san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

venerdì 13 marzo 2015

La storia di O. J. Brigance


Eroe del Super Bowl, oggi malato di Sla:


«Da quando ho la Sla, ho fatto più bene 

di quanto non avessi fatto nei precedenti 37 anni»





«Il pensiero che una persona potrebbe avere un modo legale di togliersi la vita mi rattrista profondamente. È una tragedia». Non volava una mosca martedì nell’aula del Senato del Maryland, mentre Orenthial James Brigance con la sua voce metallica rendeva una testimonianza «in opposizione alla legge 676 sul suicidio assistito».


«EROE» DEL SUPER BOWL. O. J. Brigance non è una persona qualunque. Stella ed «eroe» degli Stallions e dei Baltimore Ravens, è uno dei sette giocatori nella storia del football americano ad aver vinto sia il campionato della lega canadese che il Super Bowl nel campionato nazionale. Ma è l’unico nella storia ad averlo fatto per la stessa città: Baltimore.


«LA NOTIZIA DEVASTANTE». Davanti ai senatori del Maryland, Brigance non parlava in qualità di stella del football ma di malato, inchiodato da otto anni a una sedia a rotelle. Nel 2007, infatti, durante una partita di racquetball, si è accorto che il suo braccio destro rispondeva in modo strano ai movimenti comandati. Dopo una serie di esami, «ho ricevuto una notizia devastante: avevo la Sla», una malattia neurodegenerativa che in pochi mesi può portare alla paralisi totale dei muscoli volontari e di conseguenza alla morte.


«SULLA MIA PELLE». «Mi sento in dovere di dare la mia testimonianza su questo tema, perché otto anni fa ho ricevuto una notizia devastante: avevo la Sla», ha esordito Brigance in Senato. «Ho vissuto sulla mia pelle il dibattito che stiamo facendo questo pomeriggio, mi sono domandato se questa vita fosse degna di essere vissuta. Io sono stato un atleta professionista e per me perdere progressivamente l’abilità di correre, camminare e infine parlare» è stato molto difficile. Brigance, infatti, è in grado di comunicare solo grazie a un sintetizzatore vocale.


«NON HO CREATO LA MIA VITA». «Dopo un lungo percorso io e mia moglie abbiamo preso una decisione, che è stata ovviamente molto difficile», ha proseguito. «Io non ho creato la mia vita e non ho il diritto di togliermela. E poiché ho deciso di vivere al meglio delle mie possibilità, si è verificato un effetto di bene a cascata nel mondo». Quello a cui si riferisce è l’operato della sua associazione, la Squadra di Brigance, fondata «nel 2008 insieme a mia moglie per incoraggiare ed aiutare i malati di Sla».


«HO FATTO PIÙ BENE ORA». Negli anni, «abbiamo sostenuto tante famiglie nel momento del bisogno, anche finanziario, e con l’aiuto della tecnologia io sono riuscito a scrivere un libro due anni fa. Non vi dico quante persone si sono sentite incoraggiate nella loro lotta, perché io ho deciso di affrontare la mia battaglia contro la Sla. In questi otto anni, da quando mi è stata diagnosticata la malattia, io ho fatto più bene per questa società di quanto non avessi fatto nei precedenti 37».


CONTRIBUTO DI UN MALATO. In base ai criteri della legge, invece di fondare quest’opera, Brigance avrebbe potuto togliersi la vita con il suicidio assistito. Consapevole di questo, la stella del football americano ha concluso: «Non so quanto tempo mi rimanga ancora da vivere, ma il pensiero che una persona potrebbe avere un modo legale di suicidarsi nel momento della disperazione – privando la famiglia, gli amici e la società della sua presenza e del suo contributo – mi rattrista profondamente. È una tragedia. Ecco perché chiedo ad ognuno di voi di opporsi a questa legge. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo della vita ci viene dato da Dio e ha un valore. Il suicidio assistito svaluta le vite e il possibile futuro contributo che gli abitanti del Maryland possono offrire. Grazie per avermi dato l’opportunità di parlare».


@LeoneGrotti


da www.tempi.it

La storia di Federico De Rosa



Ventunenne, autistico, 
racconta la sua “prigione interiore”

Perché “Dio si fa trovare piano piano



“Mi chiamo Federico, sono nato nel 1993 e mentre scrivo queste righe ho da poco compiuto vent’anni”. Federico soffre di autismo e non riesce a parlare. All'età di un anno i genitori Paola e Oreste notano che quel loro bellissimo figlio, vivace, e dai biondissimi capelli ricci comincia a trapassarli con lo sguardo, a rifiutare qualsiasi contatto e a non voltarsi quando veniva chiamato. A tre anni la diagnosi: si tratta di “autismo”. Seguono poi anni e anni di terapie, con lui aggrappato all'amore saldo dei genitori e dei fratelli Arianna e Leonardo.


L'inserimento a scuola è però un toccasana per lui e a 8 anni comincia a muovere i primi passi nel tentativo di comunicare attraverso il computer. Davanti a una tastiera la sua sindrome sembra, infatti, arretrare. Si apre uno spiraglio nella sua “prigione”. Scrive con il solo indice della mano destra. Inizia a dare forma a parole, frasi, e poi a pensieri e sentimenti conditi da una forte carica di ironia. Scopre l’amicizia, l’amore, la fede. Nasce così la sua autobiografia dal titolo “Quello che non ho mai detto” (Edizioni San Paolo) ricca di osservazioni profonde, rare e preziose sulla sua sindrome.

LA GIOIA A LUNGO DESIDERATA
“Oggi condivido con voi una grande gioia – annota Federico –. Dopo vent'anni di silenzio, una vita senza poter parlare, dodici anni di fatica per imparare a scrivere, è arrivato nelle librerie il mio libro, quello in cui racconto la mia storia, in cui spiego il mio autismo, in cui ho potuto finalmente dire come io vedo il mondo e ciò in cui credo. Dopo una vita passata in silenzio, comunicare è finalmente conseguire una gioia a lungo desiderata”.

CREDO IN DIO
Molto dense sono le righe in cui mette a nudo la sua fede. Dell'Eucaristia, ad esempio, scrive: “Io quando ricevo la comunione sento di entrare in rapporto con Dio e trovo la pace nel cuore”. Sulla Passione di Cristo: “Gesù raggiunge ogni persona che soffre. E' lì vicino ama e soffre con noi. Ci è venuto a mancare nel nostro dolore”. E ancora: “Dio si fa trovare piano piano, da chi lo cerca sinceramente”. La scelta, invece, di aprirsi alla vita d'amore di Dio “è come udire una musica e partecipare alla danza”. E poi c'è la riflessione su credenti e no: “Credo che la fede e l’ateismo siano due misteri complementari della vita umana. Ma credenti o atei, siamo tutti in cammino lungo il sentiero della vita. Il fatto che ciascuno abbia il proprio personale e unico percorso da fare non impone che non ci si possa sentire compagni di viaggio, anche tra atei e credenti, nella solidarietà ma anche nel pieno rispetto delle convinzioni degli altri”.

NO A INUTILI PIETISMI E AI RUMORI
Federico descrive ciò che prova un ragazzo nelle sue condizioni, così che possiamo comprenderlo meglio e cambiare il nostro approccio: “Se pensate che noi autistici siamo degli handicappati, lasciateci stare, per favore”. Se questo è la vostra idea non perdete tempo, sembra insomma dire. “Non stressate troppo le mie fini capacità percettive, quindi odio gli ambienti rumorosi, con molte luci e molta gente che parla. Per una passeggiata preferisco le atmosfere ovattate di un bosco che il caos di un centro commerciale. Datemi un inpunt alla volta. Posso capirvi ma comunicate piano e con frasi semplici. Spiegatemi pacatamente dove andiamo, a fare cosa e come. Per voi sarà ovvio ma per me no”.

STATE IN SILENZIO
Gli bastano poche rapide frasi per disarmare il lettore: “Penso che il mondo abbia un drammatico bisogno di silenzio, sia individuale sia relazionale, per imparare a sentire le cose con il cuore. Invece cerca di esorcizzare questo bisogno facendo ancora più rumore. Io non so parlare, ma voi siete capaci di coltivare le relazioni anche stando in silenzio?”. Ci sono poi cose che noi “neurotipici” non sappiamo fare, ma Federico sì: “Anch'io, per esempio, so fare delle cose per voi difficili, come parlare e ascoltare allo stesso tempo o ascoltare e comprendere due persone che parlano contemporaneamente di cose diverse. In sintesi, la mia mente lavora in un modo diverso da quella degli altri e ciò mi mette in difficoltà”.


PROGETTI PER IL FUTURO
Oggi Federico studia percussioni, ha tanti amici, aiuta persone con autismo in famiglia ed accarezza molti progetti per il futuro: “Ora la mia vita ha trovato il suo corso – scrive – grazie agli operatori che mi hanno insegnato il metodo, ai miei genitori che con entusiasmo si sono lanciati in questa avventura io oggi sono felice della mia vita e il merito, in gran parte, è loro”. Il suo pensiero però corre anche agli altri: “Quanti autistici mentalmente perduti avrebbero potuto essere altri Federico se diagnosticati presto, ben supportati nell'età dello sviluppo e molto amati?”. Ma uno è il suo desiderio più forte: “Andrò in giro per il mondo a vedere donne incinte per capire se i loro bimbi sapranno parlare e curare l'autismo. Io giocherò con i loro bimbi per aiutarli a crescere a imparare a parlare. Quando un bambino avrà bisogno di me, io sarò lì ad aiutarlo”.

IO SOGNO SPESSO E TANTO”
Ancora oggi Federico non dice nulla, anche se a volte gli sfugge una parola o borbotta tra sé, ma lettera dopo lettera riesce a dipingere il suo mondo interiore con impressionante profondità e lucidità. Continua a vivere a Roma. E sogna, “spesso e tanto”: “Un sogno ricorrente è una giornata di sole in cui i miei sentimenti e i miei pensieri si sciolgono in una sorgente di parole per tutti i miei amici. Che bello dev’essere poter parlare!”.

da www.aleteia.org

lunedì 9 marzo 2015

Storia di una conversione dall'ISIS?


Creduto morto, rivive e si converte un membro ISIS.


Una storia incredibile che testimonia l’incredibile resurrezione 
e conversione alla Fede Cattolica di un ex tagliagole islamico dell’Isis! 

Dopo che l'uomo si è risvegliato, ha riferito a Padre Hermann Groschlin, un sacerdote cattolico, delle visioni che aveva avuto mentre era nell'aldilà, un evento che ha profondamente cambiato il vecchio jihadista di 32 anni e alla fine lo ha portato alla sua conversione al cristianesimo alcuni giorni più tardi.

Aleppo, Siria. - L’Aleppo Herald del 3 marzo ha riportato: “Un jihadista ISIS recentemente si è convertito al cristianesimo dopo essere stato considerato morto e lasciato vicino al confine orientale della Siria dove è stato in seguito salvato da missionari cristiani della regione".
L’uomo, che è miracolosamente sopravvissuto a ferite multiple di pistola sparate dopo uno scontro tra ISIS e le forze dell’esercito siriano, è stato salvato dai membri del Santo domenicano Presbiterio Cattolico di Ayyash dopo che il conflitto era scoppiato. I membri dell’organizzazione cristiana avevano voluto dare all’uomo una degna sepoltura cristiana e lo avevano portato ad oltre 26 chilometri di distanza. L’uomo è miracolosamente tornato in vita dopo che era stato creduto morto per le ferite.
Dopo che l’uomo si è risvegliato, ha riferito a Padre Hermann Groschlin, un sacerdote cattolico, delle visioni che aveva avuto mentre era nell’aldilà, un evento che ha profondamente cambiato il jihadista di 32 anni e alla fine lo ha portato alla sua conversione al cristianesimo alcuni giorni più tardi.
“Mi avevano sempre insegnato che morire come un martire avrebbe fatto aprire le porte del Jannah, o Porta del Cielo”, cosi diceva al sacerdote cristiano. Tuttavia, appena aveva cominciato a salire verso la luce dei cieli, entità diaboliche, o demoni erano apparsi e lo avevano portato nel fuoco dell’Inferno. Aveva dovuto rivivere tutto il dolore che aveva inflitto agli altri e ogni morte che aveva causato durante la sua vita. Ha anche dovuto rivivere le decapitazioni delle sue vittime attraverso i loro occhi, “immagini che lo perseguiteranno per il resto della sua vita”.
“Poi Dio ha parlato a lui e gli ha detto che aveva fallito miseramente come anima umana, che gli sarebbe stata vietata la Porta del Cielo, se sceglieva di morire, ma che, se avesse scelto di vivere di nuovo, avrebbe avere un’altra chance di pentirsi dei suoi peccati e camminare lungo il sentiero di Dio ancora una volta”.
Il giovane afferma di essere stato riportato in vita e poi di essersi convertito al cristianesimo alcuni giorni dopo, credendo che era stato ingannato per tutta la sua vita religiosa sotto il culto di Allah.
Il giovane, le cui ferite sono sorprendentemente guarite in un tempo molto breve, ha scelto di vivere tra i membri del presbiterio cattolico che lo ha salvato dal deserto e adesso spera che la sua storia aiuterà altri combattenti ISIS a cambiare vita e convertirsi a quella del solo vero Dio, così il sacerdote ha detto ai giornalisti locali.
dal web

giovedì 5 marzo 2015

Il tumore e la bambina


"Non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!"

La morte spiegata da una bambina con cancro terminale

enfermedad infancia


Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l'Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l'infermeria infantile e mi sono innamorato dell'oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell'angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia. Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo. L'ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma. Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

“A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!”

“Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?”, le chiesi.

“Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero? (Mi sono ricordato delle mie figlie, che all'epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)”.

“È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!”

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

“E la mia mamma avrà nostalgia”, aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: “E cos'è la nostalgia per te, tesoro?”

“La nostalgia è l'amore che rimane!”

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l'amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori. Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante.

Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l'aiuto che mi hai dato. Che bello che esista la nostalgia! L'amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

da   http://www.aleteia.org/

La storia di Felix Cordero

Famiglie in missione: 

domani il Papa, oggi Felix


FELIX

di antonello iapicca


I fiocchi venivano giù stupiti anch’essi d’esser precipitati sulla terra in un giorno che non avrebbe mai potuto vedere la neve. Era il 5 agosto infatti, era notte e cadeva la neve sull’Esquilino. Ma nascosta dietro a quei fiocchi silenziosi v’era la Vergine Maria; aveva deciso infatti che era su quel colle di Roma che voleva le fosse dedicato un santuario. E lo comunicava con quanto di più le assomiglia, la neve candida. Così da quel giorno il 5 agosto è diventato una memoria di Maria carissima alla Chiesa, la Madonna della neve. E su quel Colle sorge ora una delle più belle Basiliche di Roma, la più antica in Occidente dedicata a Maria.
Molti secoli dopo, erano quasi dieci anni fa, appena superata la mezzanotte del 5 agosto, proprio Lei, la Fanciulla di Nazaret, è scesa qui sulla terra, come un fiocco di neve, per venire a prendere un suo figlio amatissimo, Felix Cordero. Glielo aveva promesso molti anni prima, così, semplicemente, nel bel mezzo di una preghiera sciolta in libertà mentre guidava. Ed è stata fedele.
Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, San Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l’Adriatico, quasi all’ombra della Santa Casa di Loreto, l’umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una “famiglia in missione” del Cammino Neocatecumenale, immagine della “Trinità in missione”, come san Giovanni Paolo II aveva definito le famiglie missionarie che, dal lontano 1986, sono partite a centinaia per ogni parte del mondo: “Non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio: Unità, Comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino. E così, portando come itineranti la testimonianza che è propria della famiglia, della famiglia in missione, voi portate dovunque la testimonianza della Trinità Santissima in missione. E così fate crescere la Chiesa perché la Chiesa cresce da questi due misteri. Come ci insegna il Concilio Vaticano li, tutta la vitalità della Chiesa viene finalmente, o principalmente, da questo mistero, da questo mistero della Trinità in missione. D’altra parte portate la testimonianza della famiglia in missione che cerca di camminare sulle orme della Trinità in missione” (San Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa della Sacra Famiglia, Porto San Giorgio 30 dicembre 1988).
Come quelle che domani invierà Papa Francesco per i luoghi più scristianizzati e pagani della terra. Partono con i loro figli per aiutare le chiese locali ad avvicinare i lontani e quelli che hanno perduto i contatti o per iniziare una “implantatio ecclesiae” dove questa è ancora molto piccola o non è presente. Si tratta delle cosiddette “Missio ad Gentes” che Dio ha ispirato a Kiko Arguello e a Carmen Hernandez iniziatori del Cammino Neocatecumenale alcuni anni fa e che già sono diffuse in tutti i continenti con frutti sorprendenti.
Sono comunità composte da quattro famiglie in missione con i loro figli, guidati da un sacerdote e accompagnate da alcune sorelle nubili chiamate a far presente il Corpo vivo di Cristo risorto nelle zone alle quali sono inviate. Vivendo seriamente l’Iniziazione Cristiana nella quale si diventa cristiani, fondata sul tripode della celebrazione dell’Eucarestia, della Parola di Dio e di una convivenza mensile, divengono a poco a poco un segno della Vita celeste, il destino al quale ogni uomo è chiamato. Sale, luce e lievito per un mondo senza sapore, che brancola nel buio e disperatamente infecondo.
Come affermava il Padre Cantalamessa, in questo tempo profondamente desacralizzato, la Nuova Evangelizzazione auspicata da San Giovanni Paolo II sarà portata avanti dai laici. All’uomo del Terzo Millennio, che ha rifiutato previamente ogni idea e simbolo religiosi, terrorizzato dall’integralismo e dal fondamentalismo, potrà parlare solo un uomo come lui che ha realmente incontrato Dio nella propria vita. Un uomo che ha riscoperto la dignità altissima della propria vita in una comunità cristiana dove ha conosciuto Cristo risorto nella riscoperta del proprio battesimo: “Ci sono molte famiglie in questo mondo progredito, ricco, opulento che perdono la loro unità, perdono la comunione, perdono le radici. Ecco voi siete itineranti per portare la testimonianza di queste radici; questa è la vostra catechesi, questa è la vostra testimonianza neocatecumenale: così si parla della fruttificazione del Sacro Battesimo. Sappiamo bene che il Sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel Sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo” (San Giovanni Paolo II).
Un uomo, dunque, che si è imbattuto nell’evento del Mistero Pasquale, nel quale ha visto perdonati i propri peccati e ha ricevuto la vita divina attraverso un cammino che lo ha condotto in un cammino verso la fede adulta, l’unica che vince il mondo e le sue concupiscenze. Un uomo che incarna nella vita quotidiana la sua fede, senza attendere che le persone vadano al tempio, perché il tempio si fa presente dove gli uomini si trovano, deboli e increduli. Un uomo che insieme ai suoi fratelli nella fede offrono al mondo l’amore e l’unità, gli unici segni credibili che squarciano i cieli e smentiscono la disperazione che tiene schiava l’umanità nella paura della morte.
Un uomo come Felix che, all’ombra della Santa Famiglia, è partito con la sua famiglia per il Giappone, un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza un euro in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario. Qualcosa di grande li attendeva in Giappone, un’avventura che a raccontarla non basterebbe il tempo. Sì, perché ogni giorno, che dico, ogni istante di ogni giorno di missione è stato un miracolo, come un fiocco di neve nel bel mezzo d’una notte d’agosto.
Il Signore lo aveva preparato a lungo, s’era fatto conoscere attraverso il Cammino Neocatecumenale, con Maite avevano sperimentato più volte la presenza e la misericordia di Dio. La Parola e l’eucaristia celebrate ogni settimana nella propria comunità di Madrid li aveva nutriti di quel pane che non perisce, l’unica verità per la quale valga la pena perdere la vita.
L’esperienza consolidata di un amore infinito che supera le barriere dell’egoismo e si fa possibile ogni giorno nel matrimonio, nel lavoro, nella comunità fatta di concretissimi fratelli di ogni ceto e cultura, diversissimi e che forse non ti saresti scelto, con i quali ti trovi a contatto settimana dopo settimana, magari litigandoci per poi perdonarsi, questa è stata la seria formazione ricevuta. E la chiamata sentita dentro, al fondo del cuore, vivendo nel cuore della Chiesa. Una gratitudine spontanea che sorgeva dinanzi ai miracoli d’amore toccati, gustati, sperimentati.
Una gratitudine che s’era incarnata per loro in una chiamata eccezionale e stupenda, quella di annunciare, come famiglia, attraverso la vita quotidiana vissuta nella precarietà più totale, l’amore infinito che aveva salvato, rigenerato e fatto fruttificare la propria vita. Felix era partito per gratitudine.
Il Giappone. Un altro mondo. Per tutti, ma non per un cristiano. E Felix è stato un cristiano. Nel cuore di Cristo non vi sono barriere, non v’è divisione. Ogni uomo è suo fratello, e per lui non si tratta di uno slogan sentimentale. Per Cristo ogni terra è la sua terra, ogni Paese è il suo Paese. Ovunque vi sia un uomo c’è anche Cristo. Di Lui ha bisogno, e Lui è lì. Da sempre, e si manifesta a suo tempo in chi porta dentro il Suo cuore pieno di compassione.
Il cuore della Chiesa che ha lanciato i suoi figli sino agli estremi confini della terra, da quel giorno che sul Monte le parole del Signore avevano fatto del mondo intero la sua missione. Il cuore che Dio aveva dato a Felix. Per questo il Giappone era diventato il suo Paese. Così, naturalmente, per amore. La lingua impossibile aveva imparato a balbettarla lavorando come operaio, l’ultimo, piegando le spalle per tirar su una linea del treno ad Hiroshima, la prima città alla quale era stato inviato.
La casa resa abitabile in combutta con la Provvidenza, che lo accompagnava spesso tra quanto i giapponesi suoi vicini avevano smesso di usare, mobili ed elettrodomestici ancora buoni per chi aveva come Principale Colui che da ricco s’era fatto povero. Con Lui s’era buttato negli uffici del Comune, tappezzati di segni oscuri, gli ideogrammi che, per chi non è giapponese, sembrano messi lì apposta per impedirti di capire dove sei, che devi fare, a chi puoi rivolgerti.
Le iscrizioni alle scuole dei pargoli, la luce, il telefono, il gas; le corse all’ospedale perché quando hai tanti bambini è più il tempo che passi in macchina per tirarne qualcuno fuori dai guai che quello che puoi dedicare a riposarti. Le pietanze giapponesi, sapori e gusti e odori a distanze siderali da quelli familiari del suo “piso” (appartamento) lasciato a Madrid. E le “chiacchierate” con i medici, con i maestri dei ragazzi, con i vicini, con chiunque, fatte nei primi tempi come le farebbe un sordomuto, perché quella è stata la figura che Felix e le altre famiglie in missione in Giappone hanno fatto per lungo tempo.
Come un bambino ha imparato a dipendere totalmente da Dio, che di norma le difficoltà non è abituato a toglierle, ma, misteriosamente, è sempre lì a prenderti per mano e a condurtici dentro e a sperimentare che Lui esiste, che il Suo Figlio ha vinto la morte, che il suo amore ha trapassato ogni muro, e che, in tutto c’è speranza, perché tutto concorre al bene per chi è amato da Lui.
E così ogni difficoltà si trasformava nell’occasione per avvicinarsi a qualche giapponese, come un piccolo, come un apostolo senza sicurezze eppure felice, sereno, che proprio nella precarietà testimoniava la presenza vera e provvidente di Dio. In tutto simile ai giapponesi, Felix, percorrendo cammini e umiliazioni che solo il segreto del suo cuore ha conosciuto, ha vissuto ad Hiroshima anni fecondissimi nell’apparenza di una vita comunissima eppure straordinaria.
Il disegno divino lo ha poi condotto con la sua famiglia al nord del Giappone, Kofu per la precisione, giusto all’ombra del famoso Monte Fuji, icona classica del Paese, e lì, come l’ape al miele, frotte di immigrati sudamericani si sono avvicinati alla sua casa. Paria di questa Nazione, molti senza neanche il visto, le famiglie dissestate, parentele intrecciate come labirinti, orari di lavoro da rabbrividire, il cuore spiaccicato sul denaro da accumulare in fretta per scappare dentro ad un’illusione, tanti immigrati hanno trovato in Felix e nella sua famiglia un approdo, l’unico.
Tutto quel che sino ad allora il Signore gli aveva manifestato, l’amore sperimentato e vissuto durante una vita, la precarietà estrema dei suoi giorni traboccante però della Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli, tutto questo incarnato in Felix era diventato l’ancora di salvezza per tanti disperati che nessuno aveva neanche pensato d’aiutare. La sua casa, la sua famiglia erano diventati la loro Chiesa, l’utero capace di accoglierli nelle loro debolezze, con i loro peccati, offrendo loro una possibilità, l’unica vera e credibile, il potere di Gesù Cristo e del suo amore.
Ma proprio lì, dove il suo apostolato sembrava dare i frutti più visibili, il Signore aveva pensato di stringerlo più forte a sé, di dare una svolta e di farlo assomigliare ancor più a Lui. Kofu doveva diventare per Felix un Getsemani intriso di sangue e tradimento. I nostri occhi hanno visto il dolore nei suoi occhi al capire che per lui, e per la sua famiglia, in quel posto non v’era più posto. Gli uomini, si sa, possono capire e non capire e, quando al parroco che lo aveva chiamato lassù è succeduto un altro parroco, beh, Felix, la sua famiglia, la missione avevano finito d’essere capiti.
In un momento ha visto crollare tutto. Era quello il tempo del fallimento, dell’incomprensione, del rifiuto. Era il momento oscuro nel quale in Felix è apparso invece, luminoso, il volto del Servo sofferente di Dio. Per tacere di tutti gli altri, in altri momenti, in altri luoghi, segreti gelosi che si è portato in Cielo. Ma questa volta era tutto pubblico, doveva far fagotto, abbandonare quell’abbozzo di comunità che aveva visto nascere tra gli ultimi di questa Nazione, lasciare quei volti, quelle storie, quelle persone.
Kofu come il Moria, e Felix ha preso su famiglia e bagagli, strappando i figli agli amici e alla scuola, ai loro stessi progetti di studio e lavoro, roba da spaccare le viscere, con una ferita nel petto ma anche, e soprattutto, con la certezza nel cuore che Dio non avrebbe abbandonato nessuno di loro, ed è partito per una nuova tappa, l’ultima, del suo pellegrinaggio missionario in Giappone.
Questa volta lo attendeva Takamatsu, e una missione nuova. La più dolorosa, la più feconda. Qualche tempo per ambientarsi, aiutare con zelo l’evangelizzazione nella Parrocchia della Cattedrale, e un dolore lancinante al petto a ricordargli che quel giorno era Lunedì Santo. Dieci anni fa, la corsa dal medico temendo un infarto, la scoperta che invece era un cancro, cattivo, aggressivo, e se lo stava portando via. Del suo corpo aveva risparmiato poco, s’era annidato ovunque, ma la sua anima quella no, era limpida, più limpida che mai. Come il suo cuore, che la sofferenza di Kofu aveva preparato, e dilatato.
Quel lunedì s’era dischiuso il frutto più bello, il miracolo più fecondo. Uno sguardo con Maite, l’intesa d’una vita, e “si rimane in Giappone, io muoio qui, per questa terra offro ogni sofferenza, per il Seminario che è in questa Diocesi, per il Vescovo, per i sacerdoti, per ogni giapponese, anche per i nemici, anche per tutti quelli che non comprendono quel che stiamo facendo, la nostra esperienza di fede.
Le mie sofferenze per loro, e questo mio corpo che sia sepolto qui, che qui è dove il Signore mi ha portato, che qui è la mia terra che tanto ho amato”. E così anche Maite, nel cuore la decisione di proseguire la missione anche quando Felix non ci sarebbe stato più. E poi, insieme, con tenerezza grande, le decisioni comunicate ai figli, e la loro spontanea adesione al pensiero di mamma e papà. Una famiglia in missione, tante vite, una sola vita donata a questa Nazione.
Felix aveva così intrapreso il cammino più arduo della sua missione, una “missione nella missione”. Si, perché in fondo, ed è cosa che ci riguarda tutti, tutto quanto era stato sino ad allora era la preparazione, una sorta d’allenamento, un ritiro pre-campionato, dove mettere in cascina fiato ed energie per la stagione agonistica. Ora Felix era nello stadio, nell’agone dell’ultima battaglia, quella per conservare la fede ed entrare nel Regno promesso.
La sua Patria diventavano ora la corsia dell’ospedale, ora lo studio del medico, ora la stanza della chemio, e suoi fratelli i medici, le infermiere, ognuno che gli si avvicinasse, cristiano o no, spagnolo, giapponese o quel che fosse. Amici, conoscenti, e sconosciuti, tanti, tantissimi hanno pellegrinato al suo giaciglio. Una malattia per la vita, per la Gloria di Dio, il Vangelo al vivo, davanti ai nostri occhi. Un letto di dolore trasfigurato in un santuario dove era palpabile la presenza di Dio.
Ecco, una vita che si era andata trasfigurando e rassomigliandosi sempre più al Signore, questa era stata la vita di Felix, ed ora, in queste sue ultime ore, tutto si stava davvero compiendo. Intorno v’era sofferenza certo, ma incastonata in una pace che non poteva essere di questo mondo, e niente di più lontano dalla rassegnazione. La sofferenza di Felix, di Maite, dei suoi figli era lì a gridare dolcemente che la morte è vinta, la sofferenza, il dolore, questi mostri che ci riempiono di spavento erano lì, davanti agli occhi di tutti, come perle che brillavano nel candore d’una pace celeste.
Ora Felix stringeva con forza nuova e indistruttibile i suoi figli, i suoi dieci figli che intorno al suo letto lo impreziosivano come una corona di diamanti. Un re con il suo Re sul trono della Croce. Abbiamo tutti visto il Signore vivo in un corpo che scivolava verso la morte. La lotta c’è stata, non stiamo qui a scrivere un epitaffio impastato di miele. Sofferenze e combattimenti duri, tentazioni, perché il cancro, lo sappiamo, non è mica una passeggiata nei boschi.
Ha camminato spesso sul crinale Felix, ce lo ha detto più volte. Tutta la vita era stata un posare passo dopo passo i giorni su di un filo, da un lato il burrone, la possibilità concreta di cadere e sfracellarsi, ma Dio era stato sempre fedele. Mille volte aveva avuto misericordia. E anche ora Dio era fedele, fedele e misericordioso, ora che parlare non poteva, mangiare ancor di meno, l’accusatore era lì per farlo disperare, per strappargli quello che desiderava di più, la pace e la certezza dell’amore di Dio.
Negli ultimi tempi gli ronzavano per la testa le parole di Teresina di Lisieux, che non era la morte che si portava via la vita quella che stava arrivando, ma la Vita, quella vera, che spazza via la morte. E desiderava ardentemente comprendere e vivere l’esperienza della piccola Teresa, quella di potersi sedere a mensa con i peccatori, segno d’un cuore che bramava, pieno di compassione, la salvezza di ogni uomo.
E Maria era già in viaggio mentre si affacciava nella notte il suo giorno, quello in cui fece scendere candidi fiocchi ad imbiancare un colle di Roma. Felix sfinito cercava l’aria per posare gli ultimi passi che lo separavano dal Cielo, respiri lenti e affannati che sembravano adagiati sulle nostre parole pregate. Maite a stringer la mano, i suoi figli come virgulti d’ulivo intorno a Lui, quasi a proteggerlo e ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio, e i fratelli in missione con lui lì accanto, ed era una liturgia.
Preghiere, un rosario, un altro, e un’Ave Maria, l’ultima, un Amen, l’ultimo, a raccogliere l’anima di Felix che saliva al Cielo. E’ passata da poco mezzanotte, è il 5 di agosto del 2005, è la Madonna della neve, la Vergine Maria ha steso il suo manto, ha preso con Lei il suo fiocco di neve, lo porta dal Suo Figlio, il premio promesso. Un miracolo, un volto di pace dopo tanta fatica, e lì, dove Felix ha posato il suo corpo, come la neve di tanti secoli fa ha segnato il luogo di una chiesa, qui, in Giappone, sorgerà una chiesa, ne siamo certi, una comunità viva che dia gloria a Dio e che testimoni, per tutti, l’amore infinito di Dio che abbiamo visto brillare nel sorriso di Felix.
In fondo è questo il martirio che genera cristiani. La morte di Felix, una terribile ingiustizia per il mondo, è stata ed è la sua predicazione più feconda. Proprio dalla sua nascita al Cielo, sulla terra è planato il Cielo: segni e prodigi per testimoniare che davvero Cristo è risorto a tutti noi e ai tanti giapponesi che lo hanno conosciuto. Ruth, una delle sue figlie, si è sposata e ora, con 6 figli è in missione a Hiroshima con la sua famiglia. Un’altra figlia, Teresa, è ormai da tre anni in un convento di clausura carmelitano ad Huesca, in Spagna, felicissima e innamoratissima di Gesù. Javier, uno dei ragazzi, è missionario itinerante in Corea, mentre Juan suo fratello si sta preparando per entrare in seminario. Le ultime due figlie sono fidanzate, mentre i primi figli sono felicemente sposati e spendono la propria vita per il Vangelo.
Questa è l’opera di Dio in Felix, la realizzazione del Mistero Pasquale simile a quella che risplende in tanti altri missionari del Cammino Neocatecumenale e nelle famiglie che domani Papa Francesco invierà nel mondo, speranza per la Chiesa e per questa generazione, come disse profeticamente San Giovanni Paolo II: “Attraverso il Battesimo siamo immersi nel Mistero Pasquale di Cristo per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza della persona, ma nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica… Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia. Sì, il vostro programma deve essere pienamente evangelico, coraggioso nel testimoniare e coraggioso nel domandare, nel domandare davanti a tutti… portando anche avanti un programma direi socio-politico, socio-economico. La famiglia è coinvolta in tutto questo e può essere aiutata, portata avanti, privilegiata o può essere distrutta. Dovete, con tutte le vostre preghiere, con la vostra testimonianza, con la vostra forza, dovete aiutare la famiglia, dovete proteggerla contro ogni distruzione”.
 Articolo pubblicato su “La Croce” del 5 marzo 2015

lunedì 2 marzo 2015

La storia di Nick Vujicic


Nicholas James Vujicic è nato a Melbourne il 4 dicembre del 1982 da una famiglia serba cristiana. 
E' nato senza braccia né gambe, a causa della tetramelia, una terribile malattia genetica. L’unica eccezione è data da due piccoli piedi, uno solo dei quali è dotato di due dita.

Nick è oggi un predicatore e uno speaker motivazionale australiano, direttore di Life Without Limbs, un'organizzazione per i disabili. Di religione evangelico pentecostale, regolarmente tiene discorsi in tutto il mondo sulla sua fede e speranza nella persona di Gesù Cristo e su come l'abbia liberato dal peso emotivo legato alla sua disabilità.




La sua vita ovviamente non è stata facile. Non ha potuto frequentare la scuola tradizionale a causa del suo handicap, come richiedeva la legge australiana, ma durante il suo periodo scolastico, la legge fu cambiata, e Nick fu uno dei primi studenti disabili a frequentare una scuola normale.

Nick ha imparato a scrivere usando le due dita del suo "piede" sinistro, e un dispositivo speciale che si aggancia al suo grande alluce. Ha anche imparato ad usare un computer e a scrivere usando il metodo "punta tacco" (come mostra durante i suoi discorsi), lanciare palle da tennis, rispondere al telefono, radersi e versarsi un bicchiere d'acqua (anche questo mostrato nei suoi discorsi).

Accadde poi che, preso di mira dai bulli della scuola, Nick diventò estremamente depresso, e all'età di otto anni, cominciò a pensare al suicidio. Dopo aver supplicato Dio di fargli crescere braccia e gambe, Nick comprese che le sue condizioni erano di ispirazione per molte persone, e cominciò a ringraziare Dio di essere vivo. Un punto chiave della sua vita fu quando sua madre gli mostrò un articolo di giornale che parlava di un uomo che viveva con grandi difficoltà dovute ai suoi handicap. Questo gli fece capire di non essere il solo a vivere con grandi difficoltà. Quando aveva diciassette anni, cominciò a parlare con il suo gruppo di preghiera, e finalmente diede inizio alla sua organizzazione non-profit, Life Without Limbs.




Nick uscì dal college a 21 anni con un titolo di studio in Ragioneria e Promozione finanziaria e da allora cominciò a viaggiare come uno speaker motivatore (motivational speaker), concentrandosi sull'argomento dei giovani di oggi. Viaggia regolarmente di paese in paese per parlare a congregazioni cristiane, scuole, meetings aziendali. Ha tenuto discorsi a più di due milioni di persone fino ad ora, in dodici paesi di quattro continenti. 






domenica 1 marzo 2015

La storia di Gianna Jessen


Dio sta usando Gianna per ricordare al mondo che ogni essere umano è prezioso per Lui. 
E’ bello vedere la forza dell’amore di Gesù che Egli ha riversato nel suo cuore. 
La mia preghiera per Gianna, e per tutti quelli che la ascoltano, è che il messaggio dell’amore di Dio ponga fine all’aborto con il potere dell’amore” (Madre Teresa di Calcutta)


Nata a Los Angeles il 6 aprile 1977 in seguito ad un tentativo di aborto fallito,
Gianna ha raccontato la sua storia al Congresso degli Stati Uniti d'America e alla Camera dei Comuni del Regno Unito, oltre che  in occasione del novantesimo anniversario dalla fondazione di Planned Parenthood, celebrata dal Senato del Colorado, quando il senatore Ted Harvey invitò Jessen a raccontare la sua storia ai membri del Senato. Instancabile attivista contro l'aborto, Gianna va in giro per il mondo per testimoniare la sua vita.




Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo

Mi chiamo Gianna Jessen. Vorrei dirvi grazie per la possibilità di parlare oggi. Non è una piccola cosa dire la verità. Dipende unicamente dalla grazia di Dio il poterlo fare. Ho 23 anni. Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da Planned Parenthood nella California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell’iniezione di una soluzione di sale nell’utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore.

Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6 del mattino in una clinica per aborti della California. C’erano giovani donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono l’orrore dell’omicidio. Un’infermiera chiamò un’ambulanza e mi fece trasferire all’ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per il turno d’ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la vita, non sostenerla.

Qualcuno ha detto che sono un “aborto mal riuscito”, il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo. Signore e Signori, dovrei essere cieca, bruciata… dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! Rimasi all’ospedale per circa tre mesi. Non c’era molta speranza per me all’inizio. Pesavo solo nove etti. Oggi, sono sopravvissuti bambini più piccoli di quanto lo ero io. Un medico una volta mi disse che avevo una gran voglia di vivere e che lottavo per la mia vita. Alla fine potei lasciare l’ospedale ed essere data in adozione. Per via di una mancanza di ossigeno durante l’aborto vivo con la paralisi cerebrale.

Quando mi fu diagnosticata, tutto quello che potevo fare era stare sdraiata. Dissero alla mia madre adottiva che difficilmente avrei mai potuto gattonare o camminare. Non riuscivo a tirarmi su e mettermi a sedere da sola. Attraverso le preghiere e l’impegno della mia madre adottiva, e poi di tanta altra gente, alla fine ho imparato a sedere, a gattonare e stare in piedi. Camminavo con un girello e un apparecchio ortopedico alle gambe poco prima di compiere quattro anni. Fui adottata legalmente dalla figlia della mia madre adottiva, Diana De Paul, pochi mesi dopo che cominciai a camminare. Il Dipartimento dei Servizi Sociali non mi avrebbe rilasciato prima per essere adottata. Ho continuato la fisioterapia per la mia disabilità e, dopo in tutto quattro interventi chirurgici, ora posso camminare senza assistenza. Non è sempre facile. A volte cado, ma ho imparato a cadere con grazia dopo essere caduta per 19 anni.

Sono così grata per la mia paralisi cerebrale. Mi permette di dipendere veramente solo da Gesù per ogni cosa. Sono felice di essere viva. Sono quasi morta. Ogni giorno ringrazio Dio per la vita. Non mi considero un sottoprodotto del concepimento, un pezzo di tessuto, o un altro dei titoli dati ad un bambino nell’utero. Non penso che nessuna persona concepita sia una di quelle cose. Ho incontrato altri sopravvissuti all’aborto. Sono tutti grati per la vita. Solo alcuni mesi fa ho incontrato un’altra sopravvissuta all’aborto. Si chiama Sarah. Ha due anni. Anche Sarah ha la paralisi cerebrale, ma la sua diagnosi non è buona. È cieca ed ha delle gravi crisi . L’abortista, oltre ad iniettare nella madre la soluzione salina, la inietta anche nelle piccole vittime. A Sarah l’ha iniettata nella testa. Ho visto il punto della sua testa dove l’ha fatto. Quando parlo, non parlo solo per me stessa, ma per gli altri sopravvissuti, come Sarah, ed anche per quelli che non possono parlare…

Oggi, un bambino è un bambino, quando fa comodo. È un tessuto o qualcos’altro quando non è il momento giusto. Un bambino è un bambino quando c’è un aborto spontaneo a due, tre, quattro mesi. Un bambino è chiamato tessuto o massa di cellule quando l’aborto volontario avviene a due, tre, quattro mesi. Perché? Non vedo differenza. Che cosa vedete? Molti chiudono gli occhi…La cosa migliore che posso farvi vedere per difendere la vita è la mia vita. È stata un grande dono. Uccidere non è la risposta a nessuna domanda o situazione. Fatemi vedere come possa essere la risposta. C’è una frase incisa negli alti soffitti di uno degli edifici del parlamento del nostro stato [la California]. La frase dice: “Ciò che è moralmente sbagliato, non è corretto politicamente”. L’aborto è moralmente sbagliato. Il nostro paese sta spargendo il sangue degli innocenti. L’America sta uccidento il suo futuro.

Tutta la vita ha valore. Tutta la vita è un dono del nostro Creatore. Dobbiamo ricevere e conservare i doni che ci sono dati. Dobbiamo onorare il diritto alla vita. Quando le libertà di un gruppo di cittadini indifesi sono violate, come per i nascituri, i neonati, i disabili e i cosiddetti “imperfetti”, capiamo che le nostre libertà come NAZIONE e Individui sono in grande pericolo. Vengo oggi a parlare in favore di questa legge a favore della protezione della vita. Vengo a parlare per conto dei bimbi che sono morti e per quelli condannati a morte. Learned Hand, un giurista americano rispettato (del nostro secolo) disse: “Lo spirito della libertà è lo spirito che non è troppo sicuro di essere giusto; lo spirito della libertà è lo spirito che cerca di capire le opinioni degli altri uomini e donne; lo spirito della libertà è lo spirito che pesa i loro interessi insieme ai propri, senza pregiudizi; lo spirito della libertà ci ricorda che neanche un passero cade a terra inosservato; lo spirito della libertà è lo spirito di Colui che, circa 2000 anni fa, ha insegnato all’umanità la lezione che non ha mai imparato, ma non ha mai dimenticato; che c’è un regno dove gli ultimi saranno ascoltati e considerati accanto ai più grandi.” Dov’è l’anima dell’America?!

Voi membri di questo comitato: dov’è il VOSTRO cuore? Come potete trattare le questioni di una nazione senza esaminare la sua anima? Uno spirito omicida non si fermerà davanti a nulla finché non avrà divorato una nazione. Il Salmo 52,2-4 dice: “Lo stolto pensa: «Dio non esiste». Sono corrotti, fanno cose abominevoli, nessuno fa il bene. Dio dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio che cerca Dio. Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno.”

Adolf Hitler una volta disse: “L’abilità ricettiva delle grandi masse è solo molto limitata, la loro comprensione è piccola; d’altro lato la loro smemoratezza è grande. Essendo così, tutta la propaganda efficace deve essere limitata a pochissimi punti che a loro volta dovrebbero essere usati come slogan finché l’ultimo uomo sia capace di immaginare che cosa significhino tali parole”. Gli slogan di oggi sono: “Il diritto di una donna di scegliere”, “Libertà di scelta”, eccetera. C’era una volta un uomo che parlava dall’inferno (ne parla il capitolo 16 di Luca) che disse: “Sono tormentato da questa fiamma”. L’inferno è reale. Così lo è Satana, e lo stesso odio che crocifisse Gesù 2000 anni fa, ancora si trova nei cuori dei peccatori oggi.

Perché pensate che questa intera aula tremi quando menziono il nome di Gesù Cristo? È così perché Egli è REALE! Egli può dare grazia per il pentimento e perdono a voi ed all’America. Noi siamo sotto il giudizio di Dio – ma possiamo essere salvati attraverso Cristo. Dice la Lettera ai Romani: 5,8-10: “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo NEMICI, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.”La morte non ha prevalso su di me… ed io sono così grata!!!

(Testimonianze di Gianna Jessen rilasciate il 22 aprile 1996 ed il 20 luglio 2000 davanti al Sottocomitato Giudiziario del Congresso sulla Costituzione)