Cofondatrice di Nomadelfia, prima "mamma di vocazione"
A Nomadelfia, dove «la fraternità è legge» e si vive come nelle prime comunità cristiane, più che piangere per la scomparsa, si gioisce e si ringrazia Dio per quella che definiscono la «partenza per la vita eterna» di Irene Bertoni, prima «mamma di vocazione» e assieme a don Zeno Saltini cofondatrice di questa particolare esperienza e della cittadella nei pressi di Grosseto.
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, il 6 febbraio 1923, Irene è morta domenica a Roma dove ormai viveva stabilmente dagli anni Settanta nella casa donata ai nomadelfi da Paolo VI.
Irene aveva appena 18 anni, non era all’epoca nemmeno maggiorenne, quando nel 1941 iniziò a seguire don Zeno e si presentò al proprio vescovo con due ragazzi abbandonati: «Non sono nati da me – spiegò –, ma è come se li avessi partoriti io». Il vescovo benedisse la giovane liceale e la sua maternità non dalla carne o dal sangue, ma dallo spirito e dalla volontà.
Da quel momento, Irene ha donato la sua maternità a 58 figli oltre ad occuparsi per mezzo secolo dei rapporti con la Santa Sede e con lo Stato italiano, incontrando in questo lungo periodo Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e in particolare Giovanni Paolo II.
Nomadelfia è un popolo di volontari cattolici che vuole costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo, sul modello delle prime comunità cristiane. Tutti i beni sono in comune, non esiste proprietà privata. Non circola denaro, si lavora solo all'interno senza essere pagati. Le famiglie sono disposte ad accogliere figli in affido.
In Nomadelfia vivono attualmente una cinquantina di famiglie. Vi sono famiglie di "mamme di vocazione" e di sposi. Le mamme di vocazione sono donne che rinunciano al matrimonio per vivere una maternità virginea e accogliere ed educare minori abbandonati come veri figli, per sempre.
Anche gli sposi sono disposti ad accoglierli con lo stesso spirito.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, la celebre frase di Saint Exupery ben si presta a descrivere la vita di Wolfgang Fasser, il fisioterapista non vedente che cura i bambini disabili attraverso la musica e accompagna ragazzi e adulti di notte nel bosco ad ascoltare i suoni della natura.
“Di solito siete voi ad accompagnare me nel mondo del visibile, per una volta vorrei portarvi nel mio mondo, il mondo di ciò che è invisibile agli occhi”.
E’ questo l’invito che Wolfgang Fasser, non vedente dall’età di 22 anni a causa di una malattia degenerativa, rivolge a coloro che lo scelgono come guida per inoltrarsi nei boschi la notte, nella totale oscurità, per ascoltare i suoni degli animali e scoprire altre dimensioni del “vedere”, in un’immersione completa con il mondo della natura.
Presentare Wolfgang Fasser non è facile, tanti sono gli aspetti che caratterizzano la sua esperienza umana così originale. Nasce nel 1955 in un paese sulle Alpi svizzere. La sua vista manifesta subito dei problemi a causa della retinite pigmentosa e diventerà completamente cieco all'età di 22 anni. Nessuna battuta d'arresto però nella sua vita. Diventato fisioterapista svolge la sua attività con successo in Svizzera. Nell'87 lascia tutto per andare in uno degli stati più poveri dell'Africa, il Lesotho. Vi rimane 3 anni. Rientrato da quell'esperienza si ritira a vivere in campagna, aPoppi nel casentino, dove dà vita insieme a don Luigi Verdi alla Fraternità di Romena, un'esperienza che offre percorsi di ricerca interiore a quanti desiderano ritrovare una vita più autentica. Nel 1999 fonda l'Associazione Il Trillo che cura bambini con diverse disabilità, anche a attraverso la musicoterapia. Ogni anno ritorna per due mesi e mezzo in Africa a proseguire l'attività iniziata là. Lo abbiamo intervistato proprio al rientro del suo ultimo soggiorno nel Lesotho.
Partiamo dalla malattia degenerativa che l'ha colpito da bambino: come ha affrontato l'esordio e l'avanzare di questa patologia che l'ha condotto progressivamente alla cecità?
Sono cresciuto in una famiglia dove eravamo 5 fratelli, di cui tre hanno avuto problemi alla vista. La diagnosi di retinite pigmentosa è arrivata quando avevo 5 anni, ma allora non mi rendevo conto bene della mia situazione. Intorno ai 10-15 anni non vedevo certe cose, da adolescente ero già gravemente ipovedente. Il periodo in cui un po' vedevo e un po' no, in realtà è stato più pesante di quello successivo. Quando a 22 anni non ho visto più nulla è stata quasi una liberazione, era venuta meno l'incertezza.
Come ho vissuto tutto questo? Posso dire che non ho mai avuto momenti di disperazione, di base avevo dentro di me una fiducia: "Va bene così". Mi sentivo connesso con ogni cosa, con la natura, con il cielo. Sentivo che c'era qualcosa di grande che mi proteggeva. A quell’epoca non era Dio, ma solo "qualcosa", con il tempo ho scoperto che era un'esperienza spirituale. Fin da piccolo avevo la consapevolezza che la mia vita sarebbe stata diversa.
Certo mi dispiaceva non poter fare alcune cose, come ad esempio andare con il motorino, sciare liberamente, andare in discoteca con gli amici. Ma avevo una fiducia di fondo.
Inoltre i miei genitori hanno aiutato molto sia me che i miei fratelli a diventare autonomi, a superare gli ostacoli, a vederli come qualcosa che ti fa diventare abile nella vita e anche a convivere con un po' di ignoranza della gente.
Attraverso la mia disabilità ho imparato il coraggio di vivere la vita così com'è e di chiedere aiuto.
L'idea di andare in Africa come le è venuta?
Ho lavorato come fisioterapista in Svizzera fino al ‘97, poi ho sentito il bisogno di lavorare in situazioni molto esistenziali, con problemi elementari. A quel tempo stavo avendo un successone a livello professionale, potevo insegnare in America e in Australia, avevo soldi, era tutto bello, ma una cosa non tornava: mi sembrava impossibile essere già arrivato dove di solito si arriva alla fine della vita lavorativa. Allora ho pensato di andare in Africa, come sognavo da bambino. Sono andato nel Lesotho (dove ero già stato per un breve periodo nel 1981), e sono rimasto lì 3 anni. In Africa ho sperimentato che la vera gioia non sono i soldi, ma l'entusiasmo nel proprio lavoro. Guadagnare troppo diventa una barriera per la vita.
L'Africa per un non vedente... non è un luogo difficile?
In realtà non è così, in Africa non si cammina da soli, è normale fare la strada insieme e quindi per un non vedente è quasi più facile.
Al ritorno da quell'esperienza si è trasferito in Italia...
Sì, sono venuto a vivere qui a Poppi dove avevo degli amici, perché non potevo tornare a Zurigo dopo un'esperienza come questa. Volevo restare nella natura. Inoltre per un non vedente vivere in campagna è più facile, non ci sono i pericoli del traffico, i rumori... Ora trovo che mi fa bene andare in città, ma penso che è più bello vivere in campagna e andare in città, che vivere in città e andare in campagna.
Vive in un eremo all'insegna dell'essenzialità, non le mancano le comodità?
Essenzialità significa andare all'essenza, levare le cose che sono all'esterno e non mi fanno sentire la mia vita. Mi piace avere poco nella mia casa, solo quello che serve per vivere bene e sano. Faccio esperienza di Dio attraverso la vita, le persone, la natura.
In Africa continua ad andarci...
Dopo quell'esperienza sono ritornato in Africa due mesi e mezzo ogni anno. Dopo la mia partenza è importante che il lavoro lo porti avanti chi è là. In Africa lavoro e insegno in ospedali, centri per anziani, comunità rurali. C'è un bisogno enorme, pensi che su 1.800.000 abitanti ci sono solo 8 fisioterapisti diplomati, mentre in Italia sono ben 50.000...
A Poppi ha fondato l'associazione Il Trillo che cura piccoli pazienti con disabilità motorie, ritardi nello sviluppo, disturbi nel comportamento, utilizzando, oltre alla fisioterapia, i suoni della natura e gli strumenti musicali. Ci può parlare di questa esperienza?
Nella mia vita c'erano già la natura e la fisioterapia, sentivo il bisogno di inserire anche l'arte, volevo includere l'arte come un linguaggio che va oltre la parola. La musica permette di fare questo e offre la possibilità di esprimersi anche a chi non può usare la parola. Inoltre attraverso la musica possiamo fare tante altre cose: ad esempio con una musica tranquilla si può sciogliere il corpo dalla spasticità e consentire il movimento. Vediamo che i piccoli con paresi cerebrali infantile spesso si annoiano quando devono eseguire gli esercizi per migliorare le funzioni motorie e così si rifiutano di farli. Nel contesto ludico della musicoterapia, invece trovano lo stimolo ad eseguire gli stessi movimenti.
Attraverso l'associazione Il Trillo in 15 anni abbiamo seguito 110 bambini con le loro famiglie, quasi tutti della zona del casentino.
Il rapporto con la natura è un elemento fondamentale della sua vita...
Sono cresciuto in montagna sulle Alpi svizzere. La natura per me era una seconda madre e i genitori ci lasciavano molto liberi... La natura dà pace, serenità. Vado spesso nei boschi e ho imparato a riconoscere tutti gli animali che li abitano e a leggere i loro segni. Mi piace aiutare gli altri a scoprire la bellezza della natura e i poteri curativi delle piante.
E veniamo ai percorsi di notte nel bosco...
Accompagno gruppi di adulti o di bambini nel bosco a scoprire i suoni della natura. Si parte al tramonto e si va nel bosco senza torce. Man mano che si entra nel buio si aprono le orecchie. Si ascolta l'allocco che chiama, il grido della volpe, ci si tiene per mano e si impara a fidarsi. Si impara a prendere contatto con la bellezza della natura. Si superano le paure, ad esempio quella dei lupi e delle serpi.
Non semplici escursioni, ma esperienze di vita, dunque...
Questi percorsi sono un aiuto ad avere un contatto reale con la natura. Ad esempio nel vedere un lupo siamo condizionati dalla fiaba di Cappuccetto Rosso, ma la realtà è ben diversa. In questi itinerari si impara a convivere con la presenza dei lupi. Sappiamo che i lupi sono attorno a noi e loro sanno che noi ci siamo, ma rarissime volte li abbiamo incontrati. Anche la paura delle serpi è irrazionale. Nella natura in questi casi faccio un passo indietro, mi metto ad osservare, allora magari mi accorgo che la serpe di sta godendo il sole. Imparo a diluire l'emozione e a riflettere.
Posso dire che in questi 20 anni non c'è mai stato un incidente, non abbiamo mai avuto incontri infelici con gli animali. Si impara a fidarsi della volpe, del cinghiale, del daino, del lupo, a credere in una convivenza pacifica. In alcuni momenti ci si tiene per mano e questo affidarsi fa bene alle persone.
Allora molti che credevano di avere paura del buio, si ritrovano a camminare serenamente ed è capitato che invece di tornare alle 23.30 siamo rientrati alle 2. A volte con i gruppi si passa la notte nel bosco o si parte il venerdì sera e si torna la domenica.
Un non vedente che fa da guida a persone che ci vedono… uno strano paradosso, non le pare?
In realtà durante il giorno è il non vedente ad avere dei problemi, ma la notte i problemi li ha chi vede. Chi è non vedente non è luce dipendente. Durante la notte il vedente non vede più, mentre il non vedente vede: c'è un'inversione.
A Quorle c’è anche la possibilità di partecipare anche a momenti di riflessione, di silenzio e incontro con se stessi…
Sì, qui siamo nel cuore di uno spazio di campagna viva, una campagna che tiene a distanza i rumori della città, perché siano libere le voci della natura e quelle degli uomini. Attraverso un lavoro di ristrutturazione abbiamo recuperato tutta l'area che circonda la piccola chiesa di santa Margherita e creato un luogo di accoglienza per i gruppi, con spazi comunitari, la cucina e una piccola cappella e poi vi sono tre piccoli eremi, dove chi vuole può vivere un periodo di silenzio, di raccoglimento, di incontro con sé stesso e con la natura disponendo di ciò che basta: un letto, un angolo cottura, uno spazio per scrivere e leggere, un bagno. Ma gli spazi della fraternità sono anche all'aperto: il giardino e l'orto sono l'annuncio che già da qui l'uomo riapre il suo dialogo creativo con la natura.
La vita di Quorle è vita semplice, scandita da ritmi sani, con la sveglia che arriva presto per godersi l'alba e permettere al giorno di offrire spazi per il silenzio, per il lavoro, per la condivisione. Niente radio o tv, la linea del cellulare è faticosa; in compenso si può ascoltare il canto degli uccellini, o scorgere una volpe o una lepre nel campo di fronte, o godere del profumo di un buon pomodoro appena colto nell'orto. L'invito è quello di abbandonarci fiduciosamente alla realtà che ci circonda, a scoprire Dio attraverso la vita, colta nelle sue piccole espressioni quotidiane.
In una fredda mattina del 20 gennaio 2000, Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni che vive a San Giovanni Rotondo, va tranquillamente a scuola come ogni giorno. Ma la maestra Concetta si accorge dopo qualche ora che il bimbo sta male (brividi, testa inclinata verso il banco, incapacità di parlare). Vengono chiamati subito i genitori. Matteo ha la febbre a 40° e comincia a vomitare. Alle 20.30 della sera, quando il bambino non riconosce più la madre, si decide il ricovero immediato alla Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale di Padre Pio dove il padre di Matteo, Antonio, lavora come medico.
Le sue condizioni però appaiono subito disperate. Viene fatta una diagnosi di meningite fulminante. Nel giro di qualche ora il quadro si fa devastante: meningite acuta con andamento rapidamente progressivo per il determinarsi di uno shock settico e profonda compromissione degli apparati cardiocircolatorio, renale, respiratorio, emocoagulativo, con acidosi metabolica.
Il bimbo viene portato in rianimazione. In pratica fin dal primo giorno vari organi vitali sono risultati compromessi. Nel giro di poche ore, al mattino del 21 gennaio, la situazione precipita drammaticamente con “uno stato collassiale, ipertermia, difficoltà respiratoria per desaturazione di ossigeno”. Si manifestano “segni quali cianosi intensa, edema polmonare, gravissima bradicardia per la grave ipossemia e acidosi metabolica”.
I medici ormai disperati si affannano e si agitano attorno al bambino, aumentando al massimo i dosaggi farmaceutici, ma il grave collasso cardiocircolatorio, la difficoltà a ossigenarsi nonostante la ventilazione meccanica, la sofferenza renale e la grave alterazione del sangue, fanno ormai pensare al peggio. Appare tutto inutile. Uno dei dottori – dopo essersi prodigato in ogni modo – a un certo momento, desolato, si ferma e dice: “Ragazzi, non c’è più nulla da fare, il bambino non si riprende”. Si toglie i guanti, va a lavarsi le mani e torna al fianco del fanciullo, con la dottoressa Salvatore, a guardare, ormai impotente, il piccolo Matteo. La dottoressa a questo punto incita a fare un ultimo, disperatissimo tentativo, come farebbe un padre di fronte al figlio. Fu così iniettata una forte dose di adrenalina che sortì qualche piccolo effetto, ma senza poter assolutamente cambiare la situazione ormai tragica del bambino. Il decesso era atteso da un momento all’altro.
Si legge negli atti del processo di canonizzazione di padre Pio: “Il dottor Violi passando in rassegna la fisiopatologia di questa devastante sindrome, ha dimostrato come quando gli organi insufficienti sono in numero superiore a cinque, le varie terapie impiegate risultano inutili, o comunque non hanno mai risolto alcun caso. Non risulta che nella letteratura internazionale ci sia alcun sopravvissuto affetto da tale patologia come quella del piccolo Matteo Pio Colella. Insomma non viene descritta alcuna sopravvivenza, infatti in tal caso la mortalità è del 100 per cento”.
La madre, il padre, i familiari sono da anni Devoti di Padre Pio. Si mette in moto una grande catena umana di preghiere a Padre Pio affinché interceda. La mamma del bambino, raggiunta al telefono dalla maestra che chiede di sapere, riesce solo a dire, con la voce strozzata dalle lacrime: “Preghiamo Padre Pio, perché stiamo perdendo Matteo, solo Padre Pio può salvarlo”. Anche tutti i bambini della scuola iniziano a invocare Padre Pio. Così i frati, i parenti, gli amici, gli stessi medici e gli infermieri della “Casa Sollievo della Sofferenza”. Qualche parente addirittura si riavvicina a Dio per implorare il miracolo per il piccolo Matteo. Si susseguono in quelle ore concitate le visite alla tomba di padre Pio, i rosari, le reliquie portate a contatto con il bambino, le lacrime e le invocazioni accorate.
E la mattina del 21 gennaio “improvvisamente accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti”, perché “gli organi del bambino riprendono a funzionare”. C’è clamore, commozione, stupore. Il fenomeno è doppiamente sorprendente, perché già le speranze di sopravvivenza erano pari a zero, ma – nel caso remoto di sopravvivenza – certi erano i gravi danni cerebrali e renali che il bimbo avrebbe comunque riportato. Invece qua il bambino, dopo essere stato dieci giorni sedato e curarizzato, addirittura il 31 gennaio si sveglia, guarda medici e infermieri e dice: “voglio il gelato”. Poi comincia a scherzare con loro.
Domenica 6 febbraio il piccolo – ancora in rianimazione – guarda tranquillamente la televisione e gioca alla play-station (introdotta “per la prima volta nella storia della medicina” in rianimazione perché i medici sono interessati a vedere “la risposta intellettiva” del fanciullo). I medici - ovviamente felici - si trovano davanti a qualcosa di inaudito, sconcertante. I genitori e gli amici in una gioia travolgente. Tutti i medici hanno dichiarato l’inspiegabilità scientifica della guarigione (e della mancanza di danni). Uno per tutti, il Dottor Alessandro Villella: “Non sono in grado di spiegare scientificamente la completa guarigione del piccolo Matteo Colella, senza dover pensare che possa esservi stato un intervento soprannaturale”.
Molto bella è la testimonianza data dalla madre al postulatore della causa di canonizzazione di Padre Pio: “Qualunque sarà la decisione degli uomini su questo caso, la mia convinzione profonda di mamma e di credente rimarrà che mio figlio è tornato a noi perché il Signore immeritatamente ce l’ha restituito, è intervenuto a consolarci nella sua immensa misericordia, con l’intercessione del nostro caro Padre Pio”. La signora riferisce di segni inequivocabili della vicinanza del padre (per esempio un intenso “dolcissimo e gioioso” profumo di rose e viole da lei avvertito) e aggiunge: “Solo il Signore sa il senso di tutto ciò che è accaduto alla nostra famiglia. La mia certezza è che Egli ci è stato vicino e ci ha benedetti, grazie anche alla intercessione e alla preghiera amorevole di Padre Pio che, della sua missione sulla terra, diceva: ‘Come sacerdote la mia è una missione di propiziazione: propiziare Iddio nei confronti dell’umana famiglia’. E così è stato, caro Padre Pio, ci hai abbracciati nella prova e ci hai raccomandati a Dio”.
E il piccolo Matteo? Ricorda nulla di quelle ore di incoscienza? Per la medicina egli non doveva sentire, né vedere nulla, tantomeno ricordare qualcosa. Ma interpellato subito dopo il suo risveglio, Matteo riferì invece un ricordo molto preciso e sconvolgente: “Durante il sonno io non ero solo. Ho visto un vecchio. Mi sono visto da lontano, in questo letto, attraverso un buco tondo. Io ero vicino ai macchinari e un vecchio con la barba bianca e vestito lungo e marrone, mi ha dato la mano destra e mi ha detto: ‘Matteo, non ti preoccupare, tu presto guarirai’, e mi sorrideva”. Inoltre Matteo dice di aver visto tre angeli dai visi luminosi e di aver guarito insieme a Padre Pio un bambino dagli occhi celesti-verdi e i capelli neri che stava in un ospedale a Roma: "la mamma mi ha chiesto: come sei andato a Roma? E io ho risposto: ho fatto una specie di volo con Padre Pio che mi teneva la mano e mi ha parlato con la mente, e quando siamo arrivati mi ha chiesto: ‘Vuoi guarirlo tu?’. E io ho detto: come si fa? Così, con la forza di volontà. La mamma mi ha chiesto: come hai capito che eri a Roma? Ho riconosciuto il Luna Park dove ero andato con zio Giovanni"
“Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso”.
Mark nasce il 5 giugno 1971 nel quartiere Dorchester di Boston, ultimo di nove figli, da un tassista di origini svedesi e franco-canadesi reduce della guerra di Corea, e da un'infermiera di origini irlandesi ed inglesi; i suoi genitori hanno poi divorziato quando aveva 11 anni.
Wahlberg vive un'infanzia difficile e la sua adolescenza sarà caratterizzata da piccoli crimini e uso di droghe. A quattordici anni mette in piedi una banda e a sedici spacca la testa al vietnamita Thanh Lam, forse a scopo di furto e, sempre nello stesso giorno e con lo stesso bastone, cava un occhio a Hoa Trinh. Erano solo «Vietnam fucking shit» per il giovane razzista cocainomane. Seguirono venticinque arresti della Boston Police e una condanna a dieci anni per tentato omicidio, ridotti a due, quindi a quarantacinque giorni da scontare nel correzionale della Deer Island House.
"Ho commesso un sacco di errori perché avevo un sacco di tempo libero - dichiara oggi Mark - I miei genitori lavoravano molte ore al giorno per darci da mangiare, e io potevo stare pochissimo tempo con loro. Per questo, ora, prima di accettare un ruolo, mi assicuro che mi resti del tempo per stare con i miei figli e potermi impegnare in ogni aspetto della loro vita. Mia moglie ed io cerchiamo di insegnare loro i valori principali, e la fede è il più importante".
Il ragazzo si era meritato una reputazione di testa calda e irrecuperabile, invischiato in storie di gang di quelle dalle quali è difficile uscire. Ma ci è riuscito grazie al rapporto con il suo parroco, attraverso cui ha recuperato la fede e si è ricostruito una vita.
Uscito di prigione cerca di rifarsi una vita e chiede aiuto al fratello Donnie, nel frattempo diventato membro dei New Kids on the Block. Ottiene così un contratto discografico e assieme ad un deejay fonda i Marky Mark & the Funky Bunch che esordiscono nel 1991 con il brano Good Vibrations. Dopo qualche hit viene notato da Calvin Klein, che lo vuole per la sua nuova campagna pubblicitaria di intimo al fianco di Kate Moss e gli scatti di Herb Ritts fanno il giro del mondo, facendolo diventare un sex symbol.
Ma quando viene fuori il suo passato di teppista e viene accusato di essere razzista e omofobo, il mondo della musica gli volge le spalle, per cui decide di dedicarsi alla recitazione. Dopo particine in tivù e film mediocri, la grande occasione arriva con David O. Russell, che nel 1999 lo vuole accanto a George Clooney nel film Three Kings, ambientato dopo la fine della Guerra del Golfo. E dato che le amicizie contano, il bel George immette Mark nel giro giusto, caldeggiandolo per La tempesta perfetta (2000) di Wolfgang Petersen. Ma il miglior ruolo della carriera, dopo Boogie Nights, sarà ne Il pianeta delle scimmie (2001) di Tim Burton. I primi riconoscimenti ufficiali arrivano grazie a Martin Scorsese, nel cui spettacolare poliziesco The Departed (2006), l'attore trentacinquenne interpreta un sergente duro e antipatico, guadagnandosi una nomination ai Golden Globes, accanto a calibri come Di Caprio e Nicholson. Coi soldi, arriva anche il matrimonio con la modella Rhea Durham e quattro figli, cresciuti a pane e cattolicesimo, perché con il successo Mark non dimentica la fede che lo ha redento e sfoggia rosari grossi come catene da rapper:
"Tutto ciò che di positivo è avvenuto nella mia vita è stato dovuto alla mia fede. Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso".
Per molti è all’apice della carriera, e ha rivelato che questo successo “va di pari passo con il mio nuovo incontro con Dio attraverso l’Eucaristia”. Wahlberg sostiene che per propria determinazione assiste alla Messa domenicale:“Se è necessario interrompo le riprese, ma vado sempre a Messa. È molto più importante del lavoro”.
Per l’attore, la fede è “consolazione, senso, tutto”, e per questo riconosce di essersi pentito di aver ferito molte persone nella sua vita, “alle quali ho chiesto spesso di perdonarmi”. Dichiara anche di voler aiutare i giovani “perché non percorrano la strada che ho percorso io durante la mia giovinezza” attraverso la sua fondazione, The Mark Wahlberg Youth Foundation.
Non è una storia comune. È la storia di un gommista che un giorno si mette a curare i pazzi, nella foresta africana. Che li va a cercare e liberare dai tronchi d’albero cui sono incatenati, nei loro villaggi, perché nel cuore dell’Africa i pazzi sono ancora creature possedute dagli spiriti maligni. Au bois, si dice in Costa d’Avorio: avvinti ai ceppi vengono tenuti i folli, per mesi ed anni. Perché non scappino. Qualcosa da mangiare e da bere, il minimo. Fino a che non muoiano. Quelli ogni tanto urlano grida senza senso, oppure tacciono, arresi e inebetiti. Non hanno che da aspettare la fine. Così è, nella tradizione locale, da sempre.
L’ex gommista si chiama Gregoire Ahongbonon, nato in Benin nel 1953, terza elementare, sposato, sei figli. Un nero piccolo di corporatura, simpatico, cocciutissimo, dicono, uno che si fa centinaia di chilometri per andare a liberare un altro povero cristo incatenato. Sono anni che s’è messo a fare la sua silenziosa rivoluzione. Amici, missionari, sacerdoti lo avvertono. Lui arriva, chiede il permesso alla famiglia, promette che può curare quel figlio, quel fratello. Gli si avvicina, nel silenzio attonito di tutto il villaggio. Gli parla – parla a ciò che resta di un uomo da anni legato come un cane.
Racconta Marco Bertoli, uno psichiatra italiano che ha seguito Gregoire nelle sue spedizioni: «È stata una scena straordinaria. Quel poveretto era lì, assente, che non aspettava niente se non di morire. Gregoire gli si è chinato accanto, lo ha chiamato per nome, gli ha detto “vieni, ti porto via”. Quello lo fissava, e non capiva. Allora Gregoire lo ha liberato dalle catene, lo ha lavato con delicatezza. Sulla faccia dell’uomo c’era stupore: quel prendersi cura di lui, quello sì, riusciva a capirlo. Poi ha seguito Gregoire senza una parola – come un bambino. Liberare dalle catene, chiamare per nome, lavare: aveva un sapore evangelico la scena che ho visto in quel villaggio». Ma perché, ma come un gommista africano un giorno capovolge la sua vita così? Prima dei trent’anni Gregoire era un tassista benestante, un uomo dalla vita vivace e sregolata. Poi, disavventure finanziarie, e una profonda crisi. Nel 1982, di un pellegrinaggio a Gerusalemme gli rimangono impigliate nella memoria queste parole: «Ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa».
Gregoire è uno che le cose le fa sul serio. Dall’orlo del suicidio che aveva sfiorato, al buttarsi nelle carceri del suo paese, sorta d’inferno in terra, ad abbracciare gli ultimi. Ma il più ultimo lo incontra un giorno in una fogna della capitale. È sudicio, straparla, ed è completamente nudo. In Africa, la completa nudità è l’emblema della follia. Mentre nelle campagne il folle è incatenato, nella città vaga nudo e randagio. Perché proprio per lui quell’incontrollabile tenerezza? È il primo pazzo di Gregoire.
Ad oggi, sono oltre 2.500 quelli che ha accolto e liberato. Curato: imparando dai medici a somministrare gli psicofarmaci elementari disponibili nel paese. E gli psichiatri occidentali che assistono alle visite tacciono. Bertoli: «Colpisce la sensibilità che ha verso gli ammalati». Racconta ancora il medico italiano che esistono nella foresta villaggi che vivono della custodia dei folli. Sette animiste, che pure incatenano e maltrattano i pazzi, ma dietro compenso, e non lasciano avvicinare nessun estraneo. Da lontano si sentono le grida dei prigionieri. Qui Gregoire deve fermarsi, la rabbia in faccia, impotente.
Moltissimo ha fatto, però, e molto vuole fare. Non da solo. Ha suscitato attorno a sé un grande numero di amici, missionari, ex pazienti, e un’impressionante quantità di iniziative. L’associazione San Camillo di Bouaké dall’83 ha rimandato a casa centinaia di malati guariti, costruito centri di accoglienza, un ospedale per i poveri, e si occupa della cura e del sostentamento di 1.400 malati (Per informazioni e contributi, www.gregoire.it).
Gregoire, sono 25 anni che hai cominciato la missione di curare i malati mentali, a cominciare dal momento in cui nel volto di uno di loro hai riconosciuto il volto di Gesù. Che bilancio faresti dell’esperienza che si è dipanata fino ad oggi?
(Ride, ndr) Come si fa a fare un bilancio del fatto che tutti i giorni, da quel giorno, io colgo il volto di Cristo in quello dei malati? Si tratta semplicemente di continuare il lavoro iniziato. Gesù Cristo è presente nella loro carne. Finché ci sono malati incatenati a un albero o dentro a una capanna, io non posso fare un bilancio di vittoria. La mia vittoria fino ad oggi è trovarli e farmi aiutare da Lui per liberarli.
Per aiutare i malati spesso è stato necessario rompere le catene con cui erano stati immobilizzati, entrare in conflitto con chi li teneva in quelle condizioni, e altro ancora. È ancora necessario battersi a questo modo per aiutare i malati mentali, oppure le mentalità sono un po’ cambiate?
Abbiamo creato tanti centri, la gente vede e questo aiuta a cambiare le mentalità. C’è un miglioramento nel modo degli africani di rapportarsi coi malati mentali, ma resta ancora da fare un lavoro immenso di sensibilizzazione, e con l’aiuto della Grazia e dello Spirito Santo lo stiamo facendo con entusiasmo. Ci chiamano in altri paesi africani, e noi con gioia andiamo per portare avanti questa opera che Dio ha voluto e che continua. Non è la mia opera, non è il mio progetto: è la Sua opera, è il Suo progetto, e Lui sceglie chi vuole per realizzarlo. Dopo l’inizio in Costa D’Avorio siamo passati in Benin nel 2004, dove si riscontrava la stessa situazione della Costa D’Avorio: malati abbandonati nelle strade o incatenati nei villaggi. Abbiamo creato un centro nel sud e uno del nord, e un terzo centro lo apriremo a Cotonou, la capitale, dove l’arcivescovo ci ha messo a disposizione una proprietà fondiaria sulla quale stiamo costruendo. L’anno scorso abbiamo aperto il primo centro in Burkina Faso, a Bobo Dioulasso, proprio dentro al recinto dove si trova il vescovado. Vescovo, preti e malati mentali si trovano faccia a faccia ogni giorno! Adesso vorremmo fare qualcosa in Togo. Lì c’è una situazione sconvolgente: nel sud, poco lontano dalla capitale, mi sono imbattuto in una spianata dove ci sono 204 persone legate o incatenate a piante e pali. È il “campo di preghiera” di una setta che dice di poter liberare i malati dalla possessione degli spiriti. Al Meeting di Rimini parlerò di questo, perché abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per cominciare l’opera anche lì.
Quello che si fa nell’opera lo hai definito spesso come “dare la libertà ai malati”. Ora, la condizione stessa di ogni malattia, e ancor di più della malattia mentale, è la mancanza di libertà, è uno stato di schiavitù, di prigionia. Che cosa significa esattamente per te “dare la libertà ai malati”? Significa dare loro la libertà di vivere come le altre persone, riconoscere la loro dignità di esseri umani. Non sono dei malati ai quali la malattia ha cancellato ogni qualità umana, sono esseri umani che partecipano allo sviluppo della società. Alcune delle persone che sono passate attraverso i nostri centri adesso lavorano in associazioni di protezione dei diritti umani! Bisogna saperli accogliere e bisogna saperli comprendere. Allora danno tutto ciò di cui sono capaci.
Una delle ragioni per le quali gli africani hanno paura dei malati mentali, è che molti ancora pensano che essi siano stati colpiti dagli spiriti malvagi, e che non bisogna interferire con loro. Su questo versante è cambiato qualcosa o il problema sussiste ancora? La paura degli spiriti domina la vita degli africani o è stata superata? In molti la paura è stata superata, ma molto resta ancora da fare. Ci sono ancora africani che quando assistono alla crisi di epilessia di un malato, pensano che sarebbe giusto bruciarlo vivo per impedire allo spirito malvagio che ha colpito quella persona di contagiare altri. Ma stiamo assistendo a un’evoluzione in tutto il continente, dovuta in parte alla diffusione e all’approfondimento del cristianesimo, in parte a una migliore educazione scientifica. I nostri centri nel Benin sono collegati in rete con dispensari dove i malati vanno a prendere le medicine. Il fatto che i malati assumono i medicinali li aiuta a stare meglio e a farsi accettare dalla gente, che smette di pensare agli spiriti come causa di quelle malattie. La sensibilizzazione sulle vere cause delle malattie psichiche va fatta sempre anche presso i cristiani, perché molti di loro continuano a credere nelle possessioni. Trattano i malati mentali come secoli fa i cristiani trattavano i lebbrosi: emarginandoli e tenendoli alla larga. Bisogna fare conferenze scientifiche, educare la gente, approfondire la catechesi.
L’Africa è un continente ancora molto povero. Dove trovate le risorse materiali e finanziarie per le opere che hai creato in questi anni? Non sono le opere che ho creato io, sono le opere che Dio ha creato attraverso di me. Tutto ciò che viene da Dio è opera sua, e allora Lui provvede perché l’opera possa continuare. Abbiamo amici in tutto il mondo che ci aiutano con soldi e assistenza sanitaria: in Italia, in Francia, in Spagna, in Canada. In Benin i vescovi ci aiutano e invitano i fedeli ad aiutarci, a fare donazioni a nostro beneficio. Ci sono anche musulmani facoltosi che ci sostengono, perché i malati sono persone di tutte le fedi religiose e noi li avviciniamo senza fare distinzioni. La Provvidenza continua il suo cammino e noi ci fidiamo di lei. Quando abbiamo iniziato i nostri progetti in Benin, non avevamo i soldi necessari ad avviarli, ma ci siamo fidati dela Provvidenza. Quando un’opera viene da Dio, Lui provvede.
Una volta tu mi hai detto che la guarigione di un malato mentale dipende per il 50 per cento dai farmaci che assume e per il 50 per cento dall’amore cristiano che riceve. Che parte ha la preghiera nel tuo “cocktail terapeutico”? La preghiera ha un’importanza capitale nei nostri centri, dappertutto c’è una cappella dove tutti i giorni viene celebrata almeno una Messa. Perché, lo ripeto, questa opera non è la mia opera, è l’opera di Dio, e allora bisogna rivolgersi a Lui perché continui. Nei nostri centri sta nascendo una comunità di laici consacrati, autorizzata dai vescovi: ecco il segno di quello che Dio ha in serbo. La preghiera ha un’importanza capitale nella mia vita: voglio essere in comunione permanente con la Chiesa, ogni giorno vado a Messa e mi accosto all’Eucarestia. Tutti i giorni mangio il corpo di Cristo e voglio che gli altri mangino me. Voglio essere mangiato da loro.
insieme alle donne rimaste sole con un figlio disabile.
E ha scritto un libro su di loro.
La Casa degli angeli è una struttura in missione a Bangkok, Thailandia, dove vengono accolte le mamme di bambini disabili, donne che, non si sa bene perché, hanno deciso di non abbandonare un figlio ritenuto una disgrazia e frutto di una colpa.
Che un figlio con disabilità sia una sfortuna, o quantomeno un problema, è un’idea comune a molte culture, ognuna con la propria specificità. «Nel buddhismo theravada praticato in Thailandia la disabilità viene percepita dai più come frutto del karma», spiega suor Angela. «Ovvero: ti sei comportato male in una vita precedente e questa è la giusta punizione. La colpa può essere del bambino oppure di sua madre, in ogni caso entrambi sono evitati e tenuti a distanza. I mariti stessi di queste donne spesso se ne vanno lasciandole senza alcun appoggio».
La Casa degli angeli, nella parrocchia di Nostra Signora della Misericordia in una baraccopoli di Bangkok, dal 2008 ospita una ventina di mamme con i loro bambini disabili. «Posso dire che sta diventando pian piano una comunità viva perché cresciamo insieme, e soprattutto perché io stessa tra queste donne e i loro bimbi sperimento in modo molto concreto e reale Gesù vivo e il suo amore», afferma la religiosa. Eppure, l’inizio di questa opera non è stato facile. Così come non lo è stata la vita da missionaria di suor Maria Angela.
Originaria di Carpi, a 22 anni entra nella congregazione delle Missionarie di Maria (Saveriane) di Parma. Dopo i voti viene inviata a New York per imparare l’inglese e per frequentare un corso da fisioterapista: vive ad Harlem dove – anche se non è lì per questo – si dà da fare per i giovani che incontra nelle strade del quartiere.
Poi la prima destinazione in Sierra Leone, nel ’93. È nel Paese africano da due anni quando viene rapita insieme a sei consorelle dai guerriglieri del Ruf (Fronte unito rivoluzionario). La rilasciano dopo 56 giorni di prigionia. «Noi suore non subimmo tanto violenze di tipo fisico quanto di tipo psicologico», racconta oggi, «ma non potrò mai dimenticare gli orrori visti in quei giorni. Ho conosciuto il mistero del male, di come Satana può prendere dimora del cuore dell’uomo facendogli compiere atti che non sono più nemmeno a misura d’uomo».
Dopo questa vicenda, la congregazione decide di inviarla lontano, all’altro capo del mondo: in Thailandia. «Ero a Bangkok da un anno, quando ho attraversato una grossa crisi», racconta. «Mi sentivo trenta metri sotto terra. Forse in quel momento è uscito anche tutto lo stress che avevo tenuto a bada dopo il rapimento, ma sentivo anche un’inquietudine sul modo di vivere la missione. Chiesi alla mia comunità di poter lasciare la casa in cui mi trovavo con le mie consorelle per andare a vivere da sola in baraccopoli. Fu uno strappo doloroso, ma in seguito mi è diventato sempre più chiaro che il Signore mi stava accompagnando su una nuova strada, e con il tempo si sono ricuciti i rapporti anche con chi all’inizio non aveva approvato la mia scelta».
In baraccopoli lavora già un missionario italiano del Pime, padre Adriano Pelosin, che chiede a suor Angela di occuparsi prima degli ammalati di Aids e poi dei bambini disabili e delle loro mamme, i più deboli fra i deboli dello slum. «La Casa degli angeli non è nata da una mia idea», precisa suor Maria Angela, «ma dall’iniziativa di due fidanzati, Federica e Cristiano, venuti a trovarci nel 2005. Vedendo quello che facevamo proposero di creare un luogo di accoglienza per curare in modo adeguato i bambini disabili e sottoposero il progetto alla Caritas di Venezia che accettò di finanziarlo».
Oggi la Casa degli angeli è diventata una famiglia per donne che non avrebbero potuto provvedere da sole a questi figli dalle esigenze speciali. «Vivere accanto a queste donne è una grazia enorme», confida suor Maria Angela, «perché mi fa sperimentare la gioia di vedere all’opera Gesù nelle loro vite, in mezzo a progressi e sconfitte, ma comunque sulla strada verso un bene maggiore. Per questo, per quello che vedo ogni giorno, dico che non è un’opera nostra ma di Dio».
La soddisfazione più grande? Quando una delle mamme, Lek, ha detto di suo figlio disabile psichico: «Tam è una grazia per me. È un dono di Dio per me». Per questo suor Maria Angela ha deciso di scrivere un libro in cui racconta le vicende di queste donne: «Non sono una scrittrice, ma non potevo tenere questa ricchezza solo per me».
È difficile trovare nella stessa persona azione e contemplazione. Forse per quello che ha vissuto, suor Maria Angela riesce a comunicare questa unità. «Sa qual è il momento in cui prego meglio? Quando sono in motorino in mezzo al traffico di Bangkok, magari per un’ora. Non posso perdere la concentrazione e allora ne approfitto per pregare. Ripercorro insieme al Signore i problemi delle donne della Casa degli angeli, e affido tutto a lui».
Con una sincerità che sorprende, Beatrice Fazi – la Melina di "Un medico in famiglia" – racconta il suo incontro con Gesù e la conversione religiosa che l’ha salvata da un profondo stato di disordine emotivo e alimentare, anche a seguito di un aborto praticato a vent’anni.
Beatrice racconta nel libro del suo cuore diventato di pietra, incapace di provare sentimenti, e di quel pozzo senza fondo in cui era caduta, tormentata da una fame inestinguibile, fisica e psichica, che non riusciva a saziare in alcun modo.
Dopo un periodo difficile in cui aveva persino iniziato a fare uso di stupefacenti, l’incontro casuale con una compagna di università la riavvicina a Dio.
La catechesi sui Dieci Comandamenti, l’inserimento in una comunità del Cammino Neocatecumenale, un pellegrinaggio a Medjugorje e l’incontro con Pierpaolo, poi diventato suo marito, l’aiuteranno a recuperare un ritmo di vita regolare e un ordine nella quotidianità scandito dalla preghiera.
Così Beatrice aveva raccontato la sua esperienza al blog Fermenti Cattolici Vivi:
Era l’estate del 2000 e io ero appena tornata dalla mia prima vacanza in montagna con il mio fidanzato nuovo di zecca. Uno che finalmente piaceva a mia madre. Giravamo a bordo della sua moto per una Roma che, dato l’Agosto inoltrato, avrebbe dovuto essere abbastanza deserta e, invece, era zeppa di ragazzi che se ne andavano a zonzo, con i loro foulard e cappellini gialli, cantando in varie lingue canzoni di chiesa e pregando ad alta voce con i rosari che facevano capolino tra le mani. Era l‘invasione dei Papa-boys!!!
Ma non solo! Anche un sacco di adulti sembravano in preda ad una meravigliosa febbre. Una stranissima malattia contagiosa i cui sintomi sembravano essere gioia, comunione, speranza, gratitudine!!! Che belli! Che atmosfera fantastica! Seduta sul sellino posteriore della moto, attenta a non farmi scoprire da Pierpaolo, cominciai a piangere in silenzio, senza un motivo preciso. Cioè, un motivo c’era: li invidiavo, avrei voluto essere una di loro, camminare con loro verso quella meta che prometteva pace, avrei voluto non sentirmi esclusa, sentirmi anche io parte di quell’Amore verso cui andavano tutti insieme come fratelli, entrare nel riposo.
Certo, tutto questo in quel momento non seppi dirmelo. Non seppi capire che in qualche modo il Signore stesse chiamando anche me, stesse offrendo anche a me quel ristoro che solo abbandonata tra le Sue braccia misericordiose avrei potuto assaporare più tardi. Avevo da poco compiuto i 28 anni e, sebbene così giovane, ne avevo già passate tante.
Sono nata in una famiglia normale con altri due fratelli e ho ricevuto un’educazione cattolica in seno ad una parrocchia che ho frequentato assiduamente fino alla prima comunione. Addirittura, per un certo periodo, in casa nostra si recitava il Rosario ogni sera. Poi si cambiò casa, finalmente di proprietà. Altro quartiere, nuove tentazioni. I miei genitori cominciarono ad avere problemi tra loro sempre più seri e alla fine si separarono. La ferita più grande: il tradimento di mio padre. La famiglia che fino ad allora, bene o male, ci aveva offerto un rifugio, cominciò a sgretolarsi: mio fratello e le sue cattive amicizie, l’approccio sbagliato alla sessualità, gli insuccessi scolastici, le frustrazioni della crescita, portavano lentamente noi figli verso una inesorabile perdita di senso.
Il primo idolo cominciò a farsi strada in me e, se non altro, a impedire che mi perdessi completamente: mi sarei riscattata assecondando quello che pareva essere un mio vero talento: volevo diventare un’attrice. Cominciai a fare esperienza in un piccolo teatro della mia città ma, appena conseguita la maturità scientifica, partii per Roma sicura che con una ferrea volontà e qualche sacrificio avrei potuto realizzare il mio sogno. In realtà ho fatto molto più la cameriera nei locali che l’attrice vera e propria pur di mantenermi e non gravare su mia madre.
In ogni caso ho cominciato a vivere in un disordine totale sia dal punto di vista emotivo che alimentare. Tiravo tardi la notte e studiavo male di giorno, mangiavo e vomitavo, uscivo, andavo a ballare, ero piena di amici o mi rintanavo in casa come fosse una tomba e non rispondevo al telefono per giorni. Non ero riuscita a concludere nulla all’università e collezionavo una delusione dopo l’altra sebbene in certi periodi dominasse l’euforia per il raggiungimento di qualche obbiettivo. In qualche modo, infatti, ero anche riuscita a ottenere bei lavori sia in teatro che in televisione e la gente cominciava pure a riconoscermi per strada. Con i miei risparmi, inoltre, avevo comprato un buco di casa ed ero riuscita a conquistare quel certo ragazzo che per lavoro faceva il cantante famoso e finalmente sarebbe stato meglio con lui che con quello di prima che addirittura era un tossicodipendente eroinomane e mi aveva fatto quasi ammalare per stargli dietro.
Ho fatto talmente tanto su e giù da avere le vertigini. E siccome ho sempre creduto che il merito dei miei successi fosse mio e che la causa delle mie frustrazioni fossero sempre gli altri, vivevo in un totale vittimismo ma alla continua ricerca di qualcosa che saziasse quella fame che comunque non riuscivo a smettere di avere.
Quanto ero lontana dalla Verità! Quanto lontana da Lui!!! Ma più quella fame cresceva e più finalmente mi avvicinavo. In fondo stavo cercando amore. Sebbene cercassi nei posti sbagliati desideravo solo e disperatamente essere amata. Invece subii un altro feroce tradimento e sopportai un altro terribile periodo di depressione.
Cominciai ad interessarmi alla filosofia buddista e, in qualche modo, la pratica della meditazione mi aiutò a lenire le mie ferite. Accadeva però un fatto strano: ogniqualvolta cercavo di concentrarmi svuotando la mente per meditare, mi appariva, ondeggiando sul muro bianco che fissavo, il volto di Gesù che fissava me. Mi attraeva, mi commuoveva.Una sera, durante uno dei miei vagabondaggi, entrai in una chiesa di via del Corso in cui esponevano il Santissimo e lo adoravano. Caddi seduta, sfinita, in un banco e, ancora una volta cominciai a sciogliermi in un pianto silenzioso, una disperata richiesta di aiuto. Credo che da quella sera abbia avuto inizio, in un certo qual modo, la mia conversione.
Quel piccolo spiraglio che si apriva ha permesso a Dio di entrare nella mia vita e trasformarla, piano piano, con tempi che solo Lui poteva perfettamente stabilire. Da lì è cominciata la “rivoluzione della Misericordia” che mi ha portato fin qui.
Non ero ancora pronta a dire il mio Amen e Dio ha rispettato i miei tempi: ha messo nel mio cuore un desiderio di Lui sempre più forte che pian piano ho imparato a riconoscere in varie circostanze, non ultima quell’estate del 2000. A quella GMG non ho partecipato ma di lì a poco, ho cominciato seriamente a cercare Dio e, quale posto migliore per cercarlo se non tornare in Chiesa?
Nella mia parrocchia c’era un viceparroco che teneva un ciclo di catechesi per giovani e adulti e richiamava tanta gente le domenica con le sue belle omelie. Me ne aveva parlato una mia vecchia compagna di università rincontrata per caso. Per caso? Mi domando oggi. Ah! Come non affermare che il Creatore è soprattutto un “creativo”!
Andai a parlare con lui mossa soprattutto dal desiderio di “mettermi a posto con la coscienza”: la storia con Pierpaolo stava funzionando e io ero incinta della nostra prima bambina. Quello fu il primo doloroso incontro con la Verità! Quel sacerdote mi disse che non poteva assolvermi perché convivevo more uxorio con Pierpaolo che era divorziato ma che non per questo avrei dovuto scoraggiarmi: la Chiesa mi avrebbe accolta. Se ero arrivata fin lì era sicuramente per volontà di Dio, il quale ha, su ognuno di noi, un progetto meraviglioso da realizzare. Avrei dovuto obbedire astenendomi dal sacramento dell’eucarestia fintanto che la mia posizione fosse rimasta “irregolare” e andare a messa ogni domenica e, se volevo, cominciare a frequentare questo catechismo che mi avrebbe sicuramente aiutato e messo in ascolto.
Obbedii, seppur soffrendo, e quell’obbedienza spalancò le porte alle innumerevoli Grazie che Dio ha voluto donarmi fino ad oggi.
Per farla il più breve possibile, l’ordine che pervade la vita di chi si orienta verso Cristo cominciò ad illuminare tutte le scelte della mia vita. Cominciai ad essere circondata da nuove amicizie, da persone piene di Fede e, dopo circa un anno e tante mie suppliche anche Pierpaolo, che si professava ateo, cominciò a frequentare la parrocchia. Abbiamo cominciato insieme un percorso di conversione molto serio guidati dai santi sacerdoti che via via il Signore ci ha donato. Abbiamo avuto un altro maschietto e una lunga serie di piccoli e grandi miracoli quotidiani che ci hanno permesso di gustare fin da quaggiù il sapore della vita eterna, la vita piena, quella “parte migliore che nessuno potrà toglierci”.
Ma il dono più grande che abbiamo ricevuto e che, in qualche modo si ricollega alle GMG, il Signore lo ha dato al mio matrimonio. Per anni Pierpaolo ed io abbiamo obbedito alla Chiesa non accostandoci alla Comunione, e più mi innamoravo di Gesù, più soffrivo nel non poter ricevere il Suo Corpo Santo. Ho sofferto tanto da desiderare,sebbene amassi anche lui, che Pierpaolo non fosse mai entrato nella mia vita. Soprattutto perché all’inizio, quando ancora affermava di non credere, lo vedevo come unico ostacolo tra me e il Signore, e soprattutto, perché affermava anche che mai e poi mai avrebbe chiesto l’annullamento del suo primo matrimonio celebrato in chiesa.
Mi vedevo costretta a vivere per sempre come monca, incompleta, a metà. Altro che ostacolo!! Che dono è stato mio marito! Innanzitutto, l’espressione concreta di quell’Amore gratuito di chi ti ama così come sei, ti accetta imperfetta e ti lascia libera e poi, la persona con cui scoprire che è proprio vero che Dio fa nuove tutte le cose ed è capace di scrivere tra le righe storte una meravigliosa storia d’amore. Di questo infatti si tratta: di una meravigliosa storia d’amore in tre. Mano a mano che anche Pierpaolo veniva conquistato dall’Amore Misericordioso di Gesù, desiderò mettere nelle mani della Chiesa il suo precedente matrimonio perché venisse giudicato. Nello stesso tempo, in seguito ad un pellegrinaggio, sentimmo forte il desiderio di vivere un periodo di castità da offrire al Signore senza comunque accedere alla Comunione.
Come sempre accade quando, con la Sua Grazia, ci si spinge un po’ oltre noi stessi, Dio ricompensò questo nostro gesto con un periodo di rinnovato fidanzamento nel quale riscoprimmo le tenerezze di un amore trepidante di desiderio inespresso, pieno di emozioni adolescenziali, ricco di ciò che a suo tempo ciascuno di noi due aveva sprecato: ci stava offrendo intonso quel vasetto di miele che avevamo sperperato.
Ricordo che durante quel pellegrinaggio mediante il quale ci si stava preparando alla GMG di Colonia, io espressi un desiderio che però in quel momento ritenevo irrealizzabile. Avevamo già due bambini e sapevamo che alla GMG di Colonia non saremmo potuti andare e allora io chiesi al Dio Onnipotente che avevo imparato a considerare mio Padre, di permettere che la richiesta di riconoscimento di nullità del precedente matrimonio di Pierpaolo fosse accolta e che riuscissimo a sposarci in chiesa in tempo per partecipare alla futura GMG, quella del 2008. Dopo un anno di castità, però, cominciammo a entrare in crisi. Interrompemmo il voto. Continuavamo il nostro cammino e, anzi, addirittura, impazienti di regolarizzare la nostra posizione almeno davanti agli uomini e dopo aver partecipato al “Family day” , ci sposammo in Campidoglio civilmente ma ribadendo la speranza di poter al più presto celebrare lo stesso rito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Credo che Dio ci abbia benedetti ancora quel giorno: dopo qualche tempo mi accorsi di aspettare Giovanni, il nostro terzo figlio. Un altro grandissimo dono. Un altro capitolo a parte. Ma, sorpresa delle sorprese!, dopo circa sei mesi dalla sua nascita, nella primavera del 2008, arriva la dichiarazione dal Vicariato che il matrimonio di Pierpaolo era considerato nullo e che finalmente avremmo potuto sposarci!
Quale gioia! Si può forse descrivere? Quanto era fedele il Signore!
Scegliemmo, consultando le letture dei giorni, di sposarci lunedì 7 Luglio. Si proclamava, in quel giorno, il vangelo dell’emorroissa che fu una delle prime Parole a guarire il mio cuore e, solo dopo aver quasi finito di organizzare il tutto, mi resi conto che, senza nemmeno pensarci, avrei fatto in tempo a partire in viaggio di nozze proprio nei giorni in cui avrebbe avuto luogo la GMG di Sidney! Ma vi rendete conto???? Dio è stato veramente fedele.