san Paolo

san Paolo
D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

lunedì 27 maggio 2013

Kerygma San Paolo 2008




Annunzio del kerygma 



di Kiko Arguello



Basilica di S. Paolo – 24 novembre 2008





La prima cosa che vorrei dirvi è che il Signore ci salva adesso!
Ci dà la salvezza, adesso!
Non c’è cosa più grande che annunziare il Vangelo, che annunziare la parola della salvezza: il kerygma. Per questo ho dovuto lasciare l’arte, non ho potuto sposarmi.
Guai a me se non annunziassi il Vangelo, la salvezza! Perché? Perché Dio ha voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione, del kerygma.

Perché l’annunzio del kerygma ci dà la salvezza? Come è possibile una cosa simile? Che cosa è il kerygma? E’ una buona notizia, una sorprendente notizia. Quando gli apostoli, che sono ebrei, stanno celebrando la Pentecoste, la festa che commemora il fatto che hanno ricevuto la Torah sul monte Sinai, all’improvviso scende dal cielo lo Spirito Santo e si posa su di loro, come fiamme di fuoco, scende dentro di loro.

Dice S. Paolo che lo Spirito Santo rende testimonianza al nostro spirito (cf Rm 8,16). Lo Spirito Santo scendendo su di loro dà loro una testimonianza, dice una cosa sorprendente, che un ebreo non avrebbe mai potuto pensare, perché è per loro come una bestemmia: che costui, che essi hanno ucciso, che è stato crocifisso su una croce, costui è il Signore, l’Adonai, è Dio. Un ebreo può pensare che Cristo sia il Messia, senza dubbio, ma che sia Dio, che questo crocefisso sia Dio…!
Ma questa è la notizia! Dio si è fatto uomo in Cristo!





E perché si è fatto uomo? Si è fatto uomo per morire per i nostri peccati. Ha offerto la sua morte per la nostra morte. Dice S. Paolo nell’Epistola ai Corinzi: “Caritas Christi urget nos! L’amore di Cristo ci spinge, ci urge". Perché? Dice che l’amore ci urge perché se Cristo è morto per tutti, ecco, tutti gli uomini sono morti. E perché sono morti? Continua S. Paolo: “Perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5,15).

Alla luce di questo testo, per S. Paolo, gli uomini sono come condannati a vivere per se stessi, a vivere tutto per se stessi. Dice un teologo ortodosso, Olivier Clement, che il peccato originale dentro di noi, nella nostra carne, ci obbliga ad offrire tutto a noi stessi. E’ sorprendente questo “vivere per noi stessi”. Ma tutti viviamo per noi stessi! Che significa? Tutti cercano di essere felici. …Studiano, vanno all’università, si sposano, lavorano per se stessi, cercando di essere felici.

Allora, com’è possibile che il vivere per sé sia una maledizione così grande che Cristo abbia dovuto morire per annullarla? La risposta la vediamo nei fatti di tutti i giorni: perché tante persone si suicidano anche se hanno tutto? Perché tanti giovani sono sempre più insoddisfatti anche se possono fare tutto? Io parlo con alcune pennellate rapide per preparare il kerygma per voi. Ho sentito che in Giappone quest’anno si sono suicidate 50.000 persone, e non dicono la quantità di giovani che si suicidano in tutta Europa. Ecco, noi sappiamo perché si suicidano. Una causa si trova qui, in ciò che dice S. Paolo.







Sono rimasto sorpreso una volta che ho sentito di un uomo a Palma di Maiorca che si era sposato tre volte, aveva uno yacht, un figlio a New York, un’altra figlia a Londra e l’ultimo figlio di 13 anni in casa con lui e con la sua ultima moglie. Quest’uomo, apparentemente di successo, si è buttato dal decimo piano. Perché? Aveva cenato con gli amici, vicino alla spiaggia, la notte prima. Perché si è ucciso? Noi lo sappiamo. L’ha lasciato scritto lui: da molti anni si era reso conto che non amava più nessuno e questo non lo sopportava più! Non sopportava più una vita in cui era condannato a cercare se stesso in tutto. A vivere per se stesso, tutto per sé, senza amore.

E perché l’uomo non sopporta di vivere tutto per sé? Perché siamo stati creati ad immagine di Dio. Perché c’è in noi l’eco dell’amore, perché Dio è amore. Dice S. Paolo: io conosco il bene e lo vorrei fare, ma non c’è in me la capacità di attuarlo, “infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” (cf Rom 7,18-20). Noi vorremmo avere una vita piena di amore, ma l’uomo sperimenta presto che non può amare. Non sa amare. E’ come condannato a vivere tutto per se stesso, in tutto cerca se stesso.

E perché non può e non sa amare? Lo dice la Lettera agli Ebrei: “…Come i figli hanno in comune il sangue e la carne, così anch’egli, Cristo, ne è divenuto partecipe, per annientare mediante la morte il signore della morte, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cf Eb 2,14-15).
Qui c’è un’antropologia biblica impressionante, che è il contenuto di quello che noi predichiamo: comprendere perché ho paura della morte. La risposta è: perché in me abita il peccato.

E che cos’è il peccato? Se volete, nel fondo, è un’esperienza che ho fatto.
Quando il serpente, il demonio, dice a Eva che guarda l’albero della scienza del bene e del male: “Com’è che non potete mangiare del frutto di nessun albero del paradiso”? Eva risponde: “Sì, possiamo mangiare di tutti. Solamente di uno non possiamo”. Ma già il demonio le ha insinuato nel subconscio l’idea che se ha una proibizione è come se tutto le fosse proibito. Ha già preparato il terreno. Dopo le dice: “No! Tu non morrai. Ma Dio sa molto bene che il giorno che tu ne mangi (cioè ne faccia esperienza) sarai come Dio, conoscendo il bene e il male” (cf Gn 3). Deciderai da te stessa. Non dipenderai da nessun altro. No! Tu stessa deciderai ciò che è bene e ciò che è male. Allora Eva, vedendo che l’albero era gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza, ne mangiò e ne diede da mangiare ad Adamo. Fece un gesto. Che successe loro dopo aver mangiato? Si resero conto che erano nudi. L’uomo sperimenta la morte ontologica – si può dire così –, la morte ontica, visto che siamo in un’epoca esistenziale.





Chi mi sta dando l’essere? Chi mi dà il mio essere persona? Colui che mi ha creato. Dio mi ha dato l’essere. Ha detto: “Tu esisti per me”. E se il demonio mi dimostra con la legge che questo Dio non esiste, che questo Dio è un mostro? La prova che è geloso è proprio il fatto che mi limita con la legge. San Paolo dice che il demonio prendendo occasione della legge ci ha sedotto e ci ha ucciso.
Se io, con la mia intelligenza, credo che il demonio ha ragione e pecco affermando che Dio non c’è, perdo ontologicamente me stesso. Taglio le radici del mio essere persona.

Ma, allora, se io non sono, voglio essere, essere negli altri. Devo essere per qualcuno. Come? Facendo soldi. Se non hai denaro nessuno ti cerca. Se non sei bello nessuno ti vuole. Se non sei intelligente... Il peccato che abita in noi ci obbliga ad offrire a noi stessi tutte le cose.
Il peccato è proprio questo. Situare l’io dell’uomo al centro del mio cosmo. Il peccato distrugge l’immagine di Dio, che è Cristo, nell’uomo e situa l’io dell’uomo come “axis”, come centro di una nuova cosmogonia.

Ma questo uomo ha un problema: non può donarsi, non può amare l’altro oltre se stesso, oltre la morte. Se amare l’altro è fare del mio “io” un “tu”, io questo non lo posso fare con le sole mie forze, perché significa morire a me stesso, al mio io.
Questo fatto è fonte di insoddisfazione e di grandi sofferenze. Perché quest’uomo conosce il bene, ma non può farlo. Sa che come persona si realizza nell’altro, amandolo; ma se amare è fare come Dio in Cristo sulla croce, non lo può realizzare.

“Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”, si domanda San Paolo. E risponde: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (Rm 7,24-25). Lui ha distrutto il peccato nella carne, morendo per noi, e offre all’uomo, nella sua resurrezione e ascensione al Cielo per intercedere per noi, la possibilità, mediante l’annunzio di questa notizia, di avere una vita nuova nello Spirito Santo che egli ci invia dal Cielo.

Cristo è morto per liberare l’umanità, per dare all’uomo la possibilità di vivere nella verità. E qual è la verità? Ecco la verità (indica il crocefisso). Ecco la verità. Questo è molto importante. Ascoltatemi.

Questo uomo crocefisso è Dio. Questa notizia che lo Spirito Santo ha reso certa nel cuore degli apostoli, che ha fatto loro aprire le porte del Cenacolo e partire ad annunziare il kerygma, è una notizia così importante che ogni battezzato è chiamato ad annunciare il vangelo ad ogni uomo.
Perché è importante? Perché questo amore, questa forma di amore che quest’uomo ha mostrato sulla croce, è Dio. E Dio lo ha resuscitato dalla morte e l’ha costituito Signore, Kyrios. In Lui ha mostrato che questo amore è la verità. Soltanto in questo amore gli uomini sono perfettamente, pienamente felici, sono nella verità.



Io domando a questo professore (Rinaldo Fabris) che sta scrivendo: lei ama così? Amiamo così noi? Questa vale anche per il Signor Cardinale, per Andrea Riccardi, per me... Amiamo noi? Amiamo così? “Amatevi come io vi ho amato”, dice Gesù. Cristo ci ha amato così, in questo amore.

E noi lo annunciamo a questi giovani che vorrebbero amare così, ma non sanno amare così. Non sanno quello che gli succede: vanno a letto con una ragazza, poi dopo con un’altra e un’altra, ecc. Ma non sanno perché dentro sono insoddisfatti. Non sanno quello che gli succede. Perché non sono felici? Non sono felici perché non sono nella verità. Dio è la verità. Dio è questo amore. Questo amore Dio lo vuole offrire a tutti gli uomini, perché questo amore è Lui stesso e ce lo offre nello Spirito Santo. Cristo è morto per tutti, perché gli uomini non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro (cf 2 Cor 5,18).

Allora, fratelli, io vi annuncio il kerygma: Cristo è morto per tutti noi che siamo qua. Ha dato la sua vita sulla croce perché noi potessimo ricevere dal cielo lo Spirito Santo, quello stesso Spirito, che ci farà amare così. E’ un dono gratuito, un frutto della sua morte per i nostri peccati.

Perché egli possa entrare dentro di noi adesso c’è bisogno che noi accettiamo quello che diceva Karl Barth, che accettiamo di lasciarci giudicare dalla croce di Cristo, adesso. Perché adesso è vero che noi non amiamo così.
Questo amore è descritto nel Sermone della Montagna quando dice: Non opponete resistenza al male (cf Mt 5,39). 







Ma il male è una parola astratta.
Gli Ebrei concretizzano questo tipo di male: primo male, che ti offendano nell’onore, l’onore della tua famiglia. Gli zingari difendono l’onore della famiglia col sangue, l’onore è ciò che vale di più. Ma dice Gesù Cristo nel Sermone della Montagna: Se qualcuno vi offende nell’onore, voi offrite l’altra guancia (cf Mt 5,39). Perché sappiamo che nell’ebraismo percuotere la guancia destra è una forma di offesa, di disprezzo. Per questo se qualcuno ti offende nell’onore, ti disprezza, tu offri la guancia sinistra.

Un’altra forma in cui ti possono fare del male: se qualcuno ti fa causa per toglierti la casa non reclamarla, lascia la casa e regalagli il campo (cf Mt 5,40). Un’altra forma di farti del male: se qualcuno ti ruba quello che è tuo non reclamarlo (cf Lc 6,30). Un’altra forma di farti del male: se qualcuno ti fa un sopruso sociale, se qualcuno ti obbliga ad andare carico per un miglio (la Legge proibiva che uno schiavo fosse obbligato a portare un carico di 80 kg per più di un miglio), tu va’ carico per due miglia (cf Mt 5,41).



Cristo nel Sermone della Montagna sta descrivendo l’uomo nuovo, l’uomo celeste. Sta descrivendo come Cristo ha amato noi. E’ lui che non ha opposto resistenza al male, è lui che ha dato l’altra guancia, è lui che si è lasciato rubare da noi, ecc.
Questa è l’opera in noi dello Spirito Santo che discende dal cielo. E quando discende dal cielo? Bene. Fondamentalmente la fede aumenta in noi per l’ascolto. La fede viene per l’udito! Se ascoltiamo! La fede viene dall’ascolto (cf Rm 10,17) e che cosa dobbiamo ascoltare? La buona notizia, il kerygma.
E che cosa dice il kerygma? Ciò che ti sto dicendo. Che Cristo è morto per i tuoi peccati, perché possa scendere su di te lo Spirito Santo. Ma quando…? Adesso, adesso!.

Guardate che S. Paolo nell’epistola ai Corinzi dice: "Ora è il momento della salvezza" (cf 2 Cor 6,2). Ora, ora. Il Sermone della Montagna dice: "Guai a quelli che ora ridono" (cf Lc 6,25). Ora. Questa parola, “ora”, è un riassunto della predicazione apostolica della Chiesa, è parola di Dio: quando viene annunciata si realizza. Ora è il momento della salvezza. Fratelli, ora, adesso per voi, in questa basilica, per tutti noi si realizza la salvezza. Ma quale salvezza? Ascoltatemi, ancora tre minuti.




Guarda che facile! Dice l’epistola agli Ebrei che Cristo è "l’impronta della sostanza divina" (cf Eb 1,3). Nessuno ha visto Dio. Cristo è la sua impronta. Vedete questo vessillo di bronzo? (indica il crocifisso) Come il vessillo del serpente di bronzo nel deserto. Questo è un’impronta, come un sigillo che si imprime nella cera, lascia un’immagine, un’impronta. Questa è l’impronta della sostanza. Sostanza è una parola filosofica. Che vuol dire? Dio nessuno l’ha mai visto. Cristo lo ha mostrato per te, adesso.

Che cosa ci ha mostrato? Che Dio è questo amore (mostra la croce), cioè crocifisso. Anche se sei un peccatore adesso, se hai fornicato ieri sera, se ti sei arrabbiato, anche se sei una persona che non perdona, se sei una persona rancorosa, Dio non ha bisogno per amarti che tu sia buono, che tu cambi vita… Dio ti ama così come sei. Dio ti ha amato quando eri un peccatore, un disgraziato, una canaglia. Dio ti ama, adesso, ti ama adesso in una forma infinita, fino a dare la propria vita per te.
Cristo ha dato la vita per te! Ascoltami!

Ecco la grande notizia: la morte è stata vinta. Cristo è risorto! E’ morto per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. E’ risorto, è salito al cielo e siede alla destra del Padre.
E adesso dove sta Cristo? Nel cielo. E che cosa sta facendo Cristo? Sta presentando al Padre le sue piaghe gloriose per i tuoi peccati, per i tuoi e per i miei. Adesso sta officiando come Sommo Sacerdote. E perché sta presentando al Padre le piaghe? Perché la sostanza divina è amore a te. Dio vorrebbe stare in te, adesso. Essere uno con te, dentro di te, adesso. Perché questo amore è la sostanza divina.

Dice l’Apocalisse: “Guarda, io sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Busso adesso. Se uno mi apre, Io ed il Padre entreremo in lui. Dio vuole essere “uno” in te. Dice S. Paolo che quando uno va con una prostituta si fa una sola carne con lei: “E prenderei io le membra di Cristo per farmi una sola carne con una prostituta?” Ma questo lo dice in riferimento ad un’altra cosa: "Colui che si unisce a Cristo si fa un solo spirito con Lui" (cf 1 Cor 6,15-17). Ecco il mistero di Dio: vorrebbe essere uno dentro di noi, oggi.

E diciamo la verità: Egli non è perfettamente uno in noi. Siamo tutti deboli, siamo tutti peccatori. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare il kerigma che ci sproni, che ci esorti, che ci chiami alla fede, a credere in Lui, perché il nostro Battesimo rifiorisca, perché il nostro Battesimo sia innaffiato.
Allora, fratelli, “in nome di Cristo: riconciliatevi con Dio” (cf 2 Cor 5,20).
Convertitevi e credete alla Buona Notizia. Convertirsi significa credere che quello che sto dicendo è vero. Che Dio ti ama adesso, che sta desiderando essere uno in te profondamente. Profondissimamente uno, uno.

Perché, guardate, da questo dipende la salvezza dell’Europa che sta andando all’apostasia. Cristo ha detto: “Padre come Tu sei in me ed io sono in te uno, così essi siano uno perché il mondo creda” (cf Gv 17,23). Solamente se siamo perfettamente uno il mondo crederà in Lui. Sono tre persone e un unico Dio. Uno. La comunione profonda in Dio, l’unità in Lui. Ecco il mistero della Santa Trinità.






Fratelli è una cosa immensa. Guai a me se non annunciassi il Vangelo, guai a te se non annunzi il Vangelo. Tutti dovremmo annunciare ad ogni persona che Dio la ama, che Egli ha mandato il suo Figlio. E mentre gli stai dicendo questo, Cristo, che è morto per i suoi peccati, sta presentando per quell’uomo le sue piaghe al Padre.
Se quell’uomo crede – e già il fatto che tu gli parli è segno che Dio gli vuole dare la fede – egli riceve immediatamente la visita dello Spirito Santo che gli rende testimonianza dentro che quanto gli annunci è vero, che Dio lo ama. E in lui si può dare la fede, quella fede senza la quale non si può avere accesso al Battesimo.

Ecco, fratelli, termino dicendovi che vorrei fare un canto con voi. C’è una cosa che mi emoziona in S. Paolo, quando dice: “Non so quello che desidero di più: se morire per andare con Cristo, che è di gran lunga il meglio, o vivere” (cf Fil 1,21ss).
Cristo è risorto, il cielo è stato aperto, la morte è stata vinta. Dice S. Paolo: non so se desidero di più andare con lui o continuare a vivere perché ancora avete bisogno di me. Ho fatto un canto con queste parole. Potete mettervi in piedi e, come una preghiera a Dio, cantare “Portami in cielo” .


lunedì 20 maggio 2013

Una Chiesa povera e per i poveri



L'elezione di papa Francesco è stata davvero una grande grazia
e anche una chiara risposta alla voce del povero che grida:
la voce di Lazzaro parla più forte
e il Consolatore viene con Lui.
Beato chi ha orecchie aperte per sentire
occhi illuminati per ben guardare
e un cuore ferito da risanare.



VEGLIA DI PENTECOSTE CON I MOVIMENTI, LE NUOVE COMUNITÀ, 
LE ASSOCIAZIONI E LE AGGREGAZIONI LAICALI
PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Sabato, 18 maggio 2013


Domanda 3

"Padre Santo, ho ascoltato con emozione le parole che ha detto all’udienza con i giornalisti dopo la Sua elezione: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”.

Molti di noi sono impegnati in opere di carità e giustizia: siamo parte attiva di quella radicata presenza della Chiesa lì dove l’uomo soffre. Sono una impiegata, ho la mia famiglia e, come posso, mi impegno personalmente nella vicinanza e nell’aiuto ai poveri.

Ma non per questo mi sento a posto. Vorrei poter dire con Madre Teresa: tutto è per Cristo. Il grande aiuto a vivere questa esperienza sono i fratelli e le sorelle della mia comunità che si impegnano per lo stesso scopo. E in questo impegno siamo sostenuti dalla fede e dalla preghiera.

Il bisogno è grande. Ce lo ha ricordato Lei: “Quanti poveri ci sono ancora nel mondo e quanta sofferenza incontrano queste persone". E la crisi ha aggravato tutto. Penso alla povertà che affligge tanti Paesi e che si è affacciata anche nel mondo del benessere, alla mancanza di lavoro, ai movimenti migratori di massa, alle nuove schiavitù, all’abbandono e alla solitudine di tante famiglie, di tanti anziani e di tante persone che non hanno casa o lavoro.

Vorrei chiederle, Padre Santo: come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e per i poveri? In che modo l'uomo sofferente è una domanda per la nostra fede? Noi tutti, come movimenti e associazioni laicali, quale contributo concreto ed efficace possiamo dare alla Chiesa e alla società per affrontare questa grave crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica, insomma un nuovo modo di essere uomini e donne?"



Risposta di papa Francesco

"Riprendo dalla testimonianza. Prima di tutto, vivere il Vangelo è il principale contributo che possiamo dare. La Chiesa non è un movimento politico, né una struttura ben organizzata: non è questo. Noi non siamo una ONG, e quando la Chiesa diventa una ONG perde il sale, non ha sapore, è soltanto una vuota organizzazione. E in questo siate furbi, perché il diavolo ci inganna, perché c’è il pericolo dell’efficientismo. Una cosa è predicare Gesù, un’altra cosa è l’efficacia, essere efficienti. No, quello è un altro valore.

Il valore della Chiesa, fondamentalmente, è vivere il Vangelo e dare testimonianza della nostra fede. La Chiesa è sale della terra, è luce del mondo, è chiamata a rendere presente nella società il lievito del Regno di Dio e lo fa prima di tutto con la sua testimonianza, la testimonianza dell’amore fraterno, della solidarietà, della condivisione. Quando si sentono alcuni dire che la solidarietà non è un valore, ma è un “atteggiamento primario” che deve sparire… questo non va! Si sta pensando ad un’efficacia soltanto mondana.

I momenti di crisi, come quelli che stiamo vivendo – ma tu hai detto prima che “siamo in un mondo di menzogne” –, questo momento di crisi, stiamo attenti, non consiste in una crisi soltanto economica; non è una crisi culturale. E’ una crisi dell’uomo: ciò che è in crisi è l’uomo! E ciò che può essere distrutto è l’uomo! Ma l’uomo è immagine di Dio! Per questo è una crisi profonda!

In questo momento di crisi non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento, nel senso di impotenza di fronte ai problemi. Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala. Pensate ad una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c’è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno. Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata.

La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (cfr Mc 16,15). Ma che cosa succede se uno esce da se stesso? Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite! 

Pensate anche a quello che dice l’Apocalisse. Dice una cosa bella: che Gesù è alla porta e chiama, chiama per entrare nel nostro cuore (cfr Ap 3,20). Questo è il senso dell’Apocalisse. Ma fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio?

In questa “uscita” è importante andare all’incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri. Perché? Perché la fede è un incontro con Gesù, e noi dobbiamo fare la stessa cosa che fa Gesù: incontrare gli altri. Noi viviamo una cultura dello scontro, una cultura della frammentazione, una cultura in cui quello che non mi serve lo getto via, la cultura dello scarto. Ma su questo punto, vi invito a pensare – ed è parte della crisi – agli anziani, che sono la saggezza di un popolo, ai bambini… la cultura dello scarto! Ma noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un’altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andare all’incontro con tutti, senza negoziare la nostra appartenenza.

E un altro punto è importante: con i poveri. Se usciamo da noi stessi, troviamo la povertà. Oggi – questo fa male al cuore dirlo – oggi, trovare un barbone morto di freddo non è notizia. Oggi è notizia, forse, uno scandalo. Uno scandalo: ah, quello è notizia! Oggi, pensare che tanti bambini non hanno da mangiare non è notizia. Questo è grave, questo è grave! Noi non possiamo restare tranquilli! Mah… le cose sono così. Noi non possiamo diventare cristiani inamidati, quei cristiani troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè, tranquilli. No! Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo!

Quando io vado a confessare - ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema - quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma, lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”.

Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua Incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore. E questo non è facile.

Ma c’è un problema che non fa bene ai cristiani: lo spirito del mondo, lo spirito mondano, la mondanità spirituale. Questo ci porta ad una sufficienza, a vivere lo spirito del mondo e non quello di Gesù. La domanda che facevate voi: come si deve vivere per affrontare questa crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica. Siccome questa è una crisi dell’uomo, una crisi che distrugge l’uomo, è una crisi che spoglia l’uomo dell’etica. Nella vita pubblica, nella politica, se non c’è l’etica, un’etica di riferimento, tutto è possibile e tutto si può fare. E noi vediamo, quando leggiamo i giornali, come la mancanza di etica nella vita pubblica faccia tanto male all’umanità intera.

Vorrei raccontarvi una storia. L’ho fatto già due volte questa settimana, ma lo farò una terza volta con voi. E’ la storia che racconta un midrash biblico di un Rabbino del secolo XII. Lui narra la storia della costruzione della Torre di Babele e dice che, per costruire la Torre di Babele, era necessario fare i mattoni. Che cosa significa questo? Andare, impastare il fango, portare la paglia, fare tutto… poi, al forno. E quando il mattone era fatto doveva essere portato su, per la costruzione della Torre di Babele. Un mattone era un tesoro, per tutto il lavoro che ci voleva per farlo. Quando cadeva un mattone, era una tragedia nazionale e l’operaio colpevole era punito; era tanto prezioso un mattone che se cadeva era un dramma. Ma se cadeva un operaio, non succedeva niente, era un’altra cosa. Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano un po’… tragedia… come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi! E la testimonianza di una Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità".


venerdì 30 novembre 2012

Dignità e bellezza sì, lusso no

Nel cristianesimo bellezza sì
lusso e vanagloria no 

Conosciamo bene l’episodio evangelico in cui una donna rompe un vasetto di alabastro contenente del profumo preziosissimo e lo versa sul capo di Gesù. Giuda e altri discepoli contestano questo gesto, accusando la donna di sprecare il profumo: sarebbe stato meglio venderlo - dicono - e con il ricavato aiutare i poveri! Ma Gesù vede in quell’atto gratuito l’amore profetico per lui, avviato verso la morte, e non solo lo giustifica ma lega l’annuncio del Vangelo alla memoria di questa donna (cf. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8).



Nel cristianesimo non c’è posto per il legalismo, ma occorre vivere la gratuità, la libertà e, al limite, l’eccesso di bellezza. Questo però non giustifica né l’accumulo di ricchezza né il lusso di chi vuole imporsi, farsi vedere, ostentare la propria arroganza.  
D’altronde già i profeti di Israele avevano lanciato invettive contro i re di Gerusalemme che si costruivano case sfarzose (cf. Ger 22,13-17), contro le donne che mettevano in mostra ornamenti e gioielli (cf. Is 3,16-24), contro i potenti che banchettavano lautamente ogni giorno (cf. Am 6,4-7)… 
E quando apparve Giovanni il Battista per predicare la conversione, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi» (Mc 1,6; Mt 3,4), come gli antichi profeti, poveri e quasi nudi; con la sua sola persona egli contestava - secondo le parole di Gesù stesso - «quelli che vestono abiti di lusso e stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,8; cf. Lc 7,25).



I padri della Chiesa non faranno che continuare questa tradizione, estendendo la loro critica alla vita della Chiesa. Giovanni Crisostomo ricorda che «il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure» (Omelie su Matteo 50,3). Ambrogio afferma di aver «spezzato e venduto i vasi sacri per riscattare dei prigionieri» (I doveri II,28,136). Anche Bernardo di Clairvaux si fa voce della sobrietà richiesta anche a sacerdoti e vescovi, nella consapevolezza della contro-testimonianza offerta quando si privilegia l’esteriorità e l’apparire rispetto all’intensità della vita spirituale. Ma questa sua correzione fraterna non sempre è ben accolta dai destinatari: lui stesso ricorda di aver denunciato il lusso e le stravaganze anche in uomini di Chiesa, ma confessa che, «quando lo scrive in una lettera, quelli disdegnano di leggerla, o se per caso la leggono, si indignano con chi l’ha scritta» (Sermoni sul Cantico). Sì, a volte la vanità diventa una tentazione anche nella Chiesa, e per questo il Concilio ha ricordato che «i riti devono risplendere per la nobile semplicità» (Sacrosantum Concilium 34) e «le vesti e gli ornamenti sacri per la nobile bellezza» (cf. ibid. 124).

C’è uno stile assolutamente decisivo nella vita della Chiesa, lo stile che deve sempre significare la gloria di Dio nella semplicità e nella bellezza che non abbagliano, che non confondono i poveri e i bisognosi. Certamente non è facile operare delle scelte: c’è sempre il rischio di un rigidità legalistica che non conosce la gratuità né la gioia; oppure, al contrario, di un lusso incontenibile, che ricorda i palazzi dei re. Recentemente anche papa Benedetto XVI ha ripreso con forza «l’invettiva dell’apostolo Giacomo contro i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6)» e che poi la ostentano con vanagloria.

In ogni caso, proprio al riguardo del lusso alcune vicende dei nostri giorni ci insegnano che quando c’è arroganza, sfoggio di potere, lusso senza freni da parte dei potenti, la loro fine e la devastazione possono essere molto più vicine di quanto ci si possa immaginare. Infatti - come canta il salmista - il lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere, e così si finisce per percorrere una via mortifera, come animali condotti al macello (cf. Sal 49,21) che non capiscono cosa accade attorno a loro.

Enzo Bianchi 
(Tratto da Avvenire 30 novembre 2012)


Belle e importanti queste parole di Enzo Bianchi, per capire e discernere quello che spesso sembra una contraddizione nella vita della Chiesa e del popolo cristiano.

Ma anche forte chiamata a conversione!
Voi potenti, che sfoggiate con arroganza il lusso e i suv e gli iphone e i megaschermi e le pellicce e i corpi rifatti e le ville e le barche ecc. ecc. e che avete devastato e affamato questo meraviglioso Paese, e godete alla faccia dei più deboli, degli anziani e delle vedove cui decimate le pensioni, e delle famiglie che non si possono più permettere di sposarsi, fare figli, comprare casa: che aspettate a pentirvi? PENTITEVI! CONVERTITEVI! Verrà anche per voi il giudizio di Dio e non potrete nascondere nulla!!!
Cosa farete di fronte alla morte e alla solitudine eterna e all'eterno rimorso?
Anche se i vostri peccati fossero scarlatto, Dio è pronto a riabbracciare i suoi figli di fronte ad un pentimento sincero: convertitevi e cambiate vita, finché siete in tempo!!!
I poveri sono nelle mani di Cristo, voi siete incatenati tra le unghie del Maligno!
Ritornate alla Verità, alla Vita vera, tornate all'Amore per il quale siete fatti.
In nome di Dio, cercate la vera giustizia e rendete al nostro meraviglioso Paese la sua grande bellezza e al nostro popolo la sua dignità e cultura!



sabato 24 novembre 2012

Un sabato di festa e di solidarietà


LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

Bellissimo articolo di Antonio Socci, che racconta genesi e storia del Banco alimentare in America e in Italia.
Una grande storia con molti protagonisti e una grande mano invisibile con infinita fantasia...



Un sabato di festa e di solidarietà.
Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. 
In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.
Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco - anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. 
Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. 
Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.
Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. 
In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary - fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.
“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.
 
Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.
“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.
Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.
“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”. 

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.
Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci. Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.
Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.
Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.
“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.
E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.
E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? 
Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.
Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. 
Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. 
E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.
Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 novembre 2012

lunedì 19 novembre 2012

Elisabetta d'Ungheria e le missioni don Bosco


La scorsa settimana si ricordava santa Elisabetta d'Ungheria, terziaria francescana.
La sua storia è un esempio mirabile e impressionante di virtù
e di amore a Cristo nei poveri.
 

Elisabetta conobbe ed amò Cristo nei poveri




Elisabetta incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita. 
Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi.

Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. 


Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri.

Aveva preso l'abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito.


Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l'elemosina di porta in porta.


Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull'altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel Vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. 


Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. 
Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti.

Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.


Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa si dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. 

Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. 

Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. 
Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente.

Dalla «Lettera» al pontefice scritta nel 1232 da Corrado di Marburgo, 
direttore spirituale di santa Elisabetta.


"Voi volete umiliare le speranze del povero,
ma il Signore è il suo rifugio". Salmo 14,6





Missioni Don Bosco Nel Mondo


Da quello che sembrava un sogno oggi sono nate  
più di 3.500 case salesiane in 128 paesi del mondo.


Ovunque il bisogno chiama, là dove povertà, fame, guerre e malattie compromettono la vita di intere popolazioni, le case delle missioni salesiane rappresentano rifugi d'amore e speranza.

 http://nelmondo.missionidonbosco.org
 http://www.missionidonbosco.org
 

L'Associazione NOI PER LORO ONLUS è un'Organizzazione Non Governativa salesiana che ha come scopo istituzionale lo sviluppo dei rapporti con le aziende, al fine di favorire il sostegno di progetti e attività avviati nei luoghi di missione.

Cura la realizzazione di progetti di formazione professionale, avviamento al lavoro, educazione, alfabetizzazione, evangelizzazione, assistenza medico-sanitaria e interviene tempestivamente nelle emergenze.

Insieme per la costruzione di un mondo migliore: ecco cosa significa NOI PER LORO
Il suo nome è il suo programma: aiutare le popolazioni in via di sviluppo a diventare autonome nella propria terra.
A questo fine i missionari di Don Bosco studiano e rendono funzionanti, in collaborazione con le popolazioni indigene, articolati progetti rivolti alla soluzione dei problemi strutturali e culturali delle popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo.


.:. abbiamo costruito più di 5.000 opere:
  • 820 Oratori e Centri di Accoglienza giovanili
  • 534 Scuole primarie
  • 253 Scuole professionali
  • 47 Scuole agricole
  • 915 Parrocchie
  • 195 Opere Assistenziali (Asili, Dispensari per i lebbrosi, Ospedali da campo…)
  • 52 Opere speciali per assistenza ai giovani in difficoltà
 AREE DI INTERVENTO
>> Educazione e formazione scolastica
  • Corsi di alfabetizzazione
  • Corsi di studi primari e secondari
  • Costruzione di scuole
  • Fornitura di materiale didattico
>> Formazione professionale e avviamento al lavoro

PROGETTI DI EDUCAZIONE E DI FORMAZIONE PROFESSIONALE
  • Realizzazione di laboratori professionali
  • Organizzazione di corsi di formazione
  • Partnership e stage presso aziende locali e aziende straniere
  • Avviamento di progetti ad hoc sviluppati con aziende italiane e straniere
PROGETTI DI AVVIAMENTO AL LAVORO
  • Avviamento nuove imprese
  • Riconversione attività preesistenti
  • Sostegno e collaborazione con imprese locali
>> Agricoltura

PROGETTI AGRICOLI
  • Interventi nei paesi colpiti dalla guerra
  • Fornitura di sementi
  • Preparazione e lavorazione dei terreni coltivabili
  • Ricerca scientifica
>> Sanità

PROGETTI SANITARI
  • Realizzazione di ambulatori e strutture sanitarie
  • Corsi di formazione all'igiene, alla profilassi e prevenzione delle malattie
  • Interventi urgenti in caso di epidemie
  • Interventi di sostegno psicologico a favore di giovani e bambini in territorio di guerra
>> Emergenza

PROGETTI DI EMERGENZA
  • Interventi nei paesi colpiti dalla guerra
  • Catastrofi naturali
  • Carestie
http://www.noiperloro.org/DonaOra/tabid/355/language/it-IT/Default.aspx 


Accade di notte, ad Addis Abeba

Sono più di 40 mila, i bambini di strada della capitale etiopica. C'è chi dice 60 mila. Ma ci sono anche alcuni Salesiani, insieme al Vis, che cerca di riportarli a una vita normale.

 Don Angelo Regazzi e don Dino Viviani sono in Etiopia da molti anni. La loro missione è a favore degli ultimi fra gli ultimi: i 40 mila ragazzi di strada di Addis Abeba (ma c'è chi sostiene che possano arrivare a 60 mila). Per loro è stato creato il progetto “don Bosco children” e il centro che porta lo stesso nome. Nella capitale etiopica questi minori sono considerati la feccia, poco più che animali da mandare via col bastone. I due salesiani, col supporto del Vis-Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, li vanno a cercare di notte, negli anfratti dove si nascondono e dormono. Per proporre loro una vita diversa. Don Angelo, in questo video, spiega come fanno a farli tornare semplicemente ragazzi. Nella foto di copertina (di Margherita Mirabella/Shoot4Change/Vis) la palestra del "Don Bosco Children" dove gli ex ragazzi di strada si esercitano nelle arti acrobatiche e di giocoleria.

http://www.famigliacristiana.it/volontariato/organizzazioni/video/etiopia-agli-estremi-confini.aspx

domenica 11 novembre 2012

Sulla proprietà privata

Come si concilia nel pensiero della Chiesa la ferma convinzione sul principio della destinazione universale dei beni con la difesa della proprietà privata?

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

COMPENDIO
DELLA DOTTRINA SOCIALE
DELLA CHIESA

 Destinazione universale dei beni e proprietà privata

 
176 Mediante il lavoro, l'uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora: « In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l'origine della proprietà individuale ».368 La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni « assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l'autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana. Costituiscono in definitiva una delle condizioni delle libertà civili, in quanto producono stimoli ad osservare il dovere e la responsabilità ».369 La proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale. La dottrina sociale richiede che la proprietà dei beni sia equamente accessibile a tutti,370 così che tutti diventino, almeno in qualche misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di « comune e promiscuo dominio » .371

 
177 La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto ed intoccabile: « Al contrario, essa l'ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell'intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell'uso comune, alla destinazione universale dei beni ».372 Il principio della destinazione universale dei beni afferma sia la piena e perenne signoria di Dio su ogni realtà, sia l'esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e destinati allo sviluppo di tutto l'uomo e dell'intera umanità.373 Tale principio non si oppone al diritto di proprietà,374 ma indica la necessità di regolamentarlo. La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo.375


178 L'insegnamento sociale della Chiesa esorta a riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato,376 con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune.377 L'uomo «deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri ».378 La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari. La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell'uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune. Ne consegue il dovere da parte dei proprietari di non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all'attività produttiva, anche affidandoli a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.


179 L'attuale fase storica, mettendo a disposizione della società beni nuovi, del tutto sconosciuti fino ai tempi recenti, impone una rilettura del principio della destinazione universale dei beni della terra, rendendone necessaria un'estensione che comprenda anche i frutti del recente progresso economico e tecnologico. La proprietà dei nuovi beni, che provengono dalla conoscenza, dalla tecnica e dal sapere, diventa sempre più decisiva, perché su di essa « si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali ».379
Le nuove conoscenze tecniche e scientifiche devono essere poste a servizio dei bisogni primari dell'uomo, affinché possa gradualmente accrescersi il patrimonio comune dell'umanità. La piena attuazione del principio della destinazione universale dei beni richiede, pertanto, azioni a livello internazionale e iniziative programmate da parte di tutti i Paesi: « Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo, assicurare a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base, che consentano di partecipare allo sviluppo ».380


 181 Dalla proprietà deriva al soggetto possessore, sia esso il singolo oppure una comunità, una serie di obiettivi vantaggi: condizioni di vita migliori, sicurezza per il futuro, più ampie opportunità di scelta. Dalla proprietà, d'altro canto, può provenire anche una serie di promesse illusorie e tentatrici. L'uomo o la società che giungono al punto di assolutizzarne il ruolo finiscono per fare l'esperienza della più radicale schiavitù. Nessun possesso, infatti, può essere considerato indifferente per l'influsso che ha tanto sui singoli, quanto sulle istituzioni: il possessore che incautamente idolatra i suoi beni (cfr. Mt 6,24; 19,21-26; Lc 16,13) ne viene più che mai posseduto e asservito.383 Solo riconoscendone la dipendenza da Dio Creatore e finalizzandoli conseguentemente al bene comune, è possibile conferire ai beni materiali la funzione di strumenti utili alla crescita degli uomini e dei popoli.


368Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 31: AAS 83 (1991) 832.
369Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 71: AAS 58 (1966) 1092- 1093; cfr. Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 103-104; Pio XII, Radiomessaggio per il 50º anniversario dell'enciclica « Rerum novarum »: AAS 33 (1941) 199; Id., Radiomessaggio (24 dicembre 1942): AAS 35 (1943) 17; Id., Radiomessaggio (1º settembre 1944): AAS 36 (1944) 253; Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 428-429.
370Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 6: AAS 83 (1991) 800-801.
371Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 102.
372Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 14: AAS 73 (1981) 613.
373Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090-1092; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2402-2406.
374Cfr. Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum: Acta Leonis XIII, 11 (1892) 102.
375Cfr. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 22-23: AAS 59 (1967) 268-269.
376Cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 430-431; Giovanni Paolo II, Discorso alla Terza Conferenza Generale dell'Episcopato Latino- Americano, Puebla (28 gennaio 1979), III/4: AAS 71 (1979) 199-201.
377Cfr. Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno: AAS 23 (1931) 191-192. 193-194. 196-197.
378Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090.
379Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 32: AAS 83 (1991) 832.
380Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 35: AAS 83 (1991) 837.
 383Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 27-34. 37: AAS 80 (1988) 547-560. 563-564; Id., Lett. enc. Centesimus annus, 41: AAS 83 (1991) 843-845.