"Lanciare la palla verso il canestro è una forma d’arte. È un gesto imperfetto, perché come ogni arte ha migliaia di declinazioni possibili, frutto di scelte complesse e potenzialmente infinite. Guardando tirare Steph Curry, però, cominci a credere che la perfezione sia possibile" (Alessio Marchionna)
Stephen Wardell Curry, classe 1988, poco meno di un metro e novanta e poco più di 80 kg di poesia in movimento, faccia da bambino, timorato di Dio, assolutamente inarrestabile.
La sua è una storia particolare ed esemplare, ispiratrice come poche altre ne esistono: è il racconto di un ragazzo con dei limiti fisici più che evidenti che ha cambiato la concezione comune, che si è conquistato a spallate un posto nell’élite della pallacanestro mondiale. È la storia di uno di noi che ce l’ha fatta.
Steph ha sempre avuto infatti un compagno inseparabile nella sua giovane carriera cestistica: lo scetticismo di chi lo vedeva accanto agli altri giocatori. Il suo fisico snello, ossuto, non esplosivo è stato un problema ben prima di entrare nel basket professionistico: diverse università prestigiose si rifiutarono di offrire al nativo di Akron una borsa di studio ritenendolo non all’altezza di fare la differenza in una pallacanestro fisica come quella collegiale. «Troppo basso. Troppo lento. Forse buono per una carriera in Europa». Quante volte Stephen Curry si è sentito ripetere queste parole, durante il suo periodo all’High School e al College. Un ottimo giocatore, certo, ma con troppi difetti fisici per riuscire a giocare nel basket che conta.
Avendo il padre Dell, giocatore più che discreto, offerto i suoi servigi a Virginia Tech qualche anno addietro, il ragazzo provò a seguire le orme paterne. Ma anche in questo caso la risposta fu picche: gli Hokies erano pronti a prenderlo in squadra, ma come semplice “walk on player”, ossia come studente iscritto all’università senza una regolare borsa di studio. Che in soldoni significava: vieni pure ad allenarti con noi che non sei così male, poi se un giorno ci manca il dodicesimo uomo ti convochiamo e ti godi almeno una partita dalla panchina. Dopo aver ricevuto offerte da Davidson College, Virginia Commonwealth e Winthrop, Curry scelse Davidson College, una scuola che non aveva vinto un torneo NCAA dal 1969.
Bob McKillop, che dei Davidson Wildcats era allenatore, non ci mise molto a capire cosa gli era capitato per le mani. Bastarono pochi allenamenti a Steph per conquistare nel modo più totale il suo nuovo coach, che un giorno, davanti ad un nutrito gruppo di studenti del college, realizzò una di quelle previsioni destinate a lasciare il segno: “Wait till you see Steph Curry. He’s something special” disse. Bel colpo Bob...
Il fenomeno di Golden State interpreterà successivamente il suo approdo a Davidson come una precisa scelta divina, dimostrando una fede non comune: «Tutto succede per una ragione e io credo che Dio mi abbia voluto a Davidson semplicemente perché questa storia, la mia storia, potesse svilupparsi nel modo in cui si è sviluppata finora».
Il 15 marzo 2007, Steph realizza 30 punti per battezzare la sua prima partita di torneo NCAA con i Wildcats, in una sconfitta contro Maryland. Il 16 aprile, nel campus che avrebbe dovuto essere suo, a Blacksburg, Virginia, un tipo di nome Seung-Hui Cho apre il fuoco alla cieca, ammazza 32 persone, ne ferisce altre 17 e poi si toglie la vita. Sliding doors...
Le prime due stagioni a livello universitario sono da incorniciare: impiega solo 83 partite per sorpassare quota 2000 punti (con una media di 24,4 a serata). Durante il torneo NCAA 2008 fa vittime eccellenti: Gonzaga (40 punti), Georgetown (30), Wisconsin (33 di fronte a LeBron James, che l’anno dopo lo vedrà metterne altri 44 vs. NC State) e Kansas (25). Quattro partite, dieci giorni, centocinquantadue minuti, centoventotto punti. In tutta America diventa familiare quel n. 30 che vede sulla maglia rossa dei Wildcats e che ritrova poi tatuato sul suo polso, insieme alle lettere TCC (“Trust. Commitment. Care”, il mantra di coach McKillop). Davidson diventa la squadra Cenerentola, il college per cui fa il tifo tutta America e infine riesce ad entrare tra le prime 8 del torneo NCAA dopo un’assenza durata qualche era geologica. Ecco in questo video il momento in cui Steph Curry diventa STEPHCURRY!!
Stephen decide, ascoltando i consigli del padre, di rimandare un approdo in NBA a quel punto decisamente probabile per disputare la sua stagione da Junior, nella quale diventa il nuovo scoring leader di tutti i tempi di Davidson e, soprattutto, viene nominato miglior realizzatore della stagione NCAA, portando a casa una media di quasi 29 punti a partita e mettendo in fila gente come Kevin Durant.
Nel 2009 Stephen Curry ha firmato il suo primo contratto da professionista con i Golden State Warriors per 12,7 milioni di dollari, selezionato come la settima scelta assoluta. L’impatto col professionismo è tutt’altro che traumatico, e ancora una volta il “Baby-faced Assassin” riesce a far ricredere tutti coloro che gli rinfacciavano delle carenze fisiche non trascurabili: percentuali al tiro da cecchino, costanza nelle prestazioni, inizia a far girare le teste dei suoi fan, diventando un autentico eroe di culto del parquet per parecchi appassionati di basket. Viene anche nominato secondo rookie dell’anno nonostante non riesca a portare Golden State ai Playoff.
Le difficoltà maggiori però devono ancora arrivare, e si presentano nella forma più subdola e dolorosa per un giocatore molto giovane, quella dei problemi fisici persistenti. Il suo problema principale diventano le caviglie. Troppo fragili e prone all’infortunio per avere continuità a quel livello. I detrattori di Stephen Curry tornano alla carica e la stagione 2011/12 scivola via senza soddisfazioni, con un Curry troppo condizionato dagli infortuni per riuscire a incidere: scende in campo solo 26 volte e deve abbandonare i giochi molto prima del dovuto. Addio sogno playoff per il terzo anno di fila. Anche in questo caso, però, Steph si dimostra più forte dei suoi limiti, troppo tenace e testardo per cedere di fronte alle difficoltà: lavora sul suo fisico, sulla sua postura, rafforza fianchi e glutei e, così facendo, supera i problemi alle caviglie.
Come tutti i grandi, una volta toccato il fondo, il numero 30 comincia la sua risalita. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la stagione 2012/13 è stata un continuo strabuzzare gli occhi e balzare in piedi dal divano per la sorpresa dopo ogni magata del ragazzino di Akron. Che è finalmente riuscito a condurre i suoi alla post-season e, una volta salito sul palcoscenico più importante, ha recitato il ruolo di primo attore in maniera impeccabile. La storia si fa nelle partite decisive, e proprio durante quelle sfide Curry è letteralmente esploso, scatenando attorno a sé un entusiasmo immenso, dai 54 punti al Madison, tempio sacro del gioco dove spesso sono stati consacrati i più grandi di tutti i tempi, fino ad alcune prestazioni semplicemente disarmanti nei playoff, sia nella serie con Denver che in quella con San Antonio. Il 17 aprile 2013, nell'ultima partita stagionale contro Portland Trail Blazers, Curry realizza il 272º canestro da tre della sua stagione superando il record di triple in un'annata NBA che apparteneva a Ray Allen.
Osservando giocare il 30 si nota immediatamente come il suo gioco goda di una grande pulizia. Ogni gesto tecnico è eseguito sempre in modo armonico, senza sbavature. Chiunque sia il difensore non fa alcuna differenza: Steph sa quello che deve fare, conosce perfettamente la sequenza dei movimenti da compiere, e spesso sembra che la presenza di un ottimo o di un pessimo difensore davanti a lui sia un trascurabilissimo dettaglio. Se lasci più di 10 cm tra la tua mano e la sua faccia, nel momento in cui parte il tiro sai già che dovrai andare a battere la rimessa. Se per non concedergli la conclusione ti fai battere in entrata, non sperare troppo nell’aiuto del lungo: il ragazzo alza la parabola a suo piacimento e trova quasi sempre il fondo della retina. Quando non si inventa uno di quegli assist a “schiaffo” che dovrebbero essere inseriti di diritto nell’elenco delle meraviglie da preservare su questo pianeta.
In tutto ciò il nostro riesce a non essere un giocatore egoista, ossia non tende a diventare il terminale offensivo di ogni singola azione dei suoi, come viene invece rinfacciato ad altri fenomeni assoluti come Bryant o Anthony. Per Steph i compagni vengono prima di tutto, a tal punto da affermare in un’intervista che “Personally, I know that my teammates, coaches, and everyone else involved are as much a part of it as I am. With that in mind, I give glory to God for my talents and whoever is helping me, they get the credit too” ("Personalmente, so che i miei compagni di squadra, gli allenatori e tutti gli altri che sono coinvolti sono come gran parte di ciò che io sono. Tenendo in mente questo, do gloria a Dio per i miei talenti e tutti quelli che mi stanno aiutando hanno gli stessi meriti").
Nei suoi sei anni di NBA, Curry ha messo in mostra uno stile di gioco eccitante, dove una grande visione di campo, compagni e avversari si accoppia a fantastiche capacità tecniche di ball handling e a uno stile di tiro particolare ma estremamente efficace, che lo rende, senza mezzi termini, uno dei più grandi tiratori della storia di questo gioco. Quando utilizziamo l’aggettivo “eccitante”, per descrivere il modo di stare in campo di questo playmaker di 1.91 m, lo facciamo ben consapevoli della sua portata, poiché guardare Curry è un saliscendi emozionale che solo pochi giocatori riescono a trasmettere. Le sue scelte sono estreme e le selezioni elettrizzanti; può decidere di tirare in qualsiasi momento, con l’uomo addosso, dopo essersi smarcato con un passo di arretramento, così come dopo aver vagabondato libero per il campo, con il pallone sempre incollato alle mani come fosse uno yo-yo: se lo può permettere, la palla va quasi sempre dentro.
Ma Curry non ama brillare di luce propria in mezzo al buio, cerca anzi costantemente di coinvolgere i suoi compagni nella sua trance agonistica. Quando si accende, i Warriors si accendono con lui, e chiunque sia sul parquet in quel momento sale di un giro. Quando i Warriors si accendono, si accende con loro San Francisco, in una catena coinvolgente e spettacolare, quasi commovente quando ci si accorge di quanta passione la squadra del reverendo Jackson sappia suscitare nei propri tifosi.
Il momento giusto, la scintilla nell’arco dei 48 minuti può nascondersi ovunque. Gli avversari di Steph lo sanno, e giocano con la consapevolezza che quando il momento giungerà, arginare la marea gialla sarà terribilmente complicato.
Al termine della stagione 2014/15, dopo aver guidato i suoi Warriors ad uno straordinario record di 67-15 (migliore della lega), Curry riceve il premio di MVP, migliore della regular season. Quindi Porta i suoi Warriors in Finale NBA, dopo aver battuto i New Orleans Pelicans, i Memphis Grizzlies e gli Houston Rockets. Nelle Finals riesce a battere i Cleveland Cavaliers di LeBron James per 4-2 grazie anche ad una prestazione da 37 punti in gara 5 e il 17 Giugno si laurea campione NBA riuscendo a vincere nella stessa stagione MVP e anello. Nel corso della post-season, infrange il record di Reggie Miller per triple realizzate in una edizione dei Playoff NBA.
Stephen Curry, ora, è sul tetto del mondo e forse ripensa a tutte quelle volte in cui gli hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, che era troppo basso, troppo gracile, troppo lento. Fissa il trofeo di campione NBA e sorride; la faccia da eterno bambino che nasconde un animo gelido, da autentico killer sportivo. Quando è stato nominato miglior giocatore dell'NBA, ha risposto: “Sono un umile servo di Dio”. Parla con franchezza degli ostacoli che ha dovuto superare. “Tutto accade per un motivo”, ha affermato, “tutto ha una storia, e bisogna prendersi del tempo per capire qual è il proprio sogno e cosa si vuole davvero nella vita. Nello sport o in altri ambiti, bisogna essere consapevoli che si deve sempre lavorare per trionfare”.
Curry ha avuto parole per la sua famiglia, per il padre e la madre, fornendo la chiave di un gesto che compie spesso sul campo: “Mi colpisco il petto e punto al cielo. Questo simboleggia il fatto che ho un cuore per Dio. È una cosa che abbiamo trovato con mia madre quando ero all'università”, ha spiegato.
“Lo faccio ogni volta che entro in campo per ricordare per chi gioco. La gente deve sapere perché sono chi sono, per il mio Signore e Salvatore”.
“Tutti mi chiedete come faccio a segnare certi canestri, a vedere certe linee di passaggio. E’ bello vedere la gente che si esalta per il mio gioco, ma la risposta alle loro domande è in Dio. Quello che so fare in campo viene da lui e amo indirizzare la gente verso la fede”.
E’ uno di quei ragazzi talentuosi che hanno visto realizzare il loro sogno. E’ famoso, e in quanto tale, potrebbe concedersi ad ogni tipo di vizio esistente, passare da una donna all’altra, vivere una vita dissoluta potendo contare sul suo stipendio dorato. E invece è sposato da due anni e mezzo con Ayesha, conosciuta da adolescente nella chiesa che frequentava. Ha una figlia Riley per la quale dice: “posso anche segnare 50 punti, ma niente mi fa brillare gli occhi come il sorriso della mia bimba”.
E in un mondo come quello dello sport, dove prevale l’individualismo e dove la vanità la fa da padrona, un esempio come quello di Stephen Curry è come un raggio luminoso: “So da dove viene il mio talento, da Dio. E io non gioco a basket per fare 30 punti a partita, ma per esserne testimone e condividere la testimonianza. Amo indirizzare la gente verso colui che è morto sulla croce per i nostri peccati: è grazie a Lui che c’è un posto in paradiso che ci aspetta. E questa consapevolezza vale molto più di un trofeo.”
era un desiderio intenso di una connessione con Dio
Ha fatto il giro di molti siti web internazionali la testimonianza della dott.ssa Sarah Salviander, ricercatrice presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università del Texas e docente di Astrofisica presso la Southwestern University. La storia della sua conversione è davvero incredibile, originatasi dai suoi studi scientifici e dallamorte della figlia. Vale la pena prendersi cinque minuti per leggere le sue parole.
«Sono nata negli Stati Uniti, ma cresciuta in Canada», ha scritto la scienziata riassumendo quanto ha raccontato nel periodo pasquale in una chiesa di Austin (Texas) dove era stata invitata. «I miei genitori erano atei anche se preferivano definirsi “agnostici”, sono stati gentili, amorevoli e morali, ma la religione non ha giocato alcun ruolo nella mia infanzia».
«Il Canada era già un paese post-cristiano», ha proseguito, «col senno di poi è incredibile come per i primi 25 anni della mia vita ho incontrato solo tre persone che si sono identificate come cristiane. La mia visione del cristianesimo era fortemente negativa, guardando indietro ho capito che era dovuto all’assorbimento inconscio della generale ostilità verso il cristianesimo comune in Canada e in Europa. Non conoscevo nulla del cristianesimo ma pensavo che rendeva le persone deboli e sciocche, filosoficamente banale».
A venticinque anni la Salviander, che allora abbracciava la filosofia razionalista del filosofo Ayn Rand, si è trasferita negli Stati Uniti per frequentare l’università: «Mi sono iscritta al programma di fisica presso la Eastern Oregon University percependo subito l’aridità e la sterilità dell’oggettivismo razionalista, incapace di rispondere alle grandi domande: qual è lo scopo della vita? Da dove veniamo? Perché siamo qui? Cosa succede quando moriamo? Mi sono anche accorta che soffriva di una coerenza interna: tutta l’attenzione è rivolta alla verità oggettiva ma mancava una fonte per quella verità. E, tutti concentrarti a godersi la vita, gli oggettivisti razionalisti non sembravano provare alcuna gioia. Al contrario, erano rabbiosamente preoccupati di rimanere indipendenti da qualsiasi pressione esterna».
L’attenzione è stata così completamente rivolta agli studi di fisica e matematica, «sono entrata nei club universitari, cominciai a fare amicizia, e, per la prima volta nella mia vita, ho incontrando i cristiani. Non erano come i razionalisti: erano gioiosi, contenti e intelligenti, molto intelligenti. Sono rimasta stupita di scoprire che i miei professori di fisica, che ammiravo, erano cristiani. Il loro esempio personale ha cominciato ad avere una certa influenza su di me, ritrovandomi sempre meno ostile al cristianesimo. In estate, dopo il mio secondo anno, ho partecipato a uno stage di ricerca presso l’Università della California aderendo ad un gruppo del Center for Astrophysics and Space Sciences impegnato nello studiare le prove del Big bang. Sembrava incredibile trovare la risposta alla domanda sulla nascita dell’Universo, mi ha fatto pensare all’osservazione di Einstein che la cosa più incomprensibile sul mondo è che è comprensibile. Ho cominciato a percepire un ordine sottostante all’universo. Senza saperlo, stavo risvegliando in me quello che il Salmo 19 dice chiaramente: “I cieli narrano la gloria di Dio; il firmamento annunzia l’opera delle sue mani”».
Dopo questa intuizione la sua ragione si progressivamente trasformata in un’apertura al Mistero, «ho iniziato a rendermi conto che il concetto di Dio e della religione non erano così filosoficamente banale come avevo pensato. Durante il mio ultimo anno ho incontrato uno studente di informatica finlandese. Un uomo di forza, onore e profonda integrità che come me era cresciuto come ateo in un paese laico, ma aveva abbracciato Gesù Cristo come suo personale Salvatore a vent’anni attraverso un’intensa esperienza personale. Ci siamo innamorati e sposati. In qualche modo, anche se non ero religiosa, ero confortata nel sposare un uomo cristiano. Mi sono laureata in fisica e matematica in quell’anno e in autunno ho iniziato ad insegnare Astrofisica presso l’Università del Texas a Austin».
Il penultimo passaggio del suo percorso è stato l’incontro, anch’esso casuale, con un libro scritto da Gerald Schroeder, The Science of God. «Sono stata incuriosita dal titolo, ma qualcos’altro mi ha spinto a leggerlo, forse la nostalgia per una connessione più profonda con Dio. Tutto quello che so è che quello che ho letto ha cambiato la mia vita per sempre. Il dottor Schroeder è un fisico del MIT e un teologo, mi resi conto che incredibilmente la Bibbia e la scienza sono completamente d’accordo. Ho letto anche i Vangeli e ho trovato la persona di Gesù Cristo estremamente convincente, mi sentivo come Einstein quando disse di essere “affascinato dalla figura luminosa del Nazareno”. Eppure, nonostante avessi riconosciuto la verità e fossi intellettualmente sicura, non ero ancora convinta nel mio cuore».
L’approdo al cristianesimo è avvenuto solamente due anni fa attraverso un drammatico evento: «mi è stato diagnosticato il cancro, non molto tempo dopo mio marito si è ammalato di meningite ed encefalite, guarendo per fortuna soltanto tempo dopo. La nostra bambina aveva circa sei mesi e abbiamo scoperto che soffriva trisomia 18, un’anomalia cromosomica fatale. Ellinor è morta poco tempo dopo. E’ stata la perdita più devastante della nostra vita, mi ha colto la disperazione fino a quando ho lucidamente avuto una visione della nostra bambina tra le braccia amorevoli del suo Padre celeste: solo allora ho trovato la pace. Pensai che, dopo tutte queste prove, io e mio marito non eravamo solo più uniti ma anche più vicini a Dio. La mia fede era reale. Io non so come avrei fatto di fronte a tali prove se fossi rimasta atea. Quando si hanno venti anni si è in buona salute, c’è la famiglia intorno e ci si sente immortali. Ma arriva un momento in cui la sensazione di immortalità svanisce e si è costretti a confrontarsi con l’inevitabilità del proprio annientamento e di quello dei propri cari».
Nella conclusione la dott.ssa Salviander ha spiegato i motivi della sua testimonianza pubblica: «Amo la mia carriera di astrofisico. Non riesco a pensare a nient’altro di meglio che studiare il funzionamento dell’universo e mi rendo conto ora che l’attrazione che ho sempre avuto verso lo spazio altro non era che un desiderio intenso di una connessione con Dio. Non dimenticherò mai quando uno studente, poco tempo dopo la mia conversione, si è avvicinato chiedendomi se era possibile essere uno scienziato e credere in Dio. Gli ho detto di si, naturalmente. L’ho visto visibilmente sollevato e mi ha riferito che un altro professore gli aveva invece risposto negativamente. Mi sono chiesta quanto altri giovani erano alle prese con domande simili, così ho deciso di aiutare coloro che stanno lottando con il dubbio. So che sarà una strada difficile da percorrere, ma il significato del sacrificio di Gesù non lascia dubbi su quello che devo fare».
Giovanni Lindo Ferretti è un cantautore, scrittore, attivista e attore, noto soprattutto per essere stato cantante e paroliere nella band CCCP Fedeli alla linea, e poi nei CSI e nei PGR.
È considerato uno dei padri del punk italiano, nonché uno degli artisti più originali e significativi nell’Italia del secondo dopoguerra.
E' nato a Cerreto Alpi, il 9 settembre 1953 e cresciuto in una famiglia tradizionale cattolica.
«Sono nato in un periodo in cui la disgrazia si era particolarmente accanita contro la mia famiglia. Mio padre è morto quando mia madre ha scoperto di essere incinta. Dopo la sua morte mia madre ha dovuto mandare avanti tutta la famiglia, compresi i vecchi e i malati, ed è stato un periodo molto difficile e di estrema povertà. Sono stato allevato qui a Cerreto Alpi in una comunità tradizionale e posso dire di essere stato un bambino cattolico, felice perché amato. Crescere in una famiglia tradizionale vuol dire che non sono mai andato a catechismo: era mia nonna che si preoccupava della mia educazione religiosa. Visto che in paese esisteva una pluri-classe e lo studio non era eccellente sono stato mandato in collegio dalle suore di Maria Ausiliatrice».
Nell'adolescenza, viene attratto dall'ideologia del '68. Scrive in un suo libro: "Giovanotto sono stato succube e agente di un'ideologia falsificante che estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico".
«Fino alle scuole medie inferiori ho avuto una educazione cattolica, poi, la mia adolescenza ha coinciso con il 1968 e, in quel particolare momento storico, ho abbandonato con molta buona volontà tutto ciò che ero, tutto ciò che mi avevano insegnato. Quando sono entrato al liceo scientifico pubblico ho pensato bene di rigirare il mio mondo, di ricostruirmi nuovo. Un uomo nuovo adatto ai tempi e con grandi aspettative: un po' come uscire dalla superstizione per avviarmi verso un luminoso futuro scientifico e materialista».
«Vivevo secondo modi e ritmi che più passava il tempo più si rivelavano angusti. Senza soddisfazione. Potevo ricondurre tutte le mie scelte di vita all’impatto adolescenziale con il mondo moderno. "I can’t get no satisfaction" cantavano i Rolling Stones ed io ne fui rapito ma ero cresciuto nella tradizione cattolica, avevo imparato e sperimentato molte cose. Una primogenitura, una dote, che alla prova dei fatti si sarebbero dimostrate inalienabili. Anche nel periodo di maggior distacco dalla Chiesa cattolica, non ho mai troncato in maniera assoluta con ciò che ero prima».
Per cinque anni, prima di iniziare a cantare, è stato un operatore psichiatrico. «Quell'esperienza mi ha toccato profondamente, senza non avrei mai avuto il coraggio e, forse, il cattivo gusto di inventarmi cantante. Dopo aver lavorato per cinque anni come operatore psichiatrico ho pensato di aver saldato il mio debito con la società. È come se mi fossi accollato un dolore della società che, prima, era stato nascosto nei manicomi e, poi, era stato rigettato sulle famiglie e sugli operatori psichiatrici come me. Quei cinque anni mi hanno fornito un'attitudine ad accettare la vita nella sua complessità e la sofferenza che non si può evitare. Dopo così tanto disagio psichico e fisico, il fatto che io fossi diventato un cantante punk mi sembrava plausibile. Uno dei miei matti, quando tornai a trovarlo, mi abbracciò e mi disse: "Era ora che tu venissi dalla nostra parte!"».
Dopo aver lavorato cinque anni come operatore psichiatrico, decide di abbandonare l'Emilia e di viaggiare per l'Europa. A Berlino incontra Massimo Zamboni, con il quale nel 1982 fonda i CCCP Fedeli alla linea, ampiamente considerati uno dei più importanti gruppi italiani degli anni '80. Scioltisi nel 1990, nel 1992 sempre con Massimo Zamboni ed assieme al nucleo dei primi Litfiba, fonda il Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI), scioltosi nel 2000.
«Di sicuro ero sbandato. Dissipare la vita, per me, non è stata una questione di grandi idee ma un problema di quotidianità. La mattina mi alzavo tardi, bighellonavo, preparavo un concerto e, infine, mi esibivo sul palco. Una vita che pensavo fosse libera ma che, invece, era schiava di ogni moda stagionale... Già prima della malattia, avevo iniziato a pensare che la vita che mi ero costruito non era di così grande interesse e gradimento come avevo immaginato e continuavo con sempre maggiore insoddisfazione pensando che occorresse cambiare radicalmente: fornire un senso alla mia vita, tornarmene a casa».
Nel momento di maggiore successo, una casa da ristrutturare e un tumore al polmone l'hanno "ancorato alla vita" e aiutato a salvarsi.
«Grossomodo tra il 1999 e il 2001, nel periodo in cui il mio gruppo musicale, i Csi (Consorzio suonatori indipendenti), è diventato troppo fortunato, sono salito sul palcoscenico, per ben due anni, con gli occhi bendati per non vedere niente e la speranza che i concerti finissero alla svelta.
La malattia che dovevo affrontare e la casa da ristrutturare, che avrebbero potuto essere considerate soltanto una doppia disgrazia, mi hanno obbligato a fare seriamente i conti con la vita e mi hanno aiutato a cambiare radicalmente la mia quotidianità.
La ristrutturazione della casa di famiglia, dove sono nato e cresciuto, ha a che fare con un'idea che travalica la mia singola esistenza. Inizialmente, volevo rimetter mano soltanto al tetto, poi, però, è venuta un'alluvione e la casa si è riempita d'acqua. Così sono sceso alle fondamenta e non avevo abbastanza soldi. Due gravosi problemi: salvarmi la vita, non far crollare la mia venerabile dimora. Partendo da questi due dati, profondamente negativi, ho accettato la realtà e sono andato avanti, cominciando a ringraziare Dio per ciò che avevo».
Quindi avviene il ritorno alla casa di famiglia e al cristianesimo.
«Quando sono tornato a vivere nella casa della mia famiglia, a Cerreto Alpi, c'era ancora un prete in paese. Sono andato da don Guiscardo e gli ho esposto tutti i miei problemi e i miei dubbi. Don Guiscardo mi ha risposto che non c'era molto da discutere. Ogni giorno, non solo la domenica, c'era la messa. E poi c'erano le festività durante l'anno. Ho riscoperto la dimensione al tempo stesso naturale e liturgica dell'anno solare. Tornare a casa, per me, ha significato tornare nella casa della mia famiglia e risentirmi generazione su generazione. Chi mi guarda, guarda anche mio padre, mia madre e mio nonno. È una bella responsabilità!»
In quel periodo viene colpito anche dal modo di vivere la malattia di san Giovanni Paolo II.
«Quello che mi ha molto colpito è stato il modo in cui ha vissuto la propria vecchiaia, la malattia. L'accettarsi compiutamente nella propria forza e nella propria debolezza. Smisi di leggere quei giornali che auspicavano le dimissioni del Papa malato e iniziai ad ascoltare l'Angelus, in televisione o direttamente a Roma. Ci sono stati momenti in cui mi sembrava che quel dolore, quel viso sofferente, quella persona malata parlassero direttamente a me. Legavo quella sofferenza al dolore dei vecchi della mia famiglia, alla loro agonia. È un grande dono se un vecchio può permettersi una agonia nelle propria casa assistito amorevolmente dai propri cari. Non si possono sciupare questi momenti. È un insegnamento vitale che si trasmette alle generazioni e non si verifica in altra situazione. Il Papa, usando i media e pur essendone usato, ha fatto un dono credibile non solo al popolo di Dio ma a tutti coloro che lo hanno visto. Ha mostrato che si può morire con una grande dignità nell'accettazione del mistero della vita. La sofferenza non si può spiegare con le parole si può solo vivere e si deve mostrare come ha fatto Giovanni Paolo II».
Fondamentale però è stato il suo incontro con Ratzinger.
«Nei miei giorni di uomo, Ratzinger era l’esemplificazione ostentata di tutte le colpe della Chiesa Cattolica e della Reazione alle magnifiche sorti e progressive, summa di ogni oscurantismo ideologico, fino ad ombreggiare simpatie naziste. "Il troppo stroppia" diceva mia nonna e dopo aver letto un ennesimo articolo che lo denigrava decisi di entrare in libreria: - ma questo Ratzinger ha scritto qualcosa? - uscii con alcuni suoi testi e cominciai leggendoli un’altra tappa del mio cammino sulla terra. Avevo trovato un maestro. Ritagliai una sua fotografia, l’incorniciai posizionandola bene in vista e divenne una presenza quotidiana, familiare. Ne parlavo con gli amici, litigavo per lo più; piansi di gioia e commozione quando venne eletto al soglio pontificio. L’ho difeso sempre e mi ha fatto ridere scoprire che c’è stato un periodo in cui una clausola, a mia insaputa, era stata aggiunta ai miei contratti: è proibito parlare del Papa in presenza dell’artista. Questo perché quando sentivo parlare male di Benedetto XVI mi innervosivo oltremodo e ne nascevano liti furiose per le stupidaggini che sentivo. Naturalmente io ho cumulato molte colpe nella mia vita e accetto la stupidaggine mia e altrui. Non sono stato meno sciocco di coloro che adesso si comportano da stolti nei confronti del Santo Padre. Ma io difendo il Papa e non sono in grado di accettare certe banalità determinate da ignoranza, malafede e superficialità».
Anche nel periodo dei CCCP, Ferretti non aveva mai abbandonato la ricerca spirituale e religiosa.
«Io ad ogni modo sono religiosissimo, oltre ad essere iscritto al PCI e a fare il cantante dei CCCP. Se m'aspetto che qualcuno mi dica qualcosa me l'aspetto da un uomo di religione, non me l'aspetto da un altro. Gli altri - c'ho già pensato - non hanno niente da dirmi», dichiarava il cantante nel 1989.
«Non sono mai stato ateo e ho sempre avuto una visione carnale della dimensione della Creazione. Quando mi sono distaccato dalla Chiesa cattolica non ho abbandonato l'idea della Creazione. Per un periodo ho subito il fascino dell'islam. Poi ho iniziato a coltivare un grande amore per la letteratura e la storia ebraica - che è già quasi "un ritorno a casa" - e per un periodo di tempo ho frequentato il buddismo».
«Dopo aver cercato il senso in mille modi senza trovarlo l'ho trovato tornando a casa. Al mio mondo di quando ero bimbo: i monti, il rosario [..] - Ma Giovanni Lindo Ferretti oggi chi è? - Nel Te Deum può scoprirlo. Sono uno che iniziò a curiosare tra i libri dell'allora cardinal Ratzinger per capire perché molti ne parlassero male. E ora che sono tornato a casa, Benedetto XVI è il mio maestro».
Finita l'esperienza con i Cccp, con i Csi e con i Pgr (Per grazia ricevuta) chi è oggi Giovanni Lindo Ferretti: un musicista, uno scrittore o un attore di teatro?
«Direi un cantore. Porto in giro due piccoli spettacoli, ma non posso lavorare più di due o tre serate al mese perché devo accudire mia madre. Da quattro anni vado in giro con voce e violino, oppure con voce, violino, organetto e una seconda voce maschile. Ho sperimentato il piacere di uno spazio scenico non deputato ai concerti. Cortili, aie, radure. Più di cento concerti in chiesa, per quanto esibirmi in chiesa mi crei sempre un po' di timore e di imbarazzo. Questo non trova corrispondenza nel pubblico, nei sacerdoti e alla fine mi rasserena».
«Il livello essenziale della mia dimensione pubblica è il piacere della parola, la sua musicalità, il gusto arcaico della parola. Non sono legato alle sperimentazioni o alle avanguardie del Novecento, ma sono intriso di oralità, legato ai salmi, all'epica. Credo che la parola sia il dono più grande che il Creatore ha fatto all'uomo. La parola è vita. E io, fra l'altro, vivo di parole».
E dedica la sua vita alla famiglia, alla montagna e agli amati cavalli, come ha raccontato anche al papa emerito Benedetto XVI in un recente incontro.
«Ho rimesso nelle sue mani la mia vita e tutte le persone che ne fanno parte: i concerti, la montagna, anche i cavalli; lo sconforto, la stanchezza, la gioia, la riconoscenza.
- lei è molto giovane - sorriso - Santo Padre sono vecchio da ogni punto di vista, non fosse per la Fornero sarei in pensione - sorriso - No, no lei è molto giovane, il suo viaggio non è ancora finito, ha molte cose da fare -. - Santo Padre mi benedica e con me benedica i peggiori, quelli che non hanno possibilità alcuna se non nella misericordia, nella compassione, nell’amore di Dio».
Ex terrorista rosso, fu condannato a trent’anni per omicidio e per aver capitanato fra il 1979 e l’81 Prima linea, formazione armata sanguinosissima nata a Firenze nel 76 da spezzoni di Lotta continua, Potere operaio e Autonomia milanese (sciolta in carcere fra l’82 e l’83). Oggi dirige una casa famiglia per anziani gestita dalla Caritas di Roma.
«Mio padre è stato uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, ha lavorato giovanissimo per il Centro esteri del partito a Parigi, è stato segretario della Fgci di Bologna prima di essere arrestato e condannato a dieci anni di carcere dal Tribunale speciale. Comandante durante la resistenza, Commissario politico della Divisione Modena, è stato il primo rifugiato politico italiano in Cecoslovacchia, inseguito da un mandato di cattura per cosiddetti “reati partigiani”. Fin da piccolo, a Parigi, sono stato educato a una idea di militanza politica che ti impegna totalmente, non a tempo determinato o semplicemente in termini ideologici, moralistici o sentimentali. Sapevo che mio padre era iscritto al Partito comunista francese con un falso nome: Benjamin, e che la clandestinità è normale condizione di vita per chi milita nel campo operaio. Gli “zii” che frequentavano casa mia erano tutti ex partigiani e militanti delle Brigate internazionali durante la guerra civile in Spagna. Alcuni erano ancora impegnati in quella lotta e mio padre, quando se ne tornavano in patria, mi diceva: “Saluta zio Paco, non è detto che lo si riveda..“. Quando gli fu infine consentito di tornare a Bologna, nel ‘64, mi ritrovai in un Paese di cui non conoscevo la lingua (a casa, i miei parlavano fieramente il bolognese), ma nel quale potevo essere finalmente comunista alla luce del sole. Subito, aderii alla Federazione giovanile ma, pur essendo Bologna una città straordinariamente viva, politicamente e culturalmente, la militanza che mi ritrovai a vivere non somigliava che larvatamente a quella pienezza d’impegno a cui mi pareva naturale di dover corrispondere. Già nel ‘66 aderivo a Potere Operaio emiliano-veneto; poi, con i romani, fondammo Potere Operaio e nel ’74, con Negri, Autonomia operaia. Quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro, mi parve indispensabile frappormi al loro progetto ed entrai in Prima Linea».
Bignami 35 anni fa uccise a Milano il giudice Guido Galli. Era il 19 marzo 1980 e quell’omicidio non fu né il primo né l’ultimo del gruppo di Prima Linea di cui Bignami era uno dei capi. Poi nel 1981 l’arresto, il carcere, la dissociazione.
«Il coinvolgimento in una organizzazione armata non ha soltanto risvolti politici, dottrinali, penali, ecc, ma anche – e soprattutto, dopo un po’ – aspetti etici ed esistenziali che si fanno prioritari e le cui conseguenze ti divorano. Per dirla con Tolkien, non si possono usare le armi del nemico, specialmente quelle più sanguinarie, e non solamente perché, in quel modo, inevitabilmente lo si rafforza, ma perché ti entra dentro e ti fa simile a lui. Rinuncerei senza problemi a tutti gli anni che hanno preceduto il carcere, ma non abdicherei a un solo giorno di galera. Non per masochismo o per un bisogno irrefrenabile di espiazione, ma perché lì, in quel luogo infernale deputato per definizione alla separazione, all’alienazione, ho gustato per la prima volta cosa voglia dire essere un uomo libero. Tormentato – si può essere un ex terrorista, infatti, non un ex assassino –, pieno di dubbi e di consapevoli debolezze – era ora! –, angariato da un meccanismo di per sé infame e teso alla tua demolizione come soggetto autonomo, ma finalmente affrancato da quel sapere ideologico che mi aveva portato alle soglie della verità, e poi ributtato indietro. Quelle quattro mura hanno avuto per me la forza paradossale di esaltare la libertà, che inizia – sempre! – da “sapere di non sapere” e quindi da un’apertura mentale laicamente spregiudicata. In quel luogo ho di nuovo risentito tutte le istanze di giustizia, di bellezza, di bontà che erano al fondo incorrotto del mio cuore, erano state il motore originario del mio impegno totalizzante e ora mi indicavano qual’era il mio vero destino. Se poi ti viene concessa la grazia di sapervi dare un nome, a quel destino...»
Grazie all’incontro con sacerdoti come don Luigi Di Liegro o padre Paolo Bachelet, fratello del vicepresidente del Csm ucciso dalle Br, avviene in carcere la scoperta di Dio e un cammino di servizio per gli ultimi. Prima come portiere all’ostello per barboni della Caritas di Roma, oggi come responsabile di una casa famiglia, sempre della Caritas, per anziani in gravi difficoltà.
«Sì, mi considero fortunato. Grazie all’incontro con tanti sacerdoti ho scoperto il perdono di Dio. Poi, grazie alla lungimiranza di alcuni politici, ho avuto il perdono dello Stato. Il perdono di chi ho fatto soffrire direttamente l’ho avuto da qualcuno, da altri ancora no. Certo che lo vorrei, ma non lo pretendo. Posso solo pregare per loro».
«Fondamentale, fu la gratuità con cui fummo guardati da cappellani come don Salvatore Bussu o da religiose come suor Teresilla ad aprirci il cuore. In loro vedemmo il Padre che abbandona le altre 99 pecore per andare indietro a quella smarrita, cioè noi».
«Io non avevo mai incontrato un prete prima del 1982. Nel momento in cui finisco in carcere non faccio che incontrare preti. All’inizio in questi incontri mi prendono a "sberle" per portarmi al pentimento. Ed è un precipitare verso il riconoscimento della propria totale e assoluta nefandezza e bisogno di perdono. E la domanda di perdono la fai a Dio. Ma questo periodo è stato brevissimo. Perché questi sacerdoti mi prendevano a "sberle" perché la smettessi di piangermi addosso. E che cominciassi, invece, a ringraziare il Signore del dono che mi aveva fatto».
«Grazie all’incontro con una suora, ha capito che la vera rivoluzione è Cristo. Padre Bachelet è stato per me un amico. Ha trasformato la sua sofferenza in un’occasione per trasformare me».
Oggi Bignami ricorda quel 13 marzo come l'Inferno.
«C’era l’inferno, il luogo in cui Dio non c’è. Dio è così attento alla tua libertà che non c’è là dove non vuoi che lui ci sia. L’inferno è il "no" assoluto. Sono stato ripreso per la collottola. Ma Dio è sempre stato vicino a me, e attendeva solo che io aprissi il mio cuore».
Nato in una famiglia benestante siciliana, figlio di un imprenditore edile, all’età di 16 anni Biagio termina gli studi e decide di aiutare il padre nell’azienda di famiglia. La sua giovinezza trascorre tra auto sportive, storie d’amore con belle ragazze, divertimenti e vita notturna.
Qualche anno dopo, di fronte al disagio sociale presente in alcuni quartieri di Palermo, entra in crisi constatando la distanza tra la sua vita agiata “borghese” e la povertà di molti suoi concittadini. A un certo punto decide di cambiare vita e di allontanarsi, temporaneamente, da Palermo.
A Firenze, dove si era iscritto a una scuola serale per artisti, per la prima volta entra in chiesa spontaneamente, senza che nessuno lo obbligasse. Fallita pure l’esperienza di aspirante artista, dopo quella di imprenditore, Biagio torna a Palermo e si ritira nella sua casa in campagna: «Sentivo il bisogno di perdermi tra i pensieri sotto lo sguardo di Gesù… La mia salvezza fu il volto di un Cristo in croce che, da una parte della mia stanza, mi puntava misericordioso e sofferente. Era lì da sempre e io lo guardavo per la prima volta. Nei suoi occhi riconobbi la disperazione dei bimbi poveri di Palermo. Le ferite della crocifissione trasudavano pene e offese, ma anche salvezza e riscatto».
Riacquistata definitivamente la fede, Biagio inizia a manifestare all’esterno la sua ribellione interiore contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Per un giorno intero, attraversa la città di Palermo con un manifesto contro il razzismo, contro la mafia, contro la corruzione, contro l’opulenza e contro lo sfruttamento dei lavoratori. I passanti lo scambiarono per un “barbone”, ignorarono la sua estrema rivolta contro la società dominante. Amari i suoi ricordi: «Ero ancora più solo, si era aperta un’altra ferita nella mia anima, perché chiedevo solidarietà nei confronti delle mie battaglie e invece avevo ricevuto solo disprezzo e critiche. Il rimedio si era rivelato peggiore della malattia».
All’età di 26 anni, dunque, il futuro missionario laico chiede aiuto a Dio, scrive una lettera d’addio per i genitori, inizia a vagare nell’entroterra siciliano, tra le montagne deserte e incontaminate. I familiari, allarmati, contattarono persino la celebre trasmissione di Rai 3, Chi l’ha visto? Il giovane dormiva nelle grotte e si cibava di bacche e di erbe selvatiche, pregando sempre Dio: «Tutto il mondo mi aveva abbandonato, tranne Gesù, che mi era rimasto accanto, che aveva cancellato la mia sofferenza e che aveva guarito il mio male interiore». In provincia di Caltanissetta, chiede ospitalità a una famiglia di pastori, che lo accolgono come un figliol prodigo nella loro fattoria, dove intraprende anche un nuovo cammino religioso, leggendo la Bibbia e il Vangelo insieme ai padroni di casa. «Il mio rapporto con Dio, fino a quel momento, era stato silenzioso, privato, intimo e personale. Nella fattoria, invece, per me la religione era diventata comunione con gli altri. Nelle letture degli evangelisti avevo trovato le risposte ai miei malesseri e avevo riempito il mio cuore e la mia anima».
Abbandonata nuovamente la Sicilia, Biagio s’incammina alla volta dell’Umbria, seguendo il percorso del suo santo preferito, Francesco d’Assisi. Porta con sé soltanto un cane e lo chiama “Libertà”, in omaggio al suo viaggio fondato sulla libertà assoluta, materiale, morale e spirituale. «Una volta giunto davanti alla basilica di San Francesco», racconta, «ebbi un momento di vuoto e di assoluto silenzio, poi avvertii subito una grande gioia, serenità e pace. Prima di entrare, baciai in terra, in segno di ringraziamento verso nostro Signore e verso san Francesco».
Al suo ritorno in Sicilia, come promesso alla madre, Conte decide a questo punto di dedicarsi agli ultimi e ai poveri. Inizia, così, a portare cibo, coperte e vestiti ai “barboni” della stazione centrale. Vive insieme ai senzatetto, condividendo gioie, dolori, stenti, problemi e difficoltà quotidiane. Difende i “barboni” da quanti intendevano cacciarli dalla stazione. Nella sua battaglia al fianco dei senza-casa, Conte incontra ricchi caduti in disgrazia e poveri assoluti, borghesi in fuga dall’esistenza e disoccupati licenziati dal datore di lavoro, immigrati con elevati titoli di studio e palermitani al lavoro sin dall’adolescenza.
Dopo tante lotte e occupazioni, nel maggio del 1993, finalmente ottiene la concessione della struttura di via Archirafi 31, che era la sede del vecchio disinfettatoio di Palermo, abbandonato da circa 30 anni. Insieme all’instancabile don Pino Vitrano, fonda la Missione speranza e carità, affiancata, in seguito, dalla Cittadella del povero e della speranza nell’ex caserma dell’aereonautica di via Decollati e dal Centro di accoglienza femminile presso l’ex convento di Santa Caterina. E la storia di queste opere prosegue ancora oggi, dando rifugio e calore umano a un migliaio di persone. La Missione offre un letto, tre pasti al giorno, l’igiene personale, assistenza medica e farmaceutica. E poi laboratori di reinserimento lavorativo e aggregazione.
La scorsa estate, dopo un viaggio a Lourdes insieme all’Unitalsi e dopo l’immersione nell’acqua benedetta, Conte ha superato un grave problema alla schiena, ha abbandonato la sedia a rotelle ed è tornato a camminare perfettamente. Dopo la sua guarigione, i fedeli hanno gridato subito al miracolo e la Curia di Palermo ha dato ampio spazio alla vicenda raccontandola attraverso i propri organi d’informazione e avvallandone l’inspiegabilità scientifica. «Per me è stata una grazia inaspettata che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria » ha dichiarato il missionario laico. «Dopo il bagno in piscina, non ho sentito più il bisogno né della sedia a rotelle né del bastone, che però porto ancora con me in ricordo del viaggio fatto da Palermo ad Assisi quando ero un giovane in ricerca. Dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro».
(da un articolo di Pietro Scaglione, www.credere. it)
Così racconta la sua storia fratel Biagio:
La Missione nasce dall’esperienza profonda di chi ha incominciato a cercare la verità, la vera libertà e la vera pace, distaccandosi dal mondo materialistico e consumistico.
Stanco e dalla vita mondana che conducevo, ho sentito nel cuore di lasciare tutto e tutti; me ne andai via dalla casa paterna il 05.05.1990 a 26 anni, con l’intenzione di non tornare più nella città di Palermo, perché questa città e società mi avevano tanto ferito e deluso.
Mi addentrai tra la natura e le montagne all’interno della Sicilia, iniziando un’esperienza di eremitaggio tra montagne, laghi, fiumi, sotto il sole, la luna e le stelle.
Poi successivamente cominciai a sentire sempre più che Gesù (quell’uomo giusto che ha donato la vita per noi) mi portava con lui per fare una esperienza che successivamente avrebbe stravolto tutta la mia vita; ho camminato molto scaricando le tensioni e le scorie della vita mondana, nel silenzio e nella meditazione mi sentivo sempre più libero e pieno di pace, non avevo nulla con me, eppure era come se avessi tutto.
Come spinto da un vento impetuoso, ho iniziato a camminare, da pellegrino, attraverso le regioni dell’Italia fino ad arrivare ad Assisi, da San Francesco, a cui ho tanto sentito di ispirarmi per la sua profonda umiltà e semplicità e per l’aver donato la sua vita per Gesù e per il nostro prossimo. Durante il lungo viaggio ho incontrato diversi poveri e trasandati che mi riportarono alla mente quei volti poveri e sofferenti che vedevo nella città di Palermo.
Pian piano, cominciai a capire il progetto “Missione”: dedicare la mia vita per i più poveri dei poveri.
Da premettere che non avevo mai avuto nessuna esperienza del genere e avrei potuto farmi prendere dallo scoraggiamento, ma sentivo nel mio cuore che l’Amore di Gesù mi avrebbe aiutato a percorrere la vera e giusta strada.
Dopo l’arrivo ad Assisi, davanti la tomba di San Francesco, nei luoghi dove il Santo ha dedicato e donato la sua vita, sentii nel mio cuore di vivere la mia vita da missionario. Ebbi una reazione impulsiva, volevo andare in Africa o in India, ed invece mi sento riportare nella città dove non volevo più tornare, ma Gesù ha voluto che la Missione nascesse proprio nelle strade di Palermo; partendo dalla stazione centrale tra i vagoni e le sale d’aspetto, angoli di strada, marciapiedi, panchine dove tanti fratelli dormivano e passavano intere giornate tra l’indifferenza più assoluta.
La società li chiama: barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute profughi, immigrati; ma dal momento che ho sentito il coraggio di incontrarli ed abbracciarli, li ho chiamati fratelli e sorelle, senza farli sentire inferiori o diversi da noi tutti. Ero felice di vivere con loro alla stazione, di aiutarli e confortarli, mi prodigavo a portare loro thermos con latte e the caldo, panini e coperte per ripararli dal freddo
Fu un’esperienza forte e cominciai a chiedere aiuto a tutti, e andai pure alla Curia di Palermo dal Cardinale Pappalardo, il quale capì quel giovane che andò a bussare alla sua porte e decise di venire alla stazione per celebrare una messa insieme a tutti i fratelli ultimi sotto i portici della stazione; è stato un momento indimenticabile che mi incoraggiò molto e soprattutto aprì gli occhi della città sui tanti fratelli poveri che vivevano per strada, non considerati da nessuno, come se fossero scarto e rifiuto.
Da questa esperienza alla Stazione Centrale di Palermo, decisi di non tornare più a casa dei miei genitori, per condividere per sempre la mia vita con i fratelli ultimi, inizia così la Missione che sentii di chiamare Missione di Speranza e Carità.
Si scopre un progetto di Dio sconvolgente, ricco di Speranza e Carità, che a distanza di 19 anni dal suo nascere ha coinvolto e continua a coinvolgere uomini e donne di ogni ceto sociale, anche capaci di cambiare radicalmente il loro modo di vivere per diventare missionari e missionarie della Speranza e della Carità, per operare nei luoghi di emarginazione delle grandi metropoli.
Grazie alla comunità Nuovi Orizzonti di Chiara Amirante, Mirko ha potuto ricominciare una nuova vita ed è diventato come un albero che ripara e protegge la sua famiglia e tanti ragazzi che come lui possono trovare un'occasione per ricominciare. Guarda la sua testimonianza:
Chiara Amirante racconta la gioia di vivere ogni giorno l’incontro con Cristo risorto:
E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.
I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).
L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.
Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.
E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.
Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.
Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.
Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.
IN CIELO Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza. Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.
Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.
Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.
“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.
I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.
Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.
Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente. Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.
STUPORE E CLAMORE Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).
E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del New York Times e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.
Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).
La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.
UN FENOMENO ENORME Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.
Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.
E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.
Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni. C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.
C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke). Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI). Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.
Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi. Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.
Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c’è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.