san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

mercoledì 29 aprile 2015

Storie di luce e la Sindone


In questi anni, per circostanze note e dolorose, sono diventato il destinatario di un fiume di lettere e ora navigo in un mare di storie, piene di vita vissuta, di croci inimmaginabili, di eroismi spesso totalmente nascosti al mondo, di naufragi e di speranze indomabili dentro il buio più fitto.
Sono testimonianze che fanno ammutolire. Chi e come può stare davanti a tutto questo dolore e tutta questa speranza? Chi può custodirli veramente?
Spesso sui media si denuncia lo scandalo della sofferenza innocente. E si resta impietriti davanti alla disperazione e all’impotenza.
Ma c’è qualcosa che è ancora più sconvolgente, qualcosa che è totalmente imprevisto e fa addirittura baluginare il divino perché è davvero “una cosa dell’altro mondo”.
Sono quelle storie, quei volti, quelle persone che – inspiegabilmente – non soccombono sotto prove terrificanti, che non sprofondano sotto croci disumane, ma hanno la luce negli occhi. Brillano di un amore pietoso e carico di una misteriosa letizia. Hanno una forza inspiegabile.
BAMBINI
Sono storie apparentemente semplici, ma immense.
“Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia”, mi scriveva una mamma, “nelle due settimane di coma profondo della mia piccola, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo. Noi, in sala rianimazione, l’abbiamo sollecitata continuamente, pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole sentire tanto Mozart. Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita. Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime”.
Un vecchio missionario, che da quarant’anni è in Africa, che si è letteralmente consumato fra bambini ammalati di lebbra, mi scrive dei canti e della felicità di quei fanciulli, vestiti di stracci, per i doni e le preghiere che si sono scambiati con noi e del loro far festa.
Ma la cosa più straordinaria accade quando s’incontrano persone che letteralmente offrono se stessi, in olocausto, per la salvezza e la felicità degli altri esseri umani e perché venga il regno di Dio, la felicità per tutti.
OLOCAUSTO
La testimonianza più struggente per me è quella di una giovane ragazza che da anni è sul Calvario, un succedersi di malattie e atrocità senza eguali.
Ha sopportato una quantità di sofferenze che forse pochissimi esseri umani hanno vissuto, da tempo è inchiodata su un letto e i medici da settimane le hanno detto che non c’è più nessuna possibilità di sopravvivenza.
Mi scrive:
“Sono a brandelli nel corpo e nel cuore… Ma anche se straziata, dilaniata in modo inimmaginabile – non posso descrivertelo perché ti sentiresti male e non c’è fondo – sono lieta di poter dare il mio contributo per la salvezza di questa umanità che sta sprofondando… Gesù dà senso a tutto questo massacro terrificante e umanamente indicibile per la salvezza di questi tempi nerissimi… Offro anche per la tua carissima Caterina. Ricorda che l’Amore avrà l’ultima parola. La preghiera ottiene tutto da Dio, anche l’impensabile. Io sono serena, cerco solo di resistere ancora un po’ per poter offrire ancora qualcosa al mio amato Gesù, per aiutarlo a portare il peso di tutta l’umanità e a salvare tanti nostri fratelli e sorelle. Forza! Sii sempre testimone coraggioso del Signore”.
Davanti a storie e volti così si può veramente capire qual è (e perché ci riguarda) il mistero di quella Sindone che – ancora una volta – in questi giorni viene esposta e offerta alla venerazione dei pellegrini, a Torino.
Quell’antico lino non è solo una preziosa reliquia della passione e della morte di Gesù. Non è solo una clamorosa conferma letterale dei resoconti evangelici. Della loro storicità, fin nei minimi, drammatici dettagli.
UN EVENTO UNICO
La Sindone mostra l’abisso della sofferenza umana raccolta tutta in un corpo, concentrata tutta su un uomo. Perché non c’è un centimetro quadrato di quel corpo che non sia macellato, seviziato, triturato. Con l’inevitabile sofferenza interiore prodotta dall’odio, dal disprezzo, dalle umiliazioni.
Ma la Sindone mostra pure la formidabile resistenza fisica di quell’Uomo, senza la quale sarebbe bastata la selvaggia flagellazione a farlo morire: resistenza fisica che può essere prodotta solo da una sovrumana forza interiore, quindi da una titanica decisione di sopportare tutto, di espiare per tutti, perciò da un oceano di compassione. Egli si è preso sulle spalle le sofferenze di noi tutti.
Infine la Sindone è anche un formidabile fenomeno scientifico che parla soprattutto a questo nostro tempo, il primo della storia che ha la possibilità e gli strumenti per decifrare i tantissimi messaggi che contiene.
Proviamo allora a elencare alcuni di questi elementi.
Anzitutto è un “unicum”, perché non si è trovata alcuna spiegazione scientifica alla formazione di questa immagine che non è data da pigmento, ma da una bruciatura superficiale del lino e – sottolineo – una bruciatura non per contatto (altrimenti nel lenzuolo aperto l’immagine sarebbe apparsa deformata): gli scienziati ipotizzano un gigantesco, istantaneo e inspiegabile sprigionarsi di energia da quel corpo.
Quindi la Sindone porta le tracce di un avvenimento unico nella storia, un fatto non naturale e che non è possibile riprodurre nemmeno oggi.
Inoltre la Sindone contiene informazioni e dati – per esempio la tridimensionalità – che oggi sono strumentalmente decifrabili, ma che non potevano essere conosciuti e prodotti dagli uomini dei secoli scorsi, né in tutti i secoli precedenti (così pure le tracce microscopiche di polline dell’area di Gerusalemme, come lo Zygophyllum dumosum, che non si possono collocare o rilevare senza i moderni microscopi).
LE PROVE
Infine le analisi medico legali hanno appurato
1) che quel lenzuolo ha sicuramente avvolto il corpo di un uomo morto, come dimostrato dal sangue cadaverico e dalla rigidità cadaverica delle gambe (peraltro quella ferita al costato è incompatibile con la vita);
2) l’équipe di scienziati americani dello STURP che analizzarono ogni centimetro del lenzuolo nel 1978 ha accertato inoltre che quel corpo morto è stato contenuto dentro al lenzuolo meno di 40 ore, perché non c’è alcuna traccia di putrefazione;
infine 3) la stessa équipe ha scoperto che i contorni della macchie di sangue rivelano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo, quindi quel corpo è uscito dal lenzuolo senza strappo dei coaguli ematici, cioè senza movimento, senza spostarsi, come passando attraverso il lenzuolo.
Quindi quel corpo risuscitando ha acquisito delle proprietà che nessun altro corpo normale possiede (proprio come dicono i Vangeli).
E tutto è accaduto con un’esplosione di luce che ha impresso – con modalità sconosciute – l’immagine sul lenzuolo. Arnaud-Aaron Upinsky nota che, scientificamente parlando, “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. E’ la resurrezione.
LA FORZA
L’Uomo della Sindone ha preso su di sé tutta la debolezza e le sofferenze degli uomini e le ha investite con tutta la Potenza di Dio, che spazza via la morte.
E quell’Uomo-Dio ora è vivo. La sua è la luce che brilla sui volti di tanti che oggi non soccombono alle croci. Misteriosamente presente fra noi, dona, con la sua amicizia, la sua stessa forza.
Cosicché già qui sulla terra è possibile sperimentare – anche fra le lacrime e le prove della vita – la misteriosa letizia della vittoria.
Quell’eroica ragazza in croce, che ho citato, accennando alla Sindone, mi ha detto: “Che commozione sentir parlare del nostro Salvatore! Con il suo folle amore ha voluto rendere libero e felice ognuno di noi”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 aprile 2015
www.antoniosocci.com

domenica 19 aprile 2015

La storia di Kara Tippetts


"The Hardest Peace” (La pace più difficile)

kara-tippetts-facebook

«Muoio in buone mani»
Le ultime parole di Kara Tippetts


È morta il 21 marzo scorso Kara Tippetts, l’americana del Colorado che a ottobre con una lettera aperta cercò di dissuadere la sua connazionale Brittany Maynard dalla richiesta di suicidio assistito seguita alla diagnosi di cancro. Ma ancora oggi, quasi un mese dopo la sua scomparsa, il blog di Kara e la sua pagina Facebook, che ha superato i 60 mila like, continuano a parlare di lei attirando l’attenzione del pubblico che da oltre due anni trae forza dal coraggio e dalla letizia con cui questa donna ha affrontato la malattia.

MALATTIA E BELLEZZA. Moglie del pastore protestante Jason Tippetts e mamma di quattro bambini, Kara ricevette la diagnosi di cancro nel 2013, quando aveva 36 anni. Da quel momento cominciò una battaglia condivisa con la sua comunità di amici e con il pubblico raccolto in rete. La sua storia è raccontata anche in un libro, intitolato “The Hardest Peace” (La pace più difficile), dove la donna descrive la sua conversione al liceo, dopo un’adolescenza trascorsa «nel buio», e parla della malattia come il luogo della sua conversione più profonda. Forte di una simile esperienza personale, alla notizia della richiesta della Maynard, affetta dal medesimo tumore, Kara ha deciso di inviarle una lettera per dirle che «la sofferenza non è assenza di bene, non è assenza di bellezza, ma anzi può essere il luogo in cui conoscere la vera bellezza».

«NON MI SBAGLIO». Ti hanno detto una bugia – si legge nel testo – una bugia terribile, che la tua morte non sarà bella (…), sì sarà dura, ma non priva di bellezza». Ma «la cosa più importante è che tu senta dal mio cuore Gesù che ti ama». Cristo, ha scritto Kara, «morì di una morte terribile sulla croce (…) e tre giorni dopo ha vinto la morte che io e te stiamo affrontando (…). Egli desidera conoscerti, guidarti verso la morte, per darti la vita e la vita in abbondanza, la vita eterna». La donna nella lettera pregava l'”amica” Brittany di ascoltarla: «Non mi sbaglio, la bellezza ci verrà incontro in quell’ultimo respiro». Brittany, però, ha proseguito per la sua strada.




«RALLEGRATEVI CON ME». Alla fine la Maynard ha ottenuto la morte in Oregon, dove la pratica del suicidio assistito è legale. Kara Tippetts, invece, ha scelto di percorrere tutta la strada, fino in fondo, perché, come ha scritto sempre nel messaggio a Brittany, «Dio non vuole che acceleriamo la morte, ma nel nostro morire ci vuole incontrare». Pochi giorni prima di morire, poi, la donna ha informato i suoi lettori con queste parole: «La mia pena è finita, le mie paure si sono placate, sono nelle mani buone e sovrane di Gesù». Nel testo, scritto al cospetto della morte e pubblicato postumo, Kara esprime la volontà di affidare a due amici il suo blog, per poter continuare a condividere i suoi scritti inediti e altre testimonianze. «È impossibile per me immaginare di non poter venire qui a condividere con voi anche il mio cuore rinnovato», scrive. «Mi sembra impossibile che il viaggio si sia alla fine concluso. (…) Credo che Dio abbia in serbo per i miei cose belle e sono molto confortata pensando a tutte le vostre preghiere che li sostengono». Ma sopratutto, aggiunge la donna, «sarò volata via nella terra in cui non ci sono più lacrime, non volete rallegrarvi con me?». I funerali della donna, affollati da centinaia di persone, sono stati descritti come una grande festa.


di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)


La storia di Maggie Gobran



La “Madre Teresa” del Cairo
e dei ventuno copti uccisi dall’Isis


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Da venticinque anni insegna nelle periferie del Cairo: «Amate i vostri nemici; perdonate; non rinnegate mai la verità». Ha sempre ripetuto queste cose Maggie Gobran, egiziana copta di 60 anni, una dei punti di riferimento dei 21 martiri cristiani che sono stati decapitati a febbraio dai fondamentalisti dell’Isis mentre pronunciavano il nome di Gesù.

«I MIE FIGLI MARTIRI». Tredici di loro erano stati educati da questa donna, soprannominata la “madre Teresa del Cairo” o “mamma Maggie”, come la chiamano i 30 mila bambini poveri di cui si occupa da oltre un quarto di secolo. Intervistata da Fox News, Maggie ha raccontato che «sì ho mangiato con loro, ho pregato con loro, ho giocato con loro, ho pianto con loro, ho studiato con loro» e alla notizia della decapitazione «all’inizio eravamo tutti molto tristi e piangevamo. Poi il presidente ha annunciato sette giorni di lutto nazionale e in meno di tre giorni tutte le famiglie hanno cominciato a festeggiare, perché questi uomini non hanno rinnegato la loro fede. E noi siamo orgogliosi. Sono martiri in cielo. Sono felice di essere madre di questi martiri. È un onore».

UN PAIO DI SCARPE. Era la fine degli anni Ottanta quando «Dio volle promuovermi. Mi disse: “Lascia i migliori, i più intelligenti e vai dai più poveri dei poveri”». Così fece, lei che era imprenditrice e professoressa all’Università del Cairo, sposata e con due figli, mischiandosi con gli zabbaleen, gli abitanti in maggioranza cristiani copti delle periferie più povere della città. La prima volta che visitò le baraccopoli, aveva 35 anni: «Quando li vidi non riuscivo a credere che degli esseri umani potessero vivere così, circondati dalla pattumiera», ha raccontato. Ad impressionarla fu una bambina nullatenente che volle accompagnare a comprare un paio di scarpe. Ma la piccola le chiese di prenderle di qualche misura più grandi ,pensando alla madre. Dopo quell’episodio Maggie non riusciva più a dormire e nei mesi successivi continuò a tornare nei quartieri poveri con degli amici. Cominciò a vendere ciò che aveva per aiutare i bisognosi e scoprì di essere più felice servendo gli ultimi. Anche se «mi ci volle un po’ prima di ricevere la chiamata da Dio».




IL SEGRETO DELLA FEDE. Nel 1989 fondò l’associazione Stephen’s Children, che oggi assiste circa 30 mila bambini all’anno tramite 90 centri, fra cui asili, scuole, servizi medici ed educativi per le famiglie. Nonostante i pericoli in un paese a maggioranza islamica, questa missionaria non fa segreto dello scopo della sua opera: «Portare Cristo ai poveri». «Non hanno pane, non hanno cibo, sono affamati ogni giorno – ha spiegato – ma cercano sopratutto amore e rispetto. Sono nudi, senza vestiti, ma sopratutto sono privi di dignità. Per questo siamo lì fra loro. E per questo cambiano. È un’esperienza di cambiamento di vita. Così anche se sono poveri sono ricchi dentro». Perché quando «dai gioia a qualcuno, le vite cambiano. Si fanno diventare ricchi i poveri, più generosi i ricchi verso i poveri, si rendono forti i deboli e i falliti speranzosi». È sempre da questo amore vivo, secondo mamma Maggie, che hanno tratto forza i martiri copti. Come ha chiarito alla giornalista che le domandava da dove le vittime avessero preso il coraggio di non rinnegare la fede: «L’hanno preso da Lui, essendo stati toccati dall’amore vero che ti fa credere in Dio. Credendo i Lui sai che vivrai per sempre».

IL BENE NASCOSTO. Ai suoi bambini Maggie insegna a non avere paura di chi uccide: «Quando sei dalla parte della verità ti senti forte, ogni istante». Secondo lei anche l’immagine del martirio mostra «questa verità», visto che gli assassini con i volti coperti «temevano di mostrarsi al mondo, mentre gli altri avevano un’identità chiara e non hanno avuto timore, sapendo che andavano da Lui per sempre».
Così sono morti quei copti che Maggie aveva guardato come tutti i suoi poveri: «Vedo Gesù in ogni bambino – ha detto in più occasioni -. Questa è la nostra missione, dire a tutti che sono amati da Gesù». Per lei ogni giorno è come rivivere quello che accadde a Maria sotto la croce: «“Questa è tua madre”, così ogni bambino bisognoso diventa mio figlio. Non è facile guardare tuo figlio mentre soffre tanto».

di Benedetta Frigerio (da www.tempi.it) 

venerdì 10 aprile 2015

La testimonianza di Abbée De Robert


"LA VITA E' UNA LOTTA 
MA ESSA CONDUCE ALLA LUCE"

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Ho incontrato Padre Pio nel 1955, e senza aver chiesto niente, lui mi ha preso come figlio spirituale e mi ha detto: "Tu sei il figlio del mio cuore e ti prometto assistenza, sempre e dovunque". Ha ripetuto due volte queste parole... 

Poi, in ogni momento eccezionale della mia vita, ricevevo sempre una cartolina mandata dal superiore, stampata: "Padre Pio, prega secondo le tue intenzioni, prega..." Ed aveva sempre due righe scritte a mano. Per esempio un giorno quando facevo il militare, perché' in Francia noi preti facciamo il militare, sono andato in Algeria (La guerra in Algeria) e padre Pio mi aveva avvertito, diciamo con questa cartolina: un giorno ho ricevuto in Algeria una cartolina stampata cosi' e con due righe: "LA VITA E' UNA LOTTA MA ESSA CONDUCE ALLA LUCE". Lotta e luce sottolineati...

Un giorno, o meglio una sera, un commando del Fronte di Liberazione Nazionale d'Algeria attacco' il nostro villaggio e presto io fui preso e mi misero davanti ad una porta insieme ad altri 5 militari, e la' fummo fucilati. Immediatamente io feci l'esperienza strana della DECORPORAZIONE: vidi il mio corpo accanto a me, steso sanguinante, in mezzo ai miei compagni militari, essi pure uccisi e cominciai un'ascensione curiosa, una sorte di tunnel.

E poi d'un tratto ho pensato alla mia famiglia. Subito mi son trovato nella stanza dei miei genitori e la' ho tentato di parlare loro ma essi dormivano e non hanno sentito niente... ma ho visto visitando l'appartamento che un mobile e' stato cambiato di posto. Dopo qualche giorno ho scritto a mia madre ed ho chiesto: Perche' hai fatto questo cambio del mobile e lei mi ha risposto: "Ma come hai fatto a sapere questo?"

E cosi' io salivo dentro questa sorte di Tunnel ed ho pensato a Padre Pio XII ed ho visto anche lui. Subito mi son trovato in camera sua. Abbiamo parlato telepaticamente... 

Poi continuai la mia ascesa, fino al momento in cui mi ritrovai in un paesaggio meraviglioso, avvolto in una luce azzurra e dolce... Non c'era il Sole ma in quel momento ho pensato a questa parola dell'Apocalisse: ".....IL SIGNORE E' LA LORO LAMPADA"... La' vidi migliaia di persone, tutte sui trent'anni e notavo quella donna che era morta a 80 anni ed ora aveva 30 anni... Questa qui' che aveva 2 anni, anch'essa aveva trent'anni ed ho visto parecchie persone che conoscevo...

Lasciai in quel momento questo Paradiso pieno di fiori straordinari sconosciuti da me e la' perdetti la mia natura di uomo e divenni come una goccia di Luce. In quel momento si e' impresso nella mia mente: "TU SEI UNA GOCCIA DI LUCE COME EMANAZIONE DELLA LUCE DIVINA" Ed ho visto migliaia di gocce di Luce. Questa era San Pietro, quella era San Paolo, quella era San Giovanni. Quella tal Santo, quella tal altro...

Lasciai questo livello, sono andato ancora più su e qui con commozione che si capisce bene, vidi MARIA, meravigliosamente bella nel suo vestito di Luce che mi ha accolto con un sorriso straordinario, mi ha abbracciato e baciato... Dietro di lei c'era Gesu', che ha fatto la stessa cosa... 

Poi... Una zona di Luce... pensavo che fosse il Padre e la' sentii il soddisfacimento di tutto quello che potessi desiderare: io conobbi qui la felicita' perfetta, come una certa esperienza dell'eternita'...

Poi bruscamente, mi sono ritrovato con il naso nella polvere e mi ritrovai in terra completamente sbalordito ma in mezzo ai miei compagni. Essi erano veramente morti. Mi sono reso conto che la porta davanti alla quale mi trovavo era crivellata da pallottole che mi avevano attraversato il corpo, perché mi sono accorto che la mia veste era piena di buchi, avanti e indietro ed il mio petto era pieno di sangue, ma sangue mezzo rinsecchito, un po' vischioso. Dunque erano passate due o tre ore. Il mio dorso uguale. 

Ho tolto questa veste e sono andato dal Comandante dall'altra parte.....Ho cercato i buchi nella mia carne ma non ho trovato niente, sono intatto, ma queste pallottole sono entrate nella veste e sono uscite dietro e conficcate nella porta indietro a me. Il Comandante ha gridato: "Ma sei Miracolato! "Eh - ho detto io - forse si'..." 

Parecchie settimane dopo sono andato da Padre Pio, perché questa esperienza mi ha molto marcato, senza dubbio, ed ho visto, quindi, Padre Pio nel salotto di San Francesco e lui come al solito mi ha fatto un segno di amicizia, poi mi ha detto soltanto questo: "Uhhh...Tu... Figliolino mio, quanto mi hai fatto correre, ma ciò che hai visto era tanto bello..." Questo prima che io gli raccontassi qualsiasi cosa, perché lui mi aveva avvertito prima. 

Allora si comprende che io , ora, non ho più' paura della morte perché so cosa c'è dall'altra parte e Padre Pio mi aveva fatto la promessa di assistermi. Sempre mi ha assistito, qua ed anche adesso, sempre... perché ho fatto sei anni e mezzo come confessore nella Basilica di MontMartre e tante volte lui parlava tramite me, tramite la bocca mia... Io mi sentivo parlare e dicevo a me stesso: "Ciò che dici e' bellissimo..." Una volta una italiana e' venuta a confessarsi e lei aveva già conosciuto Padre Pio e Padre Pio ha parlato attraverso di me con il suo timbro di voce. Lei si e' messa a gridare: "Ma questa e' la voce di Padre Pio, e' la voce del Padre!" E' uscita dal confessionale gridando in Basilica: "Qua dentro c'e' Padre Pio nel confessionale!..." Due ore dopo, il Cardinale lo sapeva... questo e' un fatto un po' strano...