza stessa della persona è essere "comunione".




Di conseguenza, non ogni dare, non ogni atto di dare crea la cultura del dare.
C'è un "dare" che è contaminato dalla voglia di potere sull'altro, che cerca il dominio e addirittura l'oppressione di singoli e popoli. E' un "dare" solo apparente. C'è un "dare" che cerca soddisfazione e compiacimento nell'atto stesso di dare. In fondo è espressione egoistica di sé e in genere viene percepito, da chi riceve, come un'offesa, un'umiliazione.
C'è anche un "dare" interessato, utilitaristico, presente in certe tendenze attuali del neo-liberismo che, in fondo, cerca sempre il proprio tornaconto..

E infine c'è un "dare" che noi cristiani chiamiamo "evangelico".
Questo "dare" si apre all'altro nel rispetto della sua dignità e suscita anche a livello di gestione delle aziende l'esperienza del "date e vi sarà dato" evangelico. Si manifesta a volte come un introito inatteso o nella genialità di una soluzione tecnica innovativa o nell'idea di un nuovo prodotto vincente.

L’economia oggi è di fronte ad una svolta: i processi di globalizzazione possono offrire nuove opportunità a tanti esclusi dal benessere o trasformare il mondo in un grande supermarket, dove l’unica forma di rapporto umano è quello economico, dove tutto diventa merce.

L’EdC è una delle risposte che lo Spirito sta suscitando per vincere queste sfide.
Nel corso della storia i carismi sono stati delle risposte alle sfide poste dai grandi mutamenti epocali – pensiamo alle Abbazie benedettine, o ai Monti di Pietà dei francescani, durante il Medioevo.
E all’interno del dibattito attuale – pro o contro i mercati? – l’EdC sta seguendo una sua traiettoria, che mette la vita e non le ideologie al primo posto, in dialogo con tutto ciò che oggi c’è di buono.

http://www.edc-online.org/
http://www.focolare.org/it/

Tardo capitalismo o tardo feudalesimo?

La sfida più urgente è la diseguaglianza



La crescita è una sfida, la diseguaglianza ancor di più.
L’aumento della diseguaglianza nelle economie capitalistiche sta diventando 
il primo vero ostacolo allo sviluppo economico e sociale, 
perché a causa della grande diseguaglianza di opportunità, diritti e libertà, 
la ricchezza dopata che abbiamo creato non è feconda 
e generativa di lavoro e di autentico sviluppo.




Del resto, come avrebbe potuto esserlo? Solo il lavoro genera lavoro.
Se si ripercorre il cammino che abbiamo compiuto dalla rivoluzione industriale a oggi,
ci si rende conto di quanto sia preoccupante nelle economie di mercato l’indice delle diseguaglianze.
Dopo una sostanziale diminuzione nelle economie occidentali del Novecento,
dovuta al passaggio da economie e strutture sociali feudali
a una economia di mercato molto più dinamica, negli ultimi decenni 
il capitalismo trionfante sta facendo di nuovo aumentare le diseguaglianze, 
riportandole a livelli molto vicini a quelli iniziali.

Negli Stati Uniti i primi 500 top manager guadagnano in media 10 milioni di dollari l’anno, e i 20 più ricchi manager di hedge funds (i fondi d’investimento più speculativi) guadagnano in totale più della somma dei redditi di quei 500 manager. E c’è di più: oggi la diseguaglianza presente all’interno degli Usa è molto simile a quella di Paesi che stanno solo ora uscendo da strutture sociali feudali.
Insomma, il nostro tardo capitalismo sta assomigliando troppo al tardo feudalesimo, 
come se due secoli di sviluppo economico e di diritti non fossero serviti a nulla,
o a troppo poco, in termini di diseguaglianza.
Troppo mercato sta producendo gli stessi frutti incivili dell’assenza di mercato. 

E questo è un messaggio urgente e grave, anche perché contraddice l’utopia riformista profondamente associata alla nascita dell’economia politica moderna, quando lo sviluppo dei mercati era visto dagli illuministi come il principale strumento per superare il mondo feudale, e avviarsi verso quella società democratica di persone libere e uguali da loro non intravista, ma agognata.

E, infatti, finché lo sviluppo dei mercati è stato anche sviluppo del lavoro e dei diritti,
l’economia è stata complessivamente fedele alla sua vocazione originaria;
ma un capitalismo di ultima generazione, fondato sulle rendite finanziarie e sul debito, 
sta riportando il mondo in una polarizzazione rigida tra classi che credevamo di aver superato. 
Perché? 



Innanzitutto i 4/5 dei cosiddetti poveri assoluti (i circa due miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno) non si trovano più nei cosiddetti ‘Paesi poveri’, ma in Paesi a reddito medio e alto. Ciò dice un fatto nuovo e di portata epocale: la linea di demarcazione tra ricchi e poveri è sempre meno legato alla geografia (Nord–Sud) ed è sempre più spostata all’interno di ogni Paese: la globalizzazione ha infatti profondamente cambiato la morfologia della povertà.

Per questa ragione oggi il rapporto tra Pil dei Paesi e i vari indicatori di benessere e di malessere è sempre meno significativo e utile. Se prendiamo il Pil dei Paesi a reddito pro–capite medio alto (ad esempio i Paesi Ocse) e li incrociamo con indici fondamentali per la vita della gente come quello dell’aspettativa di vita, di benessere dei bambini, di malattie mentali, di obesità, di criminalità, di risultati scolastici dei giovani, di mobilità sociale, scopriamo che non viene fuori quasi nulla di significativo, perché i dati sono molto simili tra di loro. Il discorso invece cambia drammaticamente se invece del Pil prendiamo gli indicatori di diseguaglianza (tra cui il famoso ‘Indice di Gini’), perché scopriamo grandi differenze in quegli indici fondamentali all’interno di questi stessi Paesi.

In altre parole, in termini di aspettativa di vita, di salute, di capitale umano, di capabilities (direbbe Amartya Sen), c’è molta più differenza tra un impiegato inglese e una donna inglese di origini caraibiche con lavoro precario, di bassa educazione, che vive in quartieri poveri di Londra e magari single–mother (madre sola), che tra un impiegato inglese e uno peruviano. Una differenza che, poi, diventa ancora più piccola se confrontiamo un top manager inglese con uno sudamericano. La diseguaglianza è un grave male pubblico, di cui soffre l’intera popolazione di un dato Paese, inclusa – come dicono molti dati recenti – anche la classe più ricca, perché con la diseguaglianza aumenta l’invidia sociale, la mentalità posizionale, l’insicurezza, e l’infelicità di tutti.

Quindi, venendo all’oggi dell’Italia e dell’Europa,  
chi ama veramente il bene comune e lavora per la vera ripresa economica,
deve preoccuparsi un po’ meno di Pil 
e assai più di fare in modo di ridurre la diseguaglianza.

Se continueremo a tassare il lavoro, la benzina, le prime case, 
ad alzare le imposte indirette e a non tassare i grandi patrimoni,
le rendite finanziarie e le rendite di ogni natura 
(comprese quelle di posizione delle tante categorie feudali protette), 
continueremo a guardare gli indicatori sbagliati,
a confondere gli effetti con le cause, a misurare cose che ci distraggano
dalle grandi sfide del momento cruciale che stiamo vivendo.

La speranza risiede soprattutto nei giovani, che hanno una minore tolleranza per la diseguaglianza: dalla loro sdegnata non rassegnazione può iniziare una nuova stagione economica e sociale, dove l’égualité, non solo formale ma sostanziale, torni ad essere uno dei grandi valori della nostra civiltà.


di Luigino Bruni
(da Avvenire del 16 settembre 2012)














"Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, 
non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi". 
John Fitzgerald Kennedy




"Se vuoi salire fino al cielo 
devi scendere fino a chi soffre 
e dare la mano al povero". 
Anonimo




A Pantelleria, 
le Piccole sorelle dei poveri e i volontari 
assistono gli anziani.
Sull’isola di Pantelleria, in provincia di Trapani, don Francesco Fiorino, direttore della fondazione San Vito, in diocesi di Mazara del Vallo, con le suore Poverelle e alcuni volontari, portano avanti un progetto “porta a porta” per spesa, pulizie e compagnia agli anziani dell’isola, per lo più con figli emigrati o lontani. Finora il servizio raggiunge 80 di loro.
Una piccola grande storia invisibile di amore quotidiano.



Piccole Sorelle dei poveri
Assistenza Anziani

Via Dante Alighieri, 77
91107 Pantelleria (TP)
Tel. 0923 1892650

martedì 18 settembre 2012

Un'economia diversa è possibile?

DISTRIBUTISMO  O DISTRIBUZIONISMO


Il Distributismo è un modello economico-sociale e politico 
elaborato negli anni ’30 del secolo scorso da G. K. Chesterton e Hilaire Belloc
due esponenti di rilievo della cultura inglese, 
e poi evolutosi nel corso del tempo in aderenza ai cambiamenti della società.
 


 
In sintesi, il Distributismo propone 
un modello di società alternativo a capitalismo e socialismo
rifiutando la separazione tra lavoro e proprietà dei mezzi di produzione 
sostenuta dal capitalismo 
e l’ugualitarismo massificante e lo statalismo propugnati dal socialismo. 
 
Il Distributismo promuove quindi la centralità della proprietà privata 
e l’unione tra lavoro e possesso dei mezzi di produzione 
ed incentiva la massima diffusione e distribuzione della proprietà 
secondo i meriti e le capacità di ciascuno
 
E’ profondamente contrario alla finanziarizzazione dell’economia
mettendo il lavoro e non la speculazione finanziaria al centro del sistema produttivo
 
E’ per un denaro che nasca di proprietà dei cittadini e della comunità
direttamente od attraverso lo Stato, 
e non venga invece emesso dall’oligarchia finanziaria, 
come debito  verso Stati e cittadini, come succede oggi. 
 
E’ per un mercato che sia davvero libero 
dai monopoli delle grandi concentrazioni industriali-finanziarie 
e che consenta il massimo sviluppo dell’iniziativa individuale e sociale.
 
Il Distributismo si ispira ai valori della Dottrina Sociale della Chiesa 
ma non è in alcun modo un sistema confessionale 
e si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, 
indipendentemente dal loro colore politico o religioso.
 
Riteniamo pertanto che, nel desolante panorama dello scenario politico attuale, 
privo di proposte serie e consistenti, 
il Distributismo possa dare un contributo significativo 
per risolvere i tanti e gravi problemi che assillano la vita del cittadino medio 
- a cominciare dalle tasse esose, dalla perenne instabilità economica, 
dal debito pubblico e dalla cronica perdita di potere d’acquisto dei salari -
superando le sterili contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra 
e proponendo soluzioni concrete che intercettino i bisogni fondamentali dei cittadini: 
 
poter guardare al lavoro come ad un mezzo di realizzazione individuale e sociale, 
non essere più schiavi del denaro ma utilizzare il denaro 
per far fruttare le proprie potenzialità personali, 
avere tempo libero da dedicare ai propri interessi culturali 
ed ai rapporti familiari ed amicali.
 
Non si tratta di un’utopia 
ma di rimettere il senso comune e la retta ragione al centro dell’azione politica.
 
(tratto da "cooperator-Veritatis")
 
 

Il distributismo e la crisi economica


Intervista a John Medaille su come creare un mercato veramente libero

di Annamarie Adkins


IRVING (Texas) martedì, 5 ottobre 2010 (ZENIT.org).
In un periodo in cui le misure di salvataggio delle imprese si sono rivelate un flop, in cui la classe dirigente sembra confusa, mentre la crisi economica non dà segni di regredire, la gente cerca delle alternative rispetto alla saggezza convenzionale.

L’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” è stata come una manna per il cosiddetto movimento economico alternativo, e almeno una delle teorie economiche derivate dalle encicliche sociali, quella del distributismo, sta riscuotendo un certo interesse.

Ma molti sono scettici e considerano il distributismo meramente come una specie di agrarianismo romantico, o peggio ancora, solo come un approccio estetico privo di possibili applicazioni pratiche.

John Medaille, uno dei preminenti neo-distributisti, ha cercato di rispondere a queste critiche. Il risultato è un manifesto distributista intitolato “Toward a Truly Free Market: A Distributist Perspective on the Role of Government, Taxes, Health Care, Deficits, and More” (ISI), che non poteva essere più puntuale, mentre i governi in tutto il mondo lottano contro la crisi sociale e fiscale.

Medaille , co-redattore di The Distributist Review, che pubblica su Internet, nonché docente aggiunto dell’Università di Dallas, ha spiegato a ZENIT cosa manchi all’attuale teoria economica e perché il distributismo meriti un rinnovato apprezzamento.

Il suo libro inizia esaminando gli assunti fondamentali di ciò che generalmente viene chiamata “economia”. Quali sono questi assunti? Sono questi la causa dell’attuale crisi economica globale?
Medaille:  I due assunti principali dell’economia di oggi – peraltro entrambi errati – sono che l’economia sia una scienza fisica anziché una scienza umana, e che come tale non ha nulla a che vedere con le questioni etiche.

Sin dalla fine del XIX secolo, l’economia ha cercato di contrapporsi alla giustizia, soprattutto alla giustizia distributiva, ma così facendo ha perso la capacità di descrivere in modo accurato ogni economia di oggi. Quindi non dovrebbe sorprendere che il 90% degli economisti non si sono accorti dei segnali dell’imminente crollo.

Lo stesso è vero per la precedente crisi e per quella ancora precedente, ecc.

Non è possibile prevedere in modo attendibile lo svolgimento di un sistema, se non si è in grado di descriverlo in modo adeguato.

Il distributismo, d’altra parte, asserisce che la giustizia non sia solo un problema morale, ma anche un problema pratico ed economico, e che senza la giustizia economica non è possibile raggiungere l’equilibrio. Quando l’economia si separa dalla giustizia, il governo è costantemente pressato ad intervenire per assicurare stabilità, sebbene gli interventi possano essere efficaci solo nel breve periodo.

Noi abbiamo abbandonato la giustizia su scala globale e questo ha portato a un commercio cronicamente squilibrato. Quando gli scambi sono cronicamente squilibrati non è un vero commercio. Si tratta piuttosto di un sistema in cui i produttori esteri finanziano il nostro consumo dei loro beni, un sistema che impoverisce entrambe le parti.

La maggior parte delle persone crede che la battaglia per l’anima del capitalismo si giochi tra i seguaci di Keynes e i seguaci di Hayek. Secondo lei, invece, entrambe le teorie portano a ciò che Hilaire Belloc ha definito lo “Stato servile”. Perché? Cosa non hanno capito gli altri?
Medaille:  Il capitalismo e il socialismo in realtà non sono teorie opposte; l’una è la continuazione dell’altra, mentre il distributismo si oppone ad entrambe: è il libero mercato.

Il capitalismo tende a concentrare la proprietà nelle mani di pochi, strozzando così il mercato, e il socialismo prosegue quest’azione concentrando la proprietà nelle mani dello Stato. In pratica entrambi i sistemi finiscono per controllare le più importanti risorse della nazione nelle mani di pochi burocrati – über-manager – che rappresentano gli interessi dei proprietari nominali, siano essi gli azionisti o il popolo in generale, che tuttavia controllano queste risorse in funzione del proprio bene.

Inoltre, nel concentrare il potere economico essi concentrano anche il potere politico e le grandi società riescono ad ottenere grandi privilegi e sussidi per se stesse, come abbiamo visto durante la crisi. Quindi, tra l’elefantismo statale e l’elefantismo del settore privato, l’individuo è ridotto a uno stato servile.

Ciò che manca sia al capitalismo che al socialismo è la volontà di ammettere che alla proprietà consegue il potere. Entrambi i sistemi affermano di creare libertà attraverso la concentrazione del capitale, ma poiché questo provoca anche la concentrazione del potere, la massa della gente rimane priva di potere.

D’altra parte, il distributismo cerca di costruire una società basata sulla proprietà di uomini e donne liberi e consapevoli dei propri diritti, e dotati degli strumenti per difendersi dalle tendenze accentratrici sia dello statalismo sia del corporativismo.

Cos’è dunque il distributismo? La differenza tra capitalismo e socialismo non riguarda solo la redistribuzione o la suddivisione? Come può questa teoria, che si fonda comunque su un certo grado di intervento dello Stato, creare un mercato veramente “libero”?
Medaille:  In effetti non è tanto una questione di cosa lo Stato debba fare, ma di cosa debba non fare.

L’accumulazione della proprietà solitamente dipende dal potere pubblico: maggiore è la quantità di capitale, maggiore sarà lo spessore delle mura statali necessarie a proteggerlo.

Esistono certamente cose positive che lo Stato può fare, per esempio con la politica fiscale o semplicemente facendo rispettare le sue leggi contro il monopolio e l’oligopolio. E vi sono casi in cui persino il titolo alla proprietà terriera o di altre risorse è questionabile.

Ma in generale, una società distributiva richiede uno Stato più snello, con poteri che siano opportunamente distribuiti su tutti i livelli della società.

Contrariamente ai sistemi di concentrazione del potere economico e politico, quello distributista si fonda su una varietà di forme di piccola proprietà al fine di distribuire il potere: singoli proprietari per possedimenti che possono essere usati e gestiti facilmente da una persona o famiglia, cooperative per imprese più grandi, proprietà pubbliche locali per risorse come l’acqua o i sistemi fognari, azionariato dei dipendenti nei casi appropriati, e così via.

In questo modo, sia il potere economico che quello politico viene distribuito su tutti i livelli della società. Esistono in realtà solo due possibilità riguardo alla proprietà e al potere: concentrazione o distribuzione.

La prima porta al servilismo, la seconda alla libertà.

Come si configura una società distribuista? Esiste qualche esempio nel mondo?
Medaille:  Ottima domanda! Quando parliamo di sistemi economici, è sempre bene non affidarsi esclusivamente alla teorizzazione astratta, ma fare riferimento a sistemi concreti e funzionanti.

Per esempio, il capitalismo puro, come il comunismo puro (al di là del contesto monastico) non hanno mai funzionato e non esistono esempi attuali. Il capitalismo è sempre stato imposto e sostenuto dal potere statale, mentre il socialismo ha sempre dovuto consentire un certo grado di libertà di mercato per poter funzionare.

Il distributismo, invece, può mostrare l’esempio di diversi modelli di lavoro, sia di grandi che di piccole dimensioni. Esiste la Mondragón Cooperative Corporation, in Spagna, la cui proprietà è distribuita tra 100.000 dipendenti e che fattura 25 miliardi di dollari (19 miliardi di euro); esiste la realtà cooperativa della regione Emilia-Romagna, in cui il 40% del PIL deriva dalle cooperative; esistono migliaia di piani di azionariato dei dipendenti (ESOP), di cooperative, società di mutua assicurazione e cooperative finanziarie.

La verità storica è che il distributismo passa da un successo all’altro, mentre il capitalismo inciampa su un salvataggio dopo l’altro.

Ciò che è particolarmente interessante è che una società distributista come Mondragón è stata in grado di fornire la propria rete di sicurezza sociale, sistemi scolastici, istituti di formazione, centri di ricerca e sviluppo, e di università, tutto con i propri fondi e senza sussidi statali.

Si tratta di una realtà molto più vicina all’ideale liberale, rispetto a quanto sia stato prodotto da qualunque laissez-faire.

Offrendo soluzioni pratiche per i gravi problemi economici di oggi, il suo libro cerca di rispondere ai numerosi critici del distributismo che lo ignorano per la sua supposta impraticabilità o il suo neograrianismo. Quali sono i principi fondamentali o gli elementi costruttivi che un distributista usa per confrontare ed elaborare politiche alternative?
Medaille:  I principi fondamentali del distributismo sono la sussidiarietà e la solidarietà.

Per sussidiarietà intendiamo che i più bassi livelli della società, a partire dalla famiglia, sono quelli più importanti e quelli in cui deve risiedere il maggior grado possibile di autorità decisionale e di potere. I livelli più alti si giustificano solo per l’aiuto che riescono a dare a quelli inferiori.

La solidarietà implica che ogni decisione politica debba tenere a mente i più poveri e i più vulnerabili membri della società.

La sussidiarietà è difficile da realizzare in una situazione di accentramento del potere; solo attraverso la diffusione del potere economico e politico (e questi sono solo due diversi aspetti del medesimo potere) è possibile per le comunità locali e le famiglie di prosperare.

Il distributismo ha delle basi nella dottrina sociale cattolica o nelle encicliche come la recente “Caritas in veritate”?
Medaille: La sussidiarietà e la solidarietà derivano, ovviamente, direttamente dalle encicliche sociali e il distributismo deve molto ai loro ideatori cattolici come G. K. Chesterton e Hilaire Belloc.

Detto questo, l’ordine sociale distributista non dipende da un propedeutico ordine sociale cattolico. Tuttavia, riteniamo che un tale ordine sociale gioverebbe molto da un sistema distributista.

Ci può riassumere brevemente la soluzione distributista all’apparentemente irrisolvibile problema dell’assicurare al maggior numero possibile di persone un’assistenza sanitaria adeguata?
Medaille: Il nostro Paese ha appena attraversato un dibattito piuttosto avvelenato su questo argomento, in cui si è discusso di una artificiosa distinzione tra sistema socialista e sistema di mercato, mentre la vera questione è rimasta completamente all’oscuro.

La realtà è che nell’assistenza sanitaria questa distinzione non esiste. Lo Stato già paga il 45% dei costi sanitari complessivi, mentre il mercato “privato” è di fatto dominato da monopoli tutelati dallo Stato attraverso autorizzazioni, licenze e certificazioni per la costruzione di nuove strutture sanitarie.

L’evidenza dell’esistenza di un mercato monopolistico è dato dal costante aumento dei prezzi, anche in presenza di una riduzione dei servizi, e questa è la realtà del nostro settore sanitario.

Ora, il distributismo non avrebbe grande utilità se non fosse in grado di risolvere problemi concreti come questo, ma lo può fare.

In breve, nel libro propongo un’espansione delle autorità autorizzatrici, per aumentare l’offerta di personale sanitario; propongo un modo per espandere la ricerca e lo sviluppo senza ricorrere a forme monopolistiche; propongo inoltre la formazione di cooperative di medici e di altro personale in grado di servire sia come società di “assicurazione” sia come ditte sanitarie in cui venga assicurata la salute oltre ad affrontare semplicemente la malattia.

Certamente il libro entra molto nel dettaglio su questi aspetti, ma – sì – il distributismo offre una nuova via per molti dei più pressanti problemi.
 
(tratto da "Zenit")
 

giovedì 13 settembre 2012

Disprezzo le potenze di questo mondo

COSA DUNQUE DOVREMMO TEMERE?

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, 
ma non abbiamo paura di essere sommersi, 
perché siamo fondati sulla roccia. 




Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. 
S'innalzino pure le onde, non potranno affondare 
la navicella di Gesù. 

Cosa, dunque, dovremmo temere? 
La morte? 
«Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).
Allora l'esilio? 

«Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23,1).
La confisca de beni? 
«Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1Tm 6,7). 

 Disprezzo le potenze di questo mondo 
e i suoi beni mi fanno ridere. 

Non temo la povertà, non bramo ricchezze,
non temo la morte, né desidero vivere, 
se non per il vostro bene. 
È per questo motivo che ricordo le vicende attuali 
e vi prego di non perdere la fiducia.

Non senti il Signore che dice: 

«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, 
io sono in mezzo a loro»? (Mt 18,20). 
E non sarà presente 
là dove si trova un popolo così numeroso, 
unito dai vincoli della carità? 

Mi appoggio forse sulle mie forze? 
No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: 
questa è il mio bastone, la mia sicurezza, 
il mio porto tranquillo.  
Anche se tutto il mondo è sconvolto, 
ho tra le mani la sua Scrittura, leggo la sua parola. 
Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. 
Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni 
fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Cristo è con me, di chi avrò paura? 




Anche se si alzano contro di me 
i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, 
tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. 

...Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42). 
Farò quello che vuoi tu, 
non quello che vuole il tale o il tal altro. 
Questa è la mia torre, questa la pietra inamovibile, 
il bastone del mio sicuro appoggio. 
Se Dio vuole questo, bene! 

Se vuole ch'io rimanga, lo ringrazio. 
Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.

  SAN GIOVANNI CRISOSTOMO 


"L’avaro è colui che vive da povero 
per paura della povertà".
                          (Anonimo)


Fortaleza, Casa accoglienza
Maria Mae da vida.

Centro medico di assistenza e prevenzione 
alle vittime della prostituzione minorile 
Maria Mae da vida’ (Maria Madre della vita).




A Fortaleza, in Brasile. Dopo Rio de Janeiro, 
maggior destinazione del turismo sessuale, 
con estesa prostituzione minorile.

Presidio medico e di formazione professionale. 
Per le giovanissime delle favelas siamo un’alternativa affidabile. Circa 600 quelle assistite finora, molte per gravidanze precoci.
 
http://www.chiediloaloro.it/le-opere/4 

 

mercoledì 12 settembre 2012

Il dovere di amare i poveri

IL DOVERE DI AMARE I POVERI


Non disprezzare i poveri come se non avessero alcun valore.
Considera chi sono e conoscerai la loro dignità:
essi hanno rivestita la persona del nostro Salvatore. 




Egli l'ha loro benignamente elargita perché,
a somiglianza di quegli uomini che protendono
verso i loro assalitori l'effige del sovrano 
come baluardo per frenarne e spezzarne l'impeto,
così i poveri pieghino e addolciscano 
coloro che ignorano la compassione 
e addirittura li perseguitano. 

Sono i portinai del regno dei cieli,
che aprono le porte ai benevoli e ai buoni
e le chiudono ai malvagi e ai crudeli.

Sono anche violenti accusatori ed eccellenti avvocati.
Accusano infatti e difendono;
non con i discorsi, ma con il loro stesso aspetto,
quando sono esaminati dall'occhio del Giudice.
Gridano quello che viene perpetrato contro di loro
e lo proclamano con maggior chiarezza ed efficacia
di qualsiasi banditore, al cospetto di Colui
che scruta i cuori e conosce i pensieri degli uomini
e i moti segreti dell'anima.

Per loro ci viene descritto in tutti i suoi particolari
quel tremendo giudizio, di cui spesso avete sentito parlare.
Vedo infatti il Figlio dell'uomo venire dal cielo,
avanzando sull'aria come se camminasse sulla terra,
circondato da miriadi di angeli.
Poi il trono della gloria eretto in un luogo eccelso
e il Re seduto su di esso.
Vedo inoltre tutte le famiglie degli uomini,
i popoli, le nazioni che sono vissute quaggiù,
hanno respirato quest'aria e hanno contemplato 
la luce di questo sole, 
stare davanti al tribunale, divise in due parti.




Sento che quelli che si trovano a destra
sono chiamati agnelli,
e capri quelli che stanno a sinistra,
poiché ricevono la loro classificazione 
in base alla rispettiva condotta di vita.
Odo il Giudice che li interroga 
e raccoglie le loro giustificazioni.
Ascolto ciò che essi rispondono al Re.

Infine scorgo qualcuno decorato per i suoi meriti.
A quelli che sono stati buoni e benevoli
e hanno condotto un'ottima vita viene concesso 
un sommo ed eterno riposo nel regno celeste;
ai crudeli e ai malvagi invece viene inferto 
il castigo del fuoco per l'eternità.

Tutte queste cose sono spiegate nel vangelo
con ogni cura, come sapete.
Non posso credere che quel giudizio 
sia stato rappresentato dinanzi ai nostri occhi,
con termini così precisi da sembrare dipinto,
per altro motivo se non per indurci a imparare a fondo
l'esercizio della beneficenza 
e ad abbracciare la benevolenza.
Essa è la madre dei poveri, 
la maestra dei ricchi,
la buona nutrice degli orfani, 
la protrettrice dei vecchi,
la provvista dei bisognosi,
il porto di tutti i miseri:
si prende cura di tutte le età 
e porta aiuto in tutte le sciagure e calamità.

SAN GREGORIO DI NISSA


Cari amici, cerchiamo di contemplare ora 
un'altra opera meravigliosa di Dio
e degli uomini insieme con Lui:

La comunità di S. Egidio


"Spesso la nostra società, 
dominata dalla dittatura materialistica, 
teme chi è diverso:  
è una società scossa, senza un fondamento profondo. 
Noi, umilmente ma fermamente,
vorremmo indicare a questa società spaventata e inospitale
che c'è da ritrovare la roccia del fondamento. 
Solo così non avremo paura dell'altro, 
di chi soffre o di chi ha fatto terribili viaggi per trovare pace. 
C'è tanto bisogno di essere accolti in una casa fondata sulla roccia, 
che senza paura tenga la porta aperta".

ANDREA RICCARDI

Come è nata

La Comunità di Sant'Egidio è nata a Roma nel 1968, per iniziativa di un giovane, allora meno che ventenne, Andrea Riccardi. Iniziò riunendo un gruppo di liceali, come era lui stesso, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. La prima comunità cristiana degli Atti degli Apostoli e Francesco d'Assisi sono stati i primi punti di riferimento.
Il piccolo gruppo iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e cominciò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini.
Da allora la comunità è molto cresciuta, e oggi è diffusa in più di 70 paesi di 4 continenti. Anche il numero dei membri della comunità è in crescita costante. Oggi sono circa 50.000, ma è assai difficile calcolare il numero di quanti in modo diverso sono raggiunti dalle diverse attività di servizio della comunità, come pure di quanti collaborano in maniera stabile e significativa proprio al servizio ai più poveri e alle altre attività svolte da Sant'Egidio senza farne parte in senso stretto.
La preghiera

La prima “opera” della Comunità di Sant'Egidio è la preghiera. Proprio dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione. E' l’invito a convertirsi, smettendo di vivere solo per se stessi, e a iniziare, con libertà, ad essere strumenti di un amore più grande per tutti, uomini e donne, e soprattutto i più poveri. Ascoltare e vivere la Parola di Dio come la cosa più importante della propria vita vuol dire accettare di seguire non tanto se stessi, ma piuttosto Gesù. L'immagine più autentica è quella della comunità in preghiera, quando è riunita per ascoltare la Parola di Dio. E' come la famiglia dei discepoli raccolta attorno a Gesù. Concordia e assiduità nella preghiera (At. 2,42) sono la via semplice, offerta e richiesta a tutti i membri della comunità. La preghiera è un cammino in cui si diventa familiari con le parole di Gesù e la sua preghiera, con quella delle generazioni che ci hanno preceduto, come nei Salmi, mentre si portano al Signore le necessità proprie e dei poveri, i bisogni del mondo intero.
E' per questo motivo che le comunità, a Roma e in altre parti d'Italia, d'Europa o del mondo, si riuniscono il più frequentemente possibile per pregare assieme. In molte città ogni sera c'è una preghiera comunitaria aperta a tutti. A ogni membro della comunità è chiesto anche di trovare uno spazio significativo nella propria vita per la preghiera personale e per la lettura delle Scritture, cominciando dai Vangeli.
Comunicare il Vangelo
La seconda “opera” della comunità, il suo secondo fondamento, è la comunicazione dei Vangelo. E' il Vangelo stesso, infatti, la buona notizia da condividere con gli altri, il tesoro prezioso, la lanterna che non può essere nascosta. Il Vangelo non è un patrimonio esclusivo, ma è una responsabilità in più per i membri della comunità, chiamati a comunicarlo. Nell'esperienza di Sant'Egidio essere discepoli e vivere e comunicare la Parola di Gesù sono sinonimi. Si tratta di un'esperienza di gioia e di festa, come nel Vangelo di Luca, quando i settantadue discepoli tornarono felici dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc. 10, 17). E' l'esperienza di ogni discepolo e di ognuno nella Comunità di Sant'Egidio, che ha portato, in questi anni, a vivere una “fraternità missionaria” in molte parti del mondo.

Comunità senza frontiere e senza muri

L'amicizia tra persone di culture e nazioni differenti è il modo quotidiano in cui si esprime questa fraternità internazionale che è al tempo stesso apertura al mondo e appartenenza ad un'unica famiglia, quella dei discepoli.
In un mondo che, alla fine del secondo millennio, esalta i confini e le differenze, nazionali e culturali, fino a farne motivo antico e nuovo di conflitto, le comunità di Sant'Egidio testimoniano l'esistenza di un destino comune non solo dei cristiani, ma di tutti.
Ci sono comunità più giovani e comunità più anziane, alcune sono più numerose e radicate di altre, come pure alcune sono più conosciute di altre nell'ambiente in cui vivono, ma tutte si sforzano di essere e davvero rappresentano un'unica famiglia attorno a Gesù.
Quella di Roma è la più anziana. Come prima comunità, svolge in questo senso un servizio alla comunione e alle comunità più nuove, senza altri limiti e confini che “quelli della carità”, come indicato a Sant'Egidio da papa Giovanni Paolo II per il 25° anniversario della comunità, nel 1993. Questa unità si esprime in una comunione e solidarietà concreta tra i fratelli e le sorelle, che si sono rivelate come la migliore forma di organizzazione della vita e dell’attività della comunità stessa.

Amicizia con i poveri

Terza “opera” caratteristica di Sant'Egidio, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia. I primi studenti che nel '68 presero a riunirsi attorno alla Parola di Dio, sentirono come il Vangelo non poteva essere vissuto lontano dai poveri: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri. Nacque così il primo dei servizi della comunità, quando ancora non aveva preso il nome di Sant'Egidio: la scuola popolare, che si chiamava così perché non era solo un doposcuola per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come il “Cinodromo”, lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Da allora le scuole popolari si sono moltiplicate, a Roma e in tutte le città in cui è presente la comunità, con un'attenzione particolare ai bambini più svantaggiati e in condizione più difficile.
Secondo quanto si legge nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, questa amicizia si è allargata ad altri poveri: handicappati, fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali; e a diverse situazioni: carceri, istituti per anziani, campi nomadi, campi per rifugiati. Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.
Sant'Egidio si identifica con i suoi fratelli più piccoli in tutti i poveri, senza esclusione, che per questo sono a pieno titolo i familiari della comunità. Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri. Nessuna comunità, neppure la più giovane è cosi piccola o debole da non poter aiutare altri poveri. E' l'obolo della vedova che ha un grande valore davanti al Signore (Mc. 12, 41).


Il servizio alla pace e all'umanizzazione del mondo

L'amicizia con i poveri ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà. E' così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo.
Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra.
Sono questi, forse, gli aspetti più conosciuti di Sant'Egidio, quelli di cui anche i mass media a volte parlano senza metterne sempre in luce, come capita, la continuità con l'aiuto ai più poveri presente nella comunità fin dai suoi inizi e la radice evangelica.
Alcuni membri della comunità sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala. L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio. Anche attraverso esperienze di questo tipo è cresciuta la fiducia di Sant'Egidio nella “forza debole” della preghiera e nel potere di cambiamento della non violenza e della persuasione. Sono aspetti della vita dello stesso Signore Gesù, da lui vissuti fino alla fine.
In questa direzione la Comunità si pone costantemente al servizio del dialogo ecumenico e interreligioso. Dal 1987 in poi Sant'Egidio è impegnata a livello internazionale e di base per continuare in meeting, incontri e nella preghiera, il cosiddetto “spirito di Assisi”.
E' nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali dall'anno 2000, che la comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni. E' un passaggio importante, che vede uno sforzo di particolare intensità di Sant'Egidio e di tutti i suoi membri in ogni parte dei mondo in cui sono presenti, per l'affermazione del valore della vita senza eccezioni, a tutti i livelli.
Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine anti uomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le recenti azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione di schiavi, dove questa pratica inumana è ancora utilizzata.

Comunità di Sant'Egidio
Piazza Sant'Egidio, 3a
00153 Roma - Italy

Tel.  +39.068992234
Fax. +39.06.5800197

http://www.santegidio.org
eMail info@santegidio.org

mercoledì 22 agosto 2012

Senza portare nulla



Nasciamo senza portare nulla.
Moriamo senza poter portare nulla.
E in mezzo,
nell'eterno che si ricongiunge
in un breve battito di ciglia,
combattiamo, litighiamo, ci diamo da fare
per possedere qualcosa!

N. Nur ad Din



Le sole cose che ti resteranno, che possederai veramente, 
sono quelle che hai donato con gioia, 
per amore gratuito.

sabato 13 novembre 2010

Padre Livio sulla povertà di Gesù

Carissimo lettore,
prima di tutto ti voglio raccomandare (e in parte riportare) una preziosa catechesi del grande Padre Livio che ho potuto in parte ascoltare ieri mattina su Radio Maria. Il tema era "Gesù povero", cap. xiii del suo ultimo lavoro "Credo in Gesù Cristo".

"La povertà di Gesù è un mistero di bellezza che numerose anime privilegiate hanno cercato di esplorare e di realizzare nella loro vita senza mai esaurirlo (si pensi ad esempio a San Francesco). In due millenni di cristianesimo, quanti hanno rinunciato alla ricchezza e al potere per seguire Gesù umile e povero! La vita di Gesù e degli apostoli è un ideale perenne, sempre vivo, che genera forme sempre nuove di sequela.

Non è facile comprendere il segreto della povertà del Figlio di Dio, ben diversa da quella presente anche nelle religioni e nelle filosofie non cristiane. La povertà di Gesù si differenzia persino da quella del Battista, che viveva nella solitudine del deserto, e in apparenza poteva sembrare più povero: "portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi... il suo cibo erano cavallette e miele selvatico", mentre il vestito di Gesù era quello comune, ma non senza eleganza se la sua tunica è stata giocata ai dadi dai soldati romani... quella tunica forse era stata fatta con le mani della Madonna, perciò era bella... il cibo di Gesù era quello ordinario del popolo laborioso, anche se non disprezzava affatto ciò che gli veniva posto dinanzi quando un notabile lo invitava a pranzo... mangiava come si trovava, ciò che gli veniva dato... Gesù ha lavorato come falegname fino all'inizio della sua vita pubblica, guadagnandosi da vivere con la fatica quotidiana, poi Lui e gli apostoli hanno vissuto di elemosina perché chi lavora (per il vangelo) "ha diritto al suo nutrimento".

Gesù ha realizzato la povertà in una forma assolutamente originale, dove la pienezza prende il sopravvento sulla rinuncia (non ha niente a che fare con certe forme ereticali di povertà stracciona nelle quali si pensa che uno più è sporco e più è santo...). Gesù non disconosce la necessità del denaro, ma ne coglie come mai nessuno ha fatto la potenza di seduzione: è uno strumento necessario, ma comporta al tempo stesso la tentazione di porre in esso delle sicurezze che poi di fatto non sa dare, quindi di cercare un appoggio nel denaro anziché nella Provvidenza di Dio.

Uno degli apostoli, Giuda, è incaricato di raccogliere le donazioni in una borsa che serve per il sostentamento della comunità e per beneficare i poveri. Gesù però non fa uso personalmente del denaro. Accusato di non pagare la tassa per il Tempio, risolve la controversia ordinando a Pietro di andare al largo, di gettare l'amo e di aprire la bocca al primo pesce che avesse abboccato: "vi troverai una moneta d'argento, prendila e consegnala loro per me e per te". In tal modo ci fa capire che di denaro avrebbe potuto averne quanto ne voleva, ma ha scelto quel tipo di povertà. Ovviamente la sua scelta di vita con gli apostoli è particolare, Gesù non chiede a tutti questa scelta di vita, ad esempio a Zaccheo chiede di condividere i beni, non di lasciarli completamente. Ma ambedue le strade sono strade in cui il regno di Dio ha il primato su Mammona.

Pare di capire che il Figlio di Dio non abbia mai tenuto del denaro con sé! Chiaro che non tutti possono imitarlo, ma è comunque una scelta molto significativa, che Gesù, almeno durante la sua vita apostolica, vuol vivere completamente con la Provvidenza del Padre celeste. Non vi è dubbio che preso in se stesso il denaro non è un male, anzi lo si può utilizzare per fare del bene. Gesù insiste molto su questa finalità nobile della ricchezza, non ha mai demonizzato il denaro (ha semplicemente chiamato alcuni a lasciare i beni della terra, come gli apostoli o il giovane ricco, ma gli altri li ha lasciati nel mondo, nel contesto in cui il denaro è necessario, ricordando loro il nobile fine del denaro, che è quello di aiutare le persone, non solo con l'elemosina, ma ad esempio anche investendo nelle aziende, trattando bene gli operai ecc.)

Gesù non demonizza i ricchi ma li invita ad alleggerirsi della zavorra che li inchioda alla terra, condividendo i loro averi con i poveri: le due monetine della vedova, che gli erano necessarie per vivere, assumono ai suoi occhi un valore inestimabile. La presa di distanza personale di Gesù nei confronti del denaro non è un dettaglio marginale. Negli anni della vita pubblica, ha accolto con riconoscenza ciò che gli veniva dato dal Padre celeste attraverso la bontà degli uomini. Si è commosso per il gesto di Maria, la sorella di Lazzaro, che gli unge i piedi con nardo profumato, ciò che Giuda giudica uno sciupio, dicendo: "perché non si è venduto per 300 denari e non si sono dati ai poveri?" (in realtà rubava i soldi dalla cassa...)

La suprema libertà di Gesù nei confronti del denaro è stupefacente: esso può essere un mezzo per fini nobili, ma Gesù non lo prende in mano, anche se permette agli altri di usarlo. Ma perché il Figlio di Dio non vuole toccare il denaro? E' lui stesso che ne rivela la ragione profonda: la ricchezza nelle sue varie espressioni è un dono di Dio, ma è stata inquinata dal serpente. La ricchezza è divenuta iniqua ed è per questo il motivo per cui Gesù non si sporca le mani. Però permette a noi di farne uso riscattandola e purificandola con le opere di misericordia: "Ebbene io vi dico, fatevi degli amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne".

Qual'è la radice velenosa che inquina la ricchezza? Forse il fatto che essa viene accumulata in modo ingiusto sfruttando il lavoro degli uomini? Indubbiamente anche questo aspetto perverso della ricchezza è presente agli occhi di Gesù. Egli però guarda più in profondità e vede nel denaro una sottile alternativa al primato di Dio. Questa è la tentazione. Nessuno più di Gesù ha colto la seduzione idolatrica della ricchezza, che illude l'uomo fornendogli una falsa sicurezza. La campagna di un uomo ricco, racconta Gesù, aveva dato un raccolto abbondante. Come non vedere in questa immagine una rappresentazione della nostra società opulenta dei consumi e degli sprechi? Farò così, disse: demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il denaro e i miei beni, poi dirò a me stesso: anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti. Ma Dio gli disse: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e quello che hai preparato di chi sarà?

La ricchezza non solo non risolve il problema del senso della vita, ma neppure quello del vivere. E' un falso appiglio che non da' alcuna sicurezza. Invano uno pensa di salvarsi dormendo su una montagna d'oro. L'ammonimento è di quelli che non tramontano mai. Dice Gesù: "Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede".
Credi di risolvere il problema della vita vincendo all'enalotto? Eh! La vita dipende da Dio! "Chi di voi per quanto si preoccupi può allungare di un'ora la sua vita?" chiede Gesù. Confidare nel denaro come se fosse un mezzo necessario per realizzarsi significa sostituirlo a Dio facendone un idolo. Il peccato è contro il primo comandamento, che bolla l'idolatria come la radice stessa del male. Nessuno ha pronunciato a questo riguardo parole più severe di quelle di Gesù, quando dice: "Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza!"

Il denaro non fa dell'uomo un signore, ma uno schiavo. Qualcuno potrebbe obiettare che sono insegnamenti sublimi ma irrealizzabili nella vita degli uomini. La tentazione del compromesso in nome del realismo ha sempre attraversato la storia della Chiesa, tuttavia l'esempio di Gesù si eleva così luminoso nella storia dell'umanità che non mancano mai uomini di ogni generazione che vi fanno ritorno. Il Figlio di Dio ha realizzato la rivoluzione più radicale, più incisiva nella storia dell'umanità senza disporre di ciò di cui gli uomini non possono fare a meno anche nelle imprese più nobili: Gesù ha salvato il mondo senza far uso del potere del denaro. Ha salvato il mondo senza neanche una moneta... Deposto nudo dalla croce, è stato collocato nel sepolcro donato da un benefattore. La più grande impresa della storia umana è stata compiuta da un nullatenente!

Quest'opera sublime è stata possibile perché la povertà di Gesù è assai più di una rinuncia, in realtà è una pienezza straripante. In Lui non vi è una fame di mondo da mortificare o da sradicare, ma una sazietà inesauribile da donare: Gesù straripava di ricchezza spirituale, "dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia". La povertà di Gesù dunque manifesta la pienezza della sua divinità: Dio è la vera ricchezza dell'uomo e Gesù ne è la fonte inesauribile. [...continua...]

Per chi voglia ascoltare l'intera catechesi, la trova a questo link: http://www.radiomaria.it/archivio_audio/archivio_audio.php  (occorre però registrarsi a Radio Maria).

A chi interessa l'ultimo libro di P. Livio Fanzaga:


vai in libreria
 
Non trovi sia molto illuminante su alcuni aspetti della povertà e del nostro rapporto coi soldi?
E' da un po' di tempo che pensavo di scrivere un ebook dal titolo: Fare soldi non è peccato!
Perché la questione è molto semplice, non si può far finta che i soldi non esistano o non servano, ma bisogna prima fidarsi del Padre nostro celeste e delle parole del Figlio, metterli al primo posto, come pietra angolare della nostra vita, e poi con la pace, la forza e la libertà dello Spirito Santo condividere con gli altri tutto ciò che abbiamo e che ci viene donato . La chiave è tutta in questa  preziosissima parola: condividere, ripeto. E' questa la sola rivoluzione possibile.

E allora non possiamo che tornare alle domande dell'articolo precedente: che cosa vogliamo fare dei nostri soldi e dei nostri beni? Vogliamo pagare le rate della pay tv, del mega schermo piatto, del suv, dell'ipod-pad-phone e compagnia bella, del viaggio nel paradiso tropicale, delle sigarette, eccetera eccetera?
O vogliamo magari donare e condividere i nostri beni divenendo ad esempio un angelo dei rifugiati?

Proviamo a guardare questo video:



http://www.youtube.com/watch?v=mh7v68F6tz4&feature=player_embedded

Con soli 8 euro al mese, possiamo sostenere persone che nel mondo hanno perso tutto, che hanno bisogno di tutte le cure possibili, possiamo essere angeli dei rifugiati!
Vediamo cosa ne dice un comune amico:

Ero restio a scrivere questo messaggio, perché fino all’ultimo mi son detto: ”Non vorrei sembrare uno dei tanti personaggi noti che suggerisce alla gente un’associazione o un ente da aiutare”.
Siamo bombardati da messaggi di questo genere, poi scoppia qualche scandalo e la gente perde fiducia, e pensa magari di aver fatto male a fidarsi. E’giusto, posso capire.
E poi, per me, c’è sempre un problema di ordine morale. Perché mai aiutare un’organizzazione
piuttosto che un'altra?

Alla fine ho capito perché ho scelto di sposare questa causa e andare oltre le mie titubanze, le mie paure e dubbi.
Già nel passato avevo avuto modo di collaborare con UNHCR e avevo potuto constatare di persona quanto lo staff di questa organizzazione fosse motivato e entusiasta di quello che fa. Persone che lavorano per un ideale, per un sogno, per una possibilità. Tanto mi era piaciuto il loro operato che promisi sin da allora di fare ancora qualcosa per loro quando me lo avessero chiesto.

Ed eccomi qua.

Il mio compito?
Suggerirvi di condividere con me questo loro sogno, possibile. “Ridare dignità ad esseri umani che la dignità non l’hanno mai avuta”. O, chi fortunato tra loro, l’avesse avuta anche solo per un soffio di tempo della vita, ha fatto in fretta a perderla nel cammino.
Tutti sappiamo, perché lo leggiamo dai giornali o lo ascoltiamo in TV, quanto sia terribile essere malati, o non avere denaro per curarsi. Tutti sappiamo cosa significhi essere devastati da uno tsunami o da un terremoto, e quanto sia duro essere vittime della mafia o della droga.

Ho scoperto invece che siamo in pochi a conoscere la devastante situazione dei RIFUGIATI.

34 milioni di persone nel mondo senza nome, identità, volto, casa, diritti, futuro, possibilità.
Persone in fuga, continuamente per via di guerre nel loro paese o gravi conflitti politici.
Non continuo dicendo cosa significhi, e le situazioni che ne derivano. Aggiungo solo che per molti di loro l’unica speranza è la morte. Spesso le loro sofferenze vanno oltre la sopportazione dell’ essere umano.

L’ UNHCR, ben 2 volte Premio Nobel per la pace, cerca e riesce spesso ad offrire a queste persone un’alternativa alla morte. Cibo, coperte, accoglienza, cure, solidarietà umana, aiuti concreti per persone che non hanno più una vita sopportabile. Vivere ma non esistere.

Con il nostro contributo permettiamo all’ UNHCR di poter raccogliere fondi perché questo aiuto si concretizzi. Non aggiungo niente altro, solo di unirvi a me.
Il mio e il vostro contributo per salvare persone invisibili ai più. Persone a cui vorremmo dare la dignità perduta. Grazie di cuore,
Per saperne di più: