san Paolo

san Paolo
D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

mercoledì 12 settembre 2012

Il dovere di amare i poveri

IL DOVERE DI AMARE I POVERI


Non disprezzare i poveri come se non avessero alcun valore.
Considera chi sono e conoscerai la loro dignità:
essi hanno rivestita la persona del nostro Salvatore. 




Egli l'ha loro benignamente elargita perché,
a somiglianza di quegli uomini che protendono
verso i loro assalitori l'effige del sovrano 
come baluardo per frenarne e spezzarne l'impeto,
così i poveri pieghino e addolciscano 
coloro che ignorano la compassione 
e addirittura li perseguitano. 

Sono i portinai del regno dei cieli,
che aprono le porte ai benevoli e ai buoni
e le chiudono ai malvagi e ai crudeli.

Sono anche violenti accusatori ed eccellenti avvocati.
Accusano infatti e difendono;
non con i discorsi, ma con il loro stesso aspetto,
quando sono esaminati dall'occhio del Giudice.
Gridano quello che viene perpetrato contro di loro
e lo proclamano con maggior chiarezza ed efficacia
di qualsiasi banditore, al cospetto di Colui
che scruta i cuori e conosce i pensieri degli uomini
e i moti segreti dell'anima.

Per loro ci viene descritto in tutti i suoi particolari
quel tremendo giudizio, di cui spesso avete sentito parlare.
Vedo infatti il Figlio dell'uomo venire dal cielo,
avanzando sull'aria come se camminasse sulla terra,
circondato da miriadi di angeli.
Poi il trono della gloria eretto in un luogo eccelso
e il Re seduto su di esso.
Vedo inoltre tutte le famiglie degli uomini,
i popoli, le nazioni che sono vissute quaggiù,
hanno respirato quest'aria e hanno contemplato 
la luce di questo sole, 
stare davanti al tribunale, divise in due parti.




Sento che quelli che si trovano a destra
sono chiamati agnelli,
e capri quelli che stanno a sinistra,
poiché ricevono la loro classificazione 
in base alla rispettiva condotta di vita.
Odo il Giudice che li interroga 
e raccoglie le loro giustificazioni.
Ascolto ciò che essi rispondono al Re.

Infine scorgo qualcuno decorato per i suoi meriti.
A quelli che sono stati buoni e benevoli
e hanno condotto un'ottima vita viene concesso 
un sommo ed eterno riposo nel regno celeste;
ai crudeli e ai malvagi invece viene inferto 
il castigo del fuoco per l'eternità.

Tutte queste cose sono spiegate nel vangelo
con ogni cura, come sapete.
Non posso credere che quel giudizio 
sia stato rappresentato dinanzi ai nostri occhi,
con termini così precisi da sembrare dipinto,
per altro motivo se non per indurci a imparare a fondo
l'esercizio della beneficenza 
e ad abbracciare la benevolenza.
Essa è la madre dei poveri, 
la maestra dei ricchi,
la buona nutrice degli orfani, 
la protrettrice dei vecchi,
la provvista dei bisognosi,
il porto di tutti i miseri:
si prende cura di tutte le età 
e porta aiuto in tutte le sciagure e calamità.

SAN GREGORIO DI NISSA


Cari amici, cerchiamo di contemplare ora 
un'altra opera meravigliosa di Dio
e degli uomini insieme con Lui:

La comunità di S. Egidio


"Spesso la nostra società, 
dominata dalla dittatura materialistica, 
teme chi è diverso:  
è una società scossa, senza un fondamento profondo. 
Noi, umilmente ma fermamente,
vorremmo indicare a questa società spaventata e inospitale
che c'è da ritrovare la roccia del fondamento. 
Solo così non avremo paura dell'altro, 
di chi soffre o di chi ha fatto terribili viaggi per trovare pace. 
C'è tanto bisogno di essere accolti in una casa fondata sulla roccia, 
che senza paura tenga la porta aperta".

ANDREA RICCARDI

Come è nata

La Comunità di Sant'Egidio è nata a Roma nel 1968, per iniziativa di un giovane, allora meno che ventenne, Andrea Riccardi. Iniziò riunendo un gruppo di liceali, come era lui stesso, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. La prima comunità cristiana degli Atti degli Apostoli e Francesco d'Assisi sono stati i primi punti di riferimento.
Il piccolo gruppo iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e cominciò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini.
Da allora la comunità è molto cresciuta, e oggi è diffusa in più di 70 paesi di 4 continenti. Anche il numero dei membri della comunità è in crescita costante. Oggi sono circa 50.000, ma è assai difficile calcolare il numero di quanti in modo diverso sono raggiunti dalle diverse attività di servizio della comunità, come pure di quanti collaborano in maniera stabile e significativa proprio al servizio ai più poveri e alle altre attività svolte da Sant'Egidio senza farne parte in senso stretto.
La preghiera

La prima “opera” della Comunità di Sant'Egidio è la preghiera. Proprio dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione. E' l’invito a convertirsi, smettendo di vivere solo per se stessi, e a iniziare, con libertà, ad essere strumenti di un amore più grande per tutti, uomini e donne, e soprattutto i più poveri. Ascoltare e vivere la Parola di Dio come la cosa più importante della propria vita vuol dire accettare di seguire non tanto se stessi, ma piuttosto Gesù. L'immagine più autentica è quella della comunità in preghiera, quando è riunita per ascoltare la Parola di Dio. E' come la famiglia dei discepoli raccolta attorno a Gesù. Concordia e assiduità nella preghiera (At. 2,42) sono la via semplice, offerta e richiesta a tutti i membri della comunità. La preghiera è un cammino in cui si diventa familiari con le parole di Gesù e la sua preghiera, con quella delle generazioni che ci hanno preceduto, come nei Salmi, mentre si portano al Signore le necessità proprie e dei poveri, i bisogni del mondo intero.
E' per questo motivo che le comunità, a Roma e in altre parti d'Italia, d'Europa o del mondo, si riuniscono il più frequentemente possibile per pregare assieme. In molte città ogni sera c'è una preghiera comunitaria aperta a tutti. A ogni membro della comunità è chiesto anche di trovare uno spazio significativo nella propria vita per la preghiera personale e per la lettura delle Scritture, cominciando dai Vangeli.
Comunicare il Vangelo
La seconda “opera” della comunità, il suo secondo fondamento, è la comunicazione dei Vangelo. E' il Vangelo stesso, infatti, la buona notizia da condividere con gli altri, il tesoro prezioso, la lanterna che non può essere nascosta. Il Vangelo non è un patrimonio esclusivo, ma è una responsabilità in più per i membri della comunità, chiamati a comunicarlo. Nell'esperienza di Sant'Egidio essere discepoli e vivere e comunicare la Parola di Gesù sono sinonimi. Si tratta di un'esperienza di gioia e di festa, come nel Vangelo di Luca, quando i settantadue discepoli tornarono felici dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc. 10, 17). E' l'esperienza di ogni discepolo e di ognuno nella Comunità di Sant'Egidio, che ha portato, in questi anni, a vivere una “fraternità missionaria” in molte parti del mondo.

Comunità senza frontiere e senza muri

L'amicizia tra persone di culture e nazioni differenti è il modo quotidiano in cui si esprime questa fraternità internazionale che è al tempo stesso apertura al mondo e appartenenza ad un'unica famiglia, quella dei discepoli.
In un mondo che, alla fine del secondo millennio, esalta i confini e le differenze, nazionali e culturali, fino a farne motivo antico e nuovo di conflitto, le comunità di Sant'Egidio testimoniano l'esistenza di un destino comune non solo dei cristiani, ma di tutti.
Ci sono comunità più giovani e comunità più anziane, alcune sono più numerose e radicate di altre, come pure alcune sono più conosciute di altre nell'ambiente in cui vivono, ma tutte si sforzano di essere e davvero rappresentano un'unica famiglia attorno a Gesù.
Quella di Roma è la più anziana. Come prima comunità, svolge in questo senso un servizio alla comunione e alle comunità più nuove, senza altri limiti e confini che “quelli della carità”, come indicato a Sant'Egidio da papa Giovanni Paolo II per il 25° anniversario della comunità, nel 1993. Questa unità si esprime in una comunione e solidarietà concreta tra i fratelli e le sorelle, che si sono rivelate come la migliore forma di organizzazione della vita e dell’attività della comunità stessa.

Amicizia con i poveri

Terza “opera” caratteristica di Sant'Egidio, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia. I primi studenti che nel '68 presero a riunirsi attorno alla Parola di Dio, sentirono come il Vangelo non poteva essere vissuto lontano dai poveri: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri. Nacque così il primo dei servizi della comunità, quando ancora non aveva preso il nome di Sant'Egidio: la scuola popolare, che si chiamava così perché non era solo un doposcuola per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come il “Cinodromo”, lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Da allora le scuole popolari si sono moltiplicate, a Roma e in tutte le città in cui è presente la comunità, con un'attenzione particolare ai bambini più svantaggiati e in condizione più difficile.
Secondo quanto si legge nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, questa amicizia si è allargata ad altri poveri: handicappati, fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali; e a diverse situazioni: carceri, istituti per anziani, campi nomadi, campi per rifugiati. Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.
Sant'Egidio si identifica con i suoi fratelli più piccoli in tutti i poveri, senza esclusione, che per questo sono a pieno titolo i familiari della comunità. Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri. Nessuna comunità, neppure la più giovane è cosi piccola o debole da non poter aiutare altri poveri. E' l'obolo della vedova che ha un grande valore davanti al Signore (Mc. 12, 41).


Il servizio alla pace e all'umanizzazione del mondo

L'amicizia con i poveri ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà. E' così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo.
Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra.
Sono questi, forse, gli aspetti più conosciuti di Sant'Egidio, quelli di cui anche i mass media a volte parlano senza metterne sempre in luce, come capita, la continuità con l'aiuto ai più poveri presente nella comunità fin dai suoi inizi e la radice evangelica.
Alcuni membri della comunità sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala. L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio. Anche attraverso esperienze di questo tipo è cresciuta la fiducia di Sant'Egidio nella “forza debole” della preghiera e nel potere di cambiamento della non violenza e della persuasione. Sono aspetti della vita dello stesso Signore Gesù, da lui vissuti fino alla fine.
In questa direzione la Comunità si pone costantemente al servizio del dialogo ecumenico e interreligioso. Dal 1987 in poi Sant'Egidio è impegnata a livello internazionale e di base per continuare in meeting, incontri e nella preghiera, il cosiddetto “spirito di Assisi”.
E' nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali dall'anno 2000, che la comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni. E' un passaggio importante, che vede uno sforzo di particolare intensità di Sant'Egidio e di tutti i suoi membri in ogni parte dei mondo in cui sono presenti, per l'affermazione del valore della vita senza eccezioni, a tutti i livelli.
Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine anti uomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le recenti azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione di schiavi, dove questa pratica inumana è ancora utilizzata.

Comunità di Sant'Egidio
Piazza Sant'Egidio, 3a
00153 Roma - Italy

Tel.  +39.068992234
Fax. +39.06.5800197

http://www.santegidio.org
eMail info@santegidio.org

mercoledì 22 agosto 2012

Senza portare nulla



Nasciamo senza portare nulla.
Moriamo senza poter portare nulla.
E in mezzo,
nell'eterno che si ricongiunge
in un breve battito di ciglia,
combattiamo, litighiamo, ci diamo da fare
per possedere qualcosa!

N. Nur ad Din



Le sole cose che ti resteranno, che possederai veramente, 
sono quelle che hai donato con gioia, 
per amore gratuito.

sabato 13 novembre 2010

Padre Livio sulla povertà di Gesù

Carissimo lettore,
prima di tutto ti voglio raccomandare (e in parte riportare) una preziosa catechesi del grande Padre Livio che ho potuto in parte ascoltare ieri mattina su Radio Maria. Il tema era "Gesù povero", cap. xiii del suo ultimo lavoro "Credo in Gesù Cristo".

"La povertà di Gesù è un mistero di bellezza che numerose anime privilegiate hanno cercato di esplorare e di realizzare nella loro vita senza mai esaurirlo (si pensi ad esempio a San Francesco). In due millenni di cristianesimo, quanti hanno rinunciato alla ricchezza e al potere per seguire Gesù umile e povero! La vita di Gesù e degli apostoli è un ideale perenne, sempre vivo, che genera forme sempre nuove di sequela.

Non è facile comprendere il segreto della povertà del Figlio di Dio, ben diversa da quella presente anche nelle religioni e nelle filosofie non cristiane. La povertà di Gesù si differenzia persino da quella del Battista, che viveva nella solitudine del deserto, e in apparenza poteva sembrare più povero: "portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi... il suo cibo erano cavallette e miele selvatico", mentre il vestito di Gesù era quello comune, ma non senza eleganza se la sua tunica è stata giocata ai dadi dai soldati romani... quella tunica forse era stata fatta con le mani della Madonna, perciò era bella... il cibo di Gesù era quello ordinario del popolo laborioso, anche se non disprezzava affatto ciò che gli veniva posto dinanzi quando un notabile lo invitava a pranzo... mangiava come si trovava, ciò che gli veniva dato... Gesù ha lavorato come falegname fino all'inizio della sua vita pubblica, guadagnandosi da vivere con la fatica quotidiana, poi Lui e gli apostoli hanno vissuto di elemosina perché chi lavora (per il vangelo) "ha diritto al suo nutrimento".

Gesù ha realizzato la povertà in una forma assolutamente originale, dove la pienezza prende il sopravvento sulla rinuncia (non ha niente a che fare con certe forme ereticali di povertà stracciona nelle quali si pensa che uno più è sporco e più è santo...). Gesù non disconosce la necessità del denaro, ma ne coglie come mai nessuno ha fatto la potenza di seduzione: è uno strumento necessario, ma comporta al tempo stesso la tentazione di porre in esso delle sicurezze che poi di fatto non sa dare, quindi di cercare un appoggio nel denaro anziché nella Provvidenza di Dio.

Uno degli apostoli, Giuda, è incaricato di raccogliere le donazioni in una borsa che serve per il sostentamento della comunità e per beneficare i poveri. Gesù però non fa uso personalmente del denaro. Accusato di non pagare la tassa per il Tempio, risolve la controversia ordinando a Pietro di andare al largo, di gettare l'amo e di aprire la bocca al primo pesce che avesse abboccato: "vi troverai una moneta d'argento, prendila e consegnala loro per me e per te". In tal modo ci fa capire che di denaro avrebbe potuto averne quanto ne voleva, ma ha scelto quel tipo di povertà. Ovviamente la sua scelta di vita con gli apostoli è particolare, Gesù non chiede a tutti questa scelta di vita, ad esempio a Zaccheo chiede di condividere i beni, non di lasciarli completamente. Ma ambedue le strade sono strade in cui il regno di Dio ha il primato su Mammona.

Pare di capire che il Figlio di Dio non abbia mai tenuto del denaro con sé! Chiaro che non tutti possono imitarlo, ma è comunque una scelta molto significativa, che Gesù, almeno durante la sua vita apostolica, vuol vivere completamente con la Provvidenza del Padre celeste. Non vi è dubbio che preso in se stesso il denaro non è un male, anzi lo si può utilizzare per fare del bene. Gesù insiste molto su questa finalità nobile della ricchezza, non ha mai demonizzato il denaro (ha semplicemente chiamato alcuni a lasciare i beni della terra, come gli apostoli o il giovane ricco, ma gli altri li ha lasciati nel mondo, nel contesto in cui il denaro è necessario, ricordando loro il nobile fine del denaro, che è quello di aiutare le persone, non solo con l'elemosina, ma ad esempio anche investendo nelle aziende, trattando bene gli operai ecc.)

Gesù non demonizza i ricchi ma li invita ad alleggerirsi della zavorra che li inchioda alla terra, condividendo i loro averi con i poveri: le due monetine della vedova, che gli erano necessarie per vivere, assumono ai suoi occhi un valore inestimabile. La presa di distanza personale di Gesù nei confronti del denaro non è un dettaglio marginale. Negli anni della vita pubblica, ha accolto con riconoscenza ciò che gli veniva dato dal Padre celeste attraverso la bontà degli uomini. Si è commosso per il gesto di Maria, la sorella di Lazzaro, che gli unge i piedi con nardo profumato, ciò che Giuda giudica uno sciupio, dicendo: "perché non si è venduto per 300 denari e non si sono dati ai poveri?" (in realtà rubava i soldi dalla cassa...)

La suprema libertà di Gesù nei confronti del denaro è stupefacente: esso può essere un mezzo per fini nobili, ma Gesù non lo prende in mano, anche se permette agli altri di usarlo. Ma perché il Figlio di Dio non vuole toccare il denaro? E' lui stesso che ne rivela la ragione profonda: la ricchezza nelle sue varie espressioni è un dono di Dio, ma è stata inquinata dal serpente. La ricchezza è divenuta iniqua ed è per questo il motivo per cui Gesù non si sporca le mani. Però permette a noi di farne uso riscattandola e purificandola con le opere di misericordia: "Ebbene io vi dico, fatevi degli amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne".

Qual'è la radice velenosa che inquina la ricchezza? Forse il fatto che essa viene accumulata in modo ingiusto sfruttando il lavoro degli uomini? Indubbiamente anche questo aspetto perverso della ricchezza è presente agli occhi di Gesù. Egli però guarda più in profondità e vede nel denaro una sottile alternativa al primato di Dio. Questa è la tentazione. Nessuno più di Gesù ha colto la seduzione idolatrica della ricchezza, che illude l'uomo fornendogli una falsa sicurezza. La campagna di un uomo ricco, racconta Gesù, aveva dato un raccolto abbondante. Come non vedere in questa immagine una rappresentazione della nostra società opulenta dei consumi e degli sprechi? Farò così, disse: demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il denaro e i miei beni, poi dirò a me stesso: anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti. Ma Dio gli disse: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e quello che hai preparato di chi sarà?

La ricchezza non solo non risolve il problema del senso della vita, ma neppure quello del vivere. E' un falso appiglio che non da' alcuna sicurezza. Invano uno pensa di salvarsi dormendo su una montagna d'oro. L'ammonimento è di quelli che non tramontano mai. Dice Gesù: "Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede".
Credi di risolvere il problema della vita vincendo all'enalotto? Eh! La vita dipende da Dio! "Chi di voi per quanto si preoccupi può allungare di un'ora la sua vita?" chiede Gesù. Confidare nel denaro come se fosse un mezzo necessario per realizzarsi significa sostituirlo a Dio facendone un idolo. Il peccato è contro il primo comandamento, che bolla l'idolatria come la radice stessa del male. Nessuno ha pronunciato a questo riguardo parole più severe di quelle di Gesù, quando dice: "Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza!"

Il denaro non fa dell'uomo un signore, ma uno schiavo. Qualcuno potrebbe obiettare che sono insegnamenti sublimi ma irrealizzabili nella vita degli uomini. La tentazione del compromesso in nome del realismo ha sempre attraversato la storia della Chiesa, tuttavia l'esempio di Gesù si eleva così luminoso nella storia dell'umanità che non mancano mai uomini di ogni generazione che vi fanno ritorno. Il Figlio di Dio ha realizzato la rivoluzione più radicale, più incisiva nella storia dell'umanità senza disporre di ciò di cui gli uomini non possono fare a meno anche nelle imprese più nobili: Gesù ha salvato il mondo senza far uso del potere del denaro. Ha salvato il mondo senza neanche una moneta... Deposto nudo dalla croce, è stato collocato nel sepolcro donato da un benefattore. La più grande impresa della storia umana è stata compiuta da un nullatenente!

Quest'opera sublime è stata possibile perché la povertà di Gesù è assai più di una rinuncia, in realtà è una pienezza straripante. In Lui non vi è una fame di mondo da mortificare o da sradicare, ma una sazietà inesauribile da donare: Gesù straripava di ricchezza spirituale, "dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia". La povertà di Gesù dunque manifesta la pienezza della sua divinità: Dio è la vera ricchezza dell'uomo e Gesù ne è la fonte inesauribile. [...continua...]

Per chi voglia ascoltare l'intera catechesi, la trova a questo link: http://www.radiomaria.it/archivio_audio/archivio_audio.php  (occorre però registrarsi a Radio Maria).

A chi interessa l'ultimo libro di P. Livio Fanzaga:


vai in libreria
 
Non trovi sia molto illuminante su alcuni aspetti della povertà e del nostro rapporto coi soldi?
E' da un po' di tempo che pensavo di scrivere un ebook dal titolo: Fare soldi non è peccato!
Perché la questione è molto semplice, non si può far finta che i soldi non esistano o non servano, ma bisogna prima fidarsi del Padre nostro celeste e delle parole del Figlio, metterli al primo posto, come pietra angolare della nostra vita, e poi con la pace, la forza e la libertà dello Spirito Santo condividere con gli altri tutto ciò che abbiamo e che ci viene donato . La chiave è tutta in questa  preziosissima parola: condividere, ripeto. E' questa la sola rivoluzione possibile.

E allora non possiamo che tornare alle domande dell'articolo precedente: che cosa vogliamo fare dei nostri soldi e dei nostri beni? Vogliamo pagare le rate della pay tv, del mega schermo piatto, del suv, dell'ipod-pad-phone e compagnia bella, del viaggio nel paradiso tropicale, delle sigarette, eccetera eccetera?
O vogliamo magari donare e condividere i nostri beni divenendo ad esempio un angelo dei rifugiati?

Proviamo a guardare questo video:



http://www.youtube.com/watch?v=mh7v68F6tz4&feature=player_embedded

Con soli 8 euro al mese, possiamo sostenere persone che nel mondo hanno perso tutto, che hanno bisogno di tutte le cure possibili, possiamo essere angeli dei rifugiati!
Vediamo cosa ne dice un comune amico:

Ero restio a scrivere questo messaggio, perché fino all’ultimo mi son detto: ”Non vorrei sembrare uno dei tanti personaggi noti che suggerisce alla gente un’associazione o un ente da aiutare”.
Siamo bombardati da messaggi di questo genere, poi scoppia qualche scandalo e la gente perde fiducia, e pensa magari di aver fatto male a fidarsi. E’giusto, posso capire.
E poi, per me, c’è sempre un problema di ordine morale. Perché mai aiutare un’organizzazione
piuttosto che un'altra?

Alla fine ho capito perché ho scelto di sposare questa causa e andare oltre le mie titubanze, le mie paure e dubbi.
Già nel passato avevo avuto modo di collaborare con UNHCR e avevo potuto constatare di persona quanto lo staff di questa organizzazione fosse motivato e entusiasta di quello che fa. Persone che lavorano per un ideale, per un sogno, per una possibilità. Tanto mi era piaciuto il loro operato che promisi sin da allora di fare ancora qualcosa per loro quando me lo avessero chiesto.

Ed eccomi qua.

Il mio compito?
Suggerirvi di condividere con me questo loro sogno, possibile. “Ridare dignità ad esseri umani che la dignità non l’hanno mai avuta”. O, chi fortunato tra loro, l’avesse avuta anche solo per un soffio di tempo della vita, ha fatto in fretta a perderla nel cammino.
Tutti sappiamo, perché lo leggiamo dai giornali o lo ascoltiamo in TV, quanto sia terribile essere malati, o non avere denaro per curarsi. Tutti sappiamo cosa significhi essere devastati da uno tsunami o da un terremoto, e quanto sia duro essere vittime della mafia o della droga.

Ho scoperto invece che siamo in pochi a conoscere la devastante situazione dei RIFUGIATI.

34 milioni di persone nel mondo senza nome, identità, volto, casa, diritti, futuro, possibilità.
Persone in fuga, continuamente per via di guerre nel loro paese o gravi conflitti politici.
Non continuo dicendo cosa significhi, e le situazioni che ne derivano. Aggiungo solo che per molti di loro l’unica speranza è la morte. Spesso le loro sofferenze vanno oltre la sopportazione dell’ essere umano.

L’ UNHCR, ben 2 volte Premio Nobel per la pace, cerca e riesce spesso ad offrire a queste persone un’alternativa alla morte. Cibo, coperte, accoglienza, cure, solidarietà umana, aiuti concreti per persone che non hanno più una vita sopportabile. Vivere ma non esistere.

Con il nostro contributo permettiamo all’ UNHCR di poter raccogliere fondi perché questo aiuto si concretizzi. Non aggiungo niente altro, solo di unirvi a me.
Il mio e il vostro contributo per salvare persone invisibili ai più. Persone a cui vorremmo dare la dignità perduta. Grazie di cuore,
Per saperne di più:


domenica 31 ottobre 2010

Fallo adesso, prima che sia troppo tardi!

Mi ha sempre impressionato la scena dell'addio in "Schindler's List" di Spielberg.
Mentre i tedeschi sono in fuga e stanno arrivando le truppe alleate, i sopravvissuti ebrei donano un anello ad Oscar Schindler in segno della loro riconoscenza, con su scritto un verso del Talmud:

"Chiunque salva una vita, salva il mondo intero" 

e questo fatto, emozionandolo profondamente, lo porta ad una crisi di pianto in cui emerge il suo profondo senso di colpa per non aver fatto di più, per aver tenuto delle cose per sé, senza rendersi conto che con quelle avrebbe potuto salvare altre vite umane:


http://www.youtube.com/watch?v=oftGv6bYLNA
"Ho sprecato tanto di quel denaro... lei non ne ha idea... e la macchina... Perché l'ho tenuta? Mi avrebbero dato dieci persone... E questa spilla d'oro? Due persone, una persona forse... Avrei potuto salvare una persona in più e non l'ho fatto!..."

Questa scena è di una forza dirompente, perché può assumere evidentemente un significato paradigmatico per ciascuno di noi e per la nostra vita, un significato che può facilmente diventare anche escatologico, cioè riguardante "le cose ultime", perché verrà prima o poi per ciascuno di noi un momento in cui dovremo fare i conti con noi stessi e con il nostro Dio, con ciò che abbiamo fatto o non fatto delle nostre risorse e dei nostri talenti.

Tanto più se si pensa che viviamo in una società dei consumi che si è specializzata nella creazione continua di bisogni fittizi, per cui rischiamo di circondarci di oggetti che costituiscono un lusso nella convinzione che ci siano indispensabili, perché innalzati da qualche pubblicità al valore di status symbol: ti sei mai chiesto, ad esempio, quante persone avresti potuto nutrire o educare con quel palmare, quel computer, quel mega schermo piatto con sistema home theatre, quella super macchina, quella moto, quel vestito di marca, eccetera, eccetera?


Per questo penso che sia assolutamente indispensabile, tanto da averne fatto uno dei motivi principali per la mission di questo blog, "suonare le trombe", cioè avvertire, scuotere in qualche modo, svegliare la coscienza delle persone in questa nostra generazione prima che sia troppo tardi.

Perché è fin troppo facile notare come siamo spesso portati dal nostro stile di vita, dalla mentalità dominante, dai nostri interessi che si fanno sempre più stringenti, dalle continue preoccupazioni per la precarietà della nostra stessa situazione, se non proprio dal nostro irriducibile egoismo, a rimandare sempre a domani le opere buone, i gesti d'amore, la generosità gratuita, o anche semplicemente una piccola attenzione verso chi è chiaramente in preda alla sofferenza molto più di noi.

Si tratta di un tragico errore, perché in questo modo, il domani non arriva mai, non diventa mai oggi e rischiamo di ritrovarci alla fine della nostra vita con un pugno di mosche, senza mai aver provato cosa significa aver amato davvero, aver donato qualcosa senza interesse, essersi preso cura di qualcuno che non ha nulla da restituirci: il che vuol dire non essere mai stato veramente un uomo o una donna realizzati, maturi, non aver dato frutti, non aver gustato la gioia profonda di essersi donati.

Bisogna avere la saggezza, anzi la furbizia, e il coraggio di vivere oggi, o meglio qui e adesso, hic et nunc, cioè di approfittare del momento che passa e non ritornerà più, come ben sapevano già gli antichi: carpe diem, "cogli l'attimo" raccomandava Orazio. Ce lo ricordava Robin Williams in quest'altro meraviglioso film di Peter Weir:

http://www.youtube.com/watch?v=9WPZF4wkrq0&feature=fvw


John Keating (Robin Williams)
"Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento". Perché il poeta usa questi versi? [...] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli... pieni di ormoni come voi... e invincibili, come vi sentite voi... Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? "Carpe", "Carpe diem", "Cogliete l'attimo, ragazzi", "Rendete straordinaria la vostra vita"!


Ci sarà sempre almeno un motivo per non fare quell'opera buona: è per questo che devi fare una scelta precisa, devi lasciare in quel momento tutto il resto, e decidere che quella è veramente la cosa migliore da fare o non la farai mai. Ascoltiamo bene anche questa piccola perla di saggezza:

"Percorrerò questa strada una sola volta; ogni cosa buona che posso fare oppure ogni gentilezza che posso manifestare nei confronti di un altro essere umano, lasciatemela fare subito. Non fatemela rimandare o dimenticare, perché di qui passerò una volta sola".

Una volta sola! Ogni giorno, ogni minuto, ogni singolo istante, è come se noi scrivessimo le pagine di un libro o riprendessimo le immagini di un film che poi potrà essere letto o visto alla fine della nostra vita per l'eternità! Diceva infatti Pasolini che la morte è come il montaggio finale di una pellicola. Ci hai mai pensato? Possiamo farne un capolavoro o un filmetto di serie b, una meravigliosa storia d'amore o un film dell'orrore... Per questo ogni singolo istante della nostra vita, ogni nostro singolo pensiero, parola o azione sono tremendamente importanti e non è affatto la stessa cosa se facciamo o non facciamo una buona opera, o se facciamo il bene o il male: dobbiamo sempre ricordarci che le nostre azioni hanno conseguenze enormi per noi e per quelli che ci stanno intorno.

Madre Teresa
C'è stata una piccola grande donna albanese che era solita dire di se stessa: "Sono solo una piccola matita nella Sua mano"; credo che possa insegnarci molto in questo campo, perciò mi sembra utile e bello leggere qui alcuni suoi pensieri.

"Una volta, a Ceylon, un ministro mi ha detto qualcosa di singolare: 'Sa, Madre, amo Cristo ma odio i cristiani'. Quando gli ho chiesto come fosse possibile ha risposto: 'Perché i cristiani non ci danno Cristo e non vivono appieno la vita cristiana'.
Gandhi sosteneva qualcosa di simile: 'Se i cristiani vivessero la vita cristiana fino in fondo, in tutta l'India non rimarrebbe nemmeno un induista'. Non è forse vero? L'amore di Cristo dovrebbe indurci a dare noi stessi senza sosta.
La perfetta volontà di Dio per noi è racchiusa in queste parole: siate santi. [...] Poiché tutti siamo chiamati alla santità questa vocazione non nasconde nulla di straordinario. Siamo stati infatti tutti creati a immagine di Dio per amare ed essere amati. Con ardore indescrivibile Gesù vuole che siamo perfetti. Dal Suo Sacro Cuore trabocca l'insaziabile desiderio di vederci progredire verso la santità.
Ogni mattino dovremmo rinnovare la nostra determinazione e, come se fosse il primo giorno della nostra conversione, spronare noi stessi al fervore con le seguenti parole: 'Aiutami, Signore Dio, nel mio buon proposito e nel tuo santo servizio e dammi oggi la grazia di cominciare davvero perché quello che ho fatto finora non vale nulla'. Non possiamo rinnovarci se non siamo così umili da riconoscere ciò che in noi deve essere rinnovato".

"Credo che la passione di Cristo venga rivissuta ovunque. Siamo disposti a parteciparvi? Siamo disposti a partecipare alle sofferenze umane, non solo nei paesi poveri ma in tutto il mondo?
Ho l'impressione che la grande povertà della sofferenza sia più difficile da risolvere nell'Occidente che in qualsiasi parte della Terra. Quando raccolgo un affamato dalla strada e gli offro una scodella di riso o un pezzo di pane riesco a placare la sua fame.
Chi è stato maltrattato o si sente escluso, poco amato, impaurito o rifiutato dalla società prova tuttavia un tipo di povertà molto più dolorosa e profonda per cui è più difficile trovare un rimedio.
Gli uomini hanno fame di Dio e di amore. Ne siamo consapevoli? Lo sappiamo? Lo vediamo? Abbiamo gli occhi per vederlo? Spesso guardiamo senza vedere. Siamo solo di passaggio in questo mondo. Dobbiamo aprire gli occhi e vedere".

"Essere poveri non significa solo avere fame di pane ma soprattutto avere una fame insaziabile di dignità umana. Abbiamo bisogno di amare e di essere importanti per qualcun altro. Ecco dove sbagliamo: nel mettere da parte le persone. Non solo abbiamo negato ai poveri un pezzo di pane ma pensando che non valgono nulla e abbandonandoli per la strada abbiamo negato loro la dignità umana cui hanno diritto in quanto figli di Dio.
Oggi il mondo non ha fame di pane ma d'amore, del desiderio di essere amati e desiderati. Gli uomini sono affamati della presenza di Cristo. Le popolazioni di molti paesi hanno tutto ad eccezione di quella presenza e di quella comprensione.
I poveri esistono ovunque. In alcuni continenti la povertà è più spirituale che materiale e assume le forme della solitudine, dello sconforto, della mancanza di significato nella vita. [...]
E' troppo facile parlare o preoccuparsi solo dei poveri lontani. E' molto più difficile e forse più impegnativo rivolgere l'attenzione e l'interesse ai poveri che vivono accanto a noi. Quando raccolgo un affamato dalla strada placo la sua fame con riso e pane. Ma se quella persona si sente respinta dalla società, poco amata e spaventata come riuscirò a saziarla?
In Occidente avete i più poveri fra i poveri di spirito, molti dei quali si trovano tra i ricchi e il cui numero supera quello dei derelitti dal punto di vista materiale. E' facile dare un piatto di riso a un affamato o offrire un letto a chi non ne possiede uno ma occorre molto tempo per consolare e sconfiggere la rabbia, l'amarezza e la solitudine che derivano dalla povertà dello spirito".

"La ricchezza, sia materiale sia spirituale, può soffocarvi se non la usate in modo giusto perché nemmeno Dio può mettere qualcosa in un cuore già colmo. Un bel giorno l'individuo sente nascere in sé la brama del denaro e di tutto ciò che il denaro può garantire: beni superflui, cibi prelibati, abiti eleganti, sciocchezze. Le esigenze aumentano perché una cosa ne richiede un'altra e l'unico risultato che si ottiene è un'insoddisfazione incontrollabile.
Rimaniamo il più vuoti possibile in modo che Dio possa riempirci.
Nostro Signore ci offre un esempio vivente: dal primo giorno della sua esistenza umana è stato allevato in una povertà che nessun essere umano potrà mai provare, perché 'essendo ricco si fece povero'. Nella sua ricchezza Cristo ha svuotato se stesso. [...] Per noi sarebbe una vergogna essere più ricche di Gesù, che ha sopportato la povertà per amore nostro. Sulla croce Cristo è stato privato di tutto. [...] Era nudo. Lo hanno avvolto in un sudario donato da un'anima caritatevole e lo hanno sepolto in una tomba non sua. Gesù sarebbe potuto tuttavia morire come un re e avrebbe persino potuto evitare la morte. Ha scelto la povertà perché sapeva che era il mezzo più efficace per possedere Dio e portare il suo amore al mondo. Essere poveri significa essere liberi, così liberi da non essere posseduti dai nostri averi, così liberi che i nostri averi non ci controllino, non ci impediscano di condividerli o di donare agli altri. L'assoluta povertà è la nostra protezione".

"Non abbiamo il diritto di giudicare i ricchi. Quello che desideriamo non è una lotta di classe, ma un incontro tra le classi in cui i ricchi e i poveri si salvino a vicenda.
Davanti a Dio la nostra povertà ha il valore di un'umile rassegnazione e presa di coscienza della nostra condizione di peccatori, di esseri umani impotenti e privi di valore, e della consapevolezza del nostro bisogno di Lui, che si manifesta come fiducia in Lui, come disponibilità a ricevere tutto da Lui in quanto nostro Padre. La nostra povertà dovrebbe essere quella prescritta dal Vangelo: dolce, gentile, lieta e sincera, sempre pronta a esprimere amore.
Prima di essere rinuncia la povertà è amore. Per amare è necessario dare. Per dare è necessario liberarsi dell'egoismo".

"Ricordatevi che i poveri più poveri si trovano tra i vostri vicini, nel vostro quartiere, nel vostro paese, nella vostra città, forse nella vostra stessa famiglia.
Dopo averli riconosciuti li amerete e quell'amore vi indurrà ad aiutarli. Solo allora comincerete ad agire come Gesù e a mettere in pratica il Vangelo.
Mettetevi al servizio dei poveri. Aprite il vostro cuore e amateli. Siate la prova vivente della misericordia di Dio.
[...] Quando ci accorgeremo che il nostro prossimo colpito dalla sofferenza è l'immagine di Dio stesso e capiremo le conseguenze di questa verità, la povertà cesserà di esistere e noi Missionarie della Carità avremo esaurito il nostro compito".

Tratto da: Madre Teresa, "Non c'è amore più grande. Pensieri di una vita", Milano, Rizzoli, 1997.

Per chi voglia approfondire: http://www.motherteresa.org/italian/layout.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Madre_Teresa_di_Calcutta
http://www.libreriadelsanto.it/libri/9788825016307/ho-sete-dalla-piccola-teresa-a-madre-teresa.html?p=rob

lunedì 18 ottobre 2010

Nuovi Orizzonti del mistero pasquale

Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti
il mistero della Pasqua, che è Cristo,
"al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen"(Gal 1, 5).

Egli scese dai cieli sulla terra per l'umanità sofferente;
si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo.


Prese su di sé le sofferenze dell'uomo sofferente
attraverso il corpo soggetto alla sofferenza,
e distrusse le passioni della carne.


Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.


Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello,
ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall'Egitto,
e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del faraone.


Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito
e le membra del nostro corpo con il suo sangue.


Egli è colui che coprì di confusione la morte
e gettò nel pianto il diavolocome Mosè il faraone.


Egli è colui che percosse l'iniquità e l'ingiustizia,
come Mosè condannò alla sterilità l'Egitto.


Egli ci trasse 
dalla schiavitù alla libertà,
dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita, 
dalla tirannia al regno eterno.


Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.


Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti.
Egli fu ucciso in Abele,
e in Isacco fu legato.
Andò pellegrinando in Giacobbe,
e in Giuseppe fu venduto.
Fu esposto sulle acque in Mosè,
e nell'agnello fu sgozzato.
Fu perseguitato in Davide,
e nei profeti fu disonorato.


Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, 
fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli.


Egli è l'agnello che non apre bocca, l'agnello ucciso, nato da Maria, agnella senza macchia.
Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. 
Sulla croce non gli fu spezzato alcun osso 
e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione.
Egli risuscitò dai morti
e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro.


Dall' Omelia sulla Pasqua di Melitone di Sardi


Amici carissimi, 
oggi ho voluto inserire questo magnifico, antichissimo testo che ci fa entrare così profondamente nel mistero della Pasqua, per ricordarci che è questa soprattutto la fonte del nostro amore, della nostra vita sempre di nuovo redenta, trasformata, risorta. 


Un po' perché non vorrei aver focalizzato troppo sul Giudizio finale e sul timore o la speranza del futuro, su cui è importante riflettere, ma da cui non può certo nascere la carità che dovrebbe contraddistinguere un cristiano e dunque anche la nostra stessa salvezza: queste ultime possono nascere infatti
solo dall'esperienza personale dell'amore di Cristo manifestatosi nel mistero pasquale e dunque rivivendo intimamente uniti con lui il passaggio dalla morte alla risurrezione.


Ma devo dire che questa celebre omelia mi è venuta in mente anche sabato sera alla Stazione Termini, perché sono andato a vedere quello che combinano
i ragazzi di Chiara Amirante, 
la fondatrice di 


Credo infatti che bisogna il più possibile cercare di sperimentare da vicino le meraviglie che sta operando Dio in questa generazione, e sono come sempre davvero grandi miracoli, perché sennò ti resta solo l'immagine desolante che ti propinano i vari media e non fai altro che chiederti: ma perché mai oggi non ci sono più i miracoli di un tempo?

Quindi mi sono fatto coraggio, non essendo certo un luogo altamente raccomandabile a certe ore, e ho visto alternarsi a una divertente quanto movimentata animazione delle testimonianze di gente tosta, cui si legge in faccia ancor prima che parlino, che hanno vissuto e stanno vivendo sulla loro pelle una esperienza molto concreta di morte e risurrezione. Vediamo di cosa si tratta:


La Storia

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1991 inizia l’avventura di Chiara nel mondo della strada...
Ho sempre cercato, come penso faccia ogni persona, qualcosa capace di dare un senso profondo alla mia esistenza. Mi dicevo: ho una vita sola, voglio spenderla per qualcosa di grande! Cercavo la pace, la libertà, la sorgente capace di dissetare il mio cuore sempre inquieto, cercavo la gioia ed una frase del Vangelo mi ha raggiunto come una folgorazione:...
Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio Amore… Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,9-12).
Chiara incontra il Santo Padre Giovanni Paolo IIE’ stata per me una incredibile scoperta, una rivelazione, una vera folgorazione e davvero sperimentavo che più ce la mettevo tutta per amare con l’amore che Gesù ci insegna più il mio cuore era traboccante di gioia; una gioia che resisteva anche alle prove più terribili della vita.
A 21 anni ho avuto una terribile malattia che mi causava dolori atroci in tutto il corpo che nessun antidolorifico riusciva a calmare. Anche gli occhi eranostati duramente colpiti, avevo già perso otto decimi di vista e, trattandosi di una malattia cronica incurabile con interessamento della retina, i medici mi avevano detto che nel tempo sarei certamente diventata cieca. E’ stata una prova dolorosissima durata un lungo periodo, ma anche in una situazione così drammatica ho sperimentato la pienezza della gioia che Cristo ci dona tanto da sentire il prepotente desiderio di vivere il resto dei miei giorni per portare, testimoniare questa gioia proprio ai più disperati, andare di notte alla Stazione Termini e nelle zone più ‘calde’ della città ad incontrare giovani nella devianza con problemi di droga, alcool, aids, prostituzione, carcere, emarginazione. Mi rendevo conto che per una ragazza giovane era particolarmente pericoloso andare di notte in strada e le mie condizioni fisiche non me lo avrebbero permesso. Così ho fatto una semplice preghiera:
Signore, se questo desiderio così folle di andare di notte in strada sei tu a mettermelo nel cuore, mettimi tu nelle condizioni di poterlo realizzare! A te niente è impossibile! Io desidero solo la tua volontà!.
La risposta è stata immediata e al di là di ogni mia immaginazione. La mattina dopo, quando sono andata in ospedale per le iniezioni dentro gli occhi che dovevo fare di frequente, mi arriva l’incredibile notizia dal primario (chiamato appunto per accertare quanto di inspiegabile mi era successo):
Chiara noi siamo senza parole, sei completamente guarita! Per chi non crede è un mistero, per chi crede è una grazia straordinaria: la tua malattia è completamente ed inspiegabilmente sparita!
Io, la spiegazione ce l’avevo, eccome! Era la risposta del Signore alla mia semplice preghiera della sera prima… e lui aveva risposto come solo Dio può fare.
La mia cartella clinica era stata studiata dai più grandi luminari di Europa e anche degli Stati Uniti: tutti erano stati concordi nell’affermare che non c’era alcuna possibilità di guarigione. Senza dubbio sarei diventata cieca, era solo questione di tempo! Di fatto dalla sera alla mattina ero passata da meno otto decimi di vista ad una vista superiore alla norma: più undici decimi. Davvero incredibile!
La prima casa di accoglienza a Trigoria (Roma)Ho così iniziato a recarmi di notte in stradaspinta da un semplice desiderio: condividere la gioia dell’incontro con Cristo Risorto proprio con quei fratelli che erano più disperati.
Non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di giovani soli, emarginati, sfregiati nella profondità del cuore e della dignità, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali e della più infame delle schiavitù. Quante ragazze vendute come schiave e costrette a svendere il loro corpo a gente senza scrupoli. Quanti giovani distrutti, imprigionati dall’illusione di un paradiso artificiale che ha ucciso loro l’anima. Quante grida silenziose e lancinanti mai ascoltate da nessuno; quanta disperazione, rabbia, violenza, devianza, criminalità… ma quanta incredibile sete di amore, di Dio proprio là, nella profondità delle tenebre degli inferi della strada.
Ho provato con un certo timore e tremore ad entrare in punta di piedi nelle storie delle persone che abitavano le zone più ‘calde’ della città e subito sono rimasta impressionata dalla sete di ascolto, di verità, di pace, di amore di … Dio, proprio in mezzo a quell’inferno. Tanti dei cosiddetti ‘criminali’, alcuni con fedine penali davvero impressionanti, non erano di fatto persone cattive, ma persone non amate; ragazzi con una grande sensibilità ma con il cuore impietrito dalle troppe violenze subite. Altri erano giovani arrivati da paesi più poveri pieni di buoni propositi e aspirazioni, ma ben presto catturati dalle reti della criminalità organizzatache non perdona. Altri ancora, bravi ragazzi di buona famiglia (alcuni li avevo conosciuti in precedenza) ammaliati dalle seducenti proposte del mondo (piacere, denaro, successo, apparire) e scivolati poi in una profonda insoddisfazione, solitudine, nausea sottile senza più riuscire a trovare risposte... ragazzi con un grande vuoto nel cuore che avevano tentato di colmarlo con lo sballo, la trasgressione, le sostanze stupefacenti.
Molti di loro, sorpresi dalla presenza di una ragazza di notte in zone così pericolose, dopo aver condiviso con me qualcosa della loro storia piena di sofferenza e spesso di disperazione, mi dicevano:
Ora però raccontaci qualcosa di te. Che ci fa una ragazza come te qui in mezzo a noi? Non ti rendi conto di quanto è pericoloso? Possibile che metti a rischio la tua vita per persone che neanche conosci? Ma chi te lo fa fare?…
Con tanta semplicità condividevo anch’io qualcosa della mia storia e di come l’incontro con Cristo Risorto avesse sconvolto la mia esistenza: in Gesù avevo finalmente trovato la Verità che ci rende liberi, la Vita in abbondanza, la Via per raggiungere quella pienezza di gioia e di pace a cui il mio cuore anelava. La reazione era quasi sempre di sorpresa, curiosità e di incredibile apertura:
Se la gioia che vediamo nel tuo sguardo viene davvero da Gesù e se è Lui che ti spinge a rischiare la tua vita per noi, parlaci un po’ di ‘sto Gesù!
I lcardinal Tonini visita la prima comunità di Trigoriaed iniziavano a bombardarmi di domande. Il più delle volte questi incontri si concludevano con una richiesta accorata:
Portaci via da questo inferno della strada. Vogliamo conoscere anche noi questo Gesù che ha cambiato la tua vita!
[...]

La mission

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La Mission
La Comunità Nuovi Orizzonti si pone l’obiettivo di intervenire in tutti gli ambiti del disagio sociale: per questo realizza azioni di solidarietà a sostegno di chi vive situazioni di grave difficoltà; svolge la sua attività avendo presenti tutte le realtà di emarginazione sociale, in modo particolare del mondo giovanile; per esso propone specifici interventi innovativi e un proprio programma di ricostruzione integrale della persona che unisce la dimensione psicologica a quella spirituale e umana.
Inoltre propone i valori della solidarietà, della condivisione, della cooperazione e della spiritualità come elementi essenziali per una piena realizzazione della persona.





Opere e progetti

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Centri di Accoglienza, Formazione, Orientamento = 139

Centri_Accoglienza
  • 29 Centri di accoglienza residenziale per persone in situazione di grave disagio.
  • 29 Centri residenziali di formazione al volontariato internazionale.
  • 54 Famiglie aperte all’accoglienza.
  • 27 Centri di ascolto e telefoni in aiuto, grazie ai quali sono sostenute annualmente circa 100.000 persone.

Centri di Servizio = 92





Le comunità di accoglienza ospitano giovani e adulti - maschi e femmine - che vivono diverse situazioni di disagio legate a dipendenze di vario genere: droghe, alcol, sesso, gioco, internet, disturbi del comportamento alimentare, ecc.
Caratteristica peculiare della comunità di accoglienza è quella di essere una grande famiglia aperta a tutti coloro che desiderano fare un’esperienza di vita rinnovata dall’amore. Tutti - operatori, responsabili, ragazzi accolti dalla strada, giovani in discernimento vocazionale - si impegnano a crescere nell’arte di amare, sostenuti da un programma formativo di conoscenza di sè e di guarigione interiore, nella consapevolezza che ciascuno può essere un dono per l’altro.
Le comunità si occupano inoltre del lavoro di strada e di numerose altre attività quali: telefono in aiuto, servizio di segretariato sociale, colloqui di sostegno ed orientamento, incontri di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole, corsi di formazione umana, formazione alla prevenzione - animazione, attività artistico-ricreative, gruppi di spiritualità, missioni di strada.

Le Famiglie aperte all’Accoglienza sono coppie di sposi che si impegnano ad essere aperte all'accoglienza defamiglie_loretoi piccoli e dei poveri secondo il carisma della Comunità e ad avere come modello di vita la Sacra Famiglia di Nazareth.


Le famiglie aperte all’accoglienza vogliono essere piccoli fari di luce per le tante famiglie imprigionate nelle tenebre e piccole mani protese per aiutare ed accogliere figli e fratelli in condizioni di difficoltà materiale e spirituale.





Il lavoro di sensibilizzazione e di prevenzione che compiono i membri della Comunità porta inevitabilmente ad aprire centri di ascolto, punti di contatto, per le persone che sono già state incontrate. Moltissimi ragazzi raggiunti nei locali, nei punti di ritrovo e di divertimento notturni dove passano molte ore, toccati da un fugace contatto con qualche ragazzo delle comunità, chiedono di incontrare in modo più costante qualcuno con cui scambiare un confronto e attivare un’amicizia.
Spesso questi centri precedono l’apertura di una struttura di accoglienza e contemporaneamente continuano il loro servizio particolarmente utile in questo momento storico di forte insicurezza sociale. La loro collocazione è o all’interno ella struttura che ospita la comunità o in realtà parrocchiali o in edifici autonomi.
L’attività principale è proprio quella dell'ascolto delle persone che vi accedono: sono soprattutto giovani soli, emarginati, senza punti di riferimento, la cui necessità è quella di trovare qualcuno disposto ad ascoltarli nelle loro storie spesso dolorose o confuse.
Non vi sembra che quello che sta facendo Dio con questa 
piccola grande donna sia un qualcosa di strabiliante, di miracoloso


 Guardate  anche questo video!

Materiale tratto dal sito ufficiale http://www.nuoviorizzonti.org/

Sostenere Nuovi Orizzonti significa aiutare a trarre 
uomini dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce 
dalla morte alla vita. 
Significa partecipare a un'opera meravigliosa che si sta 
espandendo rapidamente nel mondo in un modo 
impressionante.
Significa dare un senso profondo alla propria esistenza,
spenderla per qualcosa di grande.
Se vuoi fare donazioni vai su 

Buone opere a tutti!
Roberto