san Paolo

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D’improvviso lo avvolse una luce dal cielo (At 9,3)

sabato 17 settembre 2016

La storia di Katja Giammona


"Ho visto l'Inferno e la mia vita è cambiata"

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Nata a Wolfsburg (Germania) l’11 luglio del 1975 in una famiglia italiana di Testimoni di Geova, Katja all’inizio dell’adolescenza – grazie all’amicizia con una ragazza cattolica e alla guida di un pastore protestante – sentì il desiderio di perfezionare il suo battesimo entrando nella Chiesa Cattolica.

In realtà per qualche tempo, come molti ragazzi, visse una vita doppia senza neanche rendersene pienamente conto: “Io ero una peccatrice che neanche si rendeva conto di esserlo. Perché il mondo ti ripete che non esistono peccati...” Katja, pur dichiarandosi ufficialmente cattolica “sulla carta”, conviveva con un ragazzo, con il quale ebbe anche una figlia, e cercò di realizzare il suo sogno di successo nel mondo dello spettacolo, diventando un'attrice di qualche notorietà: "mi trovai a fare una vita che per me era una festa. Ogni notte quando potevo mi trovavo alla P1, una discoteca di Monaco di Baviera 
dove la gente famosa andava a divertirsi".

Ancora oggi si legge su Wikipedia: "Katja Giammona è un'attrice tedesca di origine italiana, attiva in televisione e nel cinema dalla seconda metà degli anni novanta. Tra i suoi ruoli più noti figura quello di Pia Lombardi, nella serie televisiva Il nostro amico Charly"

Ma la sua carriera fu definitivamente interrotta 
nel febbraio del 2002, perché, come spiega lei stessa:
 “Cristo mi voleva sua, e che vivessi e lavorassi solo per Lui”.
 Mentre si trovava a Berlino per il Festival Internazionale del Cinema, avvenne qualcosa che le cambiò radicalmente la vita. Rientrata in casa di alcuni amici, andando a letto si sentì male, 
senza sapere perché: 

"di colpo mi sono ritrovata in una stanza buia. Era nera e non aveva pareti... sembrava larga perché io nelle fiamme correvo per cercarne l'uscita. Le fiamme si alzavano da terra, erano gialle, arancioni 
e andavano verso l'alto..." 

"Lì tra le fiamme mi apparve una persona giovane che non so se era uomo o donna, con un viso bello e capelli neri lisci, corti a caschetto... Questo essere mi rideva in faccia mentre io cercavo di fuggire. Io corsi via, ma lui rimase dietro di me nelle fiamme tutto calmo, senza temere che potessi sfuggirgli, e gridava: «Corri, corri, che tanto di qui non uscirai! Vedi che non c'è uscita, puoi correre quanto vuoi...» 
Intanto io bruciavo, sentivo il dolore del bruciare, ma non fisicamente, il corpo non bruciava, rimaneva intatto. Non dimenticherò mai la sofferenza atroce che provavo". 

Poi quell'essere demoniaco le disse: "Adesso che i tuoi polmoni stanno esalando l'ultimo respiro e il tuo cuore cessa di battere, 
è qui che ti ritrovi, qui per sempre". Allora Katja capì che si trovava in punto di morte o che forse era già morta. Era un posto dove non si poteva riflettere, tanta era la sofferenza e il panico, ma dove "certamente si acquisiva di colpo consapevolezza di sé, in modo drammatico e durissimo".

A un certo punto, continuando a correre, vide il salotto della casa dei suoi genitori, e sua madre che si svegliava alle tre di notte per pregare. Tentò di gridare, le chiese di pregare per lei, ma la madre non poteva vederla né sentirla. Sua madre si era convertita anche lei al cattolicesimo ed era divenuta un'anima di preghiera quando Katja aveva avuto una gravidanza difficile, e faceva penitenze e digiuni per la sua conversione. A Katja davano fastidio tutte quelle preghiere, la vedeva come una fanatica bigotta, la facevano sentire in colpa e temeva le portassero sfortuna, perciò un tempo le aveva chiesto di smettere di pregare per lei. E ora che la supplicava non poteva sentirla e continuava con le sue preghiere a santa Brigida:

"quella notte tutto si ribaltò e lì nelle fiamme non facevo altro, disperatamente, che chiedere con umiltà a mia madre 
di pregare per me!... E capii che il tempo può finire anche all'improvviso, la vita sulla terra passa e noi non cessiamo di esistere. La vita continua nell'Aldilà. O in un luogo bello e felice oppure in un luogo tenebroso e doloroso..."

Alla fine sua madre pregò comunque per lei come faceva sempre con devozione e amore materno. Katja però aveva compreso che “questa è una vera punizione: non avere nessuno che prega per te”.
Allora tornò in sé e si ritrovò sul letto, immobile, pallida, fredda, con le labbra “leggermente azzurre”, stretta nel suo corpo, cercava di parlare ma non riusciva. I suoi amici erano lì, spaventati perché da ore non si svegliava nonostante dei muratori che lavoravano nella sua stanza e stavano per chiamare un'ambulanza. Poi di colpo aprì la bocca e diede un respiro. Un’esperienza simile a quelle di pre-morte, tipica di chi si risveglia dal coma. 

Katja Giammona © katja-giammona.de

Da quella notte la vita di Katja cambiò direzione. Diede fine ad una relazione affettiva adulterina e dopo un paio di mesi si recò in pellegrinaggio a Medjugorje, dove decise di consacrare la sua vita al servizio di Dio e di vivere ritirata in preghiera con Cristo per non perdere mai la sua presenza. Oggi è un'eremita post-moderna e si chiama sorella Benedicta:

"Gesù mi fece alzare lo sguardo verso il cielo e mi disse chi sono le vere star! Star significa stella, Lui mi disse che le vere stelle non sono i famosi attori che hanno vinto un Oscar, ma i santi. Sono i cristiani che amano Gesù e lo seguono sulla via della croce! Anche se nascosti agli occhi della gente e del mondo, essi non sono nascosti a Dio e al Cielo. Loro sono le stelle che luccicano nel cielo..."

Tratto da Antonio Socci, "Avventurieri dell'eterno", Rizzoli
Cfr. http://it.aleteia.org/2015/09/08/katja-giammona-dal-grande-schermo-al-piccolo-eremo-passando-per-linferno/

martedì 17 maggio 2016

La storia di Irene Bertoni


Cofondatrice di Nomadelfia, prima "mamma di vocazione"



A Nomadelfia, dove «la fraternità è legge» e si vive come nelle prime comunità cristiane, più che piangere per la scomparsa, si gioisce e si ringrazia Dio per quella che definiscono la «partenza per la vita eterna» di Irene Bertoni, prima «mamma di vocazione» e assieme a don Zeno Saltini cofondatrice di questa particolare esperienza e della cittadella nei pressi di Grosseto.

Nata a Mirandola, in provincia di Modena, il 6 febbraio 1923, Irene è morta domenica a Roma dove ormai viveva stabilmente dagli anni Settanta nella casa donata ai nomadelfi da Paolo VI
Irene aveva appena 18 anni, non era all’epoca nemmeno maggiorenne, quando nel 1941 iniziò a seguire don Zeno e si presentò al proprio vescovo con due ragazzi abbandonati: «Non sono nati da me – spiegò –, ma è come se li avessi partoriti io». Il vescovo benedisse la giovane liceale e la sua maternità non dalla carne o dal sangue, ma dallo spirito e dalla volontà. 
Da quel momento, Irene ha donato la sua maternità a 58 figli oltre ad occuparsi per mezzo secolo dei rapporti con la Santa Sede e con lo Stato italiano, incontrando in questo lungo periodo Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e in particolare Giovanni Paolo II.

Nomadelfia è un popolo di volontari cattolici che vuole costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo, sul modello delle prime comunità cristiane. Tutti i beni sono in comune, non esiste proprietà privata. Non circola denaro, si lavora solo all'interno senza essere pagati. Le famiglie sono disposte ad accogliere figli in affido. 

In Nomadelfia vivono attualmente una cinquantina di famiglie. Vi sono famiglie di "mamme di vocazione" e di sposi. Le mamme di vocazione sono donne che rinunciano al matrimonio per vivere una maternità virginea e accogliere ed educare minori abbandonati come veri figli, per sempre. 
Anche gli sposi sono disposti ad accoglierli con lo stesso spirito.





La storia di Wolfgang Fasser


Incontro con l'invisibile


“L’essenziale è invisibile agli occhi”, la celebre frase di Saint Exupery ben si presta a descrivere la vita di Wolfgang Fasser, il fisioterapista non vedente che cura i bambini disabili attraverso la musica e accompagna ragazzi e adulti di notte nel bosco ad ascoltare i suoni della natura.



“Di solito siete voi ad accompagnare me nel mondo del visibile, per una volta vorrei portarvi nel mio mondo, il mondo di ciò che è invisibile agli occhi”. 

E’ questo l’invito che Wolfgang Fasser, non vedente dall’età di 22 anni a causa di una malattia degenerativa, rivolge a coloro che lo scelgono come guida per inoltrarsi nei boschi la notte, nella totale oscurità, per ascoltare i suoni degli animali e scoprire altre dimensioni del “vedere”, in un’immersione completa con il mondo della natura.
Presentare Wolfgang Fasser non è facile, tanti sono gli aspetti che caratterizzano la sua esperienza umana così originale. Nasce nel 1955 in un paese sulle Alpi svizzere. La sua vista manifesta subito dei problemi a causa  della retinite pigmentosa e diventerà completamente cieco all'età di 22 anni. Nessuna battuta d'arresto però nella sua vita. Diventato fisioterapista svolge la sua attività con successo in Svizzera. Nell'87 lascia tutto per andare in uno degli stati più poveri dell'Africa, il Lesotho. Vi rimane 3 anni. Rientrato da quell'esperienza si ritira a vivere in campagna, aPoppi nel casentino, dove dà vita insieme a don Luigi Verdi alla Fraternità di Romena, un'esperienza che offre percorsi di ricerca interiore a quanti desiderano ritrovare una vita più autentica. Nel 1999  fonda l'Associazione Il Trillo che cura bambini con diverse disabilità, anche a attraverso la musicoterapia. Ogni anno ritorna per due mesi e mezzo in Africa a proseguire l'attività iniziata là. Lo abbiamo intervistato proprio al rientro del suo ultimo soggiorno nel Lesotho.

Partiamo dalla malattia degenerativa che l'ha colpito da bambino: come ha affrontato l'esordio e l'avanzare di questa patologia che l'ha condotto progressivamente alla cecità?
Sono cresciuto in una famiglia dove eravamo 5 fratelli, di cui tre hanno avuto problemi alla vista. La diagnosi di retinite pigmentosa è arrivata quando avevo 5 anni, ma allora non mi rendevo conto bene della mia situazione. Intorno ai 10-15 anni non vedevo certe cose, da adolescente ero già gravemente ipovedente. Il periodo in cui un po' vedevo e un po' no, in realtà è stato più pesante di quello successivo. Quando a 22 anni non ho visto più nulla è stata quasi una liberazione, era venuta meno l'incertezza.
Come ho vissuto tutto questo? Posso dire che non ho mai avuto momenti di disperazione, di base avevo dentro di me una fiducia: "Va bene così". Mi sentivo connesso con ogni cosa, con la natura, con il cielo. Sentivo che c'era qualcosa di grande che mi proteggeva. A quell’epoca non era Dio, ma solo "qualcosa", con il tempo ho scoperto che era un'esperienza spirituale. Fin da piccolo avevo la consapevolezza che la mia vita sarebbe stata diversa.
Certo mi dispiaceva non poter fare alcune cose, come ad esempio andare con il motorino, sciare liberamente, andare in discoteca con gli amici. Ma avevo una fiducia di fondo.
Inoltre i miei genitori hanno aiutato molto sia me che i miei fratelli a diventare autonomi, a superare gli ostacoli, a vederli come qualcosa che ti fa diventare abile nella vita e anche a convivere con un po' di ignoranza della gente.
Attraverso la mia disabilità ho imparato il coraggio di vivere la vita così com'è e di chiedere aiuto.

L'idea di andare in Africa come le è venuta?
Ho lavorato come fisioterapista in Svizzera fino al ‘97, poi ho sentito il bisogno di lavorare in situazioni molto esistenziali, con problemi elementari. A quel tempo stavo avendo un successone a livello professionale, potevo insegnare in America e in Australia, avevo soldi, era tutto bello, ma una cosa non tornava: mi sembrava impossibile essere già arrivato dove di solito si arriva alla fine della vita lavorativa. Allora ho pensato di andare in Africa, come sognavo da bambino. Sono andato nel Lesotho (dove ero già stato per un breve periodo nel 1981), e sono rimasto lì 3 anni. In Africa ho sperimentato che la vera gioia non sono i soldi, ma l'entusiasmo nel proprio lavoro. Guadagnare troppo diventa una barriera per la vita.


L'Africa per un non vedente... non è un luogo difficile?
In realtà non è così, in Africa non si cammina da soli, è normale fare la strada insieme e quindi per un non vedente è quasi più facile.

Al ritorno da quell'esperienza si è trasferito in Italia...
Sì, sono venuto a vivere qui a Poppi dove avevo degli amici, perché non potevo tornare a Zurigo dopo un'esperienza come questa. Volevo restare nella natura. Inoltre per un non vedente vivere in campagna è più facile, non ci sono i pericoli del traffico, i rumori... Ora trovo che mi fa bene andare in città, ma penso che è più bello vivere in campagna e andare in città, che vivere in città e andare in campagna.

Vive in un eremo all'insegna dell'essenzialità, non le mancano le comodità?
Essenzialità significa andare all'essenza, levare le cose che sono all'esterno e non mi fanno sentire la mia vita. Mi piace avere poco nella mia casa, solo quello che serve per vivere bene e sano. Faccio esperienza di Dio attraverso la vita, le persone, la natura.

In Africa continua ad andarci...
Dopo quell'esperienza sono ritornato in Africa due mesi e mezzo ogni anno. Dopo la mia partenza è importante che il lavoro lo porti avanti chi è là.  In Africa lavoro e insegno in ospedali, centri per anziani, comunità rurali. C'è un bisogno enorme, pensi che su 1.800.000 abitanti ci sono solo 8 fisioterapisti diplomati, mentre in Italia sono ben 50.000...

A Poppi ha fondato l'associazione Il Trillo che cura piccoli pazienti con disabilità motorie, ritardi nello sviluppo, disturbi nel comportamento, utilizzando, oltre alla fisioterapia,  i suoni della natura e gli strumenti musicali. Ci può parlare di questa esperienza?
Nella mia vita c'erano già la natura e la fisioterapia, sentivo il bisogno di inserire anche l'arte, volevo includere l'arte  come un linguaggio che va oltre la parola. La musica permette di fare questo e offre la possibilità di esprimersi anche a chi non può usare la parola. Inoltre attraverso la musica possiamo fare tante altre cose: ad esempio con una musica tranquilla si può sciogliere il corpo dalla spasticità e consentire il movimento. Vediamo che i piccoli con paresi cerebrali infantile spesso si annoiano quando devono eseguire gli esercizi per migliorare le funzioni motorie e così si rifiutano di farli. Nel contesto ludico della musicoterapia, invece trovano lo stimolo ad eseguire gli stessi movimenti.
Attraverso l'associazione Il Trillo in 15 anni abbiamo seguito 110 bambini con le loro famiglie, quasi tutti della zona del casentino.

Il rapporto con la natura è un elemento fondamentale della sua vita...
Sono cresciuto in montagna sulle Alpi svizzere. La natura per me era una seconda madre e i genitori ci lasciavano molto liberi... La natura dà pace, serenità. Vado spesso nei boschi e ho imparato a riconoscere tutti gli animali che li abitano e a leggere i loro segni. Mi piace aiutare gli altri  a scoprire la bellezza della natura e i poteri curativi delle piante.




E veniamo ai percorsi di notte nel bosco...
Accompagno gruppi di adulti o di bambini nel bosco a scoprire i suoni della natura. Si parte al tramonto e si va nel bosco senza torce. Man mano che si entra nel buio si aprono le orecchie. Si ascolta l'allocco che chiama, il grido della volpe, ci si tiene per mano e si impara a fidarsi. Si impara a prendere contatto con la bellezza della natura. Si superano le paure, ad esempio quella dei lupi e delle serpi.

Non semplici escursioni, ma esperienze di vita, dunque...
Questi percorsi sono un aiuto ad avere un contatto reale con la natura. Ad esempio nel vedere un lupo siamo condizionati dalla fiaba di Cappuccetto Rosso, ma la realtà è ben diversa. In questi itinerari si impara a convivere con la presenza dei lupi. Sappiamo che i lupi sono attorno a noi e loro sanno che noi ci siamo, ma rarissime volte li abbiamo incontrati. Anche la paura delle serpi è irrazionale. Nella natura in questi casi faccio un passo indietro, mi metto ad osservare, allora magari mi accorgo che la serpe di sta godendo il sole. Imparo a diluire l'emozione e a riflettere.
Posso dire che in questi 20 anni non c'è mai stato un incidente, non abbiamo mai avuto incontri infelici con gli animali. Si impara a fidarsi della volpe, del cinghiale, del daino, del lupo, a credere in una convivenza pacifica. In alcuni momenti ci si tiene per mano e questo affidarsi fa bene alle persone.
Allora molti che credevano di avere paura del buio, si ritrovano a camminare serenamente ed è capitato che invece di tornare alle 23.30 siamo rientrati alle 2. A volte con i gruppi si passa la notte nel bosco o si parte il venerdì sera e si torna la domenica.

Un non vedente che fa da guida a persone che ci vedono… uno strano paradosso, non le pare?
In realtà durante il giorno è il non vedente ad avere dei problemi, ma la notte i problemi li ha chi vede. Chi è non vedente non è luce dipendente. Durante la notte il vedente non vede più, mentre il non vedente vede: c'è un'inversione.

A Quorle c’è  anche la possibilità di partecipare anche a momenti di riflessione, di silenzio e incontro con se stessi…
Sì, qui siamo nel cuore di uno spazio di campagna viva, una campagna che tiene a distanza i rumori della città, perché siano libere le voci della natura e quelle degli uomini. Attraverso un lavoro di ristrutturazione abbiamo recuperato tutta l'area che circonda la piccola chiesa di santa Margherita e creato un luogo di accoglienza per i gruppi, con spazi comunitari, la cucina e una piccola cappella e poi vi sono tre piccoli eremi, dove chi vuole può vivere un periodo di silenzio, di raccoglimento, di incontro con sé stesso e con la natura disponendo di ciò che basta: un letto, un angolo cottura, uno spazio per scrivere e leggere, un bagno. Ma gli spazi della fraternità sono anche all'aperto: il giardino e l'orto sono l'annuncio che già da qui l'uomo riapre il suo dialogo creativo con la natura.
La vita di Quorle è vita semplice, scandita da ritmi sani, con la sveglia che arriva presto per godersi l'alba e permettere al giorno di offrire spazi per il silenzio, per il lavoro, per la condivisione. Niente radio o tv, la linea del cellulare è faticosa; in compenso si può ascoltare il canto degli uccellini, o scorgere una volpe o una lepre nel campo di fronte, o godere del profumo di un buon pomodoro appena colto nell'orto. L'invito è quello di abbandonarci fiduciosamente alla realtà che ci circonda, a scoprire Dio attraverso la vita, colta nelle sue piccole espressioni quotidiane.




di Marcella Codini (da www.lisdhanews.it)

mercoledì 4 maggio 2016

La storia di Matteo Pio Colella


IL MIRACOLO DECISIVO CHE SANTIFICO’ PADRE PIO

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In una fredda mattina del 20 gennaio 2000, Matteo Pio Colella, un bambino di sette anni che vive a San Giovanni Rotondo, va tranquillamente a scuola come ogni giorno. Ma la maestra Concetta si accorge dopo qualche ora che il bimbo sta male (brividi, testa inclinata verso il banco, incapacità di parlare). Vengono chiamati subito i genitori. Matteo ha la febbre a 40° e comincia a vomitare. Alle 20.30 della sera, quando il bambino non riconosce più la madre, si decide il ricovero immediato alla Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale di Padre Pio dove il padre di Matteo, Antonio, lavora come medico. 

Le sue condizioni però appaiono subito disperate. Viene fatta una diagnosi di meningite fulminante. Nel giro di qualche ora il quadro si fa devastante: meningite acuta con andamento rapidamente progressivo per il determinarsi di uno shock settico e profonda compromissione degli apparati cardiocircolatorio, renale, respiratorio, emocoagulativo, con acidosi metabolica. 
Il bimbo viene portato in rianimazione. In pratica fin dal primo giorno vari organi vitali sono risultati compromessi. Nel giro di poche ore, al mattino del 21 gennaio, la situazione precipita drammaticamente con “uno stato collassiale, ipertermia, difficoltà respiratoria per desaturazione di ossigeno”. Si manifestano “segni quali cianosi intensa, edema polmonare, gravissima bradicardia per la grave ipossemia e acidosi metabolica”.

I medici ormai disperati si affannano e si agitano attorno al bambino, aumentando al massimo i dosaggi farmaceutici, ma il grave collasso cardiocircolatorio, la difficoltà a ossigenarsi nonostante la ventilazione meccanica, la sofferenza renale e la grave alterazione del sangue, fanno ormai pensare al peggio. Appare tutto inutile. Uno dei dottori – dopo essersi prodigato in ogni modo – a un certo momento, desolato, si ferma e dice: “Ragazzi, non c’è più nulla da fare, il bambino non si riprende”. Si toglie i guanti, va a lavarsi le mani e torna al fianco del fanciullo, con la dottoressa Salvatore, a guardare, ormai impotente, il piccolo Matteo. La dottoressa a questo punto incita a fare un ultimo, disperatissimo tentativo, come farebbe un padre di fronte al figlio. Fu così iniettata una forte dose di adrenalina che sortì qualche piccolo effetto, ma senza poter assolutamente cambiare la situazione ormai tragica del bambino. Il decesso era atteso da un momento all’altro.


Si legge negli atti del processo di canonizzazione di padre Pio: “Il dottor Violi passando in rassegna la fisiopatologia di questa devastante sindrome, ha dimostrato come quando gli organi insufficienti sono in numero superiore a cinque, le varie terapie impiegate risultano inutili, o comunque non hanno mai risolto alcun caso. Non risulta che nella letteratura internazionale ci sia alcun sopravvissuto affetto da tale patologia come quella del piccolo Matteo Pio Colella. Insomma non viene descritta alcuna sopravvivenza, infatti in tal caso la mortalità è del 100 per cento”. 

La madre, il padre, i familiari sono da anni Devoti di Padre Pio. Si mette in moto una grande catena umana di preghiere a Padre Pio affinché interceda. La mamma del bambino, raggiunta al telefono dalla maestra che chiede di sapere, riesce solo a dire, con la voce strozzata dalle lacrime: “Preghiamo Padre Pio, perché stiamo perdendo Matteo, solo Padre Pio può salvarlo”. Anche tutti i bambini della scuola iniziano a invocare Padre Pio. Così i frati, i parenti, gli amici, gli stessi medici e gli infermieri della “Casa Sollievo della Sofferenza”. Qualche parente addirittura si riavvicina a Dio per implorare il miracolo per il piccolo Matteo. Si susseguono in quelle ore concitate le visite alla tomba di padre Pio, i rosari, le reliquie portate a contatto con il bambino, le lacrime e le invocazioni accorate.

E la mattina del 21 gennaio “improvvisamente accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti”, perché “gli organi del bambino riprendono a funzionare”. C’è clamore, commozione, stupore.
Il fenomeno è doppiamente sorprendente, perché già le speranze di sopravvivenza erano pari a zero, ma – nel caso remoto di sopravvivenza – certi erano i gravi danni cerebrali e renali che il bimbo avrebbe comunque riportato. Invece qua il bambino, dopo essere stato dieci giorni sedato e curarizzato, addirittura il 31 gennaio si sveglia, guarda medici e infermieri e dice: “voglio il gelato”. Poi comincia a scherzare con loro. 

Domenica 6 febbraio il piccolo – ancora in rianimazione – guarda tranquillamente la televisione e gioca alla play-station (introdotta “per la prima volta nella storia della medicina” in rianimazione perché i medici sono interessati a vedere “la risposta intellettiva” del fanciullo). I medici - ovviamente felici - si trovano davanti a qualcosa di inaudito, sconcertante. I genitori e gli amici in una gioia travolgente. Tutti i medici hanno dichiarato l’inspiegabilità scientifica della guarigione (e della mancanza di danni). Uno per tutti, il Dottor Alessandro Villella: “Non sono in grado di spiegare scientificamente la completa guarigione del piccolo Matteo Colella, senza dover pensare che possa esservi stato un intervento soprannaturale”. 




Molto bella è la testimonianza data dalla madre al postulatore della causa di canonizzazione di Padre Pio: “Qualunque sarà la decisione degli uomini su questo caso, la mia convinzione profonda di mamma e di credente rimarrà che mio figlio è tornato a noi perché il Signore immeritatamente ce l’ha restituito, è intervenuto a consolarci nella sua immensa misericordia, con l’intercessione del nostro caro Padre Pio”. La signora riferisce di segni inequivocabili della vicinanza del padre (per esempio un intenso “dolcissimo e gioioso” profumo di rose e viole da lei avvertito) e aggiunge: “Solo il Signore sa il senso di tutto ciò che è accaduto alla nostra famiglia. La mia certezza è che Egli ci è stato vicino e ci ha benedetti, grazie anche alla intercessione e alla preghiera amorevole di Padre Pio che, della sua missione sulla terra, diceva: ‘Come sacerdote la mia è una missione di propiziazione: propiziare Iddio nei confronti dell’umana famiglia’. E così è stato, caro Padre Pio, ci hai abbracciati nella prova e ci hai raccomandati a Dio”.

E il piccolo Matteo? Ricorda nulla di quelle ore di incoscienza? Per la medicina egli non doveva sentire, né vedere nulla, tantomeno ricordare qualcosa. Ma interpellato subito dopo il suo risveglio, Matteo riferì invece un ricordo molto preciso e sconvolgente: “Durante il sonno io non ero solo. Ho visto un vecchio. Mi sono visto da lontano, in questo letto, attraverso un buco tondo. Io ero vicino ai macchinari e un vecchio con la barba bianca e vestito lungo e marrone, mi ha dato la mano destra e mi ha detto: ‘Matteo, non ti preoccupare, tu presto guarirai’, e mi sorrideva”. Inoltre Matteo dice di aver visto tre angeli dai visi luminosi e di aver guarito insieme a Padre Pio un bambino dagli occhi celesti-verdi e i capelli neri che stava in un ospedale a Roma: "la mamma mi ha chiesto: come sei andato a Roma? E io ho risposto: ho fatto una specie di volo con Padre Pio che mi teneva la mano e mi ha parlato con la mente, e quando siamo arrivati mi ha chiesto: ‘Vuoi guarirlo tu?’. E io ho detto: come si fa? Così, con la forza di volontà. La mamma mi ha chiesto: come hai capito che eri a Roma? Ho riconosciuto il Luna Park dove ero andato con zio Giovanni"


da Antonio Socci: "Il segreto di Padre Pio"

venerdì 2 ottobre 2015

La storia di Mark Wahlberg

Dal carcere a Hollywood, passando per la Chiesa

Mark Wahlberg - it

Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso”.


Mark nasce il 5 giugno 1971 nel quartiere Dorchester di Boston, ultimo di nove figli, da un tassista di origini svedesi e franco-canadesi reduce della guerra di Corea, e da un'infermiera di origini irlandesi ed inglesi; i suoi genitori hanno poi divorziato quando aveva 11 anni.

Wahlberg vive un'infanzia difficile e la sua adolescenza sarà caratterizzata da piccoli crimini e uso di droghe. A quattordici anni mette in piedi una banda e a sedici spacca la testa al vietnamita Thanh Lam, forse a scopo di furto e, sempre nello stesso giorno e con lo stesso bastone, cava un occhio a Hoa Trinh. Erano solo «Vietnam fucking shit» per il giovane razzista cocainomane. Seguirono venticinque arresti della Boston Police e una condanna a dieci anni per tentato omicidio, ridotti a due, quindi a quarantacinque giorni da scontare nel correzionale della Deer Island House.

"Ho commesso un sacco di errori perché avevo un sacco di tempo libero - dichiara oggi Mark - I miei genitori lavoravano molte ore al giorno per darci da mangiare, e io potevo stare pochissimo tempo con loro. Per questo, ora, prima di accettare un ruolo, mi assicuro che mi resti del tempo per stare con i miei figli e potermi impegnare in ogni aspetto della loro vita. Mia moglie ed io cerchiamo di insegnare loro i valori principali, e la fede è il più importante".

Il ragazzo si era meritato una reputazione di testa calda e irrecuperabile, invischiato in storie di gang di quelle dalle quali è difficile uscire. Ma ci è riuscito grazie al rapporto con il suo parroco, attraverso cui ha recuperato la fede e si è ricostruito una vita.
Uscito di prigione cerca di rifarsi una vita e chiede aiuto al fratello Donnie, nel frattempo diventato membro dei New Kids on the Block. Ottiene così un contratto discografico e assieme ad un deejay fonda i Marky Mark & the Funky Bunch che esordiscono nel 1991 con il brano Good Vibrations. Dopo qualche hit viene notato da Calvin Klein, che lo vuole per la sua nuova campagna pubblicitaria di intimo al fianco di Kate Moss e gli scatti di Herb Ritts fanno il giro del mondo, facendolo diventare un sex symbol. 

Ma quando viene fuori il suo passato di teppista e viene accusato di essere razzista e omofobo, il mondo della musica gli volge le spalle, per cui decide di dedicarsi alla recitazione. Dopo particine in tivù e film mediocri, la grande occasione arriva con David O. Russell, che nel 1999 lo vuole accanto a George Clooney nel film Three Kings, ambientato dopo la fine della Guerra del Golfo. E dato che le amicizie contano, il bel George immette Mark nel giro giusto, caldeggiandolo per La tempesta perfetta (2000) di Wolfgang Petersen. Ma il miglior ruolo della carriera, dopo Boogie Nights, sarà ne Il pianeta delle scimmie (2001) di Tim Burton. I primi riconoscimenti ufficiali arrivano grazie a Martin Scorsese, nel cui spettacolare poliziesco The Departed (2006), l'attore trentacinquenne interpreta un sergente duro e antipatico, guadagnandosi una nomination ai Golden Globes, accanto a calibri come Di Caprio e Nicholson. Coi soldi, arriva anche il matrimonio con la modella Rhea Durham e quattro figli, cresciuti a pane e cattolicesimo, perché con il successo Mark non dimentica la fede che lo ha redento e sfoggia rosari grossi come catene da rapper:


"Tutto ciò che di positivo è avvenuto nella mia vita è stato dovuto alla mia fede. Molta gente ha una crisi, va in carcere e trova Dio, e quando non ne ha più bisogno si dimentica di Lui. Io passo invece gran parte della mia giornata rendendo grazie a Dio per tutte le benedizioni che mi ha concesso".

Per molti è all’apice della carriera, e ha rivelato che questo successo “va di pari passo con il mio nuovo incontro con Dio attraverso l’Eucaristia”. Wahlberg sostiene che per propria determinazione assiste alla Messa domenicale:“Se è necessario interrompo le riprese, ma vado sempre a Messa. È molto più importante del lavoro”.

Per l’attore, la fede è “consolazione, senso, tutto”, e per questo riconosce di essersi pentito di aver ferito molte persone nella sua vita, “alle quali ho chiesto spesso di perdonarmi”. Dichiara anche di voler aiutare i giovani “perché non percorrano la strada che ho percorso io durante la mia giovinezza” attraverso la sua fondazione, The Mark Wahlberg Youth Foundation.

venerdì 28 agosto 2015

La storia di Gregoire Ahongbonon


Gregoire, l’ex gommista africano
che libera i malati di mente dalle catene

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Non è una storia comune. È la storia di un gommista che un giorno si mette a curare i pazzi, nella foresta africana. Che li va a cercare e liberare dai tronchi d’albero cui sono incatenati, nei loro villaggi, perché nel cuore dell’Africa i pazzi sono ancora creature possedute dagli spiriti maligni.
Au bois, si dice in Costa d’Avorio: avvinti ai ceppi vengono tenuti i folli, per mesi ed anni. Perché non scappino. Qualcosa da mangiare e da bere, il minimo. Fino a che non muoiano. Quelli ogni tanto urlano grida senza senso, oppure tacciono, arresi e inebetiti. Non hanno che da aspettare la fine. Così è, nella tradizione locale, da sempre. 

L’ex gommista si chiama Gregoire Ahongbonon, nato in Benin nel 1953, terza elementare, sposato, sei figli. Un nero piccolo di corporatura, simpatico, cocciutissimo, dicono, uno che si fa centinaia di chilometri per andare a liberare un altro povero cristo incatenato. Sono anni che s’è messo a fare la sua silenziosa rivoluzione. Amici, missionari, sacerdoti lo avvertono. Lui arriva, chiede il permesso alla famiglia, promette che può curare quel figlio, quel fratello. Gli si avvicina, nel silenzio attonito di tutto il villaggio. Gli parla – parla a ciò che resta di un uomo da anni legato come un cane.

Racconta Marco Bertoli, uno psichiatra italiano che ha seguito Gregoire nelle sue spedizioni: «È stata una scena straordinaria. Quel poveretto era lì, assente, che non aspettava niente se non di morire. Gregoire gli si è chinato accanto, lo ha chiamato per nome, gli ha detto “vieni, ti porto via”. Quello lo fissava, e non capiva. Allora Gregoire lo ha liberato dalle catene, lo ha lavato con delicatezza. Sulla faccia dell’uomo c’era stupore: quel prendersi cura di lui, quello sì, riusciva a capirlo. Poi ha seguito Gregoire senza una parola – come un bambino. Liberare dalle catene, chiamare per nome, lavare: aveva un sapore evangelico la scena che ho visto in quel villaggio».
Ma perché, ma come un gommista africano un giorno capovolge la sua vita così? Prima dei trent’anni Gregoire era un tassista benestante, un uomo dalla vita vivace e sregolata. Poi, disavventure finanziarie, e una profonda crisi. Nel 1982, di un pellegrinaggio a Gerusalemme gli rimangono impigliate nella memoria queste parole: «Ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa».

Gregoire è uno che le cose le fa sul serio. Dall’orlo del suicidio che aveva sfiorato, al buttarsi nelle carceri del suo paese, sorta d’inferno in terra, ad abbracciare gli ultimi. Ma il più ultimo lo incontra un giorno in una fogna della capitale. È sudicio, straparla, ed è completamente nudo. In Africa, la completa nudità è l’emblema della follia. Mentre nelle campagne il folle è incatenato, nella città vaga nudo e randagio. Perché proprio per lui quell’incontrollabile tenerezza? È il primo pazzo di Gregoire.

Ad oggi, sono oltre 2.500 quelli che ha accolto e liberato. Curato: imparando dai medici a somministrare gli psicofarmaci elementari disponibili nel paese. E gli psichiatri occidentali che assistono alle visite tacciono. Bertoli: «Colpisce la sensibilità che ha verso gli ammalati».
Racconta ancora il medico italiano che esistono nella foresta villaggi che vivono della custodia dei folli. Sette animiste, che pure incatenano e maltrattano i pazzi, ma dietro compenso, e non lasciano avvicinare nessun estraneo. Da lontano si sentono le grida dei prigionieri. Qui Gregoire deve fermarsi, la rabbia in faccia, impotente.

Moltissimo ha fatto, però, e molto vuole fare. Non da solo. Ha suscitato attorno a sé un grande numero di amici, missionari, ex pazienti, e un’impressionante quantità di iniziative. L’associazione San Camillo di Bouaké dall’83 ha rimandato a casa centinaia di malati guariti, costruito centri di accoglienza, un ospedale per i poveri, e si occupa della cura e del sostentamento di 1.400 malati (Per informazioni e contributi, www.gregoire.it).

 
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Gregoire, sono 25 anni che hai cominciato la missione di curare i malati mentali, a cominciare dal momento in cui nel volto di uno di loro hai riconosciuto il volto di Gesù. Che bilancio faresti dell’esperienza che si è dipanata fino ad oggi?
(Ride, ndr) Come si fa a fare un bilancio del fatto che tutti i giorni, da quel giorno, io colgo il volto di Cristo in quello dei malati? Si tratta semplicemente di continuare il lavoro iniziato. Gesù Cristo è presente nella loro carne. Finché ci sono malati incatenati a un albero o dentro a una capanna, io non posso fare un bilancio di vittoria. La mia vittoria fino ad oggi è trovarli e farmi aiutare da Lui per liberarli.

Per aiutare i malati spesso è stato necessario rompere le catene con cui erano stati immobilizzati, entrare in conflitto con chi li teneva in quelle condizioni, e altro ancora. È ancora necessario battersi a questo modo per aiutare i malati mentali, oppure le mentalità sono un po’ cambiate?
Abbiamo creato tanti centri, la gente vede e questo aiuta a cambiare le mentalità. C’è un miglioramento nel modo degli africani di rapportarsi coi malati mentali, ma resta ancora da fare un lavoro immenso di sensibilizzazione, e con l’aiuto della Grazia e dello Spirito Santo lo stiamo facendo con entusiasmo. Ci chiamano in altri paesi africani, e noi con gioia andiamo per portare avanti questa opera che Dio ha voluto e che continua. Non è la mia opera, non è il mio progetto: è la Sua opera, è il Suo progetto, e Lui sceglie chi vuole per realizzarlo. Dopo l’inizio in Costa D’Avorio siamo passati in Benin nel 2004, dove si riscontrava la stessa situazione della Costa D’Avorio: malati abbandonati nelle strade o incatenati nei villaggi. Abbiamo creato un centro nel sud e uno del nord, e un terzo centro lo apriremo a Cotonou, la capitale, dove l’arcivescovo ci ha messo a disposizione una proprietà fondiaria sulla quale stiamo costruendo. L’anno scorso abbiamo aperto il primo centro in Burkina Faso, a Bobo Dioulasso, proprio dentro al recinto dove si trova il vescovado. Vescovo, preti e malati mentali si trovano faccia a faccia ogni giorno! Adesso vorremmo fare qualcosa in Togo. Lì c’è una situazione sconvolgente: nel sud, poco lontano dalla capitale, mi sono imbattuto in una spianata dove ci sono 204 persone legate o incatenate a piante e pali. È il “campo di preghiera” di una setta che dice di poter liberare i malati dalla possessione degli spiriti. Al Meeting di Rimini parlerò di questo, perché abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per cominciare l’opera anche lì.


Quello che si fa nell’opera lo hai definito spesso come “dare la libertà ai malati”. Ora, la condizione stessa di ogni malattia, e ancor di più della malattia mentale, è la mancanza di libertà, è uno stato di schiavitù, di prigionia. Che cosa significa esattamente per te “dare la libertà ai malati”?
Significa dare loro la libertà di vivere come le altre persone, riconoscere la loro dignità di esseri umani. Non sono dei malati ai quali la malattia ha cancellato ogni qualità umana, sono esseri umani che partecipano allo sviluppo della società. Alcune delle persone che sono passate attraverso i nostri centri adesso lavorano in associazioni di protezione dei diritti umani! Bisogna saperli accogliere e bisogna saperli comprendere. Allora danno tutto ciò di cui sono capaci.

Una delle ragioni per le quali gli africani hanno paura dei malati mentali, è che molti ancora pensano che essi siano stati colpiti dagli spiriti malvagi, e che non bisogna interferire con loro. Su questo versante è cambiato qualcosa o il problema sussiste ancora? La paura degli spiriti domina la vita degli africani o è stata superata?
In molti la paura è stata superata, ma molto resta ancora da fare. Ci sono ancora africani che quando assistono alla crisi di epilessia di un malato, pensano che sarebbe giusto bruciarlo vivo per impedire allo spirito malvagio che ha colpito quella persona di contagiare altri. Ma stiamo assistendo a un’evoluzione in tutto il continente, dovuta in parte alla diffusione e all’approfondimento del cristianesimo, in parte a una migliore educazione scientifica. I nostri centri nel Benin sono collegati in rete con dispensari dove i malati vanno a prendere le medicine. Il fatto che i malati assumono i medicinali li aiuta a stare meglio e a farsi accettare dalla gente, che smette di pensare agli spiriti come causa di quelle malattie. La sensibilizzazione sulle vere cause delle malattie psichiche va fatta sempre anche presso i cristiani, perché molti di loro continuano a credere nelle possessioni. Trattano i malati mentali come secoli fa i cristiani trattavano i lebbrosi: emarginandoli e tenendoli alla larga. Bisogna fare conferenze scientifiche, educare la gente, approfondire la catechesi.


L’Africa è un continente ancora molto povero. Dove trovate le risorse materiali e finanziarie per le opere che hai creato in questi anni?
Non sono le opere che ho creato io, sono le opere che Dio ha creato attraverso di me. Tutto ciò che viene da Dio è opera sua, e allora Lui provvede perché l’opera possa continuare. Abbiamo amici in tutto il mondo che ci aiutano con soldi e assistenza sanitaria: in Italia, in Francia, in Spagna, in Canada. In Benin i vescovi ci aiutano e invitano i fedeli ad aiutarci, a fare donazioni a nostro beneficio. Ci sono anche musulmani facoltosi che ci sostengono, perché i malati sono persone di tutte le fedi religiose e noi li avviciniamo senza fare distinzioni. La Provvidenza continua il suo cammino e noi ci fidiamo di lei. Quando abbiamo iniziato i nostri progetti in Benin, non avevamo i soldi necessari ad avviarli, ma ci siamo fidati dela Provvidenza. Quando un’opera viene da Dio, Lui provvede.

Una volta tu mi hai detto che la guarigione di un malato mentale dipende per il 50 per cento dai farmaci che assume e per il 50 per cento dall’amore cristiano che riceve. Che parte ha la preghiera nel tuo “cocktail terapeutico”?
La preghiera ha un’importanza capitale nei nostri centri, dappertutto c’è una cappella dove tutti i giorni viene celebrata almeno una Messa. Perché, lo ripeto, questa opera non è la mia opera, è l’opera di Dio, e allora bisogna rivolgersi a Lui perché continui. Nei nostri centri sta nascendo una comunità di laici consacrati, autorizzata dai vescovi: ecco il segno di quello che Dio ha in serbo. La preghiera ha un’importanza capitale nella mia vita: voglio essere in comunione permanente con la Chiesa, ogni giorno vado a Messa e mi accosto all’Eucarestia. Tutti i giorni mangio il corpo di Cristo e voglio che gli altri mangino me. Voglio essere mangiato da loro.

di Rodolfo Casadei (www.tempi.it)

martedì 25 agosto 2015

La storia di Maria Angela Bertelli


La Casa degli angeli

Suor Maria Angela Bertelli

Originaria di Carpi, suor Maria Angela Bertelli 
ha scelto di vivere in baraccopoli a Bangkok 
insieme alle donne rimaste sole con un figlio disabile. 
E ha scritto un libro su di loro.


La Casa degli angeli è una struttura in missione a Bangkok, Thailandia, dove vengono accolte le mamme di bambini disabili, donne che, non si sa bene perché, hanno deciso di non abbandonare un figlio ritenuto una disgrazia e frutto di una colpa.

Che un figlio con disabilità sia una sfortuna, o quantomeno un problema, è un’idea comune a molte culture, ognuna con la propria specificità. «Nel buddhismo theravada praticato in Thailandia la disabilità viene percepita dai più come frutto del karma», spiega suor Angela. «Ovvero: ti sei comportato male in una vita precedente e questa è la giusta punizione. La colpa può essere del bambino oppure di sua madre, in ogni caso entrambi sono evitati e tenuti a distanza. I mariti stessi di queste donne spesso se ne vanno lasciandole senza alcun appoggio».

La Casa degli angeli, nella parrocchia di Nostra Signora della Misericordia in una baraccopoli di Bangkok, dal 2008 ospita una ventina di mamme con i loro bambini disabili. «Posso dire che sta diventando pian piano una comunità viva perché cresciamo insieme, e soprattutto perché io stessa tra queste donne e i loro bimbi sperimento in modo molto concreto e reale Gesù vivo e il suo amore», afferma la religiosa. Eppure, l’inizio di questa opera non è stato facile. Così come non lo è stata la vita da missionaria di suor Maria Angela.

Originaria di Carpi, a 22 anni entra nella congregazione delle Missionarie di Maria (Saveriane) di Parma. Dopo i voti viene inviata a New York per imparare l’inglese e per frequentare un corso da fisioterapista: vive ad Harlem dove – anche se non è lì per questo – si dà da fare per i giovani che incontra nelle strade del quartiere.

Poi la prima destinazione in Sierra Leone, nel ’93. È nel Paese africano da due anni quando viene rapita insieme a sei consorelle dai guerriglieri del Ruf (Fronte unito rivoluzionario). La rilasciano dopo 56 giorni di prigionia. «Noi suore non subimmo tanto violenze di tipo fisico quanto di tipo psicologico», racconta oggi, «ma non potrò mai dimenticare gli orrori visti in quei giorni. Ho conosciuto il mistero del male, di come Satana può prendere dimora del cuore dell’uomo facendogli compiere atti che non sono più nemmeno a misura d’uomo».


Dopo questa vicenda, la congregazione decide di inviarla lontano, all’altro capo del mondo: in Thailandia. «Ero a Bangkok da un anno, quando ho attraversato una grossa crisi», racconta. «Mi sentivo trenta metri sotto terra. Forse in quel momento è uscito anche tutto lo stress che avevo tenuto a bada dopo il rapimento, ma sentivo anche un’inquietudine sul modo di vivere la missione. Chiesi alla mia comunità di poter lasciare la casa in cui mi trovavo con le mie consorelle per andare a vivere da sola in baraccopoli. Fu uno strappo doloroso, ma in seguito mi è diventato sempre più chiaro che il Signore mi stava accompagnando su una nuova strada, e con il tempo si sono ricuciti i rapporti anche con chi all’inizio non aveva approvato la mia scelta».

In baraccopoli lavora già un missionario italiano del Pime, padre Adriano Pelosin, che chiede a suor Angela di occuparsi prima degli ammalati di Aids e poi dei bambini disabili e delle loro mamme, i più deboli fra i deboli dello slum. «La Casa degli angeli non è nata da una mia idea», precisa suor Maria Angela, «ma dall’iniziativa di due fidanzati, Federica e Cristiano, venuti a trovarci nel 2005. Vedendo quello che facevamo proposero di creare un luogo di accoglienza per curare in modo adeguato i bambini disabili e sottoposero il progetto alla Caritas di Venezia che accettò di finanziarlo».



Oggi la Casa degli angeli è diventata una famiglia per donne che non avrebbero potuto provvedere da sole a questi figli dalle esigenze speciali. «Vivere accanto a queste donne è una grazia enorme», confida suor Maria Angela, «perché mi fa sperimentare la gioia di vedere all’opera Gesù nelle loro vite, in mezzo a progressi e sconfitte, ma comunque sulla strada verso un bene maggiore. Per questo, per quello che vedo ogni giorno, dico che non è un’opera nostra ma di Dio».

La soddisfazione più grande? Quando una delle mamme, Lek, ha detto di suo figlio disabile psichico: «Tam è una grazia per me. È un dono di Dio per me». Per questo suor Maria Angela ha deciso di scrivere un libro in cui racconta le vicende di queste donne: «Non sono una scrittrice, ma non potevo tenere questa ricchezza solo per me».

È difficile trovare nella stessa persona azione e contemplazione. Forse per quello che ha vissuto, suor Maria Angela riesce a comunicare questa unità. «Sa qual è il momento in cui prego meglio? Quando sono in motorino in mezzo al traffico di Bangkok, magari per un’ora. Non posso perdere la concentrazione e allora ne approfitto per pregare. Ripercorro insieme al Signore i problemi delle donne della Casa degli angeli, e affido tutto a lui».


Testo di Emanuela Citterio (www.credere.it)